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martedì 23 dicembre 2014

Le invasioni barbariche

E' di oggi la notizia dell'interruzione del concerto alla Scala da parte del direttore d'orchestra Daniel Barenboim - non esattamente il primo che passa per strada, come si dice dalle mie parti - infastidito oltre ogni limite di sopportazione dall'incessante, esecrando e villano scrosciare del flash del cellulare di una signorina che invece di ascoltare con attenzione, compostezza e, direi, pudico rispetto, la delicatissima sonata di Schubert appena iniziata nella magia di un soffio di "pianissimo" e "moderato" si dava alla fotografia compulsiva. Di che, poi, non è dato intuire.

Io stessa ho assistito, nell'agosto del 2013, disorientata e poi pietrificata dallo choc, all'improvviso infrangersi della quarta parete da parte di un esasperato Maurizio Donadoni, precipitato bruscamente sulla terra assieme a tutto il pubblico dalla sospensione dell'incanto del Riccardo III a causa dell'improntitudine prossima alla bestialità di una cretina che, nell'arcano e fiabesco scenario del Globe Theatre, seduta in primissima fila proprio sotto l'attore, continuava imperterrita, nel bel mezzo del suo monologo più intenso e terribile, a messaggiare sul suo cellulare.

Di tante tragedie e minacce che ci circondano questa, che sembra così di poco conto, mi appare invece una delle più odiose e insidiose. Perché misura con impietosa esattezza l'ampiezza del vuoto cosmico dilagante nelle menti e negli animi di tanti membri del consesso umano.

L'incredibile progresso tecnologico sembra direttamente proporzionale al regresso antropologico. Gli effetti sono abnormi, le conseguenze difficilmente quantificabili.

Per ora assistiamo, spettatori inermi e impotenti, all'avanzata dei nuovi barbari: i quali, al posto della clava, agitano forsennati il telefonino. Non meno dotato di potenzialità distruttiva.

sabato 13 dicembre 2014

The age of innocence

Sono stata una bambina maltrattata e abusata. Non da estranei, ovviamente, ma proprio da coloro che avrebbero dovuto essere i custodi della mia vita, il porto sicuro della mia esistenza, la fonte primaria, essenziale, dell'amore e della considerazione per la mia piccola persona. Sono stata vessata, brutalizzata, usata, manipolata, traumatizzata, terrorizzata. E convinta, sì, sono stata convinta, da loro, che mi meritassi tutto questo, perché ero cattiva. Che la colpa di tutto questo fosse mia.

Ce ne hanno messo, per piegare la mia forza di volontà, la mia audacia infantile, la salda e incorrotta fiducia in me stessa, la mia vivacità incomprimibile, tentando con ogni mezzo di spaccarmi dentro. Nonostante i loro sforzi inesausti, la loro furibonda tenacia, sono riusciti, certo, ad incrinarmi giorno dopo giorno, in uno stillicidio atroce, incessante, ma non a rompermi. Mi hanno aperto delle crepe profonde, ma non sono riusciti a farmi a pezzi.

Oggi non mi importa più di quello che mi hanno fatto. Oggi riesco a pensare che l'hanno fatto a una bambina e io non sono più una bambina. Che perciò ora posso sopportarlo, posso assorbirlo dentro la mia carne. Che non è più grave, non fa più male. Che posso persino amarle, le violenze che ho subito, perché sono parte di me stessa, quella me stessa che ho finalmente imparato ad amare, che oggi amo, tutta intera. Che oggi persino quelle mi sono care, perché anche quelle sono me, mi appartengono, mi costituiscono, mi definiscono per quella che sono, unica, inconfondibile.

Però, se mi guardo indietro, mi dico: è stata davvero solo questione di fortuna. E' senz'altro solo per immensa buona ventura se, divenuta adulta, e cimentatami nei panni di moglie, e madre, nel vano tentativo di riavvolgere il nastro e costruirmi un'esistenza con una storia e un finale più felice, i miei cattivi spiriti, tormentandomi senza darmi requie, non sono tuttavia riusciti a farmi varcare l'infinitesimo limite, la millimetrica soglia che separa la normalità dalla tragedia, la terra ferma dal baratro. Forse è stato per grazia celeste, o per mero accidente, che quella notte in cui la giacobina di un mese e mezzo urlava per la fame io, afferrato il coltello del pane in preda al panico e all'angoscia per le sue grida, mi sia tagliata di netto la punta del dito invece di tagliare il suo tenero corpicino. Ed è senz'altro pura botta di culo se, esasperata dal pianto di ambedue i miei figli neonati che mi trivellava interiormente e rimestava nella carne viva delle mie ferite, io non ho mai procurato loro danni cerebrali permanenti nello scuotere violentemente le loro carrozzine in preda a raptus omicida. E so solo io lo sforzo terribile che in un paio di occasioni ho dovuto compiere su me stessa per non afferrarli e scaraventarli fuori dalla finestra, letteralmente.

