mercoledì 29 gennaio 2014

Il raggio verde

"Salivo la montagna e riflettevo.
Se si usa la ragione il carattere s'inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s'impone il proprio volere ci si sente a disagio. E' comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.

Quando il malessere di abitarvi s'aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s'intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura.
Non è stato Dio, e neppure un Dèmone, a creare il mondo degli uomini. Ma solamente degli esseri umani, proprio come i nostri indaffarati vicini di casa, i nostri dirimpettai. Vivere in questo mondo creato da semplici uomini può essere sgradevole, ma dove emigrare? Dovremmo avventurarci in un luogo non umano, ammesso esista. Ma un tale luogo sarebbe ancora più inabitabile del mondo umano.

Poiché è difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio, sia pure per il breve tempo concesso all'effimera vita umana. Qui nasce la vocazione del poeta, qui il Cielo assegna al pittore la sua missione. Gli artisti sono preziosi, perché rasserenano questo mondo e arricchiscono il cuore degli uomini.
E' la poesia, è la pittura a svellere da questo mondo le preoccupazioni che gravano sulla nostra vita, a proiettare davanti ai nostri occhi un mondo gradito. O anche la musica e la scultura. Anzi, più precisamente, non v'è neppure necessità di proiettarlo. Basta concepirne l'immagine perché nasca la poesia, scaturiscano i versi. Anche senza fermare sulla carta l'ispirazione percepiamo in fondo all'anima il tintinnio cristallino delle sue gemme. Anche senza spalmare sul cavalletto il rosso e l'azzurro, lo splendore dei colori appare spontaneamente agli occhi della nostra anima. Basta riuscire a vedere così il mondo in cui viviamo, questo impuro e volgare mondo terrestre, e a riprodurlo limpido e sereno nella macchina fotografica della nostra mente. Perciò anche un poeta muto che non ha mai scritto un verso, un pittore senza colori che non ha mai dipinto neppure un piccolo ritaglio di seta, per come riescono a vedere il mondo, a liberarsi dalle sue passioni, a entrare e a uscire in quell'universo di purezza, a costruire l'armonia dei due poli - che non sono né identici né diversi -, a spezzare i legami dell'egoismo e della cupidigia, sono più felici del figlio di un uomo ricchissimo, di un sovrano, di tutti coloro che in questo mondo sono considerati i prediletti dalla sorte.
Dopo vent'anni di vita ho capito che vale la pena di abitare sulla terra. A venticinque anni ho intuito che la luce e l'ombra sono i lati opposti della medesima cosa, che il luogo illuminato dal sole viene sempre raggiunto dall'ombra. Ecco ciò che penso ora, a trent'anni: più profonda è la gioia più intensa è la tristezza, più grande è il piacere più acuta è anche la sofferenza. Se si tenta di separarli si perde se stessi. Se si prova a disfarsene crolla il mondo."

