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giovedì 28 novembre 2013

The big sleep

L'altra sera ho scovato sulla bacheca della pagina FaceBook di Angelo Branduardi questo link che mi ha catturata all'istante con la sua prima immagine e il suo interrogativo intrigante, che pareva formulato anch'esso da un bambino.
"Dove dormono i bambini di tutto il mondo?"
Poi ho letto il post, scoprendo che è una serie di scatti che risale al 2010, che ne sono stati tratti un libro all'epoca pubblicizzato su riviste di moda e costume come Vanity Fair e su quotidiani autorevoli o presunti tali come il Corriere, e una mostra esposta anche all'Auditorium di Roma nel 2011 (che ho improvvidamente perso); e che l'autore è un fotografo che collabora col patinato Oliviero Toscani; eppure con questo lavoro riesce a raggiungere una tale concretezza da risultare gli antipodi di quello stile insopportabile.

James Mollison, così si chiama, "ha fotografato in giro per il mondo le “camerette” di tanti bambini. Ogni stanza rivela la cultura e la storia di ogni piccolo d’uomo. Ogni stanza mostra la guerra o la pace di un popolo. Ogni stanza rispecchia il mondo di quel bambino.
Lo spazio dove ogni persona dorme è uno spazio intimo, carico di emozioni, significativo. Assistere a queste fotografie ci fa catapultare in un mondo diverso dal nostro, ci costringe a riflettere, tocca il cuore e talvolta ce lo sgretola… La fotografia, in questo caso, spiega più di mille parole."

Sono stata una bambina senza cameretta: senza il diritto ad un angolo tutto e solo mio, né esterno né interno.
Sono stata, peraltro, anche una bambina insonne: dall'età di nove anni, per larga parte della mia vita.
Dev'essere per questo che è scattata in me una sorta di identificazione a prima vista. E una curiosità intensa, empatica, fatta di tante domande.

Come saranno gli istanti tra la veglia e il sonno di questi piccoli, quel limbo incerto in cui i sensi cominciano a obnubilarsi e lentamente, gradatamente, dolcemente, ci si abbandona, scivolando nella perdita di conoscenza? Assomiglieranno a quelli che erano i miei? Quali sogni verranno a popolarlo, questo sonno? Esisterà nelle loro notti uno spazio franco, preservato, inaccessibile, dove questi guerrieri in miniatura possano deporre l'ingombrante e duro armamentario di imposizioni familiari, culturali e sociali a cui sono sottoposti durante il giorno, ogni giorno, per tornare a varcare nudi e lievi e indifesi la soglia della loro anima innocente, dove poter errare sospesi nella soffice, aerea indeterminatezza del loro piccolo inconscio di piuma? 

Al di là delle situazioni contingenti e delle costrizioni esistenziali - qualsiasi situazione contingente, qualsiasi costrizione esistenziale -, continua a sussistere lo spazio integro di libertà e di fantasia e di autonomia che ogni essere umano tiene dentro di sé ed esterna come può ma in maniera inequivocabile, e che nella fanciullezza, qualsiasi essa sia, è particolarmente incomprimibile? Resiste la consolazione di scoprire che, sotto la ferrea visiera della corazza in cui l'hanno imprigionato gli adulti, persiste lo sguardo puro, l'incorruttibile nucleo caldo e vitale di un bambino?

Ecco, nonostante le contraddittorie apparenze, in molti scatti sconsolanti al punto di parere la negazione completa di ogni speranza, mi piace pensare che queste foto struggenti mi rispondano "sì".

