Visualizzazione post con etichetta William Shakespeare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta William Shakespeare. Mostra tutti i post

martedì 10 settembre 2013

La freccia nera




Lo scorso martedì sera, al Globe, ho assistito al mio primo Riccardo III, notissimo capolavoro, ancorché minore, del Grande Bardo, che ho scoperto essere la sua opera più rappresentata: batte persino Amleto.
Minore perché giovanile, acerba, la trascendente originalità della sua successiva titanica, immortale produzione qui ancora solo sfiorata, e non ancora raggiunta l'emancipazione dal gusto gotico che permea i drammi nerissimi di Marlowe e degli altri suoi colleghi contemporanei fino a quel momento più celebri di lui, è né più né meno che una divertente e folle carneficina familiare senza tregua e senza respiro, attuata e narrata insieme, con lugubre entusiasmo e raccapricciante giocondità, dal suo artefice Riccardo di Glouchester, rispettivamente fratello, cugino, zio diretto o acquisito e marito di malcapitati York, alcuni dei quali peraltro a loro volta responsabili, quando non strettamente fautori, di precedenti delitti a danno di svariati Lancaster, altri loro congiunti, tutti maturati nel solco di quella lunga scia di sangue versata tra quelle due casate, entrambe discendenti dall'unica schiatta dei Plantageneti, per la supremazia sul trono d'Inghilterra, passata alla storia col titolo di Guerra delle due Rose.
Datosi che lo spettatore è consapevole che la fragorosa e cruenta sarabanda a cui assiste è effettivamente avvenuta, il suo primo pensiero, insieme a "quanto rimpiango in 'sto momento di essermene fregato a scuola dei cazzi e mazzi della monarchia pre Tudor, se l'avessi studiata come si deve adesso mi raccapezzerei in questo groviglio di parentele e di ammazzamenti di gente che si chiama tutta allo stesso modo, tre Riccardi, tre Enrichi, tre Edoardi, due Margherite, due Elisabette" è "ammazza, però, gli inglesi, che delicatezza di spirito, che attaccamento alla famiglia, che riguardo, che nobiltà d'animo! C'hanno un popo' di antenati di questa risma, che ospitavano i parenti stretti nella Torre di Londra e li ossequiavano a colpi di mannaia o facendoli strangolare, e ora fanno i fichi con il british understatement. Ma mi facessero il piacere."
In realtà poi sembra che questo Riccardo duca di Glouchester, assurto ad emblema di tutte le efferatezze compiute dagli York e dai Lancaster, non fosse il mostro di malvagità che il Grande Bardo pretende. Non più degli altri, almeno. E' vero, usurpò il trono dei figli del fratello (la cui morte, peraltro, pare, avvenne per cause naturali, ed egli non ne ebbe dunque sorprendentemente parte) - quell'Edoardo che l'aveva strappato al precedente re Enrico Lancaster e a suo figlio, tolti dal mondo ad opera del medesimo Riccardo nel suo periodo di fedeltà alla famiglia - dichiarandoli eredi illegittimi del sovrano defunto, facendoli rinchiudere nella torre di Londra e lasciandoli lì a morire d'inedia, o aiutati da un paio di sicari (anche se in tempi recenti, se non sull'imprigionamento, quanto meno sull'ordine di omicidio dei due principini la colpevolezza di Riccardo è stata messa in forse, un forse che scagiona lui per coinvolgere il "buono" Lancaster, l'eroico liberatore Enrico Tudor che lo sconfisse e lo lasciò morto nella battaglia di Bosworth Field salendo al trono al posto suo: ma nemmeno la storia può combattere contro Shakespeare e averla vinta), più o meno in contemporanea all'altro suo fratello conte di Clarence, a cui aveva fatto fare poco prima la stessa fine, per poi occuparsi di far passare a miglior vita la sua regina, lady Anne vedova Lancaster, sua antica promessa sposa divenuta sua moglie dopo che lui aveva finito di ammazzarle il marito e il suocero, i succitati re Lancaster fatti fuori in precedenza (rincarando poi la dose col cognato, dato che in questo guazzabuglio sanguinoso il già menzionato Clarence figura anche come marito della di lei sorella...); non fu però un monarca particolarmente vessatore, e non venne odiato dal popolo, perlomeno non più di quanto non fossero odiati tutti gli altri. Ma il Riccardo III di Shakespeare viene composto per celebrare i fasti dei Tudor, eredi diretti dei Lancaster, e dunque espone il punto di vista dei vincitori. Una forzatura che, tuttavia, invece di nuocergli, ha finito per regalargli, beffardamente, una fama imperitura.
Un dettaglio, invece, pare finalmente certo, dopo secoli in cui era stata considerato mero artificio letterario volto ad esprimere e motivare una ripugnanza anche fisica per un personaggio storto nell'anima: Riccardo era davvero gobbo, a causa di una scoliosi che gli aveva deformato la spina dorsale. Così palesa lo scheletro rinvenuto nel settembre scorso in un parcheggio a Leicester, il quale, in seguito ai test del carbonio 14, è risultato compatibile con l'esistenza storica di Riccardo. E che ora si parla di comporre e di seppellire con tutti gli onori. Insomma, adesso, oltre alla tragedia di Shakespeare, di Riccardo abbiamo anche i resti: l'uomo si è ricongiunto col suo mito.
Sia come sia, è stato suggestivo godere le crudeli gesta del diabolico Riccardo, e poi la sua caduta rovinosa e gloriosa. Il suo protagonista, Maurizio Donadoni, grandissimo attore teatrale, ha restituito appieno il fascino maledetto del personaggio e la sua suadente luciferina simpatia, credibile anche nella possanza fisica che lo rendeva simile ad un orco delle favole. Ma io, gustandomi incantata la sua vitalissima performance, ho ricordato un altro Riccardo, più misurato, sinuoso, fine ed elegante: quello ammirato da bambina in uno sceneggiato televisivo che era fiabesco e avventuroso piuttosto che cupo e macabro.
Eccolo qui, a colori invece che in bianco e nero, ma insomma proprio lui, serpentesco, infido, ammaliante, magnetico, Adalberto Maria Merli nei panni di un giovane Riccardo di Glouchester ne La freccia nera di Anton Giulio Majano.