lunedì 27 gennaio 2014

Gam gam


Odio la retorica, mal sopporto le giornate di questo e quello. Non credo di aver mai commemorato il Giorno della memoria.
Quest'anno mi ci tirano per la giacca, proprio.
Il rullo di FaceBook è imbarazzante, avvilente: pieno di deficienti che scrivono "Giorno della memoria" e postano la foto di una scheda RAM, oppure fanno liste della spesa, o la buttano in vacca in altra maniera, credendosi fini umoristi profondamente irriverenti audaci e innovativi.
Ma i tentativi di destrutturare una faccenda così scottante come la Shoah risultano ancora più insopportabili della retorica sulla Shoah stessa, sono come bombe carta che se le maneggi ti scoppiano in mano.
Difatti, nel tardo pomeriggio, ecco il botto, che temevo ed aspettavo da ore ed ore: la BATTUTONA.
"Oggi, giornata della Memoria, Israele bombarderà Gaza col fosforo."
E lì non ci vedo più.
Perché questo non è, legittimamente, denunciare le turpitudini odierne di Israele sì da inchiodarla alle proprie responsabilità. Al contrario, suscita l'impressione che non si aspetti altro per dar fuoco alle polveri, per poter dare addosso a coloro che sono assurti a modello di perseguitati di ogni tempo e ogni luogo come a volerli comprimere, schiacciare, annullare, fino a riuscire, in qualche modo, a mandare in caciara tutto.
Perché non è che la morte di un bambino palestinese ucciso da un razzo israeliano delegittima quella di un bambino ebreo gasato nelle camere a gas.
Perché a fare occhio per occhio dente per dente, tra una tragedia immensa e insensata che ha lasciato una ferita insanabile nella psiche collettiva universale, e una guerra civile straziante tra due fazioni che sono, sì, sproporzionate nella forza come Davide e Golia, ma ambedue accecate dall'odio verso il proprio vicino nemico e dal desiderio di prevaricarlo, i conti non tornano.
Perché questo è sommare torto al torto, danno al danno, orrore all'orrore.
Perché tutto ciò che si ottiene così è di sfiorare il revisionismo e la sconfessione della necessità di non dimenticare mai più quello che è stato il più grande abominio della storia che ci riguardi direttamente.
E' una pratica assai pericolosa, quella di giocare col Giorno della Memoria. Negare, o cercare di offuscare con gli odierni soprusi dei discendenti dei protagonisti, la sacrosanta liceità di sentimenti di vergogna e di sgomento per l'indicibile che avvenne con l'Olocausto, talmente atroce da divenire un tabù, un simbolo del Male assoluto che assolutamente travalica i contorni dell'etnia che ne fu vittima  - assieme ai malati di mente, gli oppositori del regime, gli omosessuali, gli zingari -, come pure i confini di tempo e di luogo e di circostanze, e persino l'identità dei carnefici, per divenire emblema sublime della malvagità e della ferocia di un uomo contro un altro uomo, significa indebolire la coscienza dei popoli, e aprire così la strada ad altri abomini.
E pure stornare gli occhi, con la scusa della cattiveria dei discendenti dei deportati, dalle responsabilità che l'Europa, e l'Occidente tutto, hanno avuto nella follia hitleriana. Nonché nella successiva disastrosa gestione dei sopravvissuti, abbandonati su una "terra di nessuno" in fretta e in furia dall'Inghilterra con l'appoggio dell'ONU per lavarsi le mani di questa scabrosissima vicenda, e per rimuovere un colossale senso di colpa collettivo: ciò che è la radice delle cause della lotta fratricida, ancorché squilibrata a favore di Israele, tra i due contendenti assai meglio fornita di tecnologie di morte, di soldi e di peso politico, di oggi, quella che insanguina la Palestina senza pace, senza concordia, senza giustizia.
Oggi è l'anniversario della liberazione di Auschwitz: sono stati i cadaveri ambulanti che accolsero i russi a bombardare i palestinesi? O lo furono i milioni di bambini, di vecchi, di uomini gasati? Lo furono i cosiddetti musulmani, i morti in vita che finivano i loro giorni molto prima di esser uccisi, nei lager, che nemmeno il Dio Pastore, quello di cui canta l'inno che posto qua sotto, ricoverò e salvò?

"Pur se andassi per valle oscura
non avrò a temere alcun male:
perché sempre mi sei vicino,
mi sostieni col tuo vincastro."

Ripristiniamo l'ordine delle cose, e onoriamo la Memoria.


גַּם כִּי-אֵלֵךְ
בְּגֵיא צַלְמָוֶת,
לֹא-אִירָא רָע
כִּי-אַתָּה עִמָּדִי


שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ,
הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי

27 gennaio 1945, apertura dei cancelli di Auschwitz e liberazione dei sopravvissuti ad opera dell'Armata Rossa sovietica.

sabato 25 gennaio 2014

Una stanza tutta per sé

Oggi è l'anniversario della nascita di Virginia Woolf.

