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lunedì 3 giugno 2013

Insieme




Dunque, complice l'anfitrione e pronubo Aldo il Monticiano sabato scorso a Roma si sono incontrati e misurati in singolar tenzone intorno ad un tavolo (e che tavolo!) un poker di re e uno di regine: il grande Carlo, l'ottimo Massimo illustre discendente del nostro ospite, Alfredo e Franco, i due valorosi consorti della Cri che vi parla e della formidabile Sandra, anch'esse presenti e costituenti la metà del mazzo delle sovrane insieme all'altra metà, formata dalla piacevolissima sorpresa (per me che non la conoscevo ancora) Erika, e dalla meravigliosa Ambra.

La sublime disfida, apertasi a mezzogiorno, si è protratta sino alle sedici senza che alcuno di noi desse segni di disfatta. C'è bisogno di descrivere le interminabili delizie gastronomiche che ci sono state ammannite, o di narrare la nostra eroica resistenza nel fronteggiarle? Io dico di lasciar spazio alla più fervida fantasia: chi immaginasse un banchetto imperiale dei tempi del Divo Augusto non commetterebbe fallo.

Non è invece apprezzabilmente immaginabile la mia gioia nel riassaporare l'abbraccio e la presenza di persone che ho imparato in tutti questi mesi a considerare care al mio cuore: tranne Aldo, che vedo spesso, Massimo, che vedo ogni tanto, e Alfredo, che vedo tutti i giorni, gli altri disertavano il mio sguardo da oltre un anno. E ne avevo davvero nostalgia.

Il tempo è passato troppo in fretta: quattro ore sono volate come pochi istanti. Ore in cui non avrei mai creduto di sentirmi così felice, così in stato di grazia, così al posto giusto nella vita.

Non avrei mai pensato di emozionarmi sentendo descrivere il fantastico, esaltante mondo dell'aceto di Modena. Che bel modo di impiegare un pezzetto di esistenza, stare assieme a voi.

Non vedo l'ora di rivedervi.

E' stato immensamente bello trovarci e ritrovarci... Insieme.




martedì 15 maggio 2012

Les Galapiats



Allora: Torino è bellissima. Come sospettavo. (E si consideri pure che chi, come me, vive in una città eccezionale come Roma, è alquanto difficile da impressionare o entusiasmare.)

I torinesi pure. Ne ho avuti numerosi esempi, diretti e indiretti, simbolicamente riassumibili nel felice incontro con una bella e grande donna che, dopo aver brillato per mesi nel mio piccolo amato universo virtuale, ha accettato di uscire dallo schermo, diventare vera per me, e donarmi la stretta calda, forte e dolce delle sue parole e dei suoi abbracci.

La gita scolastica lo è stata altrettanto.

Siamo proprio un gruppo assortito di galapiats, come si chiamavano i ragazzi del telefilm simbolo della mia infanzia. Ci sono gli indomiti protagonisti, i nerd geni trascinatori, i gregari operosi e indispensabili, i battitori liberi, le belle ardimentose, tutti uniti da un medesimo interesse, dalla nostra collettiva ricerca del tesoro, per perseguire la quale abbiamo bisogno gli uni degli altri. Come loro viviamo, sublimata nel forum. un'avventura ricca di emozione, divertimento e fantasia. E quando ci troviamo insieme ci riconosciamo, in un'atmosfera di affetto e sintonia che si fa subito d'intensità palpabile.

Con tanti di loro mi ero già vista più volte. Certuni posso considerarli proprio amici, so di voler loro bene, di provare un calore in petto quando penso a loro. Alcuni scelti rappresentanti di questa categoria compaiono nella piccola foto che ho inserito nel blog, colta in un momento idilliaco, su un ponte del LungoPo, ai piedi della famosa collina, vicino al magnifico parco del Valentino. Con un piccolo, residuo manipolo invece è stata la prima occasione di conoscenza reale, dopo mesi, magari anni, di sporadici rapporti virtuali. E mi si è rinnovata la solita eccitante, appagante esperienza di pienezza. Per uno specificamente avevo curiosità ormai spasmodiche, simpatia e stima che necessitavano di esser infine indirizzate verso un viso, un nome, una fisionomia precisa. Anche queste sono riuscita a soddisfare, con un senso di mera gratitudine.

E poi c'erano anche altre due persone. Due persone in particolare, che da sole costituivano per me una buona metà delle motivazioni dell'intero viaggio. Due esseri umani con i quali, per motivi diversi, avevo sentito di avere un legame autentico, merce così rara qua dentro. Due uomini, uno più maturo, l'altro giovane filibustiere, che avevo estrema necessità di abbracciare.

Ce l'ho fatta. Quando li ho visti il cuore mi si è aperto, e ho saputo di non essermi sbagliata. Li ho stretti a me in successione, carezzando i loro visi, le care fattezze viste tante volte in foto e mai potute sfiorare fino ad allora. Prima il più vecchio. Poi il più giovane. E ho ovviamente battezzato il magico momento con le lacrime. Di gioia, per una volta, finalmente. Semplice, purissima e autentica gioia.

Guardandomi mentre mi rovesciavo sul vestito la coca che mi aveva offerto nella foga di investirlo con una valanga di parole, lo scontroso e tenero filibustiere ha commentato "sei una bambina, Cri". Dimostrando di comprendermi davvero. E dandomi non poco ristoro.


E quando poi, in un carosello di taxi, clacson, esclamazioni, la compagnia alle tre di notte si è sciolta, trasportando ciascuno al suo destino - chi ad un treno, chi ad un pub dove continuare a tirare mattina insieme ai più tenaci, chi in albergo, chi all'aereoporto - ho avuto davvero la sensazione che si prova quando, alla fine di un campo estivo, i ragazzi si salutano cantando la canzone dell'addio e combattono la nostalgia del distacco cominciando a pensare al prossimo incontro.

