venerdì 30 settembre 2011

Gift

Regalo di compleanno, in ritardo, giuntomi da una collega che m'ha osservata e monitorata attentamente per tutta l'estate.
(Non tutti quelli della foto: il mio è quello con l'impugnatura viola, mio colore preferito)


Dal foglio illustrativo:
"Massaggiatore scacciapensieri in alluminio
Caratteristiche dello stimolatore per il massaggio della testa:
Rilassamento totale, si riducono gli stati depressivi.
Utilizzando questo stimolatore si liberano gli ormoni della felicità prodotti dal nostro organismo, efficaci contro emicrania e stress.
L'effetto di stimolazione dell'irrorazione sanguigna migliora le facoltà mentali, la crescita dei capelli ed è efficace contro la forfora."

Magari mi sarà utile contro la forfora, allora.

giovedì 29 settembre 2011

Sense and sensibility

Stamattina, spulciando qua e là nel mare magnum della rete, saltabeccando di blog in blog da-quello-mio-a-quello-dell'amico-mio-linkato-nel-mio-a-quello-dell'amica-sua-linkato-nel-suo ho trovato un post in cui si parlava dell'eccessiva sensibilità come di un "difetto".
Avrei voluto commentare, ma la mia eccessiva sensibilità me lo ha impedito.
No, davvero. Mi son fatta mille paranoie: io questa tizia so chi è ma non la conosco direttamente, c'ha già una legione di commenti di tizi e tizie, compreso il mio amico, che si frequentano virtualmente da chissà quando, chissà cosa penserebbero tutti di me, illustre sconosciuta la quale ritiene necessario far conoscere il suo inutile pensiero che, e al popolo? Che frega al popolo quanto mi urga fargli sapere ciò che 'sto discorso mi suscita potentemente al punto di farmi venir voglia, come tutte le volte che una cosa mi scuote, di saltar su a dir la mia con il più alto grado di autistico egocentrismo, come un infante che non distingue il suo sé dal mondo circostante e anche dopo un certo periodo di crescita e grado di maturazione al massimo arriva a credere che ciò che costituisce il suo mondo circostante, pur avulso, gli giri intorno? Potrebbe sembrare che voglia mettermi in mostra, pensiero che non intendo testare praticamente e anzi da cui rifuggo come la peste per la sfumatura di verosimiglianza che contiene se lo correlo alle mie grandiosità e ai miei complessi di superiorità, oppure magari passerei totalmente inosservata, cosa che mi distruggerebbe l'autostima a causa della scarsa fiducia in me stessa per i miei opposti complessi di inferiorità, facendomi piombare in una vergogna tale da non passare più per quel blog al fine di non vedere quel commento solitario e patetico non inculato da nessuno, nonché da voler andarmi a nascondere camminando rasente i muri del web, e poi allora che avrei scritto a fare? 

La mia eccessiva sensibilità - che sconfina spesso e volentieri nella suscettibilità - mi è da sempre causa di indicibili sofferenze. Non c'è un dettaglio che mi sfugga, una parola che non mi tocchi, una mancanza di attenzione che non mi ferisca.
Ma mi rifiuto di considerarla un "difetto". La vedo semmai come un eccesso.
Come se avessi orecchie più grandi, occhi più spalancati, mente più desta, cuore più spazioso.
Certo è ingombrante: ti passa dentro di tutto. Certo è faticosa: ti porti dentro il peso di tutto. Certo fa patire. E appassionare. Di tutto.
La vedo parente stretta della filantropia, di quell'humanitas terenziana che ti fa dire "nihil humanum mihi alienum puto".
Ma la vivo anche come sentimento cosmico, panico, che mi fa essere in religiosa connessione con la notte, dove gli astri di Saffo intorno alla bella Luna subito nascondono il suo volto di perla, dove la costellazione dell'Orsa di Pascoli  è la chioccetta che per l'aia azzurra va col suo pigolio di stelle; con gli animali di Saba, col belato della capra dal viso semita; con la siepe di Leopardi, al di là della quale presentire interminati spazi, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete, ove per poco il cor non si spaura; col mattino di Ungaretti che illumina d'immenso.

Il difetto, semmai, sta nella carenza della qualità atta a temperarla, questa sensibilità: il buon senso. Un po' il suo contraltare. Sistole e diastole. Laddove ad un'effusione di te stessa in mistici frammenti vaganti nell'universo corrisponda un rientrare subitaneo in te stessa medesima che ti raccolga in un nucleo denso e compatto di consapevolezza e concretezza. Per poi riaprirsi. E così via.

Credo che chiunque possieda ambedue le capacità, e sappia dosarle nel modo giusto, costui abbia trovato il suo equilibrio. E sia una ricchezza per il consesso umano con cui interagisce.