Me lo ha ricordato Carlo, il mio amico regista e letterato, postando forsennati omaggi al suo genio su FaceBook.
(Frattanto, mentre scrivo, sta andando in scena la prima del suo spettacolo sulla memoria della Shoah, I sommersi, che io vedrò in replica domani pomeriggio a Montepulciano: scrivo e penso a lui e alla compagnia, e lo sguardo mi si allarga alle belle vie medioevali del centro città, e poi al panorama fatato della Valdichiana, e non vedo l'ora che sia domani, che io parta per arrivare lì, e per ora incrocio le dita e mentalmente gli grido "merdamerdamerda!")
Ho letto poco e niente, colpevolmente, di Virginia Woolf, nata Stephen, una delle colonne portanti del Novecento, e devo recuperare. Impossibile prescindere dall'apporto di questa scrittrice ed attivista politica intorno alla quale ha ruotato il circolo di tutte le più grandi figure della scena sociale, culturale e politica del suo tempo, e che ha segnato per sempre un confine tra un "prima" e un "dopo" nella concezione della donna, sia col suo impegno che con la sua stessa vita. Fragile, sofferente, scissa interiormente da una malattia psichica che oggi si ipotizza fosse una sindrome bipolare ma per cui all'epoca non si potevano avere certezze di diagnosi né di cure, e allo stesso tempo volitiva e determinata a morire tanto quanto a vivere la vita nella massima intensità; amatissima dall'uomo che la sposò e ne condivise il destino cercando di carpirla, forse più che capirla, e trattenerla accanto a lui, nel suo orizzonte e nel mondo, vanamente, disperatamente, sino alla fine, quando l'ultimo e decisivo tentativo di suicidio di lei sancì l'irrevocabile arresto di quella corsa ad inseguimento, e al contempo impegnata in almeno tre profonde relazioni sentimentali con altrettante donne che influenzarono significativamente la sua vita e le sue opere, ella ha impresso su se stessa prima ancora che sulle pagine dei suoi libri l'irruzione incontenibile della modernità nella narrazione, e anche nella percezione, che l'uomo scrittore - e più precisamente, la donna, e la donna scrittrice e poetessa - fa e ha di se stesso/a e di ciò che lo circonda, e della relazione tra lui/lei e questo.


Qualche giorno fa, per coincidenza, ho visto The hours: il film, da cui è tratto lo spezzone che ho appuntato qua sopra, che intreccia momenti salienti e dolorosi dell'esistenza della Woolf con quelli di altre due donne, apparentemente senza un filo conduttore meno labile del pretesto di un libro della prima, Mistress Dalloway, che viene riferito alle altre due - la prima lo legge, la seconda viene apostrofata affettuosamente col nome della protagonista - in due diverse epoche. Solo nello scioglimento finale tutte le reti sotterranee verranno alla luce, in una maniera che mozza il fiato.

Io ho pianto tanto guardando questo film di rara intensità e bellezza, che parla di Virginia e attraverso Virginia, e attraverso Virginia parla di me, di noi, di tutte; come fossi spezzata a metà, per lunghi tratti, fino al finale, sommersa in egual modo da malessere e profonda emozione, invischiata nella melassa di una storia torbida, trasgressiva delle regole dell'onore e del decoro e della sobrietà e dell'obbligo che abbiamo di essere felici calzando pedissequamente i panni di cui ci rivestono l'ambiente sociale e familiare, che scandaglia nel fondo dell'anima delle donne emergendone col trofeo di intollerabili intimi segreti, ma lo fa con una semplicità e un'essenzialità miracolose, lasciandoti rimescolata a lungo, e infine arricchita. Perché, in qualche modo, io lo so come si sente Virginia, credo di saperlo. L'ho sentito anch'io, per un periodo della mia vita: per fortuna non lo sento più, lo contemplo da lontano come chi è fuggito da un incendio e si volta indietro a guardarlo, ormai al sicuro, ma rievocando senza sforzo l'impressione, il calore, il bruciore in gola, consapevole che basterebbe tornare sui propri passi per farsene riafferrare. Così credo di sapere come si sente Laura Brown, che tra la vita e la morte sceglie, in un'affermazione estrema di se stessa ai limiti del disumano, e tuttavia purissima come il canto di un usignolo, la vita, la sua vita, pagandone fino in fondo il prezzo, e come si sente Clarissa Vaughn, la dolcemente smarrita mistress Dalloway dei nostri giorni, costretta suo malgrado in un agone di lotta tra la genuinità del suo sentimento e la confusa complessità che sente turbinarle dentro, e piena di nostalgia per una felicità mai vissuta. Di sceneggiatura perfetta, implacabile, densa di pathos e di umana empatia, recitato in stato di grazia da tutti gli attori coinvolti, The hours è una thing of beauty che mi ha fatto tanto male e tanto bene. Inscindibili, nel film, così come nella vita, come afferma anche Virginia nel suo Una stanza tutta per sé:  "La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l'altro d'angoscia, e taglia in due il cuore."


