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venerdì 9 gennaio 2015

Je suis Charlie



Io sono una dalle reazioni inconsulte, incongrue. Persino in circostanze che non mi riguardano, che nulla hanno, in superficie, a che fare con me. 


Una volta su due la mia risposta agli eventi - per questo, a sua volta, una volta su due esagerata - è emotiva, e proviene da una regione primaria di me stessa, un meccanismo preordinato alla corteccia frontale cerebrale, sede del linguaggio e della elaborazione analitica delle immagini. Dal sistema limbico, insomma, direbbe il mio maestro jedi, ultrà della teoria dei tre cervelli. 

Ma raramente questi impulsi reattivi pigliano direzioni così nette con tale potenza, facendomi uscire da me stessa previa espugnazione del mio fortino interiore a colpi precisi e violentissimi di ariete.

Andando a ritroso nella memoria fin dove riesco ad arrivare ricordo due sole occasioni di spicco.

Una ha a che fare con la morte di Nicola Calipari, un evento per me sconvolgente per chissà che mi fece scattare dentro da costringermi ad andare a mettermi in fila al Vittoriano ad omaggiare la salma, con un'emozione che mi faceva pulsare le vene nei polsi manco fossi ad un matrimonio. Continuando, mentre attendevo il mio turno di trovarmi davanti alla sua bara, a vedermi davanti agli occhi la scena: Calipari che, non per eroismo, non per esaltazione, semplicemente per ostinazione e professionismo esemplari, per portare a termine una missione rischiosa ma sin lì riuscita, per non farsela mandare in vacca all'ultimo momento, senza esitazione, istintivamente, si getta su Giuliana Sgrena, una donna che non fa parte della sua cerchia di affetti, che fino a quel momento non aveva mai incontrato, di cui forse nemmeno condivide le scelte, le fa scudo col suo corpo e le salva la vita scambiandola con la sua, ricevendo le pallottole destinate a lei. Mentre non mi si levava dalla testa un pensiero che mi dava le vertigini: l'aveva fatto per la Sgrena, l'avrebbe fatto per me, l'avrebbe fatto per i miei figli. L'aveva fatto per la Sgrena, l'aveva fatto a me, l'aveva fatto ai miei figli.

L'altra mi ha preso di brutto l'altro ieri, quando ho saputo della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Con l'indignazione, la rabbia, che mi montava dentro, nell'apprendere i contorni che contribuivano a perfezionare il quadro di orrore e morte. E anche lì, come per Calipari, è scattata l'identificazione: i terroristi sono entrati in un luogo intimo e quotidiano e, per un malinteso eroismo, una cieca esaltazione, con bruta ostinazione e professionismo esemplare hanno annientato degli uomini pacificamente riuniti attorno ad un tavolo durante una riunione di lavoro a sangue freddo. E non ha smesso dal primo istante, anche qui, di turbinarmi in testa un pensiero: l'hanno fatto a loro, con un pretesto: con un altro pretesto, altrettanto arbitrario, l'avrebbero fatto a me, l'avrebbero fatto ai miei figli.

Non conoscevo le vignette di Charlie Hebdo. Non avevo visto quelle su Maometto, che pure avevano suscitato tante proteste e polemiche qualche anno fa. Ora le ho scorse, e posso dire che non mi piacciono, affatto. La loro oscenità è gratuita e spocchiosa, sterilmente provocatoria, non priva di violenza ideologica. Il Vernacoliere, in Italia, è arte sublime, a paragone.


Eppure il mio meccanismo psichico non ha avuto esitazioni, nel muovermi ad un'incazzatura bestiale per quegli assassini brutali, efferati, commessi contro chi quelle vignette aveva concepito e disegnato.

Perché una donna come me, difettosa, attivata di preferenza dal sistema limbico anziché dalla corteccia encefalica, come se fosse rimasta indietro di uno stadio evolutivo, non può concepire di accettare che esistano suoi simili rimasti, o tornati, allo stadio ancora più grezzo, quello del cervello rettiliano. 


Perché al di là delle grandi questioni - la libertà di espressione, il ruolo sociale della satira, la perniciosità del fanatismo religioso, il valore del multiculturalismo, la tolleranza, la mescolanza, la vicinanza, la testimonianza, la militanza - qui per me la faccenda sta ancora più a monte, proprio al grado zero della nuda autocoscienza individuale e collettiva: sta nella mera, elementare constatazione dell'assurdità di opporre, ad un uomo inerme, che faccia cose simpatiche od odiose, argute o idiote, amabili o insopportabili, concilianti o provocatorie, un uomo con un kalashnikov: di opporre ad una vignetta, un disegno fatto con le matite colorate!, una sventagliata di mitra in faccia, un disegno di morte. 

E' questa mostruosa sperequazione, contraria alla logica e all'intelligenza, che io respingo gonfia di rabbia, sopra tutto e prima di tutto. E' per questo che non si deve dargliela vinta, a questi subumani psicopatici.

E l'unica risposta possibile è quella di Vittorio Arrigoni: restiamo umani. Che significa, restiamo pacifici, non facciamoci coinvolgere nella dinamica di violenza estremistica, nella spirale dell'odio e della vendetta. Non rispondiamo ad un massacro che è una dichiarazione di guerra con l'accettazione di questa guerra. Opponiamo alla furia massiva l'individualità di una mente, tante menti, pensanti e autonome. Annientiamoli con la forza dell'ironia, della superiorità della corteccia encefalica sul cervello rettiliano. Facciamo veder loro che le loro azioni producono questi effetti, assolutamente antitetici e controproducenti per i loro intenti. Che per questo non ci possono sottomettere, e non potranno farlo mai.

Ad esempio, così, con questa meravigliosa, straziante, esilarante copertina per il nuovo numero di Charlie Hebdo (che andrà in edicola regolarmente tra qualche giorno), immaginata da un altro collettivo satirico francese, Les Guignols, in tributo alla metà dei morti di Charlie Hebdo, i sei disegnatori, i quali simbolicamente rappresentano tutti gli altri, caduti assieme a loro.




