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martedì 12 agosto 2014

Di sole e d'azzurro

Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come mi capita ormai da qualche anno per motivi non tanto economici quanto familiari e personali. 
(Familiari: figli per ora persi poiché ormai, se non ancora in via ufficiale, di fatto mentalmente e fisicamente autonomi e mentalmente e fisicamente pigri in maniera irriducibile oltre ogni immaginazione, e dunque impossibili da convincere o vincere nella battaglia di svellerli dal nido e dalle carabattole di cui l'hanno infarcito e ostruito in favore di un periodo di vacanza, in nostra o in altrui compagnia.
Personali: l'indolente volontà di testimoniare a me stessa - corroborata anche grazie a quel loro così manifesto ed ostinato disinteresse alla questione - l'anarchia del non rispetto dei costumi borghesi in me da sempre latente, e sotto a quella l'affrancazione dalla palude del mio inconscio di bambina che, condizionato all'epoca dal malessere di vivere nel misero e doloroso isolamento di una famiglia squisitamente disfunzionale avvalorato dall'oggettiva circostanza del divenire il mio quartiere di residenza, per almeno tre delle quattro settimane del mese di agosto, un vero e proprio deserto, mi faceva patire l'insostenibile acutezza di un senso di abbandono, come di un punitivo esilio dal consesso civile, ad un segno tale da farmi considerare l'odiosa e coatta migrazione in caotici e scomodi luoghi di villeggiatura una benedizione, pur di allontanarmi da quella condizione penosa che aggravava la mia già penosa esistenza di prigioniera, separata dal mondo delle persone libere e, io allora immaginavo, felici e contente di campare divertendosi allegramente).
Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come già, dicevo, è accaduto nelle tre o quattro estati precedenti a questa: quando, anno dopo anno, ho potuto assistere all'inversione di tendenza sempre più marcata dal vuoto al pieno, dalla serrata totale di tre settimane dei negozi al progressivo prolungamento dell'apertura sulla chiusura, da venti giorni a quindici a dieci a sette, dalla sfilata di palazzi con le finestre sbarrate alla visione di panni stesi e di porte finestre aperte prima su dieci, e poi su venti, e poi su cinquanta balconi per l'intero mese senza interruzione, dall'immobilità post atomica del paesaggio rotta solo dall'abbaiare di un cane invisibile all'orizzonte al marciapiede che anno dopo anno si rianima del transito di una persona all'ora, e l'anno dopo di dieci, e l'anno dopo ancora di venti, trenta, sessanta, cento.
Ma a vedere quello che ho visto ieri non c'ero ancora arrivata. Ieri intorno all'ora di pranzo, quando sono rientrata dal mio week end lungo e tonificante in campagna (quello sì, in beata, beatissima solitudine) e ho scoperto assieme al marito guidatore di non poter posteggiare la macchina sotto casa per scaricare le quintalate di provvigioni di cui ci siamo riforniti (ci hanno costretti a rifornirci). No no.
No, perché, contrariamente a tutti gli anni precedenti, nessuno escluso, lungo tutto il perimetro del mio palazzo, l'undici di agosto, non c'era un solo posto auto libero.
Bisognava accostare, come in un'ordinaria domenica sera qualunque di autunno inoltrato, scaricare e poi parcheggiare più lontano, oppure nel nostro box. 
Nel nostro box, uno delle centinaia di box auto fioriti sotto l'instabile suolo del nostro quartiere improvvisamente crivellato di trincee scavate ai tempi gloriosi dell'approvazione del P.U.P.: formicai sotterranei costruiti, alimentando un business facile e famelico, grazie a corsie preferenziali di permessi grandi come autostrade, da piccoli e grandi squali del cemento sventrando viali e svellendo alberi dai giardini e devastando oratori parrocchiali (preti e suore furono i primi a gettarsi nell'affare concedendo i loro terreni al miglior offerente) perché, questa era la giustificazione data dall'amministrazione cittadina (di centro sinistra), così si sarebbero risolti i problemi di intasamento degli innumerevoli veicoli, divenuti, per il sopraggiunto benessere, due o tre per famiglia, in misura assai superiore al numero di posti di superficie disponibili.
Quei box che, svenduti uno ad uno da tanti proprietari in difficoltà, hanno adesso risputato le macchine sulla strada. Macchine che ieri, e anche oggi, assieme a quelle di coloro che non sono andati ancora - o non andranno proprio - in ferie, ho trovato allineate in fila davanti ai marciapiedi del mio palazzo e di quelli limitrofi, ad occupare tutti i posti disponibili.
Chi gliel'avesse detto, ai sessanta cipressi abbattuti sotto i miei occhi inorriditi la mattina del 23 dicembre 2002 nel sottostante giardino della mia scuola elementare (che le monache si erano affrettate a cedere al costruttore di turno a scopo di lucro, fregandosene di dove di lì alla primavera sarebbero andati a giocare durante la ricreazione i loro scolaretti), che dopo dodici anni al posto loro sarebbero spuntati in ogni angolo multicolori cartelli di "Vendesi". Chi gliel'avesse detto, che il loro sacrificio sarebbe stato vano, perché i possessori dei box si sarebbero venduti a prezzo ribassato, o avrebbero tentato di farlo, dopo poco più di un decennio, il box medesimo, e magari anche una delle due o tre macchine, se ne avessero potuto cavare qualcosa, restando a godersi, invece del sole e dell'azzurro di Punta Ala o di San Benedetto del Tronto o anche solo di Passoscuro, il grigio sporco del cielo sopra al quartiere Prenestino Labicano.
Mentre i box invenduti restano vuoti, inutilizzati, come le cabine degli stabilimenti balneari.
Ma nonostante questo, nonostante tutto, c'è chi dice agli italiani di stare sereni. E poi, lui sì, si va a godere il sole e l'azzurro.

domenica 3 agosto 2014

White flag


Quando si ama è facile essere vinti. In un rapporto di coppia, tra genitori e figli, in un'amicizia, quello che ama, quello che ci tiene, è il più debole, coinvolto, dipendente, destinato a soccombere a quello che è amato, fra i due l'invulnerabile. Si può lottare quanto si vuole contro questa sconfitta: accettarla negoziando concessioni sul sentimento e sul conseguente fallimento; accanirsi nella lotta oltre ogni ragionevole rischio; disperarsi; riderci su, ribellarsi, finanche tentare di strapparselo dal petto facendo violenza a se stessi, di disprezzarlo, di rinnegarlo; è tutto vano. Arriva sempre il momento in cui ci si deve arrendere. Senza condizioni. The winner takes it all.