Perché "non si può trovare pace sottraendosi alla vita."

mercoledì 22 gennaio 2014

Finding me

Le riflessioni e i preziosi vostri commenti al post precedente hanno trovato curiosa consonanza con un lavoro di una fotografa giapponese scoperto la settimana scorsa su Repubblica.
Lei si chiama Chino Otsuka. Da ragazzina ha abbandonato la sua terra d'origine per andare a studiare in un college inglese, e non è più tornata a vivere in Giappone da allora.
Ha viaggiato anche molto, nel frattempo. Sin da quando era una bambina molto piccola.
Così, rivedendo vecchie fotografie della sua infanzia, le è venuta un'idea.
Di inventare una macchina del tempo, e andare ad incontrare la se stessa bambina nella foto, anni ed anni dopo.


Nasce così il progetto Finding me: Chino torna nel luogo esatto dove è stata fotografata dieci, quindici, vent'anni prima - sul predellino di un treno in Spagna, su una spiaggia in un'isola del Giappone, fuori da una panetteria a Parigi, appollaiata sul parapetto di un ponte sul Tamigi -, si fotografa, e attraverso la foto, opportunamente rielaborata al computer, si accosta all'altra Chino, quella piccola, quella che non c'è più, se non nella vecchia foto. 
E dentro di lei.



L'effetto è straniante, bizzarro in maniera quasi insostenibile. Ma di grande suggestione.
Sono immagini che trasmettono una punta di malinconia, ma al tempo stesso infondono una grande serenità.
Perché ritrovare il proprio bambino interiore, tornare sui propri passi per fargli compagnia e godere della sua, specchiarsi nei suoi occhi, scoprire noi stessi in lui, è riempire il vuoto di un'assenza lacerante, ricomporre la propria ferita esistenziale, ritrovare il proprio posto nel mondo.

Io lo so, perché questo mi capita, ogni volta che per un poco ci riesco.

Poi, quando mi riperdo, mi alzo di lì e vado a cercarmi in un'altra fotografia.

Proprio come Chino.



venerdì 17 gennaio 2014

Il fanciullino

"Sta morendo tutto quello che mi sta intorno. Cose e persone più giovani di me mi muoiono davanti. E io..."
"E tu soffri e non capisci. Com'è il minestrone, Geppino?"
"Il minestrone è buono. Ma tu com'è che mi hai chiamato Geppino? Nessuno mi chiama più Geppino da secoli."
"Perché un amico, ogni tanto, ha il dovere di far sentire l'altro amico come quando era bambino."




(La Grande Bellezza sbaraglia gli Oscar europei, vince il Golden Globe e viene candidato all'Oscar come miglior film straniero. E io lo rivedo per la quarta volta, per espressa volontà del figlio entusiasta, sentendo come mi si svela in ulteriori epifanie minime e folgoranti, come mi si attacca alla pelle con ancor maggiore intensità, quanto mi si imprime dentro con ancora maggiore acutezza, fino a farmi piangere lacrime squisite per l'intensa emozione dolceamara di cui mi inonda, cagionata da scene e dialoghi come questo che qui riporto, e dallo stridore tra la meraviglia mozzafiato delle immagini e la dolente pietas dei volti sfatti e illanguiditi dalla malattia mortale che ciascuno dei protagonisti, come noi spettatori, si porta addosso, che diventa cifra di una cattiva solidarietà estenuata, tenerissima, e che sui titoli di coda, grazie anche alla struggente sinestesia completata dalla nenia musicale dei Kronos Quartet, finalmente trova sbocco e fluisce liberamente, gioiosamente, fuori di me, attraversandomi tutta. Grazie a Paolo Sorrentino, sardonico, arrogante, olimpico, generoso e umanissimo genio, a cui sento di essermi affezionata come ad una persona cara, che con questo film che mi germoglia dentro mi ha regalato una cosa preziosa che mi ha fatto e continua a farmi un gran bene.)

domenica 12 gennaio 2014

I giusti




Caro Arnoldo Foà, come fare a separarsi da te? Tu sei parte dell'immaginario di chiunque, almeno in Italia, sia stato bambino, ragazzo, adulto, dalla prima metà del Novecento in poi. Sei l'indimenticabile malvagio Sir Daniel de La freccia nera, l'ambizioso e ipocrita avvocato Maralli de Il giornalino di Gian Burrasca, sei il capitano Smollet de L'isola del tesoro, sei il magnifico barone di Sigognac del Capitan Fracassa, sei l'inafferrabile ladro, e poi inestimabile compagno di avventure, del sacerdote investigatore ne I racconti di Padre Brown.

Ora che te ne sei andato - dopo una vita lunghissima, rigogliosa, intensa come poche altre - la tua assenza è pesante.