Io, dal canto mio, ho cacciato fuori un paio di ulteriori lacrime rivolgendomi al filibustiere con la stessa appassionata e pudica emozione con cui nel video l'angelica Marion si approssima al suo primo amore Jean-Loup.

"Ciao, stronzone, c'ho speranza di vederti un'altra volta prima di morire?"
"Dai, scema, magari una volta ci vengo a Roma."
"Vaffanculo" ho risposto commossa, coprendolo di baci.

venerdì 6 aprile 2012

The windmills of your mind

Sto piangendo. Senza amor proprio, senza vergogna. Ma tanto è venerdì santo, giorno adatto.
Piango sempre quando ascolto questa canzone.
Spesso me la metto apposta.

Ci vuol poco a farmi piangere, comunque.

Piango come estremo atto di comprensione. Quando non riesco ad esprimere quello che sento dentro. Quando non riesco a capire quello che gli altri hanno dentro. E mi pare che le lacrime purifichino, diano un'estrema trasparenza a tutto.
Piango di smarrimento, di speranza, di dolore. E piango anche di gioia. Soprattutto quando entro qua dentro e leggo i vostri commenti. Grazie.
Auguro a tutti la resurrezione. Anche a me.



Round, like a circle in a spiral
Like a wheel within a wheel,
Never ending on beginning,
On an ever-spinning reel
Like a snowball down a mountain,
Or a carnival balloon
Like a carousel that's turning
Running rings around the moon
Like a clock whose hands are sweeping
Past the minutes on its face
And the world is like an apple
Spinning silently in space
Like the circles that you find
In the windmills of your mind!
Like a tunnel that you follow
To a tunnel of its own
Down a hollow to a cavern
Where the sun has never shone
Like a door that keeps revolving
In a half-forgotten dream
Like the ripples from a pebble
Someone tosses in a stream.
Like a clock whose hands are sweeping
Past the minutes on its face
And the world is like an apple
Spinning silently in space
Like the circles that you find
In the windmills of your mind!
Keys that jingle in your pocket
Words that jangle in your head
Why did summer go so quickly?
Was it something that I said?
Lovers walk along a shore
And leave their footprints in the sand
Was the sound of distant drumming
Just the fingers of your hand?
Pictures hanging in a hallway
or the fragment of a song,
half-remembered names and faces
but to whom do they belong?
When you knew that it was over
Were you suddenly aware
That the autumn leaves were turning
To the color of her hair?
Like a circle in a spiral
Like a wheel within a wheel
Never ending or beginning
On an ever-spinning reel
As the images unwind
Like the circles that you find
In the windmills of your mind

(libera traduzione, che ho scovato su un blog, per Aldo:

Come cerchio in una spirale
Una ruota nella ruota
Senza inizio né fine,
Su una ruota in eterno movimento
Come una palla di neve giù da una montagna
Un palloncino di carnevale
Come un nastro che gira
Disegnando cerchi attorno alla luna

Come lancette
Che spazzano via i minuti dall’orologio
E il mondo è una mela
Che gira silenziosa e lenta
Nello spazio
Come cerchi che ritrovi
Tra i mulini della mente

Come un tunnel che percorri
Per arrivare in un tunnel,
Giù dal vuoto in una caverna
Dove il sole non è mai apparso
Come una porta che gira in eterno
In un sogno per metà dimenticato
Increspature d’acqua di una pietra
Gettata in un fiume.

Come lancette
Che spazzano via i minuti dall’orologio
E il mondo è una mela
Che gira silenziosa e lenta
Nello spazio
Come cerchi che trovi
Tra i mulini della mente

Rumore di chiavi nella tasca
Parole che risuonano nella mente,
Perché l’estate è stata così breve,
È per qualcosa che hai detto,
Amanti camminano lungo la riva,
Lasciando impronte nella sabbia
È stato il suono di una musica lontana
O Solo le dita della tua mano.

Fotografie appese nella stanza
E un frammento di questa musica
Nomi e volti ricordati a metà
Ma che appartengono a qualcuno
Quando sapevi che era finita
Quando hai improvvisamente capito
Che le foglie d’autunno erano divenute
Del colore dei suoi capelli

Come un cerchio nella spirale
Una ruota nella ruota
Senza inizio e fine,
Su una ruota in eterno movimento
Immagini che passano
Come il cerchio che ritrovi
Tra i mulini della mente

Fotografie appese nella stanza
E un frammento di questa musica
Nomi e volti ricordati a metà
Ma che appartengono a qualcuno
Quando sapevi che era finita
Quando hai improvvisamente capito
Che le foglie d’autunno sarebbero divenute
Del colore dei suoi capelli

Come un cerchio nella spirale
Una ruota nella ruota
Senza inizio e fine,
Su una ruota in eterno movimento
Come immagini che passano
Come cerchi che ritrovi
Tra i mulini della mente.)

mercoledì 4 aprile 2012

La chanson des vieux amants

Sabato, domenica, lunedì e martedì: per quattro giorni di fila ho, per un breve o ampio lasso di tempo, sospeso la mia quotidianità varcando i cancelli d'entrata di Villa Borghese, l'antico cuore verde di Roma, dall'ingresso di Valle Giulia.
Sabato e domenica ne ho fatto esperienza in compagnia di due diverse persone con le quali, per differenti motivi, ho, al presente, un rapporto significativo - il primo dei due, soprattutto, nato per caso e approfonditosi in maniera per certi versi poco comprensibile, gravato da una sorta di irrazionalità di fondo e per questo vissuto sempre con il grato e trepido stupore di aver trovato qualcosa di rara ma fragile, eterea e impalpabile bellezza che maneggio incredula, goffamente delicata, tra sconquassi di gioia e sofferenza per il costante timore del fatale momento in cui mi si frantumerà tra le dita, o svanirà all'improvviso in un battito di ciglia.
Ieri e l'altro ieri invece l'ho vissuta da sola.
Ieri di fretta, in una fugace sortita non prevista e non andata a buon fine, compiuta con addosso il familiare malessere di sentirmi mancare la terra sotto i piedi, l'usuale orgasmo che mi affanna il respiro quando tento di stringere l'illusione di star spostando l'asticella del baratro un po' più in là, di aver procrastinato ancora di un poco il redde rationem. Provando una fottuta nostalgia dell'effimera felicità agguantata nemmeno ventiquattro ore prima, sperando con tutta l'anima di ritrovare l'amore scoperto, e a quanto pare già perduto, solo il giorno precedente. Lunedì.