Per finire questi due soldi di riflessioni di pixel mi verrebbe da dire che questa eccessiva sensibilità non è una qualità ordinariamente distribuita su larga scala. Essendo prerogativa - scomoda prerogativa - di non moltissime persone.
Io, che ho un bel po' di guai alle spalle, per consolarmi voglio credere che sia donata a chi ha sofferto. Come un gadget compreso nel pacchetto, o una mera forma di compensazione. 
Può ben essere, altresì, che invece sia esattamente il rovescio: che sia l'eccessiva sensibilità ad apportare sofferenza nelle situazioni dove altri con meno sensibilità non troverebbero motivi di provarne, o anche semplicemente ad intensificare, acutizzare, la sofferenza negli oggettivi casini della vita.
Mah.
Sia come sia, oggi sono fiera di esser eccessivamente sensibile e di aver sofferto. Perché queste due circostanze, unite, mi fanno essere quella che sono ora. Empatica, ricettiva, innamorata delle persone. Viva.
Capace di emozionarmi.
Capace di amare. 
Capace di volermi bene.
Questo senz'altro, da quando son riuscita a far scorta anche di una certa quantità di buonsenso con cui ogni tanto riesco a vincerla, un po' di più.



mercoledì 28 settembre 2011

Piccole confessioni di una malandrina/2

Stamane, come spessissimo accade, la connessione internet dell'ufficio va un po' a rilento e un po' a singhiozzo.
Per non parlare di quella del mio cervello.
E' giorno di pubblico e c'è un po' di movimento, almeno.
Arriva M., uno dei miei agronomi preferiti, l'eterno ragazzo di un paio d'anni più giovane di me, ridenti occhi azzurri e rotonda faccia da bambino, che mi poggia sulla scrivania un pacco di roba da lasciare al protocollo facendomi sornione "Ooooh. Finalmente arrivo a concedermi la sosta più gradevole qua dentro" e io, che oggi sono in disposizione d'animo particolarmente civettuola, mi sento lisciare il pelo dalla parte giusta. Anche perché so che lui lo pensa sul serio.
(M. è uno che, qualche anno fa, davanti ad una mia uscita su un problema lavorativo, mi guardò ammirato ed emozionato esclamando "Guarda, se non fossi sposato io ti farei una corte serrata. Perché tu sei troppo intelligente". Complimento che tuttora è ben saldo al top della mia classifica personale.)
Allora io, siccome gli ha suonato il cellulare e lui ha tardato a rispondere perché non era sicuro fosse il suo, non appena finisce di parlare con l'interlocutore che l'ha chiamato per dissipargli ogni dubbio in merito alla possibilità di distinguere le nostre rispettive suonerie gli dico di fare il mio numero, che ha in memoria. Lui esegue, e Moon River si diffonde nella stanza, sommessa ed ariosa, creando il solito incanto.
Lui la riconosce e ride, commenta spiritoso, io mi illumino. Perfino gli utenti raccolti fuori della mia porta, in attesa febbrile di essere ammessi all'esame propedeutico al rilascio dell'autorizzazione alla raccolta dei tartufi (oddio signo', m'ha detto cinque minuti prima un signore d'età che sta facendo i solchi nel corridoio, me so' scordato tutto, manco me ricordo più come me chiamo) agitati come tanti bambini nella sala d'aspetto del dottore, si rilassano improvvisamente.
Dopo qualche altro scambio di tenero cazzeggio M. se ne va, ma la canzone rimane nell'aria, appesa alle labbra del mio collega che ha preso a fischiettarla.
E' venuta voglia anche a me di qualcosa di buono. Allora mi lascio andare, entro nella mia playlist di Windows megaplayer e la faccio partire di nuovo, con tutto il corollario del CD di colonne sonore composte e/o suonate da Henry Mancini.
Ora che sono arrivata a "Love is a many splendored thing" il post è finito, e io posso andare a controllare se si è ripristinata la connessione.
Ricomincio a lavorare.
(Forse...)

martedì 27 settembre 2011

L'abito della sposa



Ha lo stomaco magro
questa giovane sposa
dovreste farla mangiare
di più
ha un brutto sogno da donna
che non dice a parole
ma sposta metro per metro
nell'erba fredda.

Un soldato miserabile
sui binari bruciati
in un italiano teatrale grida:
“viva la follia”
e lei: “ho paura della buone notizie
perché è peggio di come si dice
anche l'incendio di Babilonia
fu dimenticato così”.

Cosa volete che sia, signori
è tutto tempo che passa
cosa volete che sia
è un abito che si indossa
cosa vuoi mai che sia
è il tuo tempo che passa
lei alzò un poco la gonna
l'uomo le disse: “vieni, ora”.

Quando anche l'ultimo soldato
ebbe fatto scorta di lei
in quel freddo carnale
lei si sentì ancora bella
col suo profumo volgare
come la sete di vittoria
da consumare per giorni
e così sia.