Ed è proprio lì, nella resa incondizionata, che si scopre che arrendersi è il solo modo per diventare invincibili.



I know you think that I shouldn't still love you
I'll tell you that
But if I didn't say it
Well, I'd still have felt it
Where's the sense in that?
I promise I'm not trying to make your life harder
Or return to where we were 
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I know I left too much mess
And destruction to come back again
And I caused but nothing but trouble
I understand if you can't talk to me again
And if you live by the rules of "It's over"
Then I'm sure that that makes sense
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
And when we meet
As I'm sure we will
All that was then
Will be there still
I'll let it pass
And hold my tongue
And you will think
That I've moved on
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be

martedì 15 luglio 2014

Perfect simmetry

Se hai ragione, come senti d'aver ragione, nel non tollerare di dover rinunciare ad avere opinioni variegate sulle questioni del mondo in favore di una pretesa fedeltà ad un pacchetto all inclusive, allora ne consegue, acciocché questa ragione non sia inficiata in atti da te medesima, che devi a tua volta adoprare questo identico criterio nel rapportarti con le persone che ti stanno intorno, consentendo loro di esser variamente in accordo e disaccordo con te restando con te in proficua e felice relazione, e non invece provare simpatia per loro quando la pensano come te e antipatia quando la pensano all'opposto, cara Cri, non ti pare?

sabato 5 luglio 2014

Non c'è più niente/da fare


"L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso. Allora non sarà trascinato, ma trascinerà."
Leggo il due luglio su FaceBook questa citazione di Herman Hesse in bacheca di un'amica. Sono particolarmente sensibile al tema, in questi giorni, e la sento colpirmi con forza, trapassarmi come una lama di luce la mente, allentarmi la rigidità della della cassa toracica.

La condivido immediatamente sulla mia pagina di DilloallaCri, che negli ultimi mesi, perdendo causticità, è diventata più uno spazietto di autocoscienza meditativa.
La visualizzano, in tre giorni, cinquanta persone.

"Certi amori non finiscono, fanno dei puttantour immensi e poi ritornano".
Questa - una scemenza senza fine triste, una caduta di stile del tutto estemporanea e insignificante che probabilmente non avrei postato nemmeno nei giorni più foschi della mia rabbia depressiva, mesi e ormai anni fa - viene condivisa, il giorno successivo, sulla pagina da un'altra amministratrice della medesima.
La visualizzano, in due giorni, duecentoquarantaquattro persone.

E non c'è più niente da dire o da fare, mi pare.

venerdì 4 luglio 2014

La tempesta perfetta

Abito nel quadrante sud est di Roma, e dunque nel pieno epicentro del sisma artificiale (e artificioso) denominato "cantieri di costruzione della metro C".
Tutte le mie minute attività quotidiane, lavorative e di diporto spicciolo, si snodano lungo la direttrice delle quattro future stazioni Teano-Malatesta-Lodi-San Giovanni, dove ogni rettilineo dei bei tempi andati si è da anni intorcinato in un frastagliato groviglio di curve angoli e giravolte e vicoli ciechi e strozzature e imbuti in grado di generare e stabilizzare innumerevoli serie di piccoli e grandi ingorghi su una superficie già vocata di suo alla loro produzione per i motivi più disparati, stante la densità abitativa, le molte assurdità topografiche di quartieri venuti su negli anni d'oro dell'edilizia abusiva, l'insufficienza dei mezzi pubblici (da cui il motivo dell'alzata d'ingegno di costruirci una linea di metropolitana)  e la pesantezza dei culi dei suoi residenti.
Dopo parecchi mesi di assestamento e il confortante raggiungimento a fatica di un'ordinata metodicità del caos, un paio di dissesti idrogeologici, volgarmente chiamati "voragini", capaci di interdire il transito veicolare delle due strade di scorrimento principali ai lati della Via Casilina sia in direzione del centro che in quella opposta e anche per quella laterale su una delle bisettrici di collegamento con la consolare limitrofa, hanno mandato in vacca tutto il meccanismo appena collaudato.
Alzata in questo modo l'asticella della difficoltà della circumnavigazione automobilistica io e tutti gli altri residenti ci siamo dovuti ingegnare, ex abrupto, alla subitanea ricreazione di un nuovo modello di casino agibile.
Adesso che, con pazienza certosina, parecchi autentici colpi di genio e pure qualche inevitabile contromano qui e là, avevamo preso le misure anche a queste insorte evenienze, ecco spuntare repentinamente a macchia d'olio ulteriori freschi ostacoli allo scorrimento del traffico nelle sembianze dei sempiterni lavori di rifacimento estivi di manto stradale aut di ripristino tubature gas/energia elettrica/altri cavi di indeterminata funzione, che ridisegnano ulteriormente la martoriata, più che complicata, geografia della viabilità.
Facendoci approssimare a qualcosa di molto simile, in meteorologia, alla tempesta perfetta.
E io, tra mille piroette e qualche necessaria ancorché discreta infrazione al codice stradale, penso al giorno in cui saranno chiusi tutti 'sti cantieri, smontati tutti 'sti ponteggi, e finalmente la circolazione tornerà libera e fluida.
E non riesco a immaginarmelo. 
E' qualcosa di così inconcepibile da far paura.
Al pensiero di quelle strade sgombre, di tutte le code evitate, e di tutto il tempo risparmiato, mi vengono le vertigini.
Tragitti che oggi copro in mezz'ora verranno compiuti in meno di un quarto d'ora, forse anche in dieci minuti.
Forse anche meno, se davvero la metropolitana servirà a qualcosa, cioè a incoraggiare auto limitazioni all'uso delle macchine.
Come adoperarlo dunque proficuamente, quel tempo mai posseduto e improvvisamente guadagnato? E' un rovello angoscioso.