Come è possibile conciliare l'idea che il nostro mondo vada avanti, oggi uguale a ieri, con la percezione di ciò che abbiamo perso con la tua dipartita?  Chi verrà a colmare, ora, la desolazione del vuoto che fino a ieri era il tuo posto sulla terra?  
Nessuno. Ci lasci la tua impronta: un immenso buco non occupabile. Ma un altrettanto immenso tesoro. Di cui ha goduto la moltitudine delle persone che, chi prima chi dopo, tra le sue esperienze di vita, ha avuto la fortuna di vederti recitare: ed è una schiera davvero innumerevole quella che hai accompagnato, arricchito e dilettato, nel corso di una sterminata carriera cominciata ottant'anni fa, e di fatto mai cessata se non con questa definitiva chiusura di sipario.

Chi ha anche avuto il privilegio di sfiorare la tua esistenza racconta di una tua grandezza di essere umano che addirittura travalica quella di artista.



I giusti, nella cultura in cui tu sei nato, sono i Gentili che hanno rispetto per Dio, e per i principi etici contenuti nelle leggi a fondamento dell'alleanza del popolo eletto con lui.
Popolo da cui anche tu sei disceso (e origini ingombranti anche per te: nonostante la tua autonomia dalla religione, il tuo professarti ateo, l'appartenenza alla stirpe ebraica per la fanatica tirannia fascista era una macchia che non si poteva emendare, e per questo anche tu subisti l'infamia delle leggi razziali).
Dunque tu, tecnicamente, non puoi essere un Giusto.
Eppure lo sei stato, giusto. Nel modo creativo, ampio, imprevedibile che immagina Borges, e che tu qui reciti.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.


Sei stato tutto questo e molto di più:
il che dà la misura della straordinarietà della tua persona.

Ti sia lieve la terra. Che per noi, da oggi, senza te, si fa più arida e solitaria.

mercoledì 8 gennaio 2014

Philomena

Pensava: Di tutte le frasi del passato le più dolorose sono quelle scritte nella speranza di farsi amare.

Ballando al buio

Io premetto una cosa: voglio bene a Pierluigi Bersani.
Non da oggi, non da un mese, non da un anno. Da tanto.
Lo stimo, ho fiducia in lui, e ho sofferto nell'assistere ai tradimenti, ai travagli e alle umiliazioni che gli hanno inflitto i suoi avversari, e anche i suoi compagni di partito, dopo le ultime elezioni.
Già allora temetti che si ammalasse per lo stress e per il dispiacere. Perché lo vedevo umano, sincero: una persona perbene. Una delle poche rimaste nell'agone sozzo della marcia politica italiana.

Adesso quella mia nefanda profezia di sventura pare si sia avverata.
Io incrocio le dita e prego per lui, perché, ripeto, gli voglio bene. E lo voglio qui al mondo assieme a me.

Ho ascoltato il fratello medico - che ha contribuito a salvargli la vita, comprendendo subito la gravità del suo stato e accompagnandolo in ospedale senza indugio - commuoversi nel descriverlo "un duro mite", e uscirsene poi con una cosa come questa:

"Può darsi che qualche stress di troppo possa avere generato qualche picco pressorio di troppo. Però pensiamo tutti ai picchi pressori che deve avere un padre di famiglia che non ha lavoro". 

e poi questa: 

"Più sono presenti ansia e preoccupazione, più sei esposto. Per questo non voglio incolpare nessuno: anche l'infortunio fa parte del mestiere, e Pierluigi il mestiere di politico se lo è scelto".

Non una parola acrimoniosa, un accento amaro o polemico, nei confronti di tanti avventurieri di mezza tacca che si sono comportati e si comportano ancora in modo pessimo, cialtroni senza faccia, senza senso dello Stato, senza decoro, senza dignità; non una recriminazione, un guizzo di rammarico per l'imbecillità mostrata dai tanti dementi connazionali che hanno ritenuto lecito sversare, su giornali come Repubblica o Il fatto quotidiano, a corredo degli articoli della notizia del malore del fratello, il putridume infetto delle loro viscere in commenti osceni del genere "la prima buona notizia dell'anno" o "speriamo che finisca bene, speriamo che muoia".

Ecco, Pierluigi e la sua famiglia sono molto, molto più bravi di me.