Cosa volete che dica, signori
è tutto tempo che passa
cosa volete che dica
è un abito che si indossa
cosa vuoi mai che sia, bella
il tuo tempo che passa
il soldato le disse: “ho paura”
e lei rispose: “dormi, è ora”.

venerdì 23 settembre 2011

Giancarlo

Nasce in una famiglia della borghesia napoletana del quartiere del Vomero.
Dopo aver frequentato il Liceo Vico partecipando ai movimenti studenteschi del 1977, iscrittosi all'università, collabora con alcuni periodici napoletani interessandosi subito delle problematiche dell'emarginazione delle fasce sociali più disagiate, al cui interno si annida il principale serbatoio di manovalanza della criminalità organizzata.
Inizia la sua collaborazione come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino di Napoli. Si occupa principalmente di cronaca nera e quindi di camorra, appassionandosi ai rapporti ed alle gerarchie delle famiglie camorristiche che controllano Torre Annunziata e dintorni. Comincia anche a collaborare con l' "Osservatorio sulla camorra", periodico diretto dal sociologo Amato Lamberti. Il suo sogno è quello di strappare il contratto da praticante giornalista professionista per poi poter sostenere l'esame e diventare giornalista professionista.
Lavorando per Il Mattino riesce ad andare sempre più in profondità nella conoscenza della camorra, dei boss locali e degli intrecci tra camorra e politica, scoprendo una serie di connivenze che si sono stabilmente create all'indomani del terremoto tra esponenti politici oplontini e il boss locale, Valentino Gionta, che, da pescivendolo ambulante, ha costruito un business partendo dal contrabbando di sigarette, per poi spostarsi al traffico di stupefacenti, controllando l'intero mercato di droga nell'area torrese-stabiese.
Le sue inchieste scavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi fanno affari. Con un suo articolo accusa il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Queste sue rivelazioni, pubblicate il 10 giugno 1985, inducono la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista.

I capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tengono numerosi summit per decidere in che modo eliminarlo, nonostante la renitenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decide la sentenza: egli, che sta lavorando sempre alacremente alle sue inchieste e sta per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione del post-terremoto, dovrà essere ucciso lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. 
Il giorno della sua morte telefona al suo ex-direttore dell'Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli un incontro per parlargli di cose che "è meglio dire a voce". Non si saprà mai di cosa si trattasse e se lui avesse iniziato a temere per la sua incolumità. Lo stesso Lamberti, nelle diverse escussioni testimoniali cui è stato sottoposto, ha fornito versioni diverse della vicenda che non hanno mai chiarito quell'episodio.
Il 23 settembre 1985, quattro giorni dopo aver compiuto 26 anni, alle 20.50 circa, appena giunto sotto casa sua, al Vomero, con la propria Mehari, viene ucciso in un agguato.
Per chiarire i motivi che hanno determinato la sua morte e identificare mandanti ed esecutori materiali saranno necessari 12 anni e 3 pentiti. Il 15 aprile del 1997 la seconda sessione della corte d'assise di Napoli condanna all'ergastolo i mandanti dell'omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). In quella stessa condanna appare, come mandante, anche il boss Valentino Gionta. La sentenza viene confermata dalla Corte di Cassazione, che però per Valentino Gionta dispone il rinvio ad altra Corte di Assise di Appello: si svolge un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 lo condanna di nuovo all'ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo scagiona definitivamente per non aver commesso il fatto. 

Suo fratello Paolo, unico rimasto in vita della famiglia, lo ricorda come un ragazzo carismatico, capace di grandi sacrifici, ma anche come una persona solare, pronta a dare sostegno; ed in un'intervista afferma:
« Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride. »

Nel 1999 è stato realizzato un cortometraggio sulla sua vicenda, dal titolo Mehari, diretto da Gianfranco De Rosa, per la sceneggiatura del giornalista napoletano e amico di Siani, Maurizio Cerino. Protagonista Alessandro Ajello, con la partecipazione di Nello Mascia.
Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche il film "E io ti seguo" di Maurizio Fiume, interpretato da Yari Gugliucci. Nello stesso anno è stato istituito il Premio a suo nome dedicato a giornalisti impegnati sul fronte della cronaca.
Dal 2005 il Teatro Diana di Napoli mette in scena ogni anno uno spettacolo che lo vede protagonista (insieme ad altre vittima della camorra) intitolato Ladri di sogni (spettacolo che nel 2006 ha vinto il premio come spettacolo per le scuole e ragazzi con più presenze)
Il 4 giugno del 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha presenziato ad una cerimonia di commemorazione del giovane giornalista, nel corso della quale un'aula della scuola di giornalismo dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli è stata a lui intitolata.

Nel 2009 il gruppo rap napoletano Biscuits dedica alla sua storia un video musicale, girato a Torre Annunziata. Viene ideato anche uno spettacolo intitolato Ladri di Sogni.
Nello stesso anno nasce ad Ercolano (NA) una radio intitolata al giovane giornalista. Una web radio della legalità anticamorra e denuncia sociale nata in un bene confiscato all'ex boss locale Giovanni Birra. Nello stesso luogo dove per anni si è deciso della vita e della morte di tante persone, ora un gruppo di giovani lotta per la dignità e il riscatto di un paese, attraverso la diffusione di una cultura dell'antimafia, di valori sociali e libertà d'informazione.
Gli vengono intitolate strade, tra cui una rampa nei pressi di piazza Leonardo a Napoli, nel luogo dove fu assassinato, e scuole, come il centro polivalente per giovani a Castel San Giorgio (dal 21 marzo 2010), l'ISIS di Casalnuovo di Napoli e il Liceo Scientifico Statale di Aversa. 
Il 26 novembre 2010 viene inaugurato il teatro del nuovo centro polifunzionale giovanile di San Giorgio a Cremano che porta il suo nome. 
Gli viene anche intitolata l'Aula Magna del Liceo Vico da lui frequentato.