Poi mi rammento che, appunto, vivo a Roma, e pertanto ho fondatissimi motivi per credere, più ancora che sperare, che quel giorno maledetto non arrivi né ora né mai.

Che sollievo.

sabato 24 agosto 2013

Tempo d'estate 3/ Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

domenica 11 agosto 2013

Tempo d'estate 1/ La montagna incantata


"Perché fai codesta faccia?" domandò.
"Quella ha fischiato!" ripose Castorp. "Passandomi davanti ha fischiato dal ventre; me lo vuoi spiegare?"
"Via" esclamò Joachim con una risata sprezzante. "Non dal ventre, è assurdo. Era la Kleefeld, Hermine Kleefeld, che fischia col pneumotorace."
"Con che cosa?" Era molto agitato e non capiva ancora perché. Pencolava tra il riso e il pianto, e soggiunse: "Non puoi pretendere che io sappia il vostro gergo".
"Andiamo! Cammina!" lo invitò Joachim. "Te lo posso spiegare anche camminando. Stai lì come se avessi messo le radici! Riguarda la chirurgia, come puoi immaginare, è un'operazione che quassù si eseguisce di frequente. Behrens ne ha una gran pratica... Quando un polmone è molto compromesso, capisci, l'altro invece sano o relativamente sano, quello malato viene dispensato per qualche tempo dalla sua attività, affinché stia a riposo... Vale a dire: ti fanno un taglio qui nel fianco, non so con precisione in qual punto, ma Behrens se ne intende magnificamente. E allora vi si immette un gas, azoto, capisci, e il lobo polmonare intaccato è messo fuori servizio. Beninteso il gas non si mantiene a lungo, anzi ogni quindici giorni circa bisogna rinnovarlo... ti gonfiano come una pompa, così te lo devi figurare. E se si continua per un anno e più, il polmone in virtù del riposo può anche guarire. Non sempre, s'intende, è anzi una faccenda arrischiata. Ma pare che col pneumotorace si siano già ottenuti buoni risultati. Tutti ce l'hanno, quelli che hai visto un momento fa. C'era anche la signorina Iltis - quella con le lentiggini - e la signorina Levi, la magra, ricordi? - è stata a letto tanto tempo. Si sono raccolti in gruppo, le persone, e si dicono Associazione Polmone Unico, sotto questa insegna si sono conosciuti. Ma l'orgoglio dell'Associazione è Hermine Kleefeld, perché col pneumotorace riesce a fischiare... è una sua capacità, non tutti lo sanno fare. Come ci riesca non saprei dire, nemmeno lei lo sa descrivere chiaramente. Ma quando cammina in fretta, fischia dall'interno, e ne approfitta per spaventare la gente, specie i malati venuti da poco. Credo però che in questo modo faccia spreco di azoto, perché la devono gonfiare ogni settimana."
Ora Castorp si era messo a ridere: alle parole di Joachim la sua eccitazione si era volta in allegria, e mentre egli proseguiva un po' curvo coprendosi gli occhi, le sue spalle erano scosse da un riso veloce e sommesso.
"Sono proprio iscritti?" domandò, e non gli riusciva facile parlare per lo sforzo di trattenere il riso, la sua voce era piagnucolosa e leggermente afflitta. "Hanno il loro statuto? Peccato che tu non sia socio, perché mi potrebbero accettare come socio onorario... o compagno di baldoria... dovresti pregare Behrens che ti ponga parzialmente fuori servizio. Forse sapresti fischiare anche tu, se ti ci mettessi d'impegno, in fin dei conti lo si potrebbe imparare... E' la cosa più buffa che abbia sentito in vita mia!" soggiunse con un profondo sospiro. "Via, perdona se ne parlo in questo tono, ma loro stessi sono di ottimo umore, i tuoi pneumatici amici. E come venivano avanti!... Pensare che si trattava dell'Associazione Polmone Unico! - Fii - la sento fischiare... quella matta! E' una spavalderia bell'e buona! Perché sono così spavaldi, me lo sai dire?"
Joachim cercò una risposta. "Dio mio" disse "sono tanto liberi... Voglio dire, sono tutti giovani, il tempo non conta per loro, e poi può darsi che siano prossimi a morire. Perché dovrebbero star seri? Certe volte penso: morte e malattia, a rigore, non sono cose serie, sono piuttosto come un bighellonare ozioso; serietà, se vogliamo essere precisi, c'è soltanto nella vita laggiù. Credo che col tempo lo capirai anche tu, se rimani un po' qui."

venerdì 9 agosto 2013

L'amico di famiglia

Quando l'ascia entrò nel bosco, molti alberi dissero "almeno il manico è dei nostri"
(Proverbio turco)

mercoledì 29 agosto 2012

Quello strano sentimento

Ieri ad un certo punto è stato quasi certo che avessi perso il cellulare.
Con tutti i numeri, e i messaggi, dentro.
Mi sono sorpresa del fatto che non sono minimamente andata in escandescenze. Anzi, quando l'ho ritrovato un po' mi è quasi dispiaciuto.
Chissà che mi sta succedendo.