sabato 3 novembre 2012

L'odore della notte

Dormo tanto, in questo autunno morbido, umido e ovattato. Faccio lunghi, beati sonni ristoratori. Anche se magari al risveglio un coltellino svizzero piantato nel ventricolo sinistro un pochino ancora mi dà noia. E sogno anche parecchio, come da molto non mi capitava.
Stanotte, per dire, ho sognato di stare in una storia del commissario Montalbano. In un film, proprio, di quelli della TV. Ma non col commissario Montalbano come l'abbiamo conosciuto dai libri di Camilleri. No, con quello giovane, quello prima di quello arcinoto: quello che non ho mai visto, di cui non ho manco mai letto un ciufolo, ma che so, per essermene documentata sulle riviste, essere interpretato da Michele Riondino (attore che a me piace molto, in molti sensi). Cioè, stavo in una pellicola a colori insieme a Michele Riondino, con tutti i suoi riccetti neri, che però non era Michele Riondino ma il giovane Montalbano. Insomma, stavo in una scena in cui parlavo al telefono con Michele/Salvo che mi chiedeva se avevo fatto nonsoché che mi aveva ordinato per un'investigazione ma io ero svagata, lenta a capire e a rispondergli, e alla fine lui si spazientiva pure un po', e mi diceva cose tipo "vabbé, lasciamo perdere, accantoniamo quest'indagine che tanto non si viene a capo di nulla e poi tu sei troppo disattenta".

Due notti prima di questa invece ho sognato di essere tornata liceale. Di stare in una classe di liceo che però non era il mio vero liceo, visto che quello era esclusivamente femminile e invece io mi trovavo in mezzo a compagni di ambedue i sessi. C'era una discussione di quelle che ogni tanto si pigliano in certe mattinate soprattutto al classico: sull'amore, sull'esistenza, sui massimi sistemi; ciascuno diceva la sua, me compresa, anche se non ricordo cosa, il professore passava tra i banchi, e giunto da me mi faceva un cenno d'approvazione come a dire che stavo dicendo cose giuste, che ero idonea e pertinente ad essere una studentessa, che stavo al posto giusto nel mondo, che tutto andava bene.

E dire che prima d'ora il mio unico, costante, reiterato sogno sulla scuola aveva sempre riguardato l'esame di maturità, con me che arrivavo piena d'ansia perché erano passati decenni dall'ultima volta che avevo aperto i libri e non ricordavo assolutamente niente...

mercoledì 11 luglio 2012

Sogni

100/100 e lode.
(Lo sto scrivendo ovunque!)

Auguri, figlio mio, buona vita. Per tutto ciò che sogni.



Strade di periferia
poco illuminate
noi con la fantasia
strade colorate

Tu cosa farai
Londra che ne so
l'università, l'Italsider mai
forse partirò forse me ne
andrò a Milano!...

Sogni che ti camminano accanto
stesso treno stesso scompartimento
sempre solo per sentirti più eroe
nella mente una nuova canzone
sogni che non ti fanno dormire
sogni che non ti vuoi raccontare
troppo grandi per poterne parlare
troppo dolci per doversi svegliare

Lei arti magiche
vento dell'estate
noi - oltre la collina
strade sconosciute
guarda c'è New York
sembra quasi vera
formula impazzita di città futura
e di rock'n' roll
febbre che non passa mai!

Sogni che ti camminano accanto
stesso treno stesso scompartimento
sempre solo per sentirti più eroe
nella mente una nuova canzone
sogni che non ti fanno dormire
sogni che non ti vuoi raccontare
troppo grandi per poterne parlare
troppo dolci per doversi svegliare
silenziosi come storie d'amore
autostrade inseguendo la luna
sogni che!...


lunedì 12 marzo 2012

Once upon a time

Rubo l'idea a Minerva, la cara Minerva che oggi mi ha dato una bella mano a raddrizzare la giornata, e faccio anch'io il giochino del

 Meme delle fiabe
1) Qual è la tua fiaba preferita?
La Bella e la Bestia. Perché io mi sento, e sono, tutte e due.

2) Quale quella più odiata?
Cappuccetto Rosso: bambina odiosa, mamma odiosa, nonna odiosa.

3) Qual è il tuo cartone animato Disney preferito?
Nell'ordine esatto: Mulan (la scena dell'automutilazione dei capelli, con quella musica coinvolgente,  tuttora, a distanza di quindici anni dalla prima volta che la vidi al cinema, mi dà le vertigini e mi fa fremere le viscere) 
Beauty and the Beast (again! Nomination all'Oscar come miglior film, che io gli avrei assegnato senz'altro)
Tarzan (non solo perché mi piace da matti il bonissimo Tarzan, anche perché adoro come viene rappresentata Jane...)