Perché lunedì mi capita qualcosa di eccezionale. Decido di seguire un impulso, un'intuizione non ben definita ma promettente. Mi viene improvvisamente voglia di chiudere un cerchio, e per farlo torno a Villa Borghese con la calma e il gusto di chi compie l'ultima tappa di un viaggio e assapora l'arrivo ad una meta insperatamente felice: una splendida e incognita solitudine. Non c'è due senza tre. Un, due, tre, stella, gridano i bambini giocando ad avvicinarsi alla tana. Tre, numero perfetto. Sabato, domenica e lunedì. Occhi castani, occhi verdi, occhi miei. Giovane uomo, donna matura, me, creatura sintesi delle altre due. Perfetta. Completa in me stessa.
Io emozionata, io vibrante, come al solito. Ma senza legami, che possano spezzarsi ferendomi. Viva, ricettiva, ma con un'aura protettiva, un guscio di energia buona che impedisca il mio solito disperdermi.
Io densa, io tridimensionale. Me ne accorgo forse per la prima volta. Non confusa, diffusa, ma solida e sicura. Non smarrita, proiettata nel passato o in un futuro incerto, ma presente, gravida del mio essere qui e ora.
Alzo il viso oltre le cime degli alberi più alti a bere cielo, incorporarlo in me con lo sguardo. Lascio impronte sulla terra, solchi nei mucchi di ghiaia. Stringo la mano e sento sul palmo la consistenza di velluto dei miei polpastrelli. Ci sono, e non ho bisogno di specchiarmi in nessuno per averne conferma. Non ho bisogno di niente e di nessuno. La polarità si è invertita, sono io il magnete, e invece di essere attratta attraggo io tutto a me, i rami frondosi, le infiorescenze, gli uccelli, le persone che mi passano accanto. Lo splendore che mi circonda si riflette su di me e ne viene arricchito.
Sono libera, e sola, e piena, e autonoma, bastante a me stessa. Amo. Mi amo.
Il sentimento prorompe dentro di me, mi travolge. "Ti amo, Cri!" la mia voce mi squilla nell'anima, più e più volte, in molti e molti toni ed accenti, inebriandomi fino alle lacrime.
Ho finalmente trovato l'amore della mia vita.

Mon amour, mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour, de l'aube claire jusqu'à la fin du jour je t'aime encore, tu sais, je t'ame.





Certo ci fu qualche tempesta
anni d'amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c'era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.
Mio amore mio dolce meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c'é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c'é peggior insidia
che amarsi con monotonia.
Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.
Mon amour
mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
de l'aube claire jusqu'à la fin du jour
je t'aime encore, tu sais, je t'ame.


lunedì 26 marzo 2012

Un passo dopo l'orizzonte

"Cri, basta pensare al male che hai ricevuto, esserne schiava, coattivamente indotta a riviverlo. Devi cessare di fartene fare ancora. Devi ribaltare il punto di vista: non è che perché hai sofferto nella vita devi continuare a soffrire. Al contrario, ora devi pretendere il giusto risarcimento che ti spetta. Sii esigente, goditi ogni attimo, piglia tutto quello che puoi, è un tuo diritto sacrosanto. Smettila di elemosinare affetto e considerazione. Da chiunque, fosse anche tuo marito, fossero i tuoi figli. Datti importanza, tutelati, non mendicare. Non ne hai bisogno, affatto."

Ho cambiato canzone nel mio walkman. La ascolto mentre cammino nella mattina odorosa di primavera, avvolta dal tepore del sole, dagli abbracci degli sguardi della gente, dalla vicinanza dei miei colleghi discretamente rompicoglioni, dalla carezza di due occhi verdi impressi nel mio cuore, dal calore di una telefonata ricevuta ieri sera, dal pensiero grato di persone che ho incontrato, sfiorato, nelle quali ho impresso la mia umanità, scambiandone un po' con la loro.
E se qualcuno mi ha aperto l'anima, nutrendosi di me, senza ricambiare, beh, io lo perdono. E lo amo lo stesso. Non può farmi del male, davvero, in fondo. Ne ho una riserva inesauribile, di amore, non mi ha sottratto niente. Io continuo ad amare. Amo, e amerò ancora. Finché vivrò.
E voglio telefonare al mio amico d'infanzia. E voglio sistemare i miei DVD, e leggere il mio nuovo Flaiano e la mia nuova Gimenez-Bartlett. E vedermi There must be the place, e tutti gli altri film che ho comprato. E non vedo l'ora che arrivi Claudio.
Mi sono rimessa in piedi anche stamattina.
Buona settimana a tutti.



domenica 26 febbraio 2012

Una giornata particolare

C'è un piccolo sussulto nell'universo quando le anime di tre esseri umani in diverse stagioni della vita, di genere diverso, provenienti da epoche e luoghi diversi, con bagagli di esperienze diverse, fardelli di dolori diversi, scrigni di ricchezze diverse, ad una data ora di un dato pomeriggio di un dato giorno intersecano ad un crocevia le loro diverse esistenze, scoprendo, in quella breve sospensione spaziotemporale, di capirsi nel linguaggio comune di un'identica, medesima giovinezza.

domenica 19 febbraio 2012

Così lontani, così vicini

Di diversità e di cose incomprensibili e assurde e di rapporti tra le persone e auguri ad Angie per il suo compleanno. <3


Some of us laugh,
Some of us cry,
Some of us lay back - watch the world go by.
Some of us fear,
Some of us hate,
Some of us won't wake up 'till it's too late!

