e bella in ciel sereno
la luna il viso argenteo
mostrava lieto e pieno...
Quando suonar per l'aere,
infino allor sì muto,
dolci s'udiro e flebili
gli accordi di un liuto,
e versi melanconici
un Trovator cantò.
Versi di prece ed umile
qual d'uom che prega Iddio
in quella ripeteasi
un nome...il nome mio!
Corsi al veron sollecita...
Egli era! egli era desso!...
Gioia provai che agli angeli
solo è provar concesso!...
Al core, al guardo estatico
la terra un ciel sembrò.
(E' sera, rientro a casa afasica, sfinita da una drammatica seduta di terapia che ha somigliato in tutto e per tutto all'esorcismo di una posseduta, e vedo sorpresa volgere gli eventi al positivo in una progressione che ha del miracoloso: la gattina mi inquadra sull'uscio e istantaneamente comincia a fare le fusa, il ventenne apatico mi accoglie sorridente, la giacobina mi chiede con dolcezza di darle una mano a riguardare il suo saggio su Giuseppe Verdi. Io lo leggo assieme a lei, ancora scossa dall'esperienza maieutica appena conclusa, e ad ascoltare i dolori e le passioni dell'uomo e dell'artista vengo travolta dall'emozione, mi scendono le lacrime, e allora quella, continuando a sorprendermi, invece di innervosirsi come d'uopo comincia timidamente a postare dal tubo, una dopo l'altra, in un crescendo di entusiasmo, le arie d'opera che le ho fatto conoscere e che le piacciono, per lo più verdiane, ma anche qualcuna tra le più note pucciniane, solo quelle cantate dalla Tebaldi però, perché è lei, a casa nostra, la preferita nella storica tenzone tra le due soprano rivali, e io ad un certo punto tiro fuori questa, di cui sono innamorata sin da bambina, e mi dà subito la stessa consolazione di allora: anche se ora non mi provoca sussulti né alimenta sogni romantici, solo mi dona pace, oscura e vellutata, nel constatare che sì, adesso questa notte, finalmente placida, tace, la luna argentea in cielo è davvero quasi piena, e nel silenzio amplificato, nella quiete serena, par davvero di udire, da immense lontananze, da dentro l'anima mia, il suono flebile, quasi inavvertibile, ma nitido e chiaro, della voce del Trovatore che mi chiama, che chiama proprio me, senza incertezze, senza fallo, mi riconosce, mi nomina, ed ecco, io ora esisto, sotto questo cielo, abbracciando il mistero, in questa notte tranquilla, in questa minuscola porzione d'infinito)