4) Quale sogno vorresti che la bacchetta magica della Fata Turchina rendesse vero?
Eh, non lo posso dire.

5) Il tuo cattivo preferito?
Il lupo di Cappuccetto Rosso, povero.

6) E il principe dal quale vorresti essere salvata?
Da quello che ho salvato io.

7) Quale dei 7 nani ti rappresenta di più?
Brontolo, Brontolo sicuro.

8) Se Mago Merlino potesse trasformarti in un animale per un giorno, cosa saresti?
Una mangusta, animaletto piccolo e tenace in grado di uccidere i serpenti, e praticamente immune al loro veleno.

9) Se fossi Raperenzolo come trascorreresti le tue giornate nella torre?
A soffrire di solitudine. Fantasticare e guardare giù, di giorno, e di notte su, verso il cielo stellato. Sospirare. Piangere. E poi scrivere melensissime storie d'amore.

10) La prima frase di una canzone Disney che ti viene in mente?
Ora vieni con me/in un mondo d'incanto...

11) Quale frase ti sussurrerebbe più spesso all'orecchio il Grillo Parlante?
Quella che mi ha dedicato Aldo il Monticiano: "Se ci riesci un po' meno trasporto, poco però"

12) Se tu possedessi le scarpette di Dorothy dove vorresti che ti trasportassero?
Dentro il mio cuore, a far visita alla mia Cri piccola.

13) Se dico "C'era una volta..." come proseguiresti la frase?
...una bambina che amava gli abbracci sopra ogni altra cosa al mondo.

mercoledì 30 novembre 2011

Sweet november

E' finito un mese in cui mi sono successe tante ma tante cose.

Io, meteopatica e con un organismo alquanto sensibile alla prevalenza dell'oscurità e alla conseguente carenza di serotonina, ho sempre patito in novembre il momento più deprimente del ciclo delle stagioni. Il periodo dei morti, in tutti i sensi. Ricordo spenti pomeriggi freddi e piovosi in cui la mancanza di illuminazione solare si associava alla percezione della mia desolazione esistenziale, con me che in strada, guardando la fioca luce dei lampioni, mi sentivo annegare nella colata di pece del buio e, boccheggiando sopraffatta dal mio buco nero interiore, cercavo di distrarmi pensando al futuro scintillio degli addobbi natalizi ancora troppo lontano.

Invece il novembre appena trascorso è stato il mese più luminoso di questo 2011 quasi terminato. Insolito, eccezionale, anche nel tempo meteorologico, così tiepido, soleggiato, foriero di cieli tersi, di albe e tramonti di conturbante bellezza, di tenui colori di fioriture primaverili confusi in un amalgama meraviglioso con quelli decisi dell'autunno avanzato. 

Un po' come è avvenuto anche dentro di me, dove il mio autunno incipiente ha incontrato miracolosamente i residui di una remota e smarrita primavera. Dove la Cri adulta si è vista venirle incontro, correndo della corsa dei suoi passetti veloci e leggeri, la Cri bambina, e le due si sono avvicinate sempre più, sempre più, sempre più, tendendosi l'una verso l'altra tra riso e pianto, con spasimi inarrestabili, fino a toccarsi, dando in quell'atto vita ad un'esplosione drammatica e fantastica di dolore e gioia intensissimi: uno choc, uno struggimento cosmico, di strazio indicibile, nel superamento dello scandalo, nella ricomposizione della frattura di due metà perversamente, mostruosamente scisse da spiriti cattivi tanto tempo fa.