The distance between us is a mystery to us all,
The difference between us is so small!

There are no answers, only questions
And we're all strangers to the truth
But in my mind's eye
I have found the reason why
And I carry the burden of the proof.

Why do we fight?
Why do we fall?
Why do we stand there - backs against the wall?
Why don't we change?
Why don't we try?
Why don't we turn 'round, help the other guy?

The distance between us is a mystery to us all,
The difference between us is so small!

There are no answers, only questions
And we're all strangers to the truth
But in my mind's eye
I have found the reason why
And I carry the burden of the proof.

domenica 29 gennaio 2012

Friends/3

[17:11:06] Cri: ho deciso che da oggi in poi conierò un nuovo termine per certe relazioni
[17:11:11] Cri: amicizia non mi soddisfa
[17:11:18] Cri: lo chiamerò "rapporto significativo"
[17:11:39] Cri: "chi è questa persona per te?" "una con cui ho un rapporto significativo"

venerdì 23 dicembre 2011

So this is Christmas



La malinconia mi preme sul cuore come una palla di neve. Però non è più angoscia. E' un dolore dolce, sereno, triste, consapevole. Come quello di chi si prepara ad un distacco da qualcosa che gli è stato tanto, troppo caro.

Buon Natale.

lunedì 19 dicembre 2011

Love actually

Però voler bene alle persone, di quale formidabile scudo protettivo mi dota. Tanto che in certi sublimi, esaltanti momenti arriva a farmi quasi sentire invulnerabile.


Quando amo, davvero, non ho più paura.

lunedì 24 ottobre 2011

Ave Maria

Essere scoordinate psichicamente è un casotto. Ma porta anche i suoi vantaggi, sempre gratuiti perché slegati da ogni contesto e dunque assolutamente e gioiosamente imprevisti.
Ad esempio in un lunedì mattina di fine ottobre puoi esserti dovuta svegliare accessoriata dei soliti quindicimila pensieri seri, meno seri e ridicoli che ugualmente ti tormentano il cervello ma col corredo dell'aggiunta di doverti lavare a pezzi scaldando l'acqua sul fornello perché la caldaia ha deciso (di nuovo) di non accendersi, puoi aver dovuto andare al lavoro sotto un cielo plumbeo e in più scoprendo che il pugnale da mesi piantato nel tuo petto ti si è improvvisamente spostato dietro, profondamente conficcato nella scapola destra, regalandoti un attacco di artrosi cervicale come non ne avevi da anni, col dolore che ti si propaga in scariche elettriche per tutto il braccio fino a comprometterti l'uso del pollice opponibile e per conseguenza la tua funzionalità lavorativa, eppure poi però lo stesso, fregandotene di tutto, puoi trovarti a salire le scale dell'ufficio e dopo a varcare la soglia del piano in frenetica e ilare danza al ritmo dei tamburi che cadenzano la seconda strofa de i treni a vapore che ti sparano nelle orecchie le solite cuffiette del tuo vetusto walkman, in preda ad uno dei tuoi non infrequenti attacchi di ottimismo e giocondo entusiasmo.
Buona settimana, mondo.



E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

mercoledì 12 ottobre 2011

La ragazza che giocava con il fuoco

E' inutile, non ce la possiamo fa'. Facciamoci un esame di coscienza, Cri, ed ammettiamo la nostra assoluta inadeguatezza in materia. Se uno nasce tondo non può morir quadrato. Accettiamoci, e accogliamo con serenità la presa d'atto della nostra penuria: questa potenzialità ci manca del tutto. Siamo fallate, orbe di alcuni utili accessori, siamo il modello base, il grado zero. 
Lo so, tu scalpiti, testarda, avida e volitiva come sei, anche perché tu le palle ce le avresti; ma dentro a questa donna dissociata ci sono pure io, che invece non so' nemmeno in grado di acchiappar farfalle col retino o granchi col secchiello, e ti intralcerei in maniera catastrofica. Rassegnati. Non è colpa mia se a te t'hanno rinchiuso e hanno mandato in giro solo me per tutta la vita. Mi dispiace, ahò, che te posso fa'? Ammazzarmi per farti un favore non posso, farei fuori anche te. E con l'occasione lo rammento pure a te, eh. Ti venisse qualche strana idea in testa.
Però, dai, su, ora non fare il muso. Dai, girati e, ahia, non mi graffiare. Mordermi non mi morderai, oggi, vero? Che oltretutto ti sei appena saziata, almeno in una delle tue golosità. Il nostro amico gelataio bengalese ci ha appena fatto da Fassi un cono da tre euro al prezzo di due: non ti pare già soddisfacente come forma di compensazione? Almeno un pochino?

lunedì 5 settembre 2011

Beautiful minds

"All'università non sapevo scegliere tra matematica e filosofia. Allora ho fatto fisica."
Questo mi ha detto circa un anno fa un amico qua dentro. Un giovane fisico.

L'ho risentito stanotte.
"Azz, non dirmi che tuo figlio ha preso fisica"
"Non so ancora, dovrà decidere tra pochi mesi. Deve fare il quinto..."
"Io gli auguro una vita migliore. Ma alle volte il destino è invincibile."

Mi piacerebbe che mio figlio prendesse fisica.
Non ho mai parlato tanto in tutta la mia vita, e con tale profondità ed intensità nella discussione, con le persone come in quest'ultimo anno ho fatto con i fisici.
Non ho mai affrontato conversazioni più divertenti e stimolanti di quelle con loro.
Non ho mai trovato gente così difficile da definire, in perenne bilico tra una capacità di spaziare con la mente verso l'infinito e la tendenza a stringere il fuoco su ogni dettaglio con perfetta minuzia e puntigliosità, come loro. Anelanti ad immaginare un assoluto costantemente parametrato sulla visione del relativo.
Non m'è mai sembrato di stare così in sintonia, in complementarietà con gli individui come con questi tizi qui. 
E pensare che di fisica a scuola non c'ho mai capito niente.

lunedì 22 agosto 2011

Parole, parole, parole

Non sono una ragazza d'azione, io. Sono una seguace della parola.