Lui è Giancarlo Siani. L'unico giornalista giustiziato dalla camorra. Ucciso a ventisei anni.

Nel 2009 esce il il film "Fortapàsc", di Marco Risi (sceneggiatura di Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington e Maurizio Cerino), dedicato all'ultimo anno della sua vita. Il 19 settembre 2009, nel giorno del 50º anniversario dalla sua nascita, Fortapàsc, all'Invisible Film Festival di Cava de' Tirreni, vince i premi come miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, migliori attori non protagonisti e migliore sceneggiatura.
Libero De Rienzo, che interpreta Giancarlo,  nel film guida la vera Citroen Mehari verde a lui appartenuta, e nella quale è stato ucciso.


Il sole a mezzanotte

Rivisto in due parti, l'altro ieri e ieri, dai figli.
Grande ed intenso affresco della nostra storia recente, come si usa dire. Nel quale la narrazione delle vicende personali si intreccia meravigliosamente con quella degli eventi collettivi, colorandola di verità e di potenza d'impatto. E consentendo una profonda e commossa identificazione degli spettatori che sconfina nella nostalgia.

In assoluta antitesi rispetto alle vicende politiche degli ultimi anni, culminate ieri nella nuova vetta di sconcezza raggiunta, e nella nuova profondità di baratro sociale, economico, culturale, civile, toccata dall'Italia.

E dunque estremamente indispensabile nel contesto.

Io sono melensa e piango per un nonnulla, come si sa.
Ecco, ieri, ascoltando dalla stanza accanto i dialoghi del film, spesso mi è venuto da piangere.
E su questo finale ho sparso vere lacrime. Non sono sicura sia stato solo a causa della mia emotività, stavolta.


mercoledì 21 settembre 2011

Vent'anni dopo

Vent'anni fa passai la notte sprofondata in un sonno saporosissimo; la prima dopo molte notti difficili e molti giorni ansiogeni e pieni di rovelli. 
La mattina dopo mi sarei pazientemente sottoposta a torture assortite da parte di un parrucchiere e della mia truccatrice di fiducia, la mia amica organizzatrice di eventi; poi mi sarei infilata tutta vestita di bianco in una macchina e da lì nella Basilica di Santa Maria Maggiore gremita di turisti.
Sarei finita, tra l'altro, nei ricordi di Roma di una coppia di giapponesi che mi avrebbero scattato un intero rullino di foto.
Insieme ad uno che sopporta ogni mia stramberia, che mi consola, mi protegge, che alle volte si incazza pure, ma poi, quando mi vede tornare in me, sorride. Quasi sempre. Ma sempre mi aspetta, paziente.
Perché io parto per le mie circumnavigazioni terracquee, mi inoltro in selve inesplorate, mi ficco in pozzi profondi, mi sporgo sull'orlo di burroni perigliosi, ma poi, finito il giro, un po' acciaccata, sempre lì ritorno.
Da uno che non disdegnerebbe di cantarla, una canzone così.


martedì 20 settembre 2011

Sleeping Beauty

Sbam! E anche quest'anno il mio compleanno arriva come un colpo battuto a mano aperta sul tavolo.

Cifra tonda, stavolta, dai miei diciassette. Perciò posso farne agevolmente un blocco unico da intaccare con una sola scalpellata. Basta che appoggi il cuneo nel punto giusto e poi via, una picconata decisa a far crollare il surplus. Stile Michelangelo, che non scolpiva, liberava l'essenza dell'opera d'arte dal marmo che la conteneva.
Certo, ci vuole mano ferma e un talento d'artista. Altrimenti è forte il rischio di mandare tutto in pezzi.

Ad ogni modo: altrove la mia civetteria si esprimerà in altre forme. Qui, a casa mia, mi tolgo lo sfizio di regalarmi la mia visione di me stessa, e del mio principe azzurro, da sempre preferita.

Tanti auguri a me.



lunedì 19 settembre 2011

Sigh no more


"and therefore never flout at me for what I have said against it; for man is a giddy thing, and this is my conclusion."