martedì 28 agosto 2012

Il quartiere

Stasera ho fatto una cosa che non mi capitava da anni: un giro per il mio quartiere.
Quadrilatero di strade alla periferia del centro venuto su negli anni sessanta ruggenti del boom economico e dell'abusivismo edilizio dei palazzinari che cominciavano a mettere le mani sulla città stretto tra la storica borgata della Marranella e l'altrettanto storica zona del Pigneto, ambedue teatri di eventi epico drammatici ai tempi di Roma città aperta come le altre famose e famigerate aree confinanti della Certosa e del Quadraro: scontri, bombardamenti, rastrellamenti, resistenza partigiana.
Per cui enclave di nuove e per lo più giovani famiglie di residenti immigrati (sradicati) dalle campagne laziali, abruzzesi e molisane e dunque in larga parte vessilliferi di una subcultura contadina chiusa, egoista e beghina, ostinatamente retriva e reazionaria, riottosi a commistioni con le più antiche popolazioni delle zone limitrofe, proletari borgatari combattenti, integrati nel tessuto sociale dell'Urbe, portatori di istanze progressiste di lotta e rivendicazione, la cui influenza tracimava dai loro vicoli senza marciapiedi fino alle moderne, ordinate strade a doppia carreggiata con spartitraffico alberati al centro.
Differenze stridenti la cui evidenza si è trascinata a lungo, fino a che dei secondi, in buona parte più anziani dei primi e perciò passati prima di quelli a miglior vita, si è via via persa traccia, e il quartiere, decaduto molto rapidamente fino ad un grado di fatiscenza quasi insopportabile, è stato definitivamente colonizzato culturalmente dagli altri, diventati anziani nel frattempo.
Con robuste iniezioni di nuova immigrazione: quella dei giovani extracomunitari.
Nel multietnico versante del Pigneto, divenuto luogo trendy forse anche per la saturazione del vicino San Lorenzo, resiste ancora un residuo di vivacità civile ed intellettuale.
Dove vivo io non c'è più niente.
Saracinesche chiuse in un negozio su due. E non per ferie.
Aperte, le altre, su affastellamenti di chincaglieria cinese ammassata in spazi senza stigliature, squallidi phone center o equivoci locali di ritrovo, grottescamente affiancati a lustre vetrine di banche.
(Impressionante notare l'esponenziale aumento di filiali bancarie, inversamente proporzionale alla diminuzione di attività commerciali. )
Annunci di appartamenti in vendita affissi su ogni portone di palazzi in cortina ormai vetusti. Due o tre, su ogni portone.
Il cartello "vendesi o affittasi" troneggiante persino sulla gigantesca edicola alla fermata dell'autobus di Via Casilina, accanto all'Ufficio d'igiene, da sempre snodo principale del traffico e dei traffici.

Giro due angoli in successione, e mi ritrovo sulla strada perpendicolare alla mia, costeggiante lo spelacchiato giardinetto toponomasticamente denominato con patetica fierezza "parco Almagià", al termine della quale c'è il mio palazzo. E lì, incongrua e meravigliosa come un fiore nel deserto, trovo aperta una mescita di vini nello stesso identico punto in cui stava quando io ero bambina.
Poi, ancora più miracoloso, un antico forno ristrutturato ed ampliato dai figli degli antichi proprietari, due gemelli più o meno miei coetanei che ricordo ragazzini (terribili).
Poi il nulla.
Lì c'era un negozio di scarpe, ora c'è una serranda serrata e polverosa. Lì quel grande rivenditore di ricambi auto! Anche quello è sparito, al suo posto un magazzino. Lì l'alimentari... Lì l'elettrauto...
Buchi, serie ininterrotte di buchi, confrontati con le immagini che ho nella testa.
Una sensazione alquanto straniante.
E osservando spaurita la desolazione attorno a me capisco.
Non è colpa dei cinesi, non è colpa dei bengalesi, se il mio quartiere è diventato un paesaggio postatomico.
E' colpa, semmai, della vittoria dei "burini".
E' colpa della vittoria della cultura del "soldo", del benessere - un benessere materiale pure molto di bocca buona - che ha soppiantato la civiltà.
E' colpa del proliferare dei mastodontici centri commerciali venuti su a raggiera intorno al mio quartiere soffocandolo, e insieme a lui strozzando l'esistenza dei piccoli negozianti.
E' colpa dell'indifferenza degli immigrati degli anni sessanta, del loro rifiuto di tessere una tela di rapporti con gli altri residenti, che ha ucciso in culla la socialità e il senso di appartenenza al territorio.
E' colpa della mancanza di solidarietà di una popolazione che ha sempre e solo fatto ghetto, vivendo nel proprio alloggio cittadino come in un pied-à-terre dove non mettere radici, sempre con la testa al paese e alla "robba", inculcando a forza quest'idea anche nei propri figli nati qua.
I quali figli, ormai cresciuti, al paese non ci vogliono andare più, ma passano il tempo nello struscio inane e torpido a Via Condotti, e restano nei dintorni di casa solo per ammazzarsi di canne negli angoli delle strade più appartati.
I più impegnati, o quelli un poco più grandi, che si sposano o vanno a convivere, vengono ricacciati nelle ancor più disumane e squallide propaggini di Tor Vergata, Tor Bella Monaca, Ponte di Nona.

Ma è più comodo, e meno ansiogeno, dare la colpa agli immigrati extracomunitari.
Massì, continuiamo a mantenere in letargo il cervello.

Io, appena posso, cambio casa.




giovedì 23 agosto 2012

Sogno di una notte di mezz'estate/replay

Ieri era il compleanno di mio padre, oggi quello di mio figlio.
In mezzo sto io, che non sono né carne né pesce.
Né madre né figlia. Solo un groviglio informe dei due. E faccio la figlia quando dovrei fare la madre, perché ho dovuto fare la madre quando avrei dovuto fare la figlia.
Un casotto.
Pensando alle mie tragicomiche catastrofi nell'ambito ho riletto il mio post di un anno quasi esatto fa, e lo riedito oggi.
Qua dentro si parla di tutti, o quasi, gli uomini significativi della mia vita: ci sono il padre, il figlio e il marito.
Speriamo vada bene a tutti e tre, con me, alla fine.
E viceversa.
(Il post lo dedico a Bruno e ad Aldo. Non me ne vogliano gli altri. E' perché il personaggio principale, prima ancora di noi, è Roma)