martedì 12 agosto 2014

Di sole e d'azzurro

Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come mi capita ormai da qualche anno per motivi non tanto economici quanto familiari e personali. 
(Familiari: figli per ora persi poiché ormai, se non ancora in via ufficiale, di fatto mentalmente e fisicamente autonomi e mentalmente e fisicamente pigri in maniera irriducibile oltre ogni immaginazione, e dunque impossibili da convincere o vincere nella battaglia di svellerli dal nido e dalle carabattole di cui l'hanno infarcito e ostruito in favore di un periodo di vacanza, in nostra o in altrui compagnia.
Personali: l'indolente volontà di testimoniare a me stessa - corroborata anche grazie a quel loro così manifesto ed ostinato disinteresse alla questione - l'anarchia del non rispetto dei costumi borghesi in me da sempre latente, e sotto a quella l'affrancazione dalla palude del mio inconscio di bambina che, condizionato all'epoca dal malessere di vivere nel misero e doloroso isolamento di una famiglia squisitamente disfunzionale avvalorato dall'oggettiva circostanza del divenire il mio quartiere di residenza, per almeno tre delle quattro settimane del mese di agosto, un vero e proprio deserto, mi faceva patire l'insostenibile acutezza di un senso di abbandono, come di un punitivo esilio dal consesso civile, ad un segno tale da farmi considerare l'odiosa e coatta migrazione in caotici e scomodi luoghi di villeggiatura una benedizione, pur di allontanarmi da quella condizione penosa che aggravava la mia già penosa esistenza di prigioniera, separata dal mondo delle persone libere e, io allora immaginavo, felici e contente di campare divertendosi allegramente).
Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come già, dicevo, è accaduto nelle tre o quattro estati precedenti a questa: quando, anno dopo anno, ho potuto assistere all'inversione di tendenza sempre più marcata dal vuoto al pieno, dalla serrata totale di tre settimane dei negozi al progressivo prolungamento dell'apertura sulla chiusura, da venti giorni a quindici a dieci a sette, dalla sfilata di palazzi con le finestre sbarrate alla visione di panni stesi e di porte finestre aperte prima su dieci, e poi su venti, e poi su cinquanta balconi per l'intero mese senza interruzione, dall'immobilità post atomica del paesaggio rotta solo dall'abbaiare di un cane invisibile all'orizzonte al marciapiede che anno dopo anno si rianima del transito di una persona all'ora, e l'anno dopo di dieci, e l'anno dopo ancora di venti, trenta, sessanta, cento.
Ma a vedere quello che ho visto ieri non c'ero ancora arrivata. Ieri intorno all'ora di pranzo, quando sono rientrata dal mio week end lungo e tonificante in campagna (quello sì, in beata, beatissima solitudine) e ho scoperto assieme al marito guidatore di non poter posteggiare la macchina sotto casa per scaricare le quintalate di provvigioni di cui ci siamo riforniti (ci hanno costretti a rifornirci). No no.
No, perché, contrariamente a tutti gli anni precedenti, nessuno escluso, lungo tutto il perimetro del mio palazzo, l'undici di agosto, non c'era un solo posto auto libero.
Bisognava accostare, come in un'ordinaria domenica sera qualunque di autunno inoltrato, scaricare e poi parcheggiare più lontano, oppure nel nostro box. 
Nel nostro box, uno delle centinaia di box auto fioriti sotto l'instabile suolo del nostro quartiere improvvisamente crivellato di trincee scavate ai tempi gloriosi dell'approvazione del P.U.P.: formicai sotterranei costruiti, alimentando un business facile e famelico, grazie a corsie preferenziali di permessi grandi come autostrade, da piccoli e grandi squali del cemento sventrando viali e svellendo alberi dai giardini e devastando oratori parrocchiali (preti e suore furono i primi a gettarsi nell'affare concedendo i loro terreni al miglior offerente) perché, questa era la giustificazione data dall'amministrazione cittadina (di centro sinistra), così si sarebbero risolti i problemi di intasamento degli innumerevoli veicoli, divenuti, per il sopraggiunto benessere, due o tre per famiglia, in misura assai superiore al numero di posti di superficie disponibili.
Quei box che, svenduti uno ad uno da tanti proprietari in difficoltà, hanno adesso risputato le macchine sulla strada. Macchine che ieri, e anche oggi, assieme a quelle di coloro che non sono andati ancora - o non andranno proprio - in ferie, ho trovato allineate in fila davanti ai marciapiedi del mio palazzo e di quelli limitrofi, ad occupare tutti i posti disponibili.
Chi gliel'avesse detto, ai sessanta cipressi abbattuti sotto i miei occhi inorriditi la mattina del 23 dicembre 2002 nel sottostante giardino della mia scuola elementare (che le monache si erano affrettate a cedere al costruttore di turno a scopo di lucro, fregandosene di dove di lì alla primavera sarebbero andati a giocare durante la ricreazione i loro scolaretti), che dopo dodici anni al posto loro sarebbero spuntati in ogni angolo multicolori cartelli di "Vendesi". Chi gliel'avesse detto, che il loro sacrificio sarebbe stato vano, perché i possessori dei box si sarebbero venduti a prezzo ribassato, o avrebbero tentato di farlo, dopo poco più di un decennio, il box medesimo, e magari anche una delle due o tre macchine, se ne avessero potuto cavare qualcosa, restando a godersi, invece del sole e dell'azzurro di Punta Ala o di San Benedetto del Tronto o anche solo di Passoscuro, il grigio sporco del cielo sopra al quartiere Prenestino Labicano.
Mentre i box invenduti restano vuoti, inutilizzati, come le cabine degli stabilimenti balneari.
Ma nonostante questo, nonostante tutto, c'è chi dice agli italiani di stare sereni. E poi, lui sì, si va a godere il sole e l'azzurro.

venerdì 4 luglio 2014

La tempesta perfetta

Abito nel quadrante sud est di Roma, e dunque nel pieno epicentro del sisma artificiale (e artificioso) denominato "cantieri di costruzione della metro C".
Tutte le mie minute attività quotidiane, lavorative e di diporto spicciolo, si snodano lungo la direttrice delle quattro future stazioni Teano-Malatesta-Lodi-San Giovanni, dove ogni rettilineo dei bei tempi andati si è da anni intorcinato in un frastagliato groviglio di curve angoli e giravolte e vicoli ciechi e strozzature e imbuti in grado di generare e stabilizzare innumerevoli serie di piccoli e grandi ingorghi su una superficie già vocata di suo alla loro produzione per i motivi più disparati, stante la densità abitativa, le molte assurdità topografiche di quartieri venuti su negli anni d'oro dell'edilizia abusiva, l'insufficienza dei mezzi pubblici (da cui il motivo dell'alzata d'ingegno di costruirci una linea di metropolitana)  e la pesantezza dei culi dei suoi residenti.
Dopo parecchi mesi di assestamento e il confortante raggiungimento a fatica di un'ordinata metodicità del caos, un paio di dissesti idrogeologici, volgarmente chiamati "voragini", capaci di interdire il transito veicolare delle due strade di scorrimento principali ai lati della Via Casilina sia in direzione del centro che in quella opposta e anche per quella laterale su una delle bisettrici di collegamento con la consolare limitrofa, hanno mandato in vacca tutto il meccanismo appena collaudato.
Alzata in questo modo l'asticella della difficoltà della circumnavigazione automobilistica io e tutti gli altri residenti ci siamo dovuti ingegnare, ex abrupto, alla subitanea ricreazione di un nuovo modello di casino agibile.
Adesso che, con pazienza certosina, parecchi autentici colpi di genio e pure qualche inevitabile contromano qui e là, avevamo preso le misure anche a queste insorte evenienze, ecco spuntare repentinamente a macchia d'olio ulteriori freschi ostacoli allo scorrimento del traffico nelle sembianze dei sempiterni lavori di rifacimento estivi di manto stradale aut di ripristino tubature gas/energia elettrica/altri cavi di indeterminata funzione, che ridisegnano ulteriormente la martoriata, più che complicata, geografia della viabilità.
Facendoci approssimare a qualcosa di molto simile, in meteorologia, alla tempesta perfetta.
E io, tra mille piroette e qualche necessaria ancorché discreta infrazione al codice stradale, penso al giorno in cui saranno chiusi tutti 'sti cantieri, smontati tutti 'sti ponteggi, e finalmente la circolazione tornerà libera e fluida.
E non riesco a immaginarmelo. 
E' qualcosa di così inconcepibile da far paura.
Al pensiero di quelle strade sgombre, di tutte le code evitate, e di tutto il tempo risparmiato, mi vengono le vertigini.
Tragitti che oggi copro in mezz'ora verranno compiuti in meno di un quarto d'ora, forse anche in dieci minuti.
Forse anche meno, se davvero la metropolitana servirà a qualcosa, cioè a incoraggiare auto limitazioni all'uso delle macchine.
Come adoperarlo dunque proficuamente, quel tempo mai posseduto e improvvisamente guadagnato? E' un rovello angoscioso.