Chiacchierona enfatica, come tutte le persone timide, perché non reggo i silenzi, non solo parlo a raffica, mangiandomi le sillabe, ma pure grido. Mi accaloro talmente tanto nel parlare che la mia voce sale sempre di più di tono e volume. Gesticolo anche parecchio, in modo piuttosto scomposto, rischiando di urtare cose e persone, farmi schizzar via le cose di mano, rovesciare eventuali bevande o buttarmi addosso il gelato.
Mi piace ascoltare il suono della mia voce, che so essere udita dall'esterno stridula e un poco roca, con un retrogusto di impercettibile melodiosa mitezza. 
Sono un'aspirante affabulatrice, mi diletto a seguire i fili dei miei processi logici, a narrare episodi drammatizzandoli come fossero miti archetipici, risalendo alle origini della notte dei tempi, facendo sospensioni, digressioni, parafrasi. 
E, a parte le sofferte circostanze in cui divengo afasica per la vergogna o lo scoramento, di solito in una discussione non mollo mai.

Ma non è solo questo, non è tutto qui.

Non so bene perché, per me la verità raccontata dalle parole assume concretezza con una forza che sopravanza, potenzialmente, quella della realtà fattuale. Forse l'essere stata in contatto simbiotico dalla nascita e per tutti i lunghi anni dell'infanzia e della giovinezza con una persona priva di vista, che mi costringeva a relazionare costantemente su ogni immagine che vedevo, ogni atto a cui mi accingevo, ogni evento a cui assistevo, perché dovevo portarle il mondo sulle ali della parola acciocché esso acquisisse per lei validità e significato, mi ha modificata, rendendo diversa la mia concezione della comunicazione negli approcci e nei rapporti con le cose e con gli individui.
In me la parola proferita può arrivare a sostituire il comportamento, nel bene e nel male. Per cui spesso mi illudo di aver espletato doveri sociali o familiari semplicemente per averne ragionato a voce, demandandone il compimento ad altri. Oppure che un'accalorata discussione speculativa possa efficacemente surrogare un'intera serie di gesti, di movimenti, di cui non riesco a sobbarcarmi la troppo semplice ed ordinaria fatica. Ma me ne servo anche per gestire i miei impulsi ad atti di violenza, gli scatti di rabbia che in me sono frequenti. Mi sfogo a parole, vomito minacce ed insulti terribili, descrivo nei dettagli intenzioni di crimini efferati e depotenzio così la mia carica aggressiva. Certo non è bello, ma è meno dannoso e socialmente più accettabile del mettersi a spaccare tutto e tutti caricando a testa bassa senza discriminazioni o riguardi per chicchessia.

Ma se mi appassiono alla parola detta, vengo letteralmente folgorata dalla parola scritta.

L'ho sempre amata, è stata nelle prime decadi della mia vita un'amica, la più fedele, sovente l'unica. Ho letto e scritto in sovrabbondanza, ricavandone il più grande conforto e piacere dell'esistenza. 
Poi, col passare del tempo, le occupazioni materiali dell'età adulta hanno preso il sopravvento dentro di me, ed io mi sono come intorpidita. Sono entrata in letargo. 
Vivo da molti anni con persone che alle parole preferiscono i fatti, ritenendo le prime un inutile orpello dei secondi.
Sul lavoro, poi, sono assediata da una semplicità culturale ed intellettuale che arriva nei non rari casi estremi alla povertà di spirito, alla grossolanità e rozzezza. Il livello di comunicazione orale è per lo più elementare, per cui è un continuo dover tarare al ribasso la complessità e vastità dei miei ragionamenti per entrare in rapporto con i miei simili. La produzione di documentazione scritta rispecchia ovviamente questa attitudine mentale, limitandosi ad un inanellamento di formule precodificate e nemmeno ben comprese, al confezionamento di una sorta di patchwork verbale fatto con ritagli raffazzonati. E per fortuna, ché in mancanza di una falsariga molti si producono in interpretazioni lessicali e sintattiche della lingua italiana a dir poco sconsolanti.


Però negli ultimi dodici mesi, sbarcando nel mondo virtuale che è mondo di parole, ho riscoperto qualcosa che era già, ma di cui non riuscivo più a rendermi pienamente conto.
Di come le parole scritte, certe parole scritte, hanno il potere di suscitarmi emozioni come poche altre cose al mondo. 


Qualcuno potrebbe credere che l'espressione verbale, mancando del riscontro dei sensi, sia improntata ad una rassicurante asetticità. Un modo per esporsi mantenendo un diaframma protettivo tra il trasmettitore ed il recettore.
Invece per me è proprio il contrario: quando leggo qualcosa di intelligente, di profondo od arguto, di speciale per me, mi si attiva una potentissima carica d'affetto. Proprio nel senso dell'affezione. Come se mi ammalassi della più dolce delle malattie.
Si avverano in me, in maniera profana, le parole di Isaia: "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto". 
Sono parole di cui mi nutro alla maniera di Ezechiele, a cui Dio dice "mangia questo rotolo" e lui lo mangia, "ed in bocca mi fu dolce come il miele".
Sono parole che danno senso alle cose, perché le nominano, le chiamano con un nome che forse nemmeno sempre è lo stesso che ho dato loro io, ma fa comunque parte di un linguaggio che io comprendo, che mi è familiare.
Sono parole che uniscono, una sorta di rewind della Torre di Babele, dove gli uomini tornano indietro al tempo primigenio in cui si capivano. O almeno ci provavano.