Per celebrare l'ultimo giorno di questo periodo di grazia, ieri ho ricevuto in dono un bagno di serenità. Sicuramente precaria, non acquisita, non durevole. Perché stridono, le due Cri. Si adorano, hanno l'una dell'altra un'immensa nostalgia, ma non si sono familiari, vogliono cose diverse, reagiscono a stimoli differenti, hanno aneliti discordanti, necessità opposte. La loro unione è travagliata, la loro armonia molto meno spontanea di quella della natura che ha fatto loro da miracolosa cornice in questi trenta giorni di passione. E il loro futuro è un'incognita. Un susseguirsi di ulteriori prove, tormenti, inquietudini da superare, e tutto per arrivare ad una meta ancora ignota, o anche solo per percorrere un tratto di cammino in mezzo ad un panorama nuovo, nella visione di un orizzonte di opportunità mai concepite prima.

Nel corso di questo luminoso novembre si è fatta chiarezza in me stessa. Alla sua luce sono emerse cose nascoste nell'ombra. Cose con cui dovrò fare i conti, che dovrò collocare in un giusto spazio nell'anima.
Un compito arduo e senz'altro gravido di ulteriore fatica e sofferenza.

Per oggi ancora non ci voglio pensare. Tiro il fiato, medito, rifletto, e cerco intanto di far spazio nell'anima ai ricordi di quel che ho vissuto in questo dolce novembre. Per onorare degnamente un mese di vita vissuta in pienezza. Per non dimenticarla, e non dimenticarmi, mai più.





Per la tua voce come la mia
Ed i tuoi sogni così turbati
Ti infonderei in mille infusi
Coraggio e forza che anch’io non ho
Per i capelli così sottili
E per le dita più trasparenti
Di mille anelli ti coprirei
Di fuoco e fiamme mi accenderei
Piccola bimba, piccola
Fragile e forte a volte non sai
Piccola bimba, piccola
Tu come me, ti perdi in lacrime

Perché tu vada dove vorrai
Per i tuoi sogni persi
Perché tu sia quello che sei
Un incantesimo inventerei
Piccola bimba, piccola
Fragile e forte a volte non sai
Piccola bimba, piccola
Tu come me, ti perdi in lacrime