Poi mi rammento che, appunto, vivo a Roma, e pertanto ho fondatissimi motivi per credere, più ancora che sperare, che quel giorno maledetto non arrivi né ora né mai.

Che sollievo.

giovedì 12 dicembre 2013

Viva l'Italia

Ancora per poco è 12 dicembre.
Come quarantaquattro anni fa.
Tremendamente evocati nell'odore della madeleine avvelenata di questi giorni di inquietudini e tumulti.

(mi ricordo quella sera d'estate di più di dieci anni fa, quando, noi girotondini assiedianti Montecitorio per protestare contro l'approvazione della Cirami, o della Cirielli, o del legittimo sospetto, non mi sovviene più, riuscimmo a convincere gli allora DS, Margherita e Rifondazione Comunista ad abbandonare l'aula durante la votazione, per stigmatizzare il vulnus inferto al Parlamento con questa indegnità. L'allora capogruppo di Rifondazione venne giù a parlare in mezzo a noi, emozionato e commosso, e fece a braccio un discorso che ci toccò nel cuore e ci rinfrancò. Era Nichi Vendola. E mentre scendevano le luci della sera, negli ultimi fuochi rosei di un meraviglioso tramonto romano di metà luglio, noi accogliemmo i nostri rappresentanti che alla spicciolata lasciavano il palazzo per tornare in mezzo al loro popolo. Qualcuno aveva portato della musica: e dalla piazza che faceva da teatro a questa scena da cinematografo si levò leggera la voce di De Gregori che cantava questa canzone. Sembrava di stare in un sogno di un film di Fellini)


Viva l'Italia
l'Italia liberata 
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè. 
L'Italia derubata e colpita al cuore, 
viva l'Italia, l'Italia che non muore.

Viva l'Italia
presa a tradimento 
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento, 
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, 
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura. 

Viva l'Italia
l'Italia che è in mezzo al mare, 
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, 
l'Italia metà giardino e metà galera, 
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.

Viva l'Italia
l'Italia che lavora, 
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 
l'Italia metà dovere e metà fortuna, 
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.

Viva l'Italia
l'Italia del 12 dicembre 
l'Italia con le bandiere
l'Italia nuda come sempre 
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste, 
viva l'Italia,

l'Italia che resiste 

Il pianeta delle scimmie

Ma che perfetta analisi del personaggio Matteo Renzi questo ritratto fatto dalla penna di Luigi Castaldi, scovato l'altro ieri sulla bacheca di FaceBook della mia amica Alessandra, di cui poi ho captato tracce consistenti nel colore dei post di altri amici blogger.
Io Renzi, ammetto, l'avrò sentito parlare di sfuggita tre minuti da un anno a questa parte: è più forte di me, mi suscita lo stesso fastidio che mi suscitava sentire Berlusconi (anche se sono perfettamente conscia delle incolmabili, macroscopiche differenze tra i due, non avendo Renzi né le sue "risorse illimitate", per usare l'espressione contenuta nella sentenza di condanna per il lodo Mondadori , né i suoi scheletri nell'armadio, né il suo strapotere mediatico di padrone di televisioni - e non solo di cavallo vincente su cui scommettere al momento -, giornali, società di produzione e distribuzione cinematografica, banche, assicurazioni e di leader, con la frode, del più grande colosso dell'editoria italiana). Però quei tre minuti mi sono bastati e avanzati per farmene un'opinione, che il post che ho citato esplicita assai felicemente. Si è detto che le primarie sono state falsate dalla partecipazione surrettizia di masse di infiltrati prezzolati dal satrapo, il quale, peraltro, si è saputo, gli ha telefonato cordiale per congratularsi. Io credo che, molto semplicemente, un'ampia massa di italiani di fede massmediatico berlusconiana abbia riconosciuto con entusiasmo nel sindaco di Firenze un simpatico, fresco, rassicurante e giovanile simile, uno della loro specie, "una di noi"! come scandiscono, euforici e minacciosi assieme, i freaks di Browning al banchetto nuziale della perfida Cleopatra col nano Hans.
Che accadrà ora proprio non lo so: so quello che farò io. Da domenica sera nel mio animo è scesa una grande serenità: quella che si prova quando, nell'accettare i dati di realtà, ci si sente subentrare dentro un riposante senso di impotenza che non si percepisce come costrizione, ma, al contrario, come scioglimento di ogni zavorra, allargamento dell'orizzonte della propria mente svincolata da ogni lacciolo, raggiungimento di un più alto e inespugnabile stato di libertà. Una sensazione diametralmente opposta al crescente panico vissuto, ad esempio, durante la notte di tregenda delle elezioni del 2006, con la mia agitazione parossistica ("chiedo l'intervento dell'ONU, dei caschi blu!") immortalata nel docufilm di Deaglio Uccidete la democrazia; o la nauseante, orrifica angoscia provata davanti alla copertina dell'Espresso del 2008 che, all'indomani della roboante ultima vittoria della banda delle libertà, effigiava i musi suini di Bossi e Berlusconi talmente sordidi e ghignanti che parevano usciti da un quadro di Bosch.
Stavolta è tutto diverso: ho fatto pace dentro di me. Nulla posso, io, povera persona, davanti a sconvolgimenti epocali di tale portata comparabili all'estinzione dei dinosauri. Qui, più che ad un grosso deficit civico e democratico (perché quella che manca non è solo l'ortodossia del κράτος, è proprio quella del δῆμος), prima ancora che a una grave carenza culturale, prima ancora che alla crisi delle ideologie, sembra di assistere ai primi effetti di una catastrofe antropologica. La maggioranza degli italiani non è né di destra né di sinistra: è solo composta da individui della specie homo sapiens sapiens che stanno subendo progressivamente un'involuzione, regredendo ad uno stadio subumano, più vicino a quello dei cugini primati. Purtroppo senza avere dalla loro nemmeno l'ausilio dell'istinto, né la protezione dell'irsutismo corporeo, per ora. Speriamo in un prossimo ripristino di quelle funzionalità, almeno. E si può farlo, a buon diritto, per fortuna! Già con le ultime esternazioni degli esponenti del Movimento 5 Stelle e del loro padrone abbiamo fatto radicali passi avanti verso il ritorno alle caverne. Confidiamo nella rivoluzione prezzolata dei forconi per compiere definitivamente la mutazione genetica.