Per tutto questo io oggi dico - di una ragazzina divenuta madre a diciassette anni; una ragazzina per cui la sua propria madre, che l'ha concepita con un uomo che non è suo marito e cresciuta indifesa e discriminata nella più completa ignoranza della questione, che di questa verità a cui le ha negato accesso per tanto tempo l'ha resa edotta vomitandogliela addosso solo durante la sua adolescenza, oggi, tramutatasi nella sua più accanita e feroce accusatrice, svelando così profondi sentimenti di odio e rancore nei suoi confronti, ipotizza scenari di efferata spietatezza, essendo capace, secondo quanto riportano i giornali, di affermare "era violenta già a sette anni" -: nessuno tocchi Veronica, Veronica è mia.



domenica 3 agosto 2014

White flag


Quando si ama è facile essere vinti. In un rapporto di coppia, tra genitori e figli, in un'amicizia, quello che ama, quello che ci tiene, è il più debole, coinvolto, dipendente, destinato a soccombere a quello che è amato, fra i due l'invulnerabile. Si può lottare quanto si vuole contro questa sconfitta: accettarla negoziando concessioni sul sentimento e sul conseguente fallimento; accanirsi nella lotta oltre ogni ragionevole rischio; disperarsi; riderci su, ribellarsi, finanche tentare di strapparselo dal petto facendo violenza a se stessi, di disprezzarlo, di rinnegarlo; è tutto vano. Arriva sempre il momento in cui ci si deve arrendere. Senza condizioni. The winner takes it all.

Ed è proprio lì, nella resa incondizionata, che si scopre che arrendersi è il solo modo per diventare invincibili.



I know you think that I shouldn't still love you
I'll tell you that
But if I didn't say it
Well, I'd still have felt it
Where's the sense in that?
I promise I'm not trying to make your life harder
Or return to where we were 
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I know I left too much mess
And destruction to come back again
And I caused but nothing but trouble
I understand if you can't talk to me again
And if you live by the rules of "It's over"
Then I'm sure that that makes sense
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
And when we meet
As I'm sure we will
All that was then
Will be there still
I'll let it pass
And hold my tongue
And you will think
That I've moved on
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be

venerdì 4 luglio 2014

La tempesta perfetta

Abito nel quadrante sud est di Roma, e dunque nel pieno epicentro del sisma artificiale (e artificioso) denominato "cantieri di costruzione della metro C".
Tutte le mie minute attività quotidiane, lavorative e di diporto spicciolo, si snodano lungo la direttrice delle quattro future stazioni Teano-Malatesta-Lodi-San Giovanni, dove ogni rettilineo dei bei tempi andati si è da anni intorcinato in un frastagliato groviglio di curve angoli e giravolte e vicoli ciechi e strozzature e imbuti in grado di generare e stabilizzare innumerevoli serie di piccoli e grandi ingorghi su una superficie già vocata di suo alla loro produzione per i motivi più disparati, stante la densità abitativa, le molte assurdità topografiche di quartieri venuti su negli anni d'oro dell'edilizia abusiva, l'insufficienza dei mezzi pubblici (da cui il motivo dell'alzata d'ingegno di costruirci una linea di metropolitana)  e la pesantezza dei culi dei suoi residenti.
Dopo parecchi mesi di assestamento e il confortante raggiungimento a fatica di un'ordinata metodicità del caos, un paio di dissesti idrogeologici, volgarmente chiamati "voragini", capaci di interdire il transito veicolare delle due strade di scorrimento principali ai lati della Via Casilina sia in direzione del centro che in quella opposta e anche per quella laterale su una delle bisettrici di collegamento con la consolare limitrofa, hanno mandato in vacca tutto il meccanismo appena collaudato.
Alzata in questo modo l'asticella della difficoltà della circumnavigazione automobilistica io e tutti gli altri residenti ci siamo dovuti ingegnare, ex abrupto, alla subitanea ricreazione di un nuovo modello di casino agibile.
Adesso che, con pazienza certosina, parecchi autentici colpi di genio e pure qualche inevitabile contromano qui e là, avevamo preso le misure anche a queste insorte evenienze, ecco spuntare repentinamente a macchia d'olio ulteriori freschi ostacoli allo scorrimento del traffico nelle sembianze dei sempiterni lavori di rifacimento estivi di manto stradale aut di ripristino tubature gas/energia elettrica/altri cavi di indeterminata funzione, che ridisegnano ulteriormente la martoriata, più che complicata, geografia della viabilità.
Facendoci approssimare a qualcosa di molto simile, in meteorologia, alla tempesta perfetta.
E io, tra mille piroette e qualche necessaria ancorché discreta infrazione al codice stradale, penso al giorno in cui saranno chiusi tutti 'sti cantieri, smontati tutti 'sti ponteggi, e finalmente la circolazione tornerà libera e fluida.
E non riesco a immaginarmelo. 
E' qualcosa di così inconcepibile da far paura.
Al pensiero di quelle strade sgombre, di tutte le code evitate, e di tutto il tempo risparmiato, mi vengono le vertigini.
Tragitti che oggi copro in mezz'ora verranno compiuti in meno di un quarto d'ora, forse anche in dieci minuti.
Forse anche meno, se davvero la metropolitana servirà a qualcosa, cioè a incoraggiare auto limitazioni all'uso delle macchine.
Come adoperarlo dunque proficuamente, quel tempo mai posseduto e improvvisamente guadagnato? E' un rovello angoscioso.