Qualche sera fa, per arginare la sconfortante malinconia agostana che puntuale ogni anno mi si ripropone e che si accentua al calar delle tenebre, invece di consumarmi gli occhi a srotolare vecchie conversazioni di skype od obnubilarmi il cervello guardando lo scorrere del rullo della home di FaceBook m'è venuto in testa di tuffarmi nella notte di Roma. Antica.
Così, verso le undici, ho cominciato a far le feste al consorte: "Usciamo? Mi porti al Campidoglio? Andiamo a vedere la rupe Tarpea?"
Il grande lavoratore, rincasato da poco, col boccone ancora sullo stomaco e il peso di mesi di lavoro sulle spalle, nicchiava sbuffando. Non gli andava, non gli andava proprio. Invece di rovine bimillenarie avrebbe voluto guardare, come ogni sera, gli specchi dell'armadio della camera da letto: in penombra, da supino, per quei trenta secondi necessari a chiudere gli occhi e sprofondare, da giusto qual è, nel solito sonno di piombo.
Io però non demordevo, presa dall'urgenza di sottrarmi, per una sera, al dibattermi in quella sottile e familiarissima angoscia che sentivo già salirmi come l'acqua alla gola.
Dopo più di una mezz'oretta di tiraemolla, lo streaming di Profondo Rosso sulla TV del salotto davanti alla quale si erano spaparanzati i figli con gli amici ("mamma" avevano detto "possiamo far venire a dormire da noi Simone e Carlo?" che tradotto s'intendeva "possiamo fare tutta la notte a pistolettate sulla PS3, a scorpacciate di film su TV e pc, a pancakes con sciroppo d'acero e zucchero vanigliato e Nutella e poi, in quest'ordine, a spaghettate ajo ojo e peperoncino zozzando tutta la cucina che in seguito TU pulirai, a chiacchiere sulla veranda fino a mattina inoltrata, per quindi, dopo esserci gettati di nuovo su altri generi commestibili intorno all'ora di pranzo, cadere stecchiti tutti, noi e loro, su letti e divani random oltre le cinque del pomeriggio seguente?") ha convinto il coniuge recalcitrante che era preferibile mettersi semi incosciente alla guida di uno scooterone a mezzanotte meno venti piuttosto che restare a rigirarsi nel letto sorbendosi urla da thriller ultratrentennale con il sottofondo della musichetta allucinante dei Goblin. Così siamo partiti.
Alla prima curva, sentendo l'arietta umida che mi solleticava l'artrosi cervicale nell'impatto tra le mie scapole scoperte dalla canottiera di cotone indiano e maledicendo l'adolescenziale imprevidenza di non essermi portata il giacchettino (atavica sventatezza per cui già ai tempi mi rimproverava sempre mia nonna), constatavo al contempo sulla mia pelle l'anomalia climatica di questa estate insolitamente fresca, non scontata come molte altre della mia vita passata e allora, forse, chissà, davvero potenzialmente foriera di novità atmosferiche - in senso proprio e metaforico, le quali io sto sempre protesa a fiutare come una mambo vudù - che mi ha allertata e spinta ad aprire al massimo i canali sensuali e psichici.
In un baleno, percorrendo le strade semideserte, siamo arrivati a piazza Venezia, che il mio centauro ha costeggiato parcheggiando sull'adiacente piazzetta antistante la chiesa di San Marco, di fronte allo slargo di giorno più ingolfato di Roma, che a quell'ora, vuoto e tranquillo, tra i sampietrini lustri che riflettevano le luci dei semafori e lo squarcio di cielo scuro e barocco, pareva la porta d'accesso a un'altra dimensione, incastonata tra la mole bianca del Vittoriano e, giù all'orizzonte, la sagoma del teatro di Marcello. Uno scenario che ho brevemente contemplato in compagnia di madama Lucrezia, una vecchia amica di pietra con la quale non conversavo più da parecchi anni e che mi ha fatto piacere ritrovare.
Quindi io ed il centauro, appiedati, ci siamo avviati verso il Campidoglio: superata l'Ara Coeli, abbiamo salito la scalinata tra i leoni di pietra, oltrepassando Cola di Rienzo, fino ad arrivare ai Dioscuri e al palcoscenico di una delle piazze più belle del mondo.
Davanti a tanta magnificenza il centauro ha sospirato.
"Che pena, pensare che ora qui c'è Alemanno."
"Ma chissenefrega" ho replicato io beata. "Guarda qua: a questa piazza, a Roma, Alemanno je fa un baffo."
E mentre lo dico mi avviene qualcosa dentro: sento che è vero; e che è vero anche per me, che m'accorgo improvvisamente di esser stanca, tediata, di soffrire, e di volermene un po' fare un baffo anch'io della mia angoscia; e così, improvvisamente, lì, al suono di quelle parole, tra le logge del palazzo dei Conservatori e la felice geometria delle losanghe dello splendido cortile di Michelangelo, mi cade dal petto una parte del peso che vi grava da un po' di tempo.
Per un attimo mi brillano gli occhi, il cuore mi canta.
Prendo per mano il mio ragazzone, lo tiro. "Vieni, dai, su, andiamo a vedere come sta la rupe, che fine ha fatto" e ci infiliamo nel vicoletto di fianco al Palazzo Senatorio, costeggiando le impalcature che lo cingono e che, insieme alle luci giallognole, creano un irresistibile effetto di sottosuolo riemerso da ricordi di vecchi sceneggiati TV ambientati in una Roma misteriosa e paranormale sepolti nella mia mente dalla prima infanzia. E io sempre coi sensi amplificati scruto, osservo e annoto tutto, godendomi fin dentro i pori della pelle la percezione di essere finita in Geminus, o ne Il segno del comando.
Finito il budello, usciamo sulla balconata e ci scontriamo col panorama più mozzafiato dell'universo.
Sotto di noi, deserta, immota, e tanto vicina che pare di poter stendere una mano ed arrivare a toccarla, si offre all'abbraccio dei nostri sguardi la distesa del Foro Romano in tutta la sua secolare maestosità.
L'enorme frammento delle otto colonne del tempio di Saturno, drammaticamente e fatalmente innalzate in una vertiginosa tensione ultraterrena. E intorno, a corona, il biancore del tempio di Vespasiano e dell'arco di Settimio Severo, Più in là la basilica Giulia, il tempio dei Dioscuri, il lapis niger. Sull'estrema destra la macchia scura, mistica, del bosco sacro del Palatino.
E ovunque punteggiato di chiese: San Pietro in carcere, San Giuseppe dei falegnami, la sagoma appena percepibile di quella dei Santi Cosma e Damiano. E in lontananza, verso il Colosseo, il costone su cui si erge la basilica di Santa Francesca Romana, col suo campanile medioevale.
Per un istante mi blocco e davvero trattengo il fiato, avvinta dalla sensazione di essere immersa in un oceano primordiale, fuori dal tempo e dallo spazio.
Ma poi la mia irrequietezza riprende il sopravvento, e, non appagata nemmeno da tanta meraviglia, trascino frenetica il mio compagno di scorribande su per la salita di Monte Caprino, verso l'obiettivo ultimo del mio viaggio della memoria: il giardino della rupe Tarpea, mitico sito di sommarie esecuzioni di traditori e storica meta di coppiette in fregola amorosa. Anche della nostra, ere geologiche addietro.
Lo troviamo, come ormai da molti anni, chiuso, e in più occupato da casotti prefabbricati, camion e materiale per costruzioni. Però c'è ancora, e tra i lembi dei teli verdi che ce lo occultano alla vista cogliamo scorci che ne testimoniano l'incorrotta magia, nonostante tutto.
Ridiscendiamo fino ad una panchina alle pendici della rupe, incastonata in una nicchia di freschezza immersa nel buio.
C'è una grande pace, ed un'atmosfera arcana, densa, brulicante dell'invisibile vita che per centinaia, migliaia di anni è passata su questo colle.
Restiamo a lungo seduti sul freddo marmo, sereni, ad ascoltare il silenzio gravido di vibrazioni. Parliamo anche un poco, ci viene facile in un luogo dove ogni cosa concorre a farci sentire esseri umani in armonia, legati dalle medesime intuizioni dell'inconoscibile e dall'emozione di esser sospesi insieme sul limite dell'ignoto.
Sono momenti, questi, in cui mi sento una privilegiata, per conoscere questo familiare respiro dei secoli come può solo chi nasce e cresce nell'unicità di Roma. Dolori, angosce, tutto si lenisce, davanti alla religiosa potenza del passato che è giunto sino ai miei piedi e che ora, teso come un immenso arco, mi tiene saldamente unita alle esistenze di individui lontanissimi nel tempo, antichi e favolosi. E io respiro rinfrancata una fierezza che mi dilata i polmoni e mi rimette a posto il cuore e le viscere, ricollocando me al giusto posto nel mondo.