giovedì 28 novembre 2013

Vacanze romane

Vado a Londra con tutta la famiglia.
Contro la mia volontà.
Perché l'unica bestia di casa che avrei voluto portare - Lilith, la gattina - invece resta qui.
Vabbé.
Ci vediamo martedì.

lunedì 2 settembre 2013

La fortezza vuota

"Mal comune mezzo gaudio".
Ah, quanto significato in questa saggezza popolare, oggi sconsideratamente disprezzata a favore dell'infelice ridicola illusione della supremazia di un individualismo ch'è perdente sotto ogni punto di vista.
L'idea narcisistica di essere speciali, diversi dagli altri nelle proprie sofferenze - ossia, nella partitura costante della nostra esistenza - prima ancora di essere patologica è tafazziana. Perché è la perfetta maniera per condannarci da soli, e senza scopo, al ritiro dalla salutare, inevitabile connessione con le persone, e anche col resto dell'universo mondo, indispensabile per la sopravvivenza.
Respingendo con latente spregio l'accettazione della imprescindibile condizione di uomo tra gli uomini, la mente morbosa ci fa il peggior servizio che il più acerrimo nemico possa concepire. Nella sua vanagloriosa allucinazione di eccentricità, lo psicotico si condanna da solo al proprio isolamento. Egli va in pezzi e sembra gridare aiuto, appigliandosi ad ogni ausilio possibile come un naufrago a qualsiasi pezzo di legno galleggiante, e attaccandosi a chiunque come una cozza allo scoglio, ma in realtà non lo vuole, anzi, lo disdegna. "Tu non puoi capire, nessuno può capire". L'interazione con un suo simile - uno qualunque, egli non distingue nella massa dei diversi da lui, non ha gusti né sentimenti, tranne un generico sentire filantropico che in realtà è maschera di una profonda, paranoica diffidenza verso qualsiasi specificità di contatto con gli altri a lui "inferiori" - può servirgli al massimo per svuotare il suo secchio di ansie e ossessioni, l'altro ridotto a discarica di rifiuti tossici. Il suo male interiore è cannibale e autoreferenziale, e per sussistere - in un atroce mors tua vita mea ingaggiato con colui che parassita e divora giorno dopo giorno - protegge quel malcapitato dalla possibilità di sanarsi costruendogli attorno un'inaccessibile tomba di ghiaccio che allo sventurato sembra il suo fondamentale guscio protettivo, ma in realtà separandolo dall'unica cura possibile, ossia l'accesso a relazioni autentiche con gli altri esseri umani, e prosciugandolo dall'interno per mancanza di dialettici stimoli affettivi, cioè di nutrimento del sé.
Al di là delle cause scatenanti - le ferite dell'infanzia, i condizionamenti sociali, le influenze esterne -, è questa catastrofe solipsistica la devianza ontologica che lacera l'anima dell'uomo contemporaneo.

La fortezza vuota: con questa metafora Bettelheim tratteggiò, in un libro bellissimo e insostenibile, la condizione dei bambini autistici rinchiusi nella sua Orthogenic School di Chicago. 

"Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre".
Ora quei bambini sono usciti dalle cliniche, si sono propagati, sono diventati noi.

lunedì 1 ottobre 2012

The rime of the ancient mariner


Quando, dopo una lenta, estenuante agonia, a quasi novant'anni di età morì mia nonna, cupa e amara vecchia che aveva costituito l'unico mio possibile appiglio nella vita, lo choc fu immenso.
Era la mia prima esperienza di distacco: temuta e accarezzata ossessivamente nei miei incubi per tutto il tempo della mia infanzia e adolescenza.
Nulla poteva lenire il dolore, l'angoscia del vuoto nero che mi si apriva davanti. Nemmeno dolci ricordi. Lei non era mai stata una cara nonnina che leggeva favole, che preparava dolci, che carezzava amorevole, che consolava quando la mamma era severa. Era solo stata l'unico scoglio del procelloso mare dove mi era toccato in sorte di annaspare. Piccolo, scomodo, scabroso, tagliente. Ma non avevo altro a cui aggrapparmi per non affogare.
Mi ricordo che fin da piccolissima, per tenere a freno l'ansia, il terrore che mi provocava il costante pensiero della sua dipartita, avevo cercato più volte conforto in una solitaria fantasia in cui io mi sarei presa una sua sostituta per farle recitare la sua parte: una donna che avrei fatto vestire con i suoi vestiti, avrei fatto abitare nella sua casa, parlare come lei, agire come lei. Come se niente fosse stato.
Quest'illusione mi esaltava e mi acquietava per qualche minuto. Il tempo di sentire affiorare alla coscienza la consapevolezza, la desolazione, la disperazione della mascherata. Non c'era soluzione. "Ma chi voglio ingannare? Quella comunque non sarebbe mia nonna, e io lo saprei" mi diceva subito una voce interiore, ributtandomi nel gorgo nero della mia paura, più debole e atterrita di prima.

Quando è morta mi sono spezzata dentro. Non perché le volessi bene, non era questo. Forse lo dico ora, dopo aver fatto i conti con la sua immagine per tanti anni, e aver capito tante, troppe cose. Forse allora mi pareva di averla amata talmente che il dolore era insopportabile.

Poi, dopo qualche giorno, mi sembrò di stare già meglio. Lei non viveva più a casa sua, vicino a noi, da molti mesi, e apparentemente non era dunque cambiato nulla. Io avevo ventun anni, da poco avevo preso a lavorare, avevo il mio ragazzo, sempre quello, quello che oggi è mio marito, e credevo anche di avere una vita davanti, occupazioni, progetti, speranze, sogni da coltivare, in cui immergermi.

Ma col passare dei mesi il dolore, anziché attenuarsi, si intensificò. Guardavo la sua stanza, le sue cose, che non avevamo avuto il coraggio ancora di riporre, il suo letto, i suoi abiti, e la mancanza di lei diventava così tangibile da togliermi il fiato.  La sera, quando andavo a dormire, in un lettino che avevo appoggiato al suo, in senso inverso, il mio sguardo errava sui muri di quella camera come quello di un carcerato in una cella senza finestre. Dovevo arrendermi all'orribile, inaccettabile realtà. Quei muri erano il simbolo concreto di quelli, invisibili, che la separavano da me per sempre. Potevo pigliarli a testate, ma non si sarebbero frantumati per aprirmi un varco verso di lei. Io non potevo abbatterli per andarle incontro, lei non poteva attraversarli per tornare da me.
Così mi familiarizzai gradatamente, inesorabilmente, sera dopo sera, coll'idea che lei non sarebbe tornata mai più, mai più. Non ero una bambina, lo sapevo che era morta, al suo funerale ero quasi svenuta, e al ritorno avevo avuto una metrorragia. Eppure quel dolore subitaneo nulla aveva a che vedere con il lutto infinito che mi devastò in quelle sere, quello stillicidio straziante che mi teneva il cuore stretto in un pugno e toglieva suono alle mie grida mute.