Superare la notte

Poi il guardiano li condusse al faro vero e proprio. Al pianterreno il generatore elettrico mandava un rombo sordo, e tutt'intorno si sentiva odore di olio: olio in bidoni, lampade ad olio e latte d'olio. Salendo la stretta scala a chiocciola, in cima trovarono, al riparo di una stanza rotonda, piccola e solitaria, la sorgente della luce del faro, intenta a vivere la sua vita silenziosa.
Guardando dalla finestra, contemplarono il raggio di luce che passava rapido da destra a sinistra sulle onde nere e irrequiete dello stretto di Irako.
Con tatto, il guardiano discese la scala, lasciandoli soli.
La piccola stanza rotonda in cima alla torre aveva pareti di legno verniciato. Nei suoi infissi d'ottone lucido, la spessa lente girava attorno con facilità la sua lampada elettrica di cinquecento watt, ingrandiva questa fonte di luce sino a darle la forza di sessantacinque candele, e si muoveva ad una velocità che provocava una serie costante di lampi. I riflessi della lente si agitavano sulle circostanti pareti di legno e, accompagnati da un intermittente cigolio, caratteristico dei fari la cui costruzione risalga al secolo scorso, quei medesimi riflessi giocavano sulla schiena del ragazzo e della sua fidanzata, che tenevano i volti appoggiati ai vetri della finestra.
Sentivano le loro guance così vicine che potevano toccarsi ad ogni istante, e ne sentivano anche il calore di fiamma... Davanti a loro si stendeva l'insondabile oscurità, interrotta a intervalli regolari dal fascio di luce del faro. E i riflessi della lente continuavano a girare nella piccola stanza, proiettando sulle pareti immagini che sparivano solo quando erano intercettati dalla camicia bianca e dal kimono con disegni di fiori.
Ancora una volta, Shinji, pur poco portato alla meditazione, inseguì i propri pensieri. Rifletteva che nonostante tutto avevano raggiunto il loro scopo, che infine si trovavano qui insieme, in regola col codice morale della loro gente, e senza aver mai compiuto atti che potessero allontanare la provvidenza degli dèi... e che, in breve, quella piccola isola avvolta nel buio aveva protetto la loro felicità e portato il loro amore a compimento...
D'un tratto, Hatsue si volse verso Shinji e rise. Poi si tolse dalla manica una piccola conchiglia rosata e la fece vedere a lui.
"Ti ricordi?"
"Ricordo."
I bei denti del ragazzo lampeggiarono in un sorriso. Poi, dalla tasca interna della sua camicia, estrasse l'istantanea e gliela mostrò.
Hatsue toccò il ritratto con mano leggera, che subito ricadde. I suoi occhi erano pieni d'orgoglio. Pensava ch'era stato il suo ritratto a proteggere Shinji.
Ma in quell'istante Shinji sollevò le sopracciglia. Lui sapeva che era stata la sua forza a consentirgli di superare quella pericolosa notte.

mercoledì 14 settembre 2011

Alfabeto apocalittico

Libreria MelBook Store di Via Nazionale, ore 18,30, settore libri scolastici. Affollato e caotico come l'antro dell'inferno. E pure altrettanto caldo.
Da lontano - perché non posso avvicinarmi per il mare di gente che c'è - scruto il numeratore rosso: segna lo zero, poi rapidamente l'uno, il due, il tre, il quattro. Non sto a riflettere sull'incongruenza di quella circostanza rispetto alla quantità di persone presenti sicuramente arrivate prima di me. Meno male, mi dico solo. Molti evidentemente hanno preso il numero, ma ora, scoraggiati dalla calca, se ne stanno andando. 
Incontro tra la folla un mio conoscente, un tipo complimentoso che non si scompone mai. Mi si avvicina allegro, offrendomi il vago sorrisetto canzonatorio e distaccato che gli è caratteristico.
"Ehi, ma che piacere vederti" dice inalberando quell'affettazione che, assommata alla vocetta fine che spesso gli sale di tono, lo fa sembrare un cartone animato di dubbia identità sessuale, "anche tu di corvè, ah questa scuola quanto ci fa faticare, non ho mai visto una fila del genere in tanti anni che ci vengo, che numero hai?"
"Eh, cinquanta..."
"Ah! Io venti, e figurati che è più di mezz'ora che aspetto, sono anche salito di sopra dove c'è la presentazione di un libro, ma poi son tornato giù di corsa perché temevo di perdere il turno. Adesso però mi pare che la fila scorra di più, dove sono arrivati?"
"Al tredici... No, al quindici."
E dopo un'altra manciata di minuti di amena conversazione uno dei disgraziati componenti il manipolo di ragazzini che fungono da commessi stagionali chiama il venti.
Il tipo alza il braccio e si precipita, nel senso che compie un mezzo giro su se stesso e mi si discosta di venti centimetri in direzione del bancone, impossibilitato a guadagnare più terreno in quanto ostacolato dalla marea umana che si accalca intorno ad esso.
"Venti, venti!" grida stridulo sventolando il minuscolo pezzetto di carta, in sincrono con una signora cinese  accessoriata di figlia al seguito.
Si guardano in faccia. Lui, per la verità, la guarda male.
La signora cinese, serena e ben disposta, mostra il suo biglietto: ha il venti anche lei, con una lettera davanti. E20.
Il mio conoscente mostra il suo: A20.
Io comincio a capire ed annichilisco. Non ho davanti a me trenta persone, ne ho centotrenta.
Interviene una terza persona. Una signora che seda la contesa educendoci tutti con calma sull'arcano meccanismo.
"Guardi" spiega al tipo "lei ha venti con l'A davanti, la signora ha venti con l'E davanti. Vede lì accanto al numeratore? C'è una grande "E". Ora stanno servendo la "E", numeri da 0 a 99. Poi si rifarà il giro e toccherà alla "A". La "E" viene prima della "A", capisce?
Il tipo impallidisce, un po' per il colpo, un po', essendo latentemente un filino razzista, per la stizza di dover cedere davanti ad una donna di etnia cinese, un po' per la figura barbina che ha fatto. E allora tenta di buttarla in ridere appellandosi ad una logica totalmente fuor di luogo che però, nella follia di quella situazione estrema, mi sembra quasi risplendente di una propria validità intrinseca e del tutto estrapolata dal contesto: "Ma senti! Non si finisce mai di imparare! La E viene prima della A? E l'alfabeto allora? Quello che ci hanno insegnato a scuola?"
E mentre lui si fa prendere da un risolino isterico, io penso che, anche nella specifica circostanza, è vero che ci siamo fatti portar via sotto il naso i punti fermi che ci avevano fornito da bambini quale corredo per la nostra futura esistenza di adulti: che esiste uno Stato che è la comunità delle persone unite da una stessa lingua e storia e tradizione e bandiera, che è giusto che tutti contribuiscano al benessere di questa comunità ciascuno secondo le sue possibilità, che a tutti dev'essere data pari opportunità di vita e di lavoro, che nessuno deve essere lasciato indietro, che l'istruzione è uno dei capisaldi della democrazia, che i giovani sono il futuro di un Paese...
Improvvisamente la frase della signora mi appare lo specchio, il paradigma dell'Italia di oggi.
"La E viene prima della A!". Sempre, oramai. E nessuno tenti di trovarvi un senso. 