Tornati sulla terra e nel ventunesimo secolo ridiscendiamo ancora lentamente il colle.
Davanti al panorama del Foro esito di nuovo. Sarebbe un delitto voltargli le spalle senza sostare ancora un ultimo istante. Non posso andarmene se non me ne riempio ancora un poco gli occhi.

Così di nuovo lascio errare lo sguardo, e vagare la mente. E mi viene da pensare a come il tempo ha eroso queste costruzioni monumentali. Guerre, saccheggi, accidenti atmosferici, ne hanno devastato la grandezza e compattezza, lasciando queste vestigia quale suggestiva impronta di un solenne e bellicoso splendore ineguagliabile nella storia dell'umanità.
Ma nessun cambiamento è intervenuto nel breve intervallo della mia piccola storia personale. Le otto colonne del tempio di Saturno, e tutto ciò che le circonda, sono le medesime, identiche al periodo della mia infanzia. Non una pietra si è persa. Son passati gli anni, tanti, io sono cambiata, cresciuta, invecchiata: mi sono mossa, ho agito, sperimentato, e porto il carico di ognuno dei miei movimenti, delle mie azioni, delle mie esperienze, impresso su di me.
Invece loro sono rimaste sempre lì, e, rispetto a quel breve soffio di esistenza, immutate, immutabili.

Quest'idea esaltante mi fa girare la testa. Il formidabile tuffo in questo mare di significato mi rassicura talmente da spaventarmi e farmi sentire il bisogno di ancorarmi a qualcosa di concreto. Mi chino in avanti e appoggio il mento ad un ceppo della balaustra. E mi giro verso il mio accompagnatore: ma per un attimo accanto a me non c'è più mio marito, c'è mio padre.
Sgrano le pupille. E' avvenuto davvero. Quarant'anni sono stati cancellati, azzerati in un lampo, e adesso l'immagine attuale combacia alla perfezione con un bianco e nero di allora. Non avrei mai chiesto tanto ad una notte romana. Eppure è accaduto l'insperabile, l'inconcepibile. Il tempo ha volato a ritroso, e io sono tornata bambina.




(Però poi, azz', l'attacco di artrosi cervicale m'è venuto lo stesso...)

lunedì 20 agosto 2012

Pensieri e parole

Passo di qua, lascio una traccia.
E due pensieri, due riflessioni che il fresco e l'ora notturna e il silenzio aiutano a stimolare.
Una, che - per una come me, che dà così tanta importanza ai segni - l'aver scoperto che una certa libreria ha cambiato nome e gestione è cosa degna di nota, simbolo pregno di significato, sigillo della chiusura di un'epoca della vita.

Due, che il dato critico nel confidarsi con le persone sta nell'interpretazione che ciascuno darà dell'evento che stai raccontando. Non oggettiva, ma, almeno nel novantanove per cento dei casi, ovviamente influenzata, falsata, dalla prospettiva di ognuno di questi ciascuno. Che non staranno valutando obiettivamente la tua, di situazione, ma leggendo nella tua la loro. Elargendoti pertanto consigli che non riguardano la tua vita, ma derivano dalla loro, di vita: dalla necessità di preservare le loro speranze, le loro paure, le loro illusioni, le loro convinzioni.
Insomma, è impresa ardua trovare uno che sappia davvero mettersi nei panni degli altri.

Per il resto niente, sono in vacanza, e il mio cervello e - novità assoluta e rimarchevole - il mio cuore lo sono con me. A presto.