Per cui scrittori e bloggers vari sono avvertiti.

martedì 2 agosto 2011

C'era una volta

Venerdì notte scorso, scesa per prima dalla macchina nel buio fitto della verzura ciociara brandendo una torcia accesa onde evitare di finire a faccia avanti sui gradoni del portico, la figlia giacobina prima borbotta qualcosa a proposito di roba viva addossata al bordo del portoncino d'ingresso e poi caccia un urlo che dalle pendici della mezza collina dove la nostra casetta rosa sta abbarbicata lambisce le cime degli appennini lontani all'orizzonte e ci fa accapponare la pelle.
Che è? Vociamo noi a nostra volta con i capelli ritti.
"Un topo" bercia lei inquieta e irritata "o piuttosto un rospo. Sì, è troppo lento, è troppo tondo: dev'essere un rospo."
Ferma restando la nostra meraviglia sulla capacità di un rospo non tanto di saltellare dal fiume, un paio di chilometri a valle, sino alla nostra proprietà, quanto di riuscire a salire la veranda centrando gli scalini, ci avviciniamo e constatiamo che sì, effettivamente, c'è un rospo davanti alla porta.
Un grosso rospo. Grigio, livido sotto la luce della luna, e gonfio.
E' la prima volta che, in più di vent'anni di frequentazione del luogo, ci imbattiamo in un rospo appoggiato al muro di casa.
Mi viene da vomitare al solo buttarci un'occhiata. Se fosse una palla morta, non mi farebbe tanta impressione. Ma è vivo. Devo girare la testa, perché se lo vedessi muoversi mi sembrerebbe di sentirmelo addosso, viscido, repellente. Bleah.
Grido anch'io un po', tanto per fare scena, e per richiamare i prodi maschi di casa, soprattutto perché è passata mezzanotte, saranno quindici gradi, è umido e voglio entrare dentro per evitare di morire congelata nella mia scamiciata con le bretelline.
Arriva prima il figlio naturalista, che con placido interesse ed estrema attenzione lo esamina, affascinato.
"Sbrigati!" strilliamo noi parte femminile della famiglia. "Fa' qualcosa, portalo via!"
Il giovane non trova di meglio da fare che provare a stimolare la motilità del rospo mediante una lieve pressione di spinta effettuata sul corpo del medesimo con una scopa trovata nei pressi. La qual cosa per fortuna non sortisce effetti, ma fa lo stesso intensificare i nostri strilli, al pensiero che l'animale, così sollecitato, faccia un paio di zompi nella nostra direzione.
La giostra continua così per una decina di minuti. Il tempo, per il plantigrado capofamiglia, di andare con la massima calma ad aprire la sottostante cantina e riemergerne brandendo una pala. Con la quale raccoglie il rospo come se fosse un mucchio di letame, e lo lancia al di là della rete di recinzione.
Noi tutti rabbrividiamo, attendendo uno "splash" che per fortuna non arriva.
"Ma papà, che cavolo, l'hai spiaccicato" protesta vibrante il naturalista.
"Macché" replica sereno il genitore. "Quello sta meglio di me. Sarà già tornato al fiume."
Fine dell'interludio, si può accedere alla dimora senza ostacoli.
E mentre mi avvio veloce verso l'entrata, storcendomi una caviglia nell'erba rugiadosa, penso che una come me, se le fanno tanto schifo i rospi, non può poi lamentarsi di non aver mai incontrato un principe.

mercoledì 27 luglio 2011

Faith

Giunge un momento in cui si è sopraffatti dalla consapevolezza che l'amore non basta. Che non è la soluzione. Che l'energia buona degli slanci sinceri di un cuore scivola su una superficie inscalfibile come acqua su un vetro. 
E' un momento di disperazione.
E' un momento di grazia.
E' il momento della fede.