martedì 13 settembre 2011

La pioggia di marzo


E mah, è forse, è quando tu voli, rimbalzo dell'eco, è stare da soli
È conchiglia di vetro, è la luna e i falò, è il sonno, è la morte, è credere o no
Margherita di campo, è la riva lontana, è Artù, ahi!, è la fata Morgana

È folata di vento, onda dell'altalena, un mistero profondo, una piccola pena
Tramontana dai monti, domenica sera, è il contro, è il pro, è voglia di primavera
È la pioggia che scende, è vigilia di fiera, è l'acqua di marzo che c'era o non c'era

È si, è no, è il mondo com'era, è Madamadorè, burrasca passeggera
È una rondine al nord, la cicogna e la gru, un torrente, una fonte, una briciola in più

È il fondo del pozzo, è la nave che parte, un viso col broncio perché stava in disparte
È spero, è credo, è una conta, è un racconto, una goccia che stilla, un incanto, un incontro

È l'ombra di un gesto, è qualcosa che brilla, il mattino che è qui, è la sveglia che trilla
È la legna sul fuoco, è il pane, la biada, la caraffa di vino, il viavai della strada

È un progetto di casa, è lo scialle di lana, un incanto cantato, è un'andana è un'altana
È la pioggia di marzo, è quello che è
La speranza di vita che porti con te

È la pioggia di marzo, è quello che è
La speranza di vita che porti con te

È mah
è forse
è quando tu voli
rimbalzo dell'eco
è stare da soli
È conchiglia di vetro
è la luna e i falò
è il sonno
è la morte
è credere o no

È la pioggia di marzo, è quello che è
La speranza di vita che porti con te
È la pioggia di marzo, è quello che è
La speranza di vita che porti con te

:D

domenica 11 settembre 2011

Ritorneremo


Si salutarono con un abbraccio. La guida ritornò indietro con le bestie e i giovani cominciarono ad avanzare verso la linea invisibile che divideva quell'immensa catena di montagne e di vulcani. Si sentivano piccoli, soli, vulnerabili, due naviganti persi in un mare di cime e di nuvole, in un silenzio lunare; ma sentivano pure che il loro amore aveva acquistato una nuova dimensione che sarebbe stata l'unica fonte di forza nell'esilio.

Nella luce dorata dell'alba si fermarono per guardare la loro terra un'ultima volta.
– Ritorneremo? – mormorò Irene.
– Ritorneremo – rispose Francisco.
E, negli anni successivi, quella parola avrebbe costellato i loro destini: ritorneremo, ritorneremo..



11 settembre 1973: golpe militare di Pinochet in Cile


giovedì 8 settembre 2011

Show must go on

Oggi mi sento un pugile suonato.
Botte, botte, botte da orbi. Una, due, tre, quattro, in sequenza.

L'ultima, ieri sera tardi, la più inaspettata, la più dolorosa. Giunta per caso, per fatalità, per testare, senza nemmeno tanto dargli peso, un'idea balzana delle mie che era entrata in circolo nella mia mente ossessiva. 
Un piccolissimo colpo basso nel mio punto più sensibile.

Stanotte sveglia, ad osservare i miei fantasmi ad occhi aperti nel buio, tentando di calmarmi e di stringermi a chi mi sta accanto senza riuscire a provarne il minimo sollievo, perché la paura che ho dentro mi rende distante e separata, è come un involucro che mi isola da tutto e tutti, non posso estirparla né condividerla con nessuno, mi fa venire solo voglia di scappare lontano, migliaia e migliaia di chilometri lontano da qui.

Stamane un altro cazzotto. Questo davvero da niente, poco più di un buffetto, per la scarsa capacità e importanza nella mia vita della persona che me l'ha tirato. Ma arrivato, come la ciliegina sulla torta, a guarnire e ribadire il concetto, per tenermi ben salda nella sensazione di star soffocando dentro la mia sindrome di accerchiamento.

E ora sì, sono al tappeto. L'arbitro sta contando e io stavolta sento che rialzarmi prima del knok out è dannatamente difficile, difficile come non è mai stato. Ci provo, ma ho il cervello annebbiato, mi aggrappo alle corde e scivolo giù, priva di punti di riferimento, tanto la testa mi gira e i sensi mi si ottundono.