Durò un anno, questo tormento che si alzava come uno tsunami nella mia anima. La prima estate senza di lei. Il mio primo compleanno. Il primo Natale. La mia vita, senza di lei.

Poi, dopo un anno, come era venuto passò. La clessidra del tempo era stata rivoltata, portandosi via, risucchiati da un turbine di sofferenza, i più vivi ricordi, le più vive sensazioni. Allora riuscii pure a svuotare il suo armadio, i suoi cassetti, senza sentirmi sanguinare dentro il petto.

Forse un anno è il tempo minimo necessario a ricoprire i ricordi. Ogni giorno ripassi sopra allo stesso giorno dell'anno prima, ed è dilaniante la memoria di quello che ci hai vissuto al giro precedente, ne hai una nostalgia inaudita, ti si schianta il cuore nel constatare la differenza, la perdita. Poi, quando ci ripassi la seconda volta, non è più così. Ci hai perso l'abitudine. Ci hai frapposto, finalmente, un'intercapedine.

Prego con tutta l'anima che sia così anche stavolta. Perché allora sono, sì, appena entrata nel vivo di un'ulteriore eruzione del magma di sofferenza che ho dentro, ma ho speranza che tra qualche mese scivoli via. E io possa finalmente arrendermi ad un'altra orribile, inaccettabile, straziante realtà, e seppellire un altro morto. Senza rimpianti, senza più dolore.

The Mariner, whose eye is bright,
Whose beard with age is hoar,
Is gone: and now the Wedding-Guest
Turned from the bridgeroom’s door.

He went like one that hath been stunned,
And is of sense forlorn:
A sadder and a wiser man,
He rose the morrow morn.

lunedì 23 luglio 2012

E lucean le stelle

Dopo due anni di web - ho "festeggiato" il 12 luglio il mio sbarco su FaceBook, dal quale è scaturito tutto il resto - tiro le somme.
Se mi guardo indietro vedo una strada costellata di illusioni e delusioni.
Mie ed altrui.

La miracolosa semplicità di contatto che offre la rete lusinga la mente e inganna il cuore. Ti collega ad un'immensa piattaforma virtuale, dove all'annullamento della distanza fisica sembra associarsi anche una velocità di trasmissione delle informazioni a livello temporale che davvero rivoluziona il modo di percepire gli avvenimenti, le esperienze, le ambizioni, individuali e di massa.

Tu, goffo prototipo di vitellonerd, che nutri il tuo fragile ego drammaticamente carente di autostima di sogni di agevoli successi - perché al tuo narcisismo di sfigato non basta trovare la propria strada, no, ci vuole di più, esso brama una luminosa fama; sì, ma le tue palle non sono idonee ad ottenerla mediante gli usuali canali, non avendo tu né la determinazione, né le capacità, per raggiungerla, né financo un'accettabile quantità di faccia di culo per percorrere canali alternativi, opportune scorciatoie - ti lasci abbacinare dalla facilità con cui con un semplice clic le tue creazioni artistiche vengono date in pasto alle folle, potenzialmente fruibili da un pubblico sterminato, laddove in altre epoche sarebbero state conosciute al massimo da una ristretta cerchia di parenti ed amici compiacenti, e ti illudi che ciò ti proietterà verso un futuro prossimo di gloria, denaro e scopate con masnade di groupies ammirate ed infoiate (incoraggiato dal fatto che sul momento qualcuna ne rimedi pure).
Pensi così di aver trovato la magica soluzione ai tuoi monumentali complessi di inferiorità risalenti ai tempi in cui eri il secchione della classe con la leccata di bove in fronte, sbeffeggiato da tutti i compagni e schifato da tutte le compagne, timido e scontroso e aggressivo oppure stolidamente cerimonioso e sorridente per disperazione, credendo, per il solo fatto di saper scrivere in italiano corretto, di aver a portata di mano una folgorante carriera di scrittore satirico, opinionista politico e culturale, filosofo retore idolatrato dalle femmine e rispettato dai maschi, che ti ripaghi e ti riscatti di tutto il fiele che hai dovuto ingoiare in passato.
E lì, invece di guardare in faccia il tuo dolore e superare le tue inadeguatezze passando attraverso le tue pregresse sofferenze per costruirti come persona, ti scolli definitivamente dal tuo vero sé scegliendo di esibire al posto tuo un'immagine che ti sostituirà in tutto e per tutto, rendendoti ogni giorno più fatuo, più disumano, più disconnesso, più distruttivo, per te e per gli altri.


Tu, romantica donna solitaria, alquanto carente di esperienze interpersonali, sociopatica e sociofobica, mancante di riscontri di vita vissuta e per questo vulnerabile, ipersensibile ed enfatica, leggi su una bacheca di FB, in una multichat di skype o su un blog un paio di commenti di un tizio - chissà se tizio o tizia - che vive - dice di vivere, magari - a Kulusuk in Groenlandia e li trovi incredibilmente accattivanti, capaci di toccarti dentro destandoti punti silenti che nemmeno immaginavi di avere fino a lì, e se sei ingenua come in effetti sei credi di aver trovato uno adatto a te, che ti somiglia, che ti capisce, che sente quello che senti tu (incoraggiata in questo dal fatto che quello non solo ti dà corda, ma pure ti viene a scocciare in privato, proponendosi lui come tuo interlocutore privilegiato). E il fatto che stia, o dica di stare, in quel luogo a casa del diavolo in qualche misura legittima le tue commoventi e grandiose pretese: perché, dato il tuo essere unica e speciale, è quantomai verosimile e ragionevole, oltre che estremamente esaltante, che una tua anima gemella, uno con cui ci sia finalmente il feeling tanto a lungo invano cercato, non si trovi dietro l'angolo di casa, ma semmai a migliaia e migliaia di chilometri di distanza; e che ti possa aver pescato senza che tu ti sia dovuta nemmeno scomodare ad alzarti dalla sedia davanti al pc.
Pensi così di aver trovato la magica soluzione alla tua perenne insoddisfazione, alla tua brama di contatto umano, di stimoli affettivi, emotivi, intellettivi, con persone non volgari, non banali, non ordinarie quali quelle di cui tu, per una tua sventurata propensione a lasciarti influenzare nelle tue scelte esistenziali e una mancanza di coraggio nelle medesime, ma soprattutto di reale conoscenza dei tuoi gusti e delle tue inclinazioni effettive, ti sei per troppi anni circondata, consentendo loro di invadere gli spazi del tuo essere, abbrutendolo, abbassandolo, estenuandolo.
E lì, invece di una nuova vita, la nuova vita che giustamente ti spetta di diritto, inizia la tua fuga dalla realtà quotidiana in un mondo che è assai più pericoloso di quello dove ti sei persa sinora, ossia quello, tristemente disabitato ma rassicurante, della tua fantasia. Perché questo è interattivo, ti risponde, in modo non prevedibile e non controllabile da te. E si rivelerà uno scabro muro invisibile su cui sbatterai e ti graffierai la faccia facendoti molto male.

