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mercoledì 28 marzo 2012

Emozioni

"Il mondo non è fatto per le emozioni, una volta che hai imparato questa lezione, tutto è più semplice. Le emozioni tolgono energia, e c'è bisogno di tutta l'energia possibile per andare avanti. Impara l'arte, la corazza ti farà andare avanti fino a quell'approdo. Si chiama tranquillità."

Sono più di ventiquattr'ore che medito sul commento di Martina sul sottostante post di Syrys. E constato che sì, in questo momento, nelle condizioni fisiche e psicologiche in cui verso, mi sento di sottoscriverlo in pieno. Perché dopo la parte buona delle emozioni arriva quella cattiva. Dopo il roseo e dolce miele che riempie il cuore, dopo il soffice, candido, ovattato biancore di neve arriva il vetriolo. E oggi non vorrei altro che di esser liberata dalla smania esulcerante che mi corrode dentro e che, strazio nello strazio, è ancora impregnata di miele, che stilla insieme all'acido nelle mie viscere in modo indiscriminato, facendomi, metaforicamente e letteralmente, sanguinare. E anelo alla tranquillità, oh, sì, al ristoro di una quiete fresca, almeno tanto quanto la aborro, allo stesso momento.

Perché davvero si può vivere senza emozioni? Bisogna rassegnarsi al disincanto, alla maturità, al torpore sereno e malinconico di un guerriero a riposo? Darsi a strategie di sopravvivenza alternative, ad una vita di letture e di studi, al bricolage, alla cura delle piante? Pigliarsi un cane? Iscriversi ad un corso di yoga, o di danza del ventre? E' questo solo che a noi è concesso, a noi che non possediamo più, anagraficamente, il tempo in cui il moralismo del mondo consente o tollera in un individuo aneliti, follie, effusioni sentimentali?

Un moralismo che diviene spietato, feroce di un'inattaccabilità che non ammette deroghe od eccezioni nel suo sentirsi legittimato da una condizione biologica, quando proviene direttamente da coloro i quali, per una pretesa legge cosmica, rientrano ancora nella categoria degli autorizzati a tali frenesie - per cui, se la giovinezza si accosta alla maturità, potrà a buon diritto farlo in un'asimmetria senza scrupoli, protetta dalla sua posizione di preminenza emotiva, dall'imperativo aprioristico dello stereotipo culturale, più che antropologico, dell'impossibilità, per la seconda parte in causa, di aspirare ad essere su un piano di parità dei sentimenti, su di un comune terreno di ricettività agli stimoli. E in virtù di tale assunto preconcetto ne discenderà la legittimità per la giovinezza di prendere in modo spensierato, e l'obbligo per la maturità di dare, in modo in-condizionato. Ma è davvero accettabile, questo? E' umana, lecita, questa tenera e ottusa arroganza, questo cannibalismo spirituale?

Ora mi si replicherà giustamente: "ma è l'inverso; non è che sia preclusa ad una persona matura la possibilità di emozionarsi. E' che vivere facendo a meno delle emozioni non è un obbligo, ma una forma di cautela verso se stessi; e l'acquisizione di tale comprensione è indice di raggiunta maturità". Soprattutto, aggiungo io, quando si comincia ad avere qualche acciacco, e certi lussi non ce li si può più tanto permettere per i contraccolpi anche fisici che ne derivano. E' rassicurante, invece, rapportarsi schermandosene. Soprattutto per la prima parte in causa, che potrà continuare a godere dell'affetto e della simpatia di una persona bonariamente derubricata a similnonno, o similzietta.

Ma allora sparatemi, mi viene da dire. Anche perché io tranquilla non sarò mai. Per me davvero Eros è l'altra faccia di Tanatos. Solo se sento ben oliato e funzionante il muscolo cardiaco, battente come un tamburello indiavolato, io non ho paura. Nella tranquillità io crepo di angoscia.

Riuscissi almeno a sentirmi come Battisti.