Mi sento male. Ma in qualche modo all'esterno sono in piedi. Mi sono imposta di farmi forza con una volontà che non avevo ancora mai dimostrato a me stessa. Ho fatto la doccia, colazione, mi sono vestita. Sono riuscita a costringermi ad andare in ufficio. E sto, in qualche modo, rispondendo ai colleghi in modo pertinente, reagendo agli stimoli, portando avanti il lavoro,  parlando pacata, sorridendo come niente fosse.
Anche se non sono qui. 

Se penso a stasera, alla prospettiva di quando tornerò a casa e sarò sola coi miei incubi, mi si chiude la gola.
Però so di non avere alternative. Di dover uscire da questa palude. Di dover attuare un ribaltamento della situazione. 
Devo solo riuscire a considerare questo caos come un'opportunità di crescita. Quest'inoltro nel mio groviglio di spine come un passo ulteriore verso l'uscita da esso.

Devo riuscire a pensare che domani è un altro giorno. E se non lo sarà, lo sarà il successivo. O l'altro ancora.

Ci sarà un domani.





mercoledì 7 settembre 2011

Crash

Per un attimo, stasera, sono rinsavita. 
Per strada, di notte, entrando in macchina per andare a riprendere mio figlio a casa di un amico.
Mi si è improvvisamente ridimensionato il mio mondo immaginario, quello a cui ricorro per distrarmi costantemente dai pensieri quotidiani, che mi tiene sospesa in aria come su un dirigibile e mi paralizza dinanzi alle ordinarie, brute, banali attività dell'esistenza.
Ho smesso per un istante di percepirmi come mi capita da ormai più di un anno persino quando mi osservo allo specchio e mi son guardata da un altro punto di vista: quello di un'adulta. 
Dal guscio spaccato dell'adolescente smarrita è emersa la donna matura.
Che ha riconsiderato in tre secondi una bella fetta di vita degli ultimi mesi, non quella con cui ho già fatto i conti, quella più recente: incontri, dialoghi, rapporti, bisogni, aspettative.
Subitaneo, il distacco, e il sollievo. L'abbassamento della temperatura. Lo scemare delle passioni, dei rovelli, della sofferenza, dell'ansia. 
E poi, senza soluzione di continuità, ecco venir su la vergogna, la voglia di nascondere la faccia tra le mani, di nascondermi. Il sentirmi rimbombare nella testa "ma che cazzo hai combinato e combini, alla tua età, ti rendi conto?"
Per fortuna è durata poco. Il tempo di tornare a casa e riaccendere il pc, e il mio mondo è tornato nella sua rassicurante sfasatura.
E io son tornata goduriosamente a crogiolarmi nella mia malattia.



lunedì 5 settembre 2011

Beautiful minds

"All'università non sapevo scegliere tra matematica e filosofia. Allora ho fatto fisica."
Questo mi ha detto circa un anno fa un amico qua dentro. Un giovane fisico.

L'ho risentito stanotte.
"Azz, non dirmi che tuo figlio ha preso fisica"
"Non so ancora, dovrà decidere tra pochi mesi. Deve fare il quinto..."
"Io gli auguro una vita migliore. Ma alle volte il destino è invincibile."

Mi piacerebbe che mio figlio prendesse fisica.
Non ho mai parlato tanto in tutta la mia vita, e con tale profondità ed intensità nella discussione, con le persone come in quest'ultimo anno ho fatto con i fisici.
Non ho mai affrontato conversazioni più divertenti e stimolanti di quelle con loro.
Non ho mai trovato gente così difficile da definire, in perenne bilico tra una capacità di spaziare con la mente verso l'infinito e la tendenza a stringere il fuoco su ogni dettaglio con perfetta minuzia e puntigliosità, come loro. Anelanti ad immaginare un assoluto costantemente parametrato sulla visione del relativo.
Non m'è mai sembrato di stare così in sintonia, in complementarietà con gli individui come con questi tizi qui. 
E pensare che di fisica a scuola non c'ho mai capito niente.