Tu fammi ridere di me
Arriva, salvami dai miei pensieri
Come me

lunedì 14 novembre 2011

Le conseguenze dell'amore

Ieri sera si è avverato un paradosso spaziotemporale. Una cosa che se me l'avessero predetta non ci avrei mai creduto.
All'avvento della terza vittoria a mani basse dell'orribile banda B&B ero talmente disperata che per un mese ho smesso di informarmi sulle notizie. Le storie sugli eletti, le reazioni a caldo e a freddo, la composizione del gabinetto, i giuramenti davanti al presidente della Repubblica, l'ottenimento della fiducia nei due rami del Parlamento, sono un buco nero, qualcosa di cui non ho ricordi, come se quei giorni io li avessi vissuti in coma profondo. Ho solo memoria di come, scollegato il cervello dall'attualità politica e sociale, evitando come la peste bubbonica giornali e TV, passassi il tempo a disintossicarmi dalla contemporaneità vedendomi senza soluzione di continuità tutti gli episodi di Nero Wolfe con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari.
Poi però la vita quotidiana ha reclamato attenzione. Non potevo continuare a sfuggirla in eterno.
Per fortuna, girellando sul web, sono incappata nel sito di Spinoza. Dove ho incocciato in un gruppo di cazzoni di talento che pigliavano per il culo ogni avvenimento lieto o tragico di cronaca e politica.
Lì è stata la svolta dell'esistenza. Ho scoperto che le notizie le digerivo solo così, mediate e purificate dalla forza satirica delle battute. Qualsiasi follia o illecito ulteriore commessi dall'orrenda e sgangherata compagnia che componeva la compagine governativa e quella parlamentare mi giungeva attutita e depotenziata grazie alla chiave di rilettura dell'ironia.
Mi cito (da un commento che ho postato sul blog di Mr Tambourine a dicembre 2010)
Spinoza è stato, nei suoi momenti migliori, e di sicuro in modo del tutto inconsapevole ed involontario, uno dei pochi antidoti, se non il miglior antidoto, al berlusconismo, inteso non solo come subcultura di massa, ma soprattutto come, diciamo, modello di potere in una società: un sottobosco di anonimi giacobini in fermento, una piccola comunità brulicante di anarchici individualisti irriverenti, genialoidi – alcuni raziocinanti, altri decisamente viranti sullo psicotico, ma tutti indistintamente e aprioristicamente cazzoni – che di fatto cooperava, spontaneamente e senza che i singoli se ne rendessero conto, alla creazione di un “unicum” tematico che era molto più della somma delle sue parti. Un esempio scorrettissimo, scalcinato e del tutto felice, di democrazia diretta. Altro che berlusconismo.
Capitava di tutto, in quei tempi bui, coda immonda di anni ed anni di progressivo impoverimento democratico e culturale. Leggi vergognose, macelleria sociale, duomi in faccia, violenza verbale, bunga bunga, discorsi populisti ai limiti dell'eversione. E io ne potevo ridere, distaccandomene. Ogni giorno portava la sua nuova pena. Però avevo scoperto un modo per fuggire. Tutto quello strame mi avrebbe toccata praticamente, ma non avrebbe influito sul mio umore, i miei sentimenti, le mie emozioni. Spinoza mi aiutava a rimanere libera, e resistente.
Non sarebbe stato solo questo il ruolo di Spinoza per me. Attraverso questa porta virtuale sarebbero entrate via via nella mia vita persone e situazioni che avrebbero rimesso in gioco tanta parte di me stessa.
E' di particolare significato perciò che in uno dei week end più luminosi di sole novembrino e gravidi di emozioni dei miei ultimi anni, degna conclusione di una settimana densa di rimescolamenti emotivi quanto e più di tutte le settimane della mia intera esistenza messe assieme, io mi sia trovata ad assistere alla caduta di Berlusconi seduta ad un tavolo di pub insieme a un piccolo ma ben rappresentativo gruppetto di spinoziani.
Che ora posso chiamare amici.
Con il virtuale che, per lo spazio di un pomeriggio e di una serata, si salda col reale.
E il cerchio si chiude. Nell'ennesima coincidenza, in una circostanza capitata pressappoco per scommessa, la cui minima sfasatura non avrebbe consentito una così esatta corrispondenza negli eventi.
E trovare questa briciola di senso mi conforta nella ricerca del senso più grande, quello che dà senso a tutto quel che io sono oggi, a tutto quel che provo, a tutto quello che prendo e che dono.
Lo piglio come un segno di speranza. Da quell'euforica, ostinata, entusiasta ottimista che sono e che, nonostante tutto, sempre resterò.



giovedì 3 novembre 2011

The wonderful wizard of Oz

Giorni convulsi, caotici. Vado in pezzi minutissimi e mi ricompongo in maniere assortite ogni quarto d'ora. Come una girandola impazzita tutto ha preso a scorrermi intorno a velocità incontrollata. Treni stazioni strade marmi lustri di gelaterie schermi volti e voci e giorni di sole e tramonti e notti e musica e gioia e dolore e lacrime e sorrisi, e rabbia e rancore, angoscia, esaltazione, smarrimento, mi vengono incontro da distanze siderali e mi vorticano attorno sfiorandomi senza toccarmi, senza ch'io riesca a posarmi e riposarmi su alcun dettaglio persistente nella mia memoria, eccetto lo sguardo puro e concentrato di un paio di occhi cristallini che ho avuto più volte, negli ultimi due giorni, fissi nei miei.
Sono sfinita, travolta da un coinvolgimento tanto parossistico da sconfinare in noncuranza e atarassia. Il corpo si difende da una tale valanga semplicemente facendo finta di nulla. Mi sento anestetizzata. E' come quando da bambina imploravo invano l'oblio del sonno come baluardo contro la paura dei fantasmi che vedevo nel buio. Come se addormentarmi avesse potuto valermi da corazza contro le brutte cose che popolavano la stanza. Come se scivolando nell'incoscienza io venissi trasportata in un luogo sicuro lontano da lì.
Stanotte, ad ogni modo, il mio sonno è stato profondo ed ininterrotto, non disturbato nemmeno dalle squille di tromba dei due messaggi che mi son giunti sul cellulare, ai quali ho risposto come in trance ma, ho controllato stamani, in modo appropriato.
Mi è rimasta di stanotte un'immagine sola, sospesa tra sogno e realtà. L'immagine di un paio di scarpe rosse. Un'idea iperurania di scarpe rosse, concetto archetipico, figura evocativa delle scarpette rosse di Dorothy che battono nel rituale che la riporterà a casa, completato dalla formula magica pronunciata con ardore: "nessun posto è bello come casa mia, nessun posto è bello come casa mia..."
Scarpe rosse che forse riporteranno a casa più di qualcuno, nei prossimi giorni. Ciascuno nella sua, di casa. La casa che è là dove si trova il cuore.
E dov'è la mia, di casa? Il mio posto bello come nessun altro? Dov'è il mio cuore?
Spero di trovare anch'io scarpette rosse che ci portino, o riportino, pure me.