lunedì 25 giugno 2012

La sera del dì di festa

Nonostante il titolo evochi Leopardi, io ieri sera ho fatto Foscolo.
(Al quale, tra l'altro, mi son sempre sentita assai più vicina che a quell'altro. Devo avere una vena neoclassicista non da poco. Non che non me la riscontri, eh. Sarà anche per questo che adoro il Bernini più ancora di Michelangelo, chissà? Barocca, ad ogni modo, lo sono. Sono romana, dunque barocca per antonomasia)
Alle otto di sera ho salito il Gianicolo insieme alla mia Pandina.
Non so com'è, di questi tempi ho sempre e solo voglia di luoghi elevati. Mi viene costantemente desiderio, necessità, smania, direi, di ascendere, ascendere, ascendere. Non credo sia da attribuire solo al caldo.
E' come se non mi bastasse più guardare il cielo, sentirmene schiacciata. Vorrei toccarlo, proprio, con un dito, e anche con tutte e due le mani, possibilmente.
Ad ogni modo, ieri sera tramonto di gloria. Io e la Pandina saliamo lentamente il vialone, gustandoci le trafitture dei raggi d'oro del sole che ci dardeggiano contro tra i rami scortecciati dei saldi, grandiosi platani, poi ci attestiamo senza fiatare innanzi al panorama di nuvole rosa che veleggiano senza meta nel cielo chiarissimo, sospinte da un insperato refolo di ponentino, mentre a mano a mano il disco fiammeggiante cala in un'apoteosi d'azzurro e le sagome delle persone davanti a quella sorta di schermo gigante in Cinemascope perdono tridimensionalità e umana gravità diventando gentili figurine di uno spettacolo di ombre cinesi, fino a che il fresco e vellutato manto della sera ricopre ogni cosa, e dalla parte opposta alla residua traccia dell'astro di fuoco ormai scomparso sale e si appunta brillando una perfetta falce di luna crescente che pare disegnata sulla volta celeste da una invisibile e precisissima mano titanica.
Che sensazione di pienezza.


Forse perché della fatal quïete
Tu sei l'imago a me sì cara vieni
O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all'universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

martedì 30 agosto 2011

A bug's life

E proprio il giorno dopo a quello in cui siamo rientrati alla base di città, a mia suocera viene in mente che tutti questi calabroni, la sera, sul portico, al primo accendersi delle luci, sono una faccenda strana. E così scopre in solaio, sopra le nostre teste, un nido gigantesco dei medesimi.

Hanno chiamato, lei e mio suocero, la Protezione Civile per la disinfestazione. Pare che sia compito loro anche questo. La Protezione Civile, rendiamoci conto. Che ha detto "arriviamo in serata, a meno di urgenze gravi". E avrei pure voluto vedere!

Per dire la pericolosità della faccenda.

M'immagino lo sgomento retrospettivo di Angie all'apprendere la notizia. Angie, non preoccuparti! Uomini scafandrati come astronauti li hanno sterminati, hanno individuato e ucciso il calabrone "regina", hanno distrutto liquido mieloso ed un mare di uova e hanno portato via l'osceno immenso pignone. Ora puoi stare tranquilla e tornare quando vuoi!

Però è singolare constatare come io viva praticamente circondata da insetti. Per dire, anche su FaceBook me ne han dato noia un paio, in questi giorni. Fortunatamente quelli non hanno pungiglioni pericolosi. Son solo fastidiosi, e un tantino schifosi. Come le larve che sono, poveretti.

lunedì 22 agosto 2011

Parole, parole, parole

Non sono una ragazza d'azione, io. Sono una seguace della parola.

Chiacchierona enfatica, come tutte le persone timide, perché non reggo i silenzi, non solo parlo a raffica, mangiandomi le sillabe, ma pure grido. Mi accaloro talmente tanto nel parlare che la mia voce sale sempre di più di tono e volume. Gesticolo anche parecchio, in modo piuttosto scomposto, rischiando di urtare cose e persone, farmi schizzar via le cose di mano, rovesciare eventuali bevande o buttarmi addosso il gelato.
Mi piace ascoltare il suono della mia voce, che so essere udita dall'esterno stridula e un poco roca, con un retrogusto di impercettibile melodiosa mitezza. 
Sono un'aspirante affabulatrice, mi diletto a seguire i fili dei miei processi logici, a narrare episodi drammatizzandoli come fossero miti archetipici, risalendo alle origini della notte dei tempi, facendo sospensioni, digressioni, parafrasi. 
E, a parte le sofferte circostanze in cui divengo afasica per la vergogna o lo scoramento, di solito in una discussione non mollo mai.

Ma non è solo questo, non è tutto qui.

Non so bene perché, per me la verità raccontata dalle parole assume concretezza con una forza che sopravanza, potenzialmente, quella della realtà fattuale. Forse l'essere stata in contatto simbiotico dalla nascita e per tutti i lunghi anni dell'infanzia e della giovinezza con una persona priva di vista, che mi costringeva a relazionare costantemente su ogni immagine che vedevo, ogni atto a cui mi accingevo, ogni evento a cui assistevo, perché dovevo portarle il mondo sulle ali della parola acciocché esso acquisisse per lei validità e significato, mi ha modificata, rendendo diversa la mia concezione della comunicazione negli approcci e nei rapporti con le cose e con gli individui.
In me la parola proferita può arrivare a sostituire il comportamento, nel bene e nel male. Per cui spesso mi illudo di aver espletato doveri sociali o familiari semplicemente per averne ragionato a voce, demandandone il compimento ad altri. Oppure che un'accalorata discussione speculativa possa efficacemente surrogare un'intera serie di gesti, di movimenti, di cui non riesco a sobbarcarmi la troppo semplice ed ordinaria fatica. Ma me ne servo anche per gestire i miei impulsi ad atti di violenza, gli scatti di rabbia che in me sono frequenti. Mi sfogo a parole, vomito minacce ed insulti terribili, descrivo nei dettagli intenzioni di crimini efferati e depotenzio così la mia carica aggressiva. Certo non è bello, ma è meno dannoso e socialmente più accettabile del mettersi a spaccare tutto e tutti caricando a testa bassa senza discriminazioni o riguardi per chicchessia.

Ma se mi appassiono alla parola detta, vengo letteralmente folgorata dalla parola scritta.

L'ho sempre amata, è stata nelle prime decadi della mia vita un'amica, la più fedele, sovente l'unica. Ho letto e scritto in sovrabbondanza, ricavandone il più grande conforto e piacere dell'esistenza. 
Poi, col passare del tempo, le occupazioni materiali dell'età adulta hanno preso il sopravvento dentro di me, ed io mi sono come intorpidita. Sono entrata in letargo. 
Vivo da molti anni con persone che alle parole preferiscono i fatti, ritenendo le prime un inutile orpello dei secondi.
Sul lavoro, poi, sono assediata da una semplicità culturale ed intellettuale che arriva nei non rari casi estremi alla povertà di spirito, alla grossolanità e rozzezza. Il livello di comunicazione orale è per lo più elementare, per cui è un continuo dover tarare al ribasso la complessità e vastità dei miei ragionamenti per entrare in rapporto con i miei simili. La produzione di documentazione scritta rispecchia ovviamente questa attitudine mentale, limitandosi ad un inanellamento di formule precodificate e nemmeno ben comprese, al confezionamento di una sorta di patchwork verbale fatto con ritagli raffazzonati. E per fortuna, ché in mancanza di una falsariga molti si producono in interpretazioni lessicali e sintattiche della lingua italiana a dir poco sconsolanti.