domenica 4 settembre 2011

Illuminazione

Il tempo era passato, passava, ma Thea se ne accorgeva appena.
Vedeva appena la nuda stanza crudamente illuminata, le grosse sbarre alla finestra, i due uomini scuri e immobili sulla panca di fronte a lei, la guardia seduta accanto alla porta semiaperta su un qualche corridoio.
Due ore, forse tre ore, in cui Thea aveva, puntigliosamente, appassionatamente, ripassato la storia della letteratura, la storia del teatro, la storia del cinema. Il sospetto, e poi - via via collegando, richiamando, trasponendo, con crescente meraviglia - la certezza di una rivelazione straordinaria. Ecco, le Pleiadi tramontavano alla finestra di Saffo, Calipso salutava per l'ultima volta Ulisse. Stendhal galoppava nella notte verso Milano, saliva di corsa lo scalone di un palazzo. Ecco, Giulietta rabbrividiva al canto dell'allodola, Jean Gabin e Michèle Morgan, con l'impermeabile nero, si stringevano sotto un viadotto, Natascia si abbandonava tra le braccia del principe Andrea.
Bravi, pensò Thea. Bravi.
La cosa, stanotte finalmente lo capiva, non era esprimibile, non era dicibile. Ma quelli ci avevano provato, s'erano ingegnati, arrabattati con coraggio, una buona volontà ammirevoli. S'erano aggrappati a tutto, alla luna, all'anima, a  un gesto, a una rima, a un ricciolo, al sesso, a un paio di guanti; avevano tirato dentro tutto, oceani, alabastri, cascate, uragani, vulcani, violette, perle, fiamme.
L'amore, pensò. Ecco.
E succedeva ancora, insomma. Succedeva sempre. In condizioni ritenute ormai sfavorevolissime, per non dire impossibili, continuava a succedere.
L'amore, appunto. Ma anche lasciando stare lei e Graziano (Graziano?), si trattava chiaramente di un fenomeno carico di conseguenze sconvolgenti, inaudite, estreme. Il solo fatto che potesse esistere quaggiù, fianco a fianco con le infinite e misere cose che non erano l'amore, già bastava a dare le vertigini... Guardò incuriosita i due uomini grigi davanti a lei, la guardia impassibile. Vedevano? Sapevano anche loro?
Non ne avevano l'aria. Ma, rifletté Thea, c'era chi doveva saperlo e tuttavia nessuno aveva l'aria di farci caso, di averne mai preso atto adeguatamente. Perché nessuno me l'ha mai detto? pensò con subitanea indignazione. Perché mi hanno spiegato come nascono i bambini e non m'hanno invece informata della fantastica verità? Era vergognoso. Era incredibile.
Si accigliò. Le sembrò di intravedere una vasta e subdola cospirazione. Perché per parlarne ne parlavano, anche troppo Ah, l'amore! dicevano con un sospiro. Eh, l'amore...! alzando gli occhi al cielo. Oh, l'amore! con una smorfia. Ne parlavano tanto, non si poteva negare. Ma sempre per scorci, allusioni, sottintesi, eufemismi, parabole. Come di uno scandalo esplosivo che la prudenza consigliava di minimizzare, diluire, banalizzare il più possibile, con ogni mezzo. Il carro della Dea iniziava la discesa verso il centro di Torino, e loro gli preparavano una bella rimessa all'aeroporto di Caselle. Questo doveva essere il senso, lo scopo segreto delle nauseanti scempiaggini che avevano per argomento l'amore. La pubblicità. I fotoromanzi. Le canzonette che piacevano a Graziano (Graziano?).
Era una situazione inammissibile.Una volta saputo, come lei adesso sapeva, che l'amore c'era, bisogna tenerne il debito conto. Quale conto? Thea non lo sapeva, ma sentiva che quella stanza astratta e disadorna, con quella nuda panca di legno, era il posto ideale per rifletterci.
L'assalì la paura che venissero a distorgliela dalla sua concentrazione.
- Che ora... - disse con voce troppo forte, o che le sembrò troppo forte dopo il lunghissimo silenzio. - Che ora è, - ripeté più piano, - per favore?
- Non si può parlare, - disse la guardia senza severità.
Uno dei due uomini scuri aveva già estratto l'orologio a catena. Guardò di sbieco il compagno, e l'altro abbassò impercettibilmente le palpebre.
- Le due meno dieci, - disse il primo.
- Non si può parlare, - ripeté la guardia, seccata.
Il secondo uomo, che era anche il più anziano, fece a Thea un sorriso impercettibile.
Forse lui sapeva, si ricredette immediatamente Thea. Forse anche il suo compagno. E così la guardia, gli altri poliziotti della questura, quel prete che era volato giù dalla sue torre, tutta la gente che c'era in chiesa e tutti i torinesi, tutti gli abitanti della terra. Forse non c'era nessuna congiura, ma solo una terribile impotenza, un'incapacità, un'impossibilità di raccontare tutto, di dire veramente, di spiegare sul serio... Ora lo capiva bene, il loro problema.
Ma sua madre, santoddìo, almeno un accenno, una mezza parola, avrebbe potuto dirgliela, per metterla sulla strada. Altro che le raccomandazioni sulla pillola, l'aborto, le malattie veneree, la droga...
Poi s'intenerì. "Se tu fossi innamorata me ne sarei accorta", le aveva detto ancora ieri. Povera mamma, non aveva idea. Perché forse invece ce n'erano che non ne sapevano veramente niente, che non c'erano mai arrivati, che la grande, l'impossibile, la miracolosa montagna di cristallo non l'avevano vista mai, non la vedevano.
Povera mamma, pensò, ma allora come faccio a spiegarle?


venerdì 2 settembre 2011

Nosferatu

E ad uno ad uno i topi portatori di peste, come son entrati nella mia stiva, così se ne rivanno; e senza lasciare morte e distruzione dietro di loro.
Ma sarò stata davvero io così potente da riuscire ad evitare il contagio del virus mortale? Non sarà invece che quelli non erano topi di fogna, ma solo innocui piccoli spaventatissimi topini campagnoli?
Mi sa che sarebbe proprio l'ora di farci i conti con le mie grandiosità.