mercoledì 10 agosto 2011

Sogno di una notte di mezz'estate

Qualche sera fa, per arginare la sconfortante malinconia agostana che puntuale ogni anno mi si ripropone e che si accentua al calar delle tenebre, invece di consumarmi gli occhi a srotolare vecchie conversazioni di skype od obnubilarmi il cervello guardando lo scorrere del rullo della home di FaceBook m'è venuto in testa di tuffarmi nella notte di Roma. Antica.
Così, verso le undici, ho cominciato a far le feste al consorte: "Usciamo? Mi porti al Campidoglio? Andiamo a vedere la rupe Tarpea?"
Il grande lavoratore, rincasato da poco, col boccone ancora sullo stomaco e il peso di mesi di lavoro sulle spalle, nicchiava sbuffando. Non gli andava, non gli andava proprio. Invece di rovine bimillenarie avrebbe voluto guardare, come ogni sera, gli specchi dell'armadio della camera da letto: in penombra, da supino, per quei trenta secondi necessari a chiudere gli occhi e sprofondare, da giusto qual è, nel solito sonno di piombo.
Io però non demordevo, presa dall'urgenza di sottrarmi, per una sera, al dibattermi in quella sottile e familiarissima angoscia che sentivo già salirmi come l'acqua alla gola.
Dopo più di una mezz'oretta di tiraemolla, lo streaming di Profondo Rosso sulla TV del salotto davanti alla quale si erano spaparanzati i figli con gli amici ("mamma" avevano detto "possiamo far venire a dormire da noi Simone e Carlo?" che tradotto s'intendeva "possiamo fare tutta la notte a pistolettate sulla PS3, a scorpacciate di film su TV e pc, a pancakes con sciroppo d'acero e zucchero vanigliato e Nutella e poi, in quest'ordine, a spaghettate ajo ojo e peperoncino zozzando tutta la cucina che in seguito TU pulirai, a chiacchiere sulla veranda fino a mattina inoltrata, per quindi, dopo esserci gettati di nuovo su altri generi commestibili intorno all'ora di pranzo, cadere stecchiti tutti, noi e loro, su letti e divani random oltre le cinque del pomeriggio seguente?") ha convinto il coniuge recalcitrante che era preferibile mettersi semi incosciente alla guida di uno scooterone a mezzanotte meno venti piuttosto che restare a rigirarsi nel letto sorbendosi urla da thriller ultratrentennale con il sottofondo della musichetta allucinante dei Goblin. Così siamo partiti.
Alla prima curva, sentendo l'arietta umida che mi solleticava l'artrosi cervicale nell'impatto tra le mie scapole scoperte dalla canottiera di cotone indiano e maledicendo l'adolescenziale imprevidenza di non essermi portata il giacchettino (atavica sventatezza per cui già ai tempi mi rimproverava sempre mia nonna), constatavo al contempo sulla mia pelle l'anomalia climatica di questa estate insolitamente fresca, non scontata come molte altre della mia vita passata e allora, forse, chissà, davvero potenzialmente foriera di novità atmosferiche - in senso proprio e metaforico, le quali io sto sempre protesa a fiutare come una mambo vudù  - che mi ha allertata e spinta ad aprire al massimo i canali sensuali e psichici.
In un baleno, percorrendo le strade semideserte, siamo arrivati a piazza Venezia, che il mio centauro ha costeggiato parcheggiando sull'adiacente piazzetta antistante la chiesa di San Marco, di fronte allo slargo di giorno più ingolfato di Roma, che a quell'ora, vuoto e tranquillo, tra i sampietrini lustri che riflettevano le luci dei semafori e lo squarcio di cielo scuro e barocco, pareva la porta d'accesso a un'altra dimensione, incastonata tra la mole bianca del Vittoriano e, giù all'orizzonte, la sagoma del teatro di Marcello. Uno scenario che ho brevemente contemplato in compagnia di madama Lucrezia, una vecchia amica di pietra con la quale non conversavo più da parecchi anni e che mi ha fatto piacere ritrovare.
Quindi io ed il centauro, appiedati, ci siamo avviati verso il Campidoglio: superata l'Ara Coeli, abbiamo salito la scalinata tra i leoni di pietra, oltrepassando Cola di Rienzo, fino ad arrivare ai Dioscuri e al palcoscenico di una delle piazze più belle del mondo.
Davanti a tanta magnificenza il centauro ha sospirato.
"Che pena, pensare che ora qui c'è Alemanno."
"Ma chissenefrega" ho replicato io beata. "Guarda qua: a questa piazza, a Roma, Alemanno je fa un baffo."