Tutto qua.

Però stasera finalmente, dopo una giornata di nuvole e temporali, l'aria è fresca, mossa, profumata di terra e di pioggia. E il cielo è costellato di stelle, quelle vere (o perlomeno della luce che da distanze siderali è giunta fino a noi).
Speriamo domani perseveri, questo brutto tempo concreto, tangibile, benedetto.

Buonanotte.









martedì 10 luglio 2012

Le affinità elettive

In un post di gennaio, quando, cercando all'epoca di vivermi l'illusione di esser chiusa in una magnifica bolla di sapone multicolore, purtuttavia non riuscivo a tacitarmi del tutto certe tormentose perplessità interiori, mi domandavo se si amasse per elezione, oppure se il sentimento d'amore potesse configurarsi come un'attrazione di patologie, "un mero intrecciarsi di disfunzionalità funzionali l'una all'altra".

Oggi, alla luce di una straziante esperienza ormai conclusa con tanto travaglio, propenderei decisamente per la seconda ipotesi; per me (nell'avvenimento in questione), ma anche per una larga fetta del parterre di relazioni che osservo intorno a me.

L'amore di elezione esiste, eccome. Però presuppone una libertà e una maturità spirituale e psichica (che non riconosco ancora in me stessa, e non ravviso in parecchie mie conoscenze) in assenza delle quali ogni simpatia incontenibile e irresistibile sprigionata tra due esseri umani come campo magnetico tra due poli è dovuta a null'altro che ad una dinamica di attrazione che si instaura tra due portatori di patologie psichiche affini che si incastrano alla perfezione come una serratura e la sua chiave. In questi casi l'attrazione - fisica e/o mentale - che si prova vicendevolmente è condizionata dal reciproco impulso inconscio di "fare i conti" ciascuno con la propria individuale ferita interiore, con i suoi insopprimibili bisogni infantili rimasti drammaticamente insoddisfatti. Ognuno dei due attori della situazione si innamora dell'altro, o all'altro si affeziona, per la sua "aria di famiglia": ossia, perché per le sue caratteristiche caratteriali lo riconosce partner idoneo a ripristinare la situazione dolorosa pregressa, così da consentirgli di riavvolgere il nastro e rigirare il film del momento clou della propria esistenza nella speranza, adesso, di un esito diverso - la realizzazione del fatidico happy end la cui mancanza è stata cagione di tanta sofferenza, quando non addirittura un perverso (ancorché inconscio) desiderio di rivalsa e di vendetta.
Purtroppo un rapporto di questo genere non è mai positivo. E' una beffa su una beffa crederlo. Può solo aggiungere male al male. Risultati felici non si daranno né col primo proposito, fallimentare in partenza - un copione dove permangono immutate la natura delle scene e quella dei protagonisti non può aspirare al riscatto di un finale diverso - né col secondo, che invece andrà facilmente ad effetto, ottenendo perciò soltanto di cagionare altri danni di entità non indifferente a persone già segnate dalla vita.
Perché, oltretutto, di norma il binomio chiave-serratura si estrinseca tra un agente del primo proposito e uno del secondo. Vittima e carnefice, tragicamente vittime ambedue.

Nel mio caso, conoscevo da tempo le motivazioni e il significato del primo proposito. Perché ne ero latrice io. Ieri sera ho finalmente capito il secondo, quello dell'altra parte in causa.

E ora è tutto chiaro.

E vabbé, niente, postando stamane la canzone di Rascel ad Aldo mi è venuta in mente quella sua bella, quella dei palloncini, che chissà dove andranno a finire quando sfuggono di mano ai bambini, e del palloncino che è felice di volare perché sa che il cielo è il suo destino, e del bimbo col nasino in su che piange "mentre già non lo vede più"...



martedì 3 luglio 2012

venerdì 15 giugno 2012

Cose che ho imparato troppo tardi

Quando sei bambina, è risaputo, ti insegnano a non accettare caramelle dagli sconosciuti.
(Io di caramelle invece ne ho prese tante, e non da sconosciuti, purtroppo. Dalle monache dove stavo ci avevamo la santona fondatrice che era famosa, tra le altre cose, anche per la pretesa moltiplicazione delle caramelle. Certe caramelle tristi, che sapevano di carta, appiccicose. E noi bambine dovevamo adeguatamente stupirci, riverirla, ringraziare e biascicarle con animo devoto).
Insomma, pare che ti dicano che c'è l'uomo nero che se gli vai dietro ti porterà via.
Così instillano nell'animo innocente di una creatura infante il concetto di cattiveria.
Dunque il primo messaggio che passa è: guardati dai cattivi.

Quando sei più grande poi scopri che esiste una categoria di persone ben più nociva: gli stupidi.
Un cattivo lo è per sua volontà. Può concedersi, ogni tanto, una vacanza da se stesso.
Lo stupido no.
Dunque il tuo input originario si arricchisce di quest'altro, e tu ti fai una scala di priorità: guardati dai cattivi, e prima ancora dagli stupidi.

Poi arriva il momento della cosiddetta maturità.
E' quando tu scopri che si danno in natura, purtroppo, esseri tremendi, perniciosi più ancora dei cattivi e degli stupidi, essendone una summa con disvalore aggiunto: coloro-che-non-sanno-ciò-che-vogliono.

Dante li chiama ignavi, e li pone fuori dall'Inferno. Perché non li vonno manco lì.

Contro questi nulla si può. Sono come un buco nero, sono il Nulla de La storia infinita, sono Blob, la Cosa, Alien, sono gli Ultracorpi dell'invasione, sono l'antimateria, sono l'Idra di Lerna, che più teste le tagliavi più ne rispuntavano. Indistruttibili, indomabili, rinascono dalle loro ceneri. E più tu sei volitiva, energica, affettiva, più i loro effetti saranno potenziati. Perché, essendo vuoti, si alimentano della tua vitalità. Non sentendo nulla, assumono i tuoi, di sentimenti.

E' come quando acciacchi una gomma americana. Non ti si staccherà più dalla suola. Meglio la merda. Che si pulisce. E poi si dice che porti fortuna, no?

venerdì 8 giugno 2012

La macchia umana

Alla fine, se una è misericordiosa, comprende e accetta tante cose dalla gente a cui tiene (sempre troppe, sicuramente).

Una delusione.
Una defaillance.
Un rifiuto.
Un'incomprensione.
Uno sbaglio.
Uno scatto di rabbia.
Una bugia.
Una debolezza.
Un istante di noncuranza.
Un momento di egoismo.
Persino la cattiveria.