giovedì 14 luglio 2011

Funeral party/2

Del secondo funerale si è occupata di darmi notizia e puntuali informazioni (evento luttuoso scatenante, chiesa, orario et cetera) quella che tra noi è storica factotum e trait d'union, organizzatrice di rimpatriate per ogni occasione lieta o dolente, truccatrice della mia faccia al mio matrimonio, madrina di battesimo di mia figlia. La quale (madrina, non figlia) non vedevo da un paio d'anni, e non sentivo dall'SMS di auguri di Pasqua. Mandato da lei.
Invece l'amica colpita dal lutto l'avevo incontrata l'ultima volta una sera di gennaio di otto anni or sono proprio ad uno dei raduni allestiti dalla nostra infaticabile event planner a casa sua.
(Il tempo vola. Ed il rassicurante luogo comune non basta ad alleviare il senso di vertigine che mi dà il suono di queste parole.) 
Dunque, pur sapendo che stavolta, placcata dall'organizzatrice, non avrei avuto lo spirito di cercare una scusa per esimermi dall'intervenire, d'altro canto mi ero fatta l'idea che se ero rimasta indifferente alla morte di venti giorni prima, figurarsi con che assoluta atarassia avrei assistito alle esequie funebri di un tizio a cui avevo parlato meno di dieci volte nel corso della mia adolescenza e con cui non avevo contatti da decenni.
Così nelle prime ore di una lustra mattinata di fine settimana, con un congruo anticipo sull'ora fissata per la cerimonia e nonostante questo già tampinata al cellulare dalla manager che voleva sapere dov'ero, se non m'ero persa, e anche quale delle letture avrei preferito leggere in chiesa (e io, presa in contropiede, figurandomi atterrita la visione delle mie morbide carni, scoperte dalla microgonna bianca, esposte sul pulpito davanti a tutti i convenuti e al morto nella bara, la sfangavo balbettando impedimenti nella vista per la mia presbiopia), ho parcheggiato l'auto in prossimità di un ampio ed ameno belvedere, e poi via a piedi per quella che mi si presentava come una passeggiata tra suoni e colori vivaci e una brezza carezzevole che avrebbe spazzato via il malumore accumulato nei giorni precedenti.
E invece non avevo fatto cento metri che già m'era salito un groppo in gola. E ho capito che questo s'avviava a diventare un funerale diverso da molti altri.
Sono arrivata davanti alla chiesa in orario perfetto, accolta dall'organizzatrice mestamente sorridente. L'ultima volta che l'avevo vista m'era parsa stanca, invecchiata, e invece ora la ritrovavo smagliante, ringiovanita, i bei capelli curati, i bellissimi occhi verdi che mi scrutavano affettuosi e un poco preoccupati.
Un minuto dopo sono arrivati il carro funebre e l'auto della famiglia del defunto, da cui è scesa l'altra mia compagna.
E' stato come se uscisse dalla fotografia che ne serbavo nella memoria: la stessa aria pulita ed ordinata, e tenera ed efficiente, le stesse labbra strette in quella tipica espressione di disapprovazione che tanto spesso mi aveva rivolto da ragazza, serrate, in quel momento, per non cedere al pianto, le stesse grandi pupille celesti chiarissime, spalancate come di candida meraviglia, gli stessi capelli biondi e fini appena spolverati di grigio, la stessa buffa vocetta cantilenante, un poco incrinata, che ripeteva "non bisogna piangere, non bisogna piangere", in un modo che scoprivo tanto familiare e perciò straziante, tanto da disubbidirle coscienziosamente, ora come allora, quando mi reputava una sorta di piccola selvaggia che la faceva stizzire con comportamenti inappropriati, e scoppiare in lacrime non appena arrivavo a toccarla.
Da lì mi sono abbandonata a braccia aperte, appassionatamente, allo spleen. Trascinata al secondo banco dalla premurosa organizzatrice, incuneata tra quella al fianco e l'altra davanti, in pieno déjà vu, mentre una dopo l'altra mi fluivano alle labbra, dopo un decennio in cui m'ero disabituata al loro suono, tutte le parole della liturgia, ho versato un delirio di lacrime, soffocando i singhiozzi, guardando la bara. Parevo affranta, inconsolabile, più dei familiari e dei parenti stretti.
E lo ero, in effetti.
Perché mi ero arresa, e mi accingevo a celebrare con tutti gli onori il funerale della mia giovinezza, e aprire lo spiraglio all'accoglienza della vecchiaia e alla rassegnazione della morte. O perlomeno all'idea di essa. E mi si schiantava il cuore.
Guardavo la bara, e in quella bara c'era il cadavere del tempo passato in un soffio, un salto fulmineo di vita che mi spauriva, l'ebbrezza della discrasia tra la percezione di uno ieri così lontano, perduto, e la sensazione che eppure fosse così ancora tanto vicino, circolante tra noi tre, che bastasse stendere una mano per toccarlo e riappropriarsene, e la disperazione della consapevolezza dell'illusione di tutto questo. 
Piangevo di dolcezza, e di dolore e di rabbia per l'ingiustizia di essere così drammaticamente scissa tra la me stessa concreta, con la mia età terrestre, e l'essenza di me, immutata, fresca, bella, piena di vita e di speranza e di fiducia nell'avvenire come in un attimo sfolgorante di infinito ed eterno presente.

Pian piano mi sono acquietata, e il parossismo di sofferenza s'è spento in una tristezza che mi s'è posata sul petto come un coltello, tanto da farmi male a respirare.

Poi finalmente, fuori dalla chiesa, abbiamo trovato un momento per ritrovarci insieme. Le mie amiche, quasi dimentiche della tragica circostanza, mi fissavano attente, incuriosite. 
Io ho chiesto scusa per i miei eccessi, ho spiegato che già da qualche tempo ero malinconica, che non sapevo che caspita m'era preso, che dovevano essere gli ormoni, o i figli cresciuti, o l'incapacità di accettare l'idea del tempo che era passato, dei trent'anni che erano caduti addosso alla nostra gioventù come un macigno staccatosi dal costone di una montagna.

E nello spiegare m'animavo, gesticolando, come al mio solito. Finché la compagna colpita dal lutto ha sorriso di un sorriso grande, carnivoro, e ha detto con forza, e con una sorta di gioiosa ferocia nella voce, come se con quelle parole avesse voluto azzerare il tempo e, almeno per un istante, tornare indietro, riavvolgere il nastro del film a quando eravamo insieme a scuola, e il nostro futuro era tutto da scrivere, e niente di doloroso e faticoso ci era ancora stato calato sulle spalle, e il suo papà era ancora un papà vivo, giovane, infaticabile, e aveva cura delle sue figlie ancora spensierate: "Cri è sempre la nostra Cri: un'adolescente. La stessa di trent'anni fa."

E' stato un colpo di fulmine che lì per lì mi ha lasciato a bocca aperta. Poi ho sorriso anch'io, e mi sono lasciata trasportare dal magico auspicio di quelle parole, e dalla richiesta che a quelle parole era sottesa: "Tu che puoi crederci ancora, tu che ce la fai, torna ad essere quella che eri, e, ti prego, portaci con te."

Così, piena di gratitudine, l'ho accontentata. Ho annuito, ho chiuso gli occhi e, abbracciandole forte, le ho portate con me.  


Da ultimo ci siamo ritrovate sole, io e la madrina organizzatrice, sotto il sole del belvedere.


"Davvero, Cri, sei sempre uguale a quando eravamo al liceo" ha detto carezzandomi con lo sguardo. Il pensiero peregrino di vivere circondata da glaucopidi senza mai essermene resa conto mi ha attraversato in un lampo la mente. Anche questa era glaucopide, come l'altra. Lo era sempre stata, lo era ancora. E aveva davvero degli occhi meravigliosi. 


"E tu sei bellissima, Pà" mi sono emozionata. "Sei la stessa bellissima ragazza di allora."