E mentre lo dico mi avviene qualcosa dentro: sento che è vero; e che è vero anche per me, che m'accorgo improvvisamente di esser stanca, tediata, di soffrire, e di volermene un po' fare un baffo anch'io della mia angoscia; e così, improvvisamente, lì, al suono di quelle parole, tra le logge del palazzo dei Conservatori e la felice geometria delle losanghe dello splendido cortile di Michelangelo, mi cade dal petto una parte del peso che vi grava da un po' di tempo.
Per un attimo mi brillano gli occhi, il cuore mi canta.
Prendo per mano il mio ragazzone, lo tiro. "Vieni, dai, su, andiamo a vedere come sta la rupe, che fine ha fatto" e ci infiliamo nel vicoletto di fianco al Palazzo Senatorio, costeggiando le impalcature che lo cingono e che, insieme alle luci giallognole, creano un irresistibile effetto di sottosuolo riemerso da ricordi di vecchi sceneggiati TV ambientati in una Roma misteriosa e paranormale sepolti nella mia mente dalla prima infanzia. E io sempre coi sensi amplificati scruto, osservo e annoto tutto, godendomi fin dentro i pori della pelle la percezione di essere finita in Geminus, o ne Il segno del comando.
Finito il budello, usciamo sulla balconata e ci scontriamo col panorama più mozzafiato dell'universo.
Sotto di noi, deserta, immota, e tanto vicina che pare di poter stendere una mano ed arrivare a toccarla, si offre all'abbraccio dei nostri sguardi la distesa del Foro Romano in tutta la sua secolare maestosità.
L'enorme frammento delle otto colonne del tempio di Saturno, drammaticamente e fatalmente innalzate in una vertiginosa tensione ultraterrena. E intorno, a corona, il biancore del tempio di Vespasiano e dell'arco di Settimio Severo, Più in là la basilica Giulia, il tempio dei Dioscuri, il lapis niger. Sull'estrema destra la macchia scura, mistica, del bosco sacro del Palatino.
E ovunque punteggiato di chiese: San Pietro in carcere, San Giuseppe dei falegnami, la sagoma appena percepibile di quella dei Santi Cosma e Damiano. E in lontananza, verso il Colosseo, il costone su cui si erge la basilica di Santa Francesca Romana, col suo campanile medioevale.
Per un istante mi blocco e davvero trattengo il fiato, avvinta dalla sensazione di essere immersa in un oceano primordiale, fuori dal tempo e dallo spazio.
Ma poi la mia irrequietezza riprende il sopravvento, e, non appagata nemmeno da tanta meraviglia, trascino frenetica il mio compagno di scorribande su per la salita di Monte Caprino, verso l'obiettivo ultimo del mio viaggio della memoria: il giardino della rupe Tarpea, mitico sito di sommarie esecuzioni di traditori e storica meta di coppiette in fregola amorosa. Anche della nostra, ere geologiche addietro.
Lo troviamo, come ormai da molti anni, chiuso, e in più occupato da casotti prefabbricati, camion e materiale per costruzioni. Però c'è ancora, e tra i lembi dei teli verdi che ce lo occultano alla vista cogliamo scorci che ne testimoniano l'incorrotta magia, nonostante tutto.
Ridiscendiamo fino ad una panchina alle pendici della rupe, incastonata in una nicchia di freschezza immersa nel buio.
C'è una grande pace, ed un'atmosfera arcana, densa, brulicante dell'invisibile vita che per centinaia, migliaia di anni è passata su questo colle.
Restiamo a lungo seduti sul freddo marmo, sereni, ad ascoltare il silenzio gravido di vibrazioni. Parliamo anche un poco, ci viene facile in un luogo dove ogni cosa concorre a farci sentire esseri umani in armonia, legati dalle medesime intuizioni dell'inconoscibile e dall'emozione di esser sospesi insieme sul limite dell'ignoto.
Sono momenti, questi, in cui mi sento una privilegiata, per conoscere questo familiare respiro dei secoli come può solo chi nasce e cresce nell'unicità di Roma. Dolori, angosce, tutto si lenisce, davanti alla religiosa potenza del passato che è giunto sino ai miei piedi e che ora, teso come un immenso arco, mi tiene saldamente unita alle esistenze di individui lontanissimi nel tempo, antichi e favolosi. E io respiro rinfrancata una fierezza che mi dilata i polmoni e mi rimette a posto il cuore e le viscere, ricollocando me al giusto posto nel mondo.