Ma la vigliaccheria di colui che fa tutto questo e non ha le palle per sostenerlo no.
Il cattivo ha una sua dignità. Il vile coniglio che rinnega la sua cattiveria manco quella.
La pusillanimità mostrata da un cattivo che si strugge di essere tale è una sconcezza insopportabile.
Il carnefice che pretende pure di farsi compatire come vittima è inaccettabile. E imperdonabile.


domenica 3 giugno 2012

Suspiria

E poi arriva, ad un certo punto, nella vita, il momento in cui ti trovi faccia a faccia col tuo nemico.
Puoi averne passate di ogni, esser sopravvissuta a eventi tremendi. Robetta per te, superdonna, abituata a traversare indenne in mezzo a catastrofi d'ogni genere scrollando appena le spalle come in allenamenti di ordinaria soprannaturalità. Cosa da niente, per te, autosufficiente stilita, avvezza a fare a meno di tutto, anche dell'indispensabile.
Poi ti capita un moscerino. No, qualcosa di ancora più piccolo. Un acaro. Ecco, un acaro, che ti morde. Cos'è il morso di un acaro? Nulla.
Se non ti scopri allergica alle sue punture.
E lì la faccenda si fa seria. Non hanno potuto farti vacillare di un millimetro cataclismi, ti sbalestra una puncicatina di un minuscolo parassita.
E' una prova da grandi eroi, questa, del resto. Invulnerabili tranne che per un microscopico dettaglio - Achille ha il suo tallone, per cui l'aveva tenuto la madre Teti mentre lo immergeva nelle acque dello Stige, Sigfrido la sua piccolissima porzione di pelle tra le scapole, della misura della foglia di tiglio che gli si era posata addosso durante il bagno nel sangue del drago che aveva ucciso -, sennò che eroi sarebbero se fossero del tutto sovrumani? Nella quale i suddetti grandi eroi, difatti, soccombono.
Ti vengono in mente ataviche espressioni quali "la goccia che fa traboccare il vaso". Ma anche, per estensione semantica e descrittiva, "buonanotte al secchio", "finire in vacca", "voler raddrizzare le gambe ai cani"; e insieme inquietanti scampoli di immagini bibliche emergenti dai meandri del tuo inconscio, tipo Cristo nell'Orto del Getsemani che in Luca 22,37 proclama ieratico "questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre". E insieme ancora, in quelle tue tipiche macedonie di associazioni di idee senza capo né coda, le parole del Don Camillo di Guareschi lette mille volte da bambina: "Il diavolo non è brutto come lo si dipinge. Il diavolo, infatti, deve essere bellissimo, se no come potrebbe sedurre e ingannare la gente?"
Enfatizzazioni e giri a vuoto de capoccia a parte, pensi con un certo qual costrutto di essere arrivata davvero faccia a faccia con la mera, nuda, essenza della banalità del male. Di esser giunta a scoprire sulla tua propria pelle cosa intende la Arendt quando del male dice che "può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alla radice, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità"... solo il bene ha profondità e può essere integrale".
E pensi che la sua più insopportabile prerogativa sta proprio nella sua stupidità, nel suo attacco all'intelligenza. Ti fa intignare, ti fa dare di matto, rompere la testa, ma sta lì la sua autentica forza: nella sua idiozia, fatuità, inutilità. Nel suo essere esattamente ciò che appare. Perché oltre l'apparenza non c'è sostanza.
Come si fa a lottare col fumo? A stringere l'aria?
E' impossibile. E' una battaglia persa in partenza.
Una faccenda sconsolante.
Il diavolo, scimmia di Dio, ha assunto fattezze di mosca tzetze, e ti ronza intorno molesto, instancabile. E' lì il suo potere, nell'ottusa costanza. Non c'è niente da capire nel suo volo, perché non capisce niente. Non può far altro perché altro non sa fare. Perciò è invincibile. Ogni tanto gli dai anche una botta, lo tramortisci per un po', ti illudi di averlo fatto secco, di esserti liberata. Poi, immancabilmente, torna a darti fastidio. Sconfortandoti al punto di farti venire un groppo di lacrime in gola.
Questo è l'inferno. Altro che fiamme eterne, urla di dannati, stridore di denti. L'inferno è un insetto brutto e ridicolo che non riesci a scacciare via.

martedì 8 maggio 2012

Deserto rosso

Il tempo interiore si dilata all'infinito in un assoluto cristallizzato; la Bella Addormentata si punge il dito e cade immota in un sonno lungo cento anni.
Nella simbologia numerica il significante si fa significato. Che siano i quaranta giorni di Cristo o del profeta Elia o della permanenza sul Sinai di Mosè o i quarant'anni del popolo d'Israele, le traversate del deserto hanno sempre durate bibliche. Costituiscono il lunghissimo momento della prova. Durante il quale non si deve sperare nella manna dal cielo.

domenica 15 aprile 2012

Memento

Per tutto: vicende private e pubbliche di questi giorni. Per le stragi di Stato e le stragi dell'anima.


"Noi semo gente semplice, de core..."
"Che hai detto?... Er core. Maledetto er core e chi ce l'ha"




"E quando lo buttamo giù er padrone se continuamo a' anna' in giro cor core in mano?"


giovedì 12 aprile 2012

Pensavo fosse amore invece era un calesse

Un, due, tre, stella. Capitolazione.

Ad un rovescio puoi far fronte. Veleggi tra disincanto e dispiacere, tra esausta malinconia e improvvisi picchi di indignazione per la beffa che ti sei giocata da sola, ondeggi, caracolli, come una zattera tra i flutti, ogni tanto sdruccioli, ma prima di finir di cadere stringi i denti, allarghi le gambe e ti industri a restare in piedi.

Puoi far fronte anche al secondo. Anzi, l'incalzare del continuo pavesarsi in rassegna degli spettri del primo nella testa dolorante ti tiene la mente occupata, impedendoti di cedere all'ansia, alla paura di cui è permeata l'atmosfera di sventura che aleggia intorno all'evento, alla sofferenza delle persone immerse nella disgrazia che ti stanno intorno, consentendoti di rimanere lucida, efficiente, operativa, e dunque più utile per loro, in quel marasma kafkiano di disumanità che è la vera tragedia nella tragedia.

Al terzo, hai finito le mani per pararti.