Però negli ultimi dodici mesi, sbarcando nel mondo virtuale che è mondo di parole, ho riscoperto qualcosa che era già, ma di cui non riuscivo più a rendermi pienamente conto.
Di come le parole scritte, certe parole scritte, hanno il potere di suscitarmi emozioni come poche altre cose al mondo. 


Qualcuno potrebbe credere che l'espressione verbale, mancando del riscontro dei sensi, sia improntata ad una rassicurante asetticità. Un modo per esporsi mantenendo un diaframma protettivo tra il trasmettitore ed il recettore.
Invece per me è proprio il contrario: quando leggo qualcosa di intelligente, di profondo od arguto, di speciale per me, mi si attiva una potentissima carica d'affetto. Proprio nel senso dell'affezione. Come se mi ammalassi della più dolce delle malattie.
Si avverano in me, in maniera profana, le parole di Isaia: "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto". 
Sono parole di cui mi nutro alla maniera di Ezechiele, a cui Dio dice "mangia questo rotolo" e lui lo mangia, "ed in bocca mi fu dolce come il miele".
Sono parole che danno senso alle cose, perché le nominano, le chiamano con un nome che forse nemmeno sempre è lo stesso che ho dato loro io, ma fa comunque parte di un linguaggio che io comprendo, che mi è familiare.
Sono parole che uniscono, una sorta di rewind della Torre di Babele, dove gli uomini tornano indietro al tempo primigenio in cui si capivano. O almeno ci provavano.


Per cui scrittori e bloggers vari sono avvertiti.

venerdì 22 luglio 2011

Riflessioni di una mente pericolosa

"Ci sono persone, ci sono persone che ne valgono la pena, valgono la pena anche del dolore. Come farebbero a valerne la pena, se non ti accorgessi proprio nel dolore che ne valgono la pena?"
Allora chiudiamo gli occhi, apriamo le braccia e accogliamola, la grazia di questo dolore: perché finché sentiamo che soffriamo, sappiamo che ne vale la pena.


(Però prendergli un tantino le misure a questo dolore, magari mettendosi alla luce per osservarlo bene, mica sarebbe proprio proprio un'eresia, non ti pare, Cri? Che dici, ci vogliamo provare? Criiiiii, parlo con te: volta la testa, guardami negli occhi, dammi retta, bambina! Macché.
Qualcuno mi aiuti a tenerla a bada, questa diciassettenne scema a cui voglio tanto bene, ma che non mi ascolta mai...)



mercoledì 25 maggio 2011

Piccole confessioni di una malandrina

In ufficio si è perso un documento importante pervenuto da un'altra amministrazione. E' arrivato, l'ho protocollato, il mio capo lo ha assegnato e puf, si è dissolto nell'aria.
Mi sono offerta di andare a reperire la copia conforme che una gentile dipendente dell'altra amministrazione si era detta disponibile a rilasciarci immediatamente.
Così sono stata spedita in servizio esterno al centro di Roma alle undici e mezza di mattina, sotto il sole caldo e luminoso di queste giornate di estate anticipata.
Sono andata con l'autista, ma non con la macchina di servizio, perché, dopo oltre un anno dalla richiesta formale, pare che il Comune non abbia ancora provveduto a rilasciare alla mia amministrazione (una pubblica amministrazione) il permesso per la ZTL per quella macchina. O forse il permesso è stato rilasciato, ma si è perso anche quello nei meandri di chi sa quale ufficio della mia amministrazione (stavolta non il mio).
Così, con il placet del mio capo, sono andata con la mia macchina, provvista di permesso ZTL per trasporto dell'invalida di famiglia. La quale, però, non era nella macchina ma a casa sua, ignara del fatto. In compenso in macchina c'era appunto l'autista, che però fungeva da passeggero, perché guidavo io, non volendo renderlo correo delle mie malefatte.
All'andata, tutto liscio. Per evitare di incappare in pattuglie di vigili ho circumnavigato la zona in modo da sbucare in una piazza usualmente abbastanza tranquilla, posta proprio di fronte alla sede della mia destinazione, dove avrei potuto sostare in doppia fila lasciando l'autista a far da palo.
Ho trovato la piazza transennata e presidiata dai vigili per una manifestazione di sordi che rivendicavano il diritto all'insegnamento del linguaggio dei segni a scuola e nelle università.
Facendo con aria svagata un calmo dietrofront ho abbandonato macchina ed autista in mezzo ad un parcheggino retrostante e mi sono avviata a piedi, fendendo la folla dei manifestanti.
Tra andata, permanenza in situ e ritorno (con in mano la preziosa copia conforme) ci avrò messo un quarto d'ora.
Ci ho messo un'ora abbondante, invece, per farmi i trecento metri di strada che mi separavano dall'uscita del labirinto di stradine. Più che incolonnata, inchiodata nel centro di Roma, sotto un sole cocente, al centro di un serpente di macchine e motorini senza capo né coda. L'autista, più che altro, immagino, per dare un senso alla sua inutile presenza, ogni tanto azzardava un commento del genere ma sarà successo qualcosa, non è normale questo imbottigliamento, e poi guardava le lancette dell'orologio che avanzavano verso l'orario di pranzo (fatale ed immutabile per il delicatissimo metabolismo degli impiegati pubblici).
Invece non era successo niente. L'ho scoperto quando, facendo l'ennesima effrazione - una svolta a sinistra - mi sono immessa sulla stradona più famosa della città e ho visto davanti a me piazza Venezia e il Vittoriano sonnolenti, incorniciati dal solito casino. Un tranquillo mercoledì di maggio nel centro di Roma.
Sono rientrata in ufficio stralunata, e ho pensato a quanto avrei voluto doverla cantare io, la canzoncina che oggi ho suggerito a Volpe.