Tornati sulla terra e nel ventunesimo secolo ridiscendiamo ancora lentamente il colle.
Davanti al panorama del Foro esito di nuovo. Sarebbe un delitto voltargli le spalle senza sostare ancora un ultimo istante. Non posso andarmene se non me ne riempio ancora un poco gli occhi.

Così di nuovo lascio errare lo sguardo, e vagare la mente. E mi viene da pensare a come il tempo ha eroso queste costruzioni monumentali. Guerre, saccheggi, accidenti atmosferici, ne hanno devastato la grandezza e compattezza, lasciando queste vestigia quale suggestiva impronta di un solenne e bellicoso splendore ineguagliabile nella storia dell'umanità.
Ma nessun cambiamento è intervenuto nel breve intervallo della mia piccola storia personale. Le otto colonne del tempio di Saturno, e tutto ciò che le circonda, sono le medesime, identiche al periodo della mia infanzia. Non una pietra si è persa. Son passati gli anni, tanti, io sono cambiata, cresciuta, invecchiata: mi sono mossa, ho agito, sperimentato, e porto il carico di ognuno dei miei movimenti, delle mie azioni, delle mie esperienze, impresso su di me.
Invece loro sono rimaste sempre lì, e, rispetto a quel breve soffio di esistenza, immutate, immutabili.

Quest'idea esaltante mi fa girare la testa. Il formidabile tuffo in questo mare di significato mi rassicura talmente da spaventarmi e farmi sentire il bisogno di ancorarmi a qualcosa di concreto. Mi chino in avanti e appoggio il mento ad un ceppo della balaustra. E mi giro verso il mio accompagnatore: ma per un attimo accanto a me non c'è più mio marito, c'è mio padre.
Sgrano le pupille. E' avvenuto davvero. Quarant'anni sono stati cancellati, azzerati in un lampo, e adesso l'immagine attuale combacia alla perfezione con un bianco e nero di allora. Non avrei mai chiesto tanto ad una notte romana. Eppure è accaduto l'insperabile, l'inconcepibile. Il tempo ha volato a ritroso, e io sono tornata bambina.




(Però poi, azz', l'attacco di artrosi cervicale m'è venuto lo stesso...)