Accade così che, mentre fai con enorme travaglio, un passo avanti e due indietro, i conti con una disillusione e insieme con un dramma familiare in atto, ti arrivi la frecciata che non t'aspetti, quella che ti metterà kaputt. Quella per cui, a seguito di una coatta riorganizzazione del lavoro decisa dalle alte sfere, consistente nell'aleatoria chiusura di quattro uffici provinciali e nel contestuale rientro in servizio a Roma di sette persone, al tuo capo non pare vero di pigliare due piccioni con una fava - indennizzare qualcuno a cui fa gola il tuo posto del disagio dello spostamento di sede e al contempo far tacere le lamentele di un alacre panzer da cui tutti rifuggono come la peste per il suo modo bizantino di lavorare che sta sempre a martellargli le orecchie per ottenere un aiuto valido - e ti annunci perciò serafico che ti deve chiedere "una grossa cortesia".
Cortesia obbligata. Che devi fargli prima di subito.
E così da domani sei sbattuta fuori dal tuo ruolo, dalla tua scrivania, dalla tua stanza con Claudio, da tutto.
E quello che più di ogni altra cosa ti spezza dentro è constatare come sia successo perché, anche qui, hai abbassato la guardia. Perché non te l'aspettavi, non te lo saresti mai aspettato, e men che mai dall'oggi al domani, senza preavviso. Perché hai scommesso sulle relazioni tra le persone, e, come sempre, hai perso.
Sulla sintonia col capo, che hai conosciuto come semplice funzionario iperemotivo insofferente alle procedure più di vent'anni fa, del cui carattere - "brutto", come si dice di tutti quelli che hanno carattere (che sembrano avere carattere) - hai preso le misure, che facevi simile a te, dai tratti ossessivo compulsivi come i tuoi, e come te aperto di mente, capace di orizzonti meno angusti di quelli di un piccolo burocrate, come tanti ne hai visti, che abdicano alla loro intelligenza pur di non mettere a repentaglio la poltrona. Su quella con il panzer, tuo coetaneo, col quale hai condiviso tante cose dell'esistenza, piangendoci insieme, tenendogli la mano, raccontandogli le tue vicende private, ascoltando le sue, tra compleanni dei figli, funerali dei padri, compravendite e passaggi di proprietà di pandine, confidenze intime, abbracci e sguardi d'affetto tra esseri umani.

E ora questi due, su cui avresti puntato ad occhi chiusi, si sono accordati tra loro alle tue spalle, senza farsi sfuggire una parola preventiva, come se tu fossi un oggetto nelle loro mani, senza propria volontà, senza potere decisionale, senza sentimenti di cui aver cura. E quanto ti fa male constatare che la tua indole di ingenua entusiasta anche stavolta finisce umiliata e calpestata. Doverti rendere conto di come tutto il mondo, in questi giorni, paia accanitamente concentrato a distruggere la primigenia innocenza che tu, ostinata e ottusa, mantieni radicata nella tua anima.

"Fa', qui mi stai sconvolgendo all'improvviso una fetta di vita"
"Ma che vita, Cri. Questo è lavoro. Io sono un dirigente, debbo organizzare, ottimizzare il lavoro..."

Hai cominciato a vivere troppo tardi, Cri. Non sei attrezzata. E soprattutto non lo sei mentalmente. Non solo non sai, non vuoi, guardarti le spalle. Sei sempre troppo scoperta, disarmata, esposta. Non riesci a convincerti della necessità di abbandonare la tua fiducia nell'intrinseca bontà ed efficacia dell'amore in favore di un giusto ed opportuno cinismo.
Quell'amore che ogni volta ti illudi ti proteggerà da amari disincanti con la forza della simpatia che credi di sentir scorrere tra te e il tuo prossimo nel totem immacolato e assoluto che sono per te i rapporti interpersonali.
Quante prove ancora, e di quale entità, ti occorreranno per farti cambiare idea? Per costringerti finalmente a crescere?


mercoledì 28 marzo 2012

Emozioni

"Il mondo non è fatto per le emozioni, una volta che hai imparato questa lezione, tutto è più semplice. Le emozioni tolgono energia, e c'è bisogno di tutta l'energia possibile per andare avanti. Impara l'arte, la corazza ti farà andare avanti fino a quell'approdo. Si chiama tranquillità."

Sono più di ventiquattr'ore che medito sul commento di Martina sul sottostante post di Syrys. E constato che sì, in questo momento, nelle condizioni fisiche e psicologiche in cui verso, mi sento di sottoscriverlo in pieno. Perché dopo la parte buona delle emozioni arriva quella cattiva. Dopo il roseo e dolce miele che riempie il cuore, dopo il soffice, candido, ovattato biancore di neve arriva il vetriolo. E oggi non vorrei altro che di esser liberata dalla smania esulcerante che mi corrode dentro e che, strazio nello strazio, è ancora impregnata di miele, che stilla insieme all'acido nelle mie viscere in modo indiscriminato, facendomi, metaforicamente e letteralmente, sanguinare. E anelo alla tranquillità, oh, sì, al ristoro di una quiete fresca, almeno tanto quanto la aborro, allo stesso momento.

Perché davvero si può vivere senza emozioni? Bisogna rassegnarsi al disincanto, alla maturità, al torpore sereno e malinconico di un guerriero a riposo? Darsi a strategie di sopravvivenza alternative, ad una vita di letture e di studi, al bricolage, alla cura delle piante? Pigliarsi un cane? Iscriversi ad un corso di yoga, o di danza del ventre? E' questo solo che a noi è concesso, a noi che non possediamo più, anagraficamente, il tempo in cui il moralismo del mondo consente o tollera in un individuo aneliti, follie, effusioni sentimentali?

Un moralismo che diviene spietato, feroce di un'inattaccabilità che non ammette deroghe od eccezioni nel suo sentirsi legittimato da una condizione biologica, quando proviene direttamente da coloro i quali, per una pretesa legge cosmica, rientrano ancora nella categoria degli autorizzati a tali frenesie - per cui, se la giovinezza si accosta alla maturità, potrà a buon diritto farlo in un'asimmetria senza scrupoli, protetta dalla sua posizione di preminenza emotiva, dall'imperativo aprioristico dello stereotipo culturale, più che antropologico, dell'impossibilità, per la seconda parte in causa, di aspirare ad essere su un piano di parità dei sentimenti, su di un comune terreno di ricettività agli stimoli. E in virtù di tale assunto preconcetto ne discenderà la legittimità per la giovinezza di prendere in modo spensierato, e l'obbligo per la maturità di dare, in modo in-condizionato. Ma è davvero accettabile, questo? E' umana, lecita, questa tenera e ottusa arroganza, questo cannibalismo spirituale?

Ora mi si replicherà giustamente: "ma è l'inverso; non è che sia preclusa ad una persona matura la possibilità di emozionarsi. E' che vivere facendo a meno delle emozioni non è un obbligo, ma una forma di cautela verso se stessi; e l'acquisizione di tale comprensione è indice di raggiunta maturità". Soprattutto, aggiungo io, quando si comincia ad avere qualche acciacco, e certi lussi non ce li si può più tanto permettere per i contraccolpi anche fisici che ne derivano. E' rassicurante, invece, rapportarsi schermandosene. Soprattutto per la prima parte in causa, che potrà continuare a godere dell'affetto e della simpatia di una persona bonariamente derubricata a similnonno, o similzietta.

Ma allora sparatemi, mi viene da dire. Anche perché io tranquilla non sarò mai. Per me davvero Eros è l'altra faccia di Tanatos. Solo se sento ben oliato e funzionante il muscolo cardiaco, battente come un tamburello indiavolato, io non ho paura. Nella tranquillità io crepo di angoscia.

Riuscissi almeno a sentirmi come Battisti.