Lei ha abbassato appena la testa, nascondendo un sorrisetto malizioso e un po' commosso.


"Tutta pittura."

mercoledì 8 giugno 2011

Infinita letizia della mente candida

Ogni tanto, quando mi costringono ad abbandonare l'angoletto accanto al focolare, io, spaurito ed accidioso animaletto da cuccia, sono anche capace di apprezzarle, certe sporadiche sortite all'esterno.

Ieri sera è stata una di quelle circostanze. Avevo avuto una giornata emotivamente pesante, e non mi è dispiaciuto ritrovarmi, verso mezzanotte, all'aperto, ad attraversare una fettina sudorientale di Roma in compagnia di due bei autentici diciassettenni.

L'aria pulita e fredda della notte, la quiete sfatta delle strade finalmente deserte, l'evidente tripudio della mia pandina scassata lanciatasi festosa per la via come un cavallino sbizzarrito con la lingua di fuori, hanno stimolato in noi tre, e tra noi tre, un'affettiva circolazione e condivisione di meditazioni filosofiche, anche in assenza di supporto di bevute o fumate preventive.

Così non avevamo ancora coperto metà percorso che già io e uno dei due diciassettenni, l'adorabile cagacazzi amico di mio figlio, litigavamo di brutto.

Partiti dalla critica al divertimento di Pascal, si è finiti a fare a capelli sul concetto di (guarda tu) frustrazione. Io, sostenendo la bontà del pensiero pascaliano circa il fatto che gli uomini vogliono distrarsi per non pensare alla morte (pur senza condividere l'accezione negativa di tale enunciato, e la conseguente conclusione della primazia divina) son giunta a dire che la vita è un'esperienza di continue frustrazioni - biologiche, psicologiche e sociali -, ossia di costanti scostamenti tra il desiderio e l'effettiva realizzazione del desiderio, cagionati dalla finitezza dell'essere umano; e che anzi la vita medesima nasce e progredisce, psichicamente ed intellettualmente, dalla tensione tra le frustrazioni e le risposte del soggetto, in un continuo gioco di riverberi e rimandi che rende ogni individuo unico e determinato proprio dalle sue specifiche frustrazioni, e dalle sue conseguenti specifiche reazioni, le quali innescano altre frustrazioni, e così via; e per corroborare le mie affermazioni ho citato situazioni personali anche recenti in cui mi sono trovata a dover fare i conti con fattori di piacere simultaneamente rivelatisi nell'anima mia, in tutta la loro gloriosa ambivalenza, anche di frustrazione. Lui (con quella sua tenera e innocente presunzione che io conosco tanto bene e che me lo fa amare e detestare allo stesso tempo), sentendosi forte, oltre che della sua gioventù, pure, per la metà di sangue olandese che gli scorre nelle vene, di una presunta osmosi con Spinoza ed Erasmo da Rotterdam, mi ha ribattuto col dito alzato che ciò che stavo dicendo, e per estensione pure quanto diceva Pascal, era quanto mai confutabile in quanto all'umana esistenza non è affatto preclusa la possibilità di una piena e perfetta felicità perché, se c'è gente palesemente frustrata in quasi ogni frangente della sua vita, ce n'è altrettanta che non soffre frustrazioni di sorta; e che se io volevo ascrivermi alla prima categoria, ebbene, avevo sotto gli occhi in carne ed ossa un insigne rappresentante della seconda, nella persona di colui che giustappunto mi stava parlando. Io mi sono fatta una risata, e poi gli ho citato episodi di cui egli era stato protagonista che contraddicevano le sue asserzioni; lui ha replicato appassionatamente a quel mio tentativo di prendere terreno; e il battibecco via via s'è animato, le voci si sono alzate e sovrapposte, finché, per buona sorte, dopo esser arrivati a sparare nomi a caso - lui Cartesio, io Lacan -, siamo arrivati anche al civico di casa sua.

Il diciassettenne rimasto in macchina ha guardato sospirando l'amico che entrava nel portone, ancora concionante, con quel suo bel timbro di baritono che gli vale una distinta permanenza nel coro della scuola, e poi si è girato verso di me.

"Mamma, io non so come ti va di dargli corda così, ché lo sai com'è fatto. Che poi, tra te e lui, non vi si può sentire, per come argomentate alla cazzo di cane."

"Sì, scusami, lo so che poi ti fa innervosire fino al punto che ci litighi. E' che oggi sono agitata."

Silenzio fino al semaforo di Via Tuscolana. Rosso. Mi sento bene, adesso, finalmente. Poi mio figlio non pare arrabbiato, mi ha parlato pacato. Così mi viene di continuare la conversazione.

Verde. Passo. Giro a sinistra con disinvoltura.

"Vabbè, dai, non mi pare di aver detto cose assurde sulla frustrazione. Io poi ne faccio esperienza di continuo, tu sai come sono fatta, i miei problemi li conosci."

"Sì che li conosco."

"E sai che non mi godo niente delle cose divertenti della mia vita per pensare al senso di frustrazione che inevitabilmente so già che seguirà. Oltre al senso di colpa perché sottraggo tempo e pensieri alla mia famiglia... "

Lui si fa una risatina sommessa, dolce, indulgente. Non l'ho mai sentita prima.

"Senti, mamma, non preoccuparti, a me non importa di quello che fai. Ho quasi diciott'anni, la mia vita non dipende dalla tua. Stai tranquilla. Per me puoi fare tutto quello che ti fa piacere fare."

(Respiro di conforto, un po' commossa. Pure la macchinetta è sollevata, e imbocca agile e veloce il grande ponte che sale davanti a noi.)

"Però ora ti voglio dire una cosa che sembra una cattiveria, ma io non te la dico per quello."

"No, no, dì pure, lo so."

"Farsi gli amici è come imparare il latino: se non l'hai mai fatto prima dei vent'anni, dopo non ci riesci più."