Chissà se la memoria non m'inganna... Mi toccherà proprio rivedermela per appurarlo, quell'avvincente storia di cappa e spada. Per fortuna sono una collezionista e ho tutta la serie completa in DVD...


lunedì 29 luglio 2013

La tempesta

"Se con la vostra arte, mio caro padre, avete
spinto a questo ruggito le onde scatenate, placatele.
Sembra quasi che il cielo voglia rovesciare fetida pece, 
ma il mare, gonfiandosi fino al volto dell'aria, 
ne spegne bruscamente il fuoco. Come ho sofferto
con quelli che ho veduto soffrire! Una bella nave,
che senza dubbio aveva a bordo nobili creature,
ora è un mucchio di rovine. Oh, quel grido ha colpito in pieno
il mio cuore! Sono tutte morte, quelle povere anime.
Se io fossi una divinità potente, avrei
sprofondato il mare nella terra prima
che inghiottisse così quella bella nave
con il suo carico di anime."
"Sìì serena, 
non angosciarti più. Dì al tuo cuore pietoso
che non è accaduto alcun male."

Prendete una, anzi, due notti della seconda metà di luglio: una di pioggia e freddo fuori stagione, la successiva altra tiepida e piacevole.
Prendete una natura leonardesca che in quel periodo dell'anno offre spettacoli di verdi vigneti sciorinati al sole affiancati a campi sterminati di girasoli giallo oro, nel pieno rigoglio della fioritura, senza soluzione di continuità, circondati da filari di ascetici cipressi e macchie di boschi ubertosi.
Prendete un gruppo di abitanti di quelle rinascimentali terre, tra la Val D'Orcia e la Val di Chiana, pei quali tanta natura armoniosa al limite del sublime è abituale cornice dell'esistere, atmosfera che contagia lo spirito e lo inclina spontaneamente all'amore per il bello, per l'arte, pel godimento di quell'intensa, gioiosa sensualità che si effonde nel petto.
Prendete un metatesto ermetico, suggestivo, onirico come La tempesta di Shakespeare, e datelo in pasto a costoro, che dei suoi versi si nutriranno con diletto e devozione fino a farsene possedere, divenendone, non interpreti, ma veicoli semantici, parole vive, incarnate, risuonanti.
Prendete un teatro che è una piccola accogliente bomboniera, capiente al punto giusto per consentire ad uno spettatore di assaporare appieno la delizia di ogni dettaglio dell'amorosa condivisione di quest'ambrosia; e pigliate indi, la sera successiva,  la vasta e misteriosa corte, adorna di scenari fiabeschi, di un castello quattrocentesco in cima ad un colle, con la luna piena infissa allo zenith del cielo, ad arricchire a dismisura la malia di quella coralità di voci e di volti, ed aumentare esponenzialmente lo scambio di emozioni tra recitanti e pubblico, in un gioco di rimandi di sentimenti - passione dei primi, gaudio dei secondi, e passione amplificata pel gaudio percepito, e gaudio accresciuto dalla percezione del dono di quella passione potenziata - che è circolazione di purissima energia affettiva.
Unite tutti gli elementi, e avrete un'esperienza profondamente terapeutica per l'anima.
Una tempesta di vita.

(E questa settimana ci ho rifatto, regalandomi un altro meraviglioso week end in quegli ameni luoghi per assistere a La malattia della famiglia M, un gioiello di piéce messa in scena in un gioiellino di teatro liberty, il Concordi di Acquaviva di Montepulciano, da un altro grande artista che ho avuto l'onore di conoscere su FaceBook, che in questi frangenti va benedetto.

La stragrande maggioranza della gente cura la depressione farmacologicamente.
Io l'ho combattuta, e vinta, con il teatro, l'arte, la frequentazione di persone positive, il taglio di aborti di relazioni negative, e la contemplazione della natura.

Sono fiera di me stessa. E sono risorta.)



"Le nostre rappresentazioni sono finite. Questi nostri attori,
come vi ho detto, erano spiriti,
e sono svaniti nell'aria, nell'aria sottile.
E, come l'edificio senza fondamenta di questa visione,
così le torri ammantate di nubi, gli splendidi palazzi,
i templi solenni, lo stesso immenso globo,
sì, e tutto quel che racchiude, si dissolveranno,
e, simili all'incorporea rappresentazione ora svanita,
non lasceranno traccia. Siamo della sostanza
di cui sono fatti i sogni..."



lunedì 19 settembre 2011

Sigh no more


"and therefore never flout at me for what I have said against it; for man is a giddy thing, and this is my conclusion."