Se proprio devo cercare una cosa che non mi piace di lui, trovo che sia nei gusti musicali: lui è un notorio adoratore di Vasco che a me fa cordialmente cagare.

Perciò non me ne vorrà se, per augurargli una serena notte, scelgo una canzone che non è di Vasco, ma di un gruppo che comunque per metà è suo conterraneo: gli Stadio.

Di cui, per conciliargli il sonno e i sogni, posto una delle canzoni più lievi, più belle.

(Ora mi ritiro e lascio Gaetano qui a cantare sommessamente. E lui a ballare al buio. Buonanotte, Pierluigi, auguri di ogni bene)

giovedì 2 gennaio 2014

Domenica e lunedì

Ho passato una notte di San Silvestro serenamente e pigramente a casa, buttando ogni tanto un occhio  assonnato al pc.
Avendo così modo di festeggiare Capodanno in compagnia virtuale di parecchi miei contatti. Che ho visto per lo più continuare a postare lagnanze ed insulti indirizzati all'anno morente, inflazionandomi il rullo della home con cose del tipo: "sbrigate ad annattene, 2013 de merda" o "un anno peggio de questo deve ancora venì' " o "il peggior anno della mia vita".
Non ce n'era uno connesso, praticamente, che non aggiungesse il suo granulo avvelenato a 'sto sacco di stricnina.
Un'amica me l'ha pure mandato via sms un augurio siffatto: "bella, ti auguro un 2014 migliore di questo... e penso non ci voglia molto".
Per vincere l'irritazione ho immaginato che alludesse al lutto che nel 2013 mi ha colpita.
Perché, sì, conosco gente che avrebbe mille motivi - me compresa, sulla carta - per pensare che il 2013 non abbia coinciso con un periodo felice della sua esistenza. Gente che ha visto morire o ammalarsi persone care, che ha perso il lavoro, o ha subito qualche altro rovescio pesante.
(Per inciso ho un'altra amica che nell'ultima parte dell'anno ha fatto bingo, riuscendo ad inanellare un lutto in famiglia, un dramma per la scoperta di una malattia gravissima di un altro membro della medesima, e un licenziamento senza preavviso per crack finanziario della ditta in cui lavorava. Eppure il suo messaggio di auguri, giuntomi stamane, cominciava con: "Buon anno, cara, ti auguro tutte le cose che desideri e tanta serenità". Per dire.)
Ma sono un'esigua minoranza, rispetto all'immensa totalità dei lamentosi.
Sì, sarà vero, viviamo in tempi bui, cupi. Però finché il querulante sta col sedere al caldo dietro un pc poggiato sul desco familiare, in mezzo ai parenti satolli, in ferie dal lavoro e con la pancia piena, oppure con uno smartphone da seicento euro minimo in mano a postare compulsivamente mentre fa il trenino con il cappelletto di carta in testa, la trombetta in bocca e i coriandoli al collo, non mi sembra che ci sia ancora da sputarci in toto in questo modo, su questa merda di vita.
Che oltretutto, se ci è andata da cani, che c'entrano i giorni e i mesi dell'anno? Con la misura del tempo, poi, che è una mera convenzione immateriale. Perché gettare sempre addosso al primo che passa - l'anno, nella fattispecie - la responsabilità delle nostre defaillance o dei nostri fallimenti?
Sospetto che quest'attitudine da perseguitati al piagnisteo e allo scaricabarile sia molto italica. Il classico "chiagni e fotti" che i nostri conterranei hanno fatto assurgere ad arte sopraffina.

Io invece, nonostante la morte di mio padre, ho salutato con affetto il 2013 che se n'è andato. Perché è stato un anno in cui finalmente ho cominciato a prendere contatto con me stessa. Ad acquisire consapevolezza della mia persona. A conoscermi. A innamorarmi un po', anche, di me.
Non lo cambierei col 2012, per esempio, manco per il ciufolo. Il 2012, un anno in cui sono morta dentro, e ho rischiato di morire sul serio.
L'anno appena passato, invece, ho preso a rivivere. O, meglio, ad avere coscienza di vivere.

Auguro questo a me, e a tutti noi. Che il nuovo anno, questo 2014 nuovo di zecca, sia un tempo intenso, intensamente percepito, senza che se ne perda un attimo. Perché il tempo che ci è concesso su questa terra è un bagliore di luce troppo bello, e troppo breve, per sprecarne anche solo un minuto.

Dopo domenica è lunedì.

Buon anno.