Poi mi rammento che, appunto, vivo a Roma, e pertanto ho fondatissimi motivi per credere, più ancora che sperare, che quel giorno maledetto non arrivi né ora né mai.

Che sollievo.

lunedì 27 gennaio 2014

Gam gam


Odio la retorica, mal sopporto le giornate di questo e quello. Non credo di aver mai commemorato il Giorno della memoria.
Quest'anno mi ci tirano per la giacca, proprio.
Il rullo di FaceBook è imbarazzante, avvilente: pieno di deficienti che scrivono "Giorno della memoria" e postano la foto di una scheda RAM, oppure fanno liste della spesa, o la buttano in vacca in altra maniera, credendosi fini umoristi profondamente irriverenti audaci e innovativi.
Ma i tentativi di destrutturare una faccenda così scottante come la Shoah risultano ancora più insopportabili della retorica sulla Shoah stessa, sono come bombe carta che se le maneggi ti scoppiano in mano.
Difatti, nel tardo pomeriggio, ecco il botto, che temevo ed aspettavo da ore ed ore: la BATTUTONA.
"Oggi, giornata della Memoria, Israele bombarderà Gaza col fosforo."
E lì non ci vedo più.
Perché questo non è, legittimamente, denunciare le turpitudini odierne di Israele sì da inchiodarla alle proprie responsabilità. Al contrario, suscita l'impressione che non si aspetti altro per dar fuoco alle polveri, per poter dare addosso a coloro che sono assurti a modello di perseguitati di ogni tempo e ogni luogo come a volerli comprimere, schiacciare, annullare, fino a riuscire, in qualche modo, a mandare in caciara tutto.
Perché non è che la morte di un bambino palestinese ucciso da un razzo israeliano delegittima quella di un bambino ebreo gasato nelle camere a gas.
Perché a fare occhio per occhio dente per dente, tra una tragedia immensa e insensata che ha lasciato una ferita insanabile nella psiche collettiva universale, e una guerra civile straziante tra due fazioni che sono, sì, sproporzionate nella forza come Davide e Golia, ma ambedue accecate dall'odio verso il proprio vicino nemico e dal desiderio di prevaricarlo, i conti non tornano.
Perché questo è sommare torto al torto, danno al danno, orrore all'orrore.
Perché tutto ciò che si ottiene così è di sfiorare il revisionismo e la sconfessione della necessità di non dimenticare mai più quello che è stato il più grande abominio della storia che ci riguardi direttamente.
E' una pratica assai pericolosa, quella di giocare col Giorno della Memoria. Negare, o cercare di offuscare con gli odierni soprusi dei discendenti dei protagonisti, la sacrosanta liceità di sentimenti di vergogna e di sgomento per l'indicibile che avvenne con l'Olocausto, talmente atroce da divenire un tabù, un simbolo del Male assoluto che assolutamente travalica i contorni dell'etnia che ne fu vittima  - assieme ai malati di mente, gli oppositori del regime, gli omosessuali, gli zingari -, come pure i confini di tempo e di luogo e di circostanze, e persino l'identità dei carnefici, per divenire emblema sublime della malvagità e della ferocia di un uomo contro un altro uomo, significa indebolire la coscienza dei popoli, e aprire così la strada ad altri abomini.
E pure stornare gli occhi, con la scusa della cattiveria dei discendenti dei deportati, dalle responsabilità che l'Europa, e l'Occidente tutto, hanno avuto nella follia hitleriana. Nonché nella successiva disastrosa gestione dei sopravvissuti, abbandonati su una "terra di nessuno" in fretta e in furia dall'Inghilterra con l'appoggio dell'ONU per lavarsi le mani di questa scabrosissima vicenda, e per rimuovere un colossale senso di colpa collettivo: ciò che è la radice delle cause della lotta fratricida, ancorché squilibrata a favore di Israele, tra i due contendenti assai meglio fornita di tecnologie di morte, di soldi e di peso politico, di oggi, quella che insanguina la Palestina senza pace, senza concordia, senza giustizia.
Oggi è l'anniversario della liberazione di Auschwitz: sono stati i cadaveri ambulanti che accolsero i russi a bombardare i palestinesi? O lo furono i milioni di bambini, di vecchi, di uomini gasati? Lo furono i cosiddetti musulmani, i morti in vita che finivano i loro giorni molto prima di esser uccisi, nei lager, che nemmeno il Dio Pastore, quello di cui canta l'inno che posto qua sotto, ricoverò e salvò?

"Pur se andassi per valle oscura
non avrò a temere alcun male:
perché sempre mi sei vicino,
mi sostieni col tuo vincastro."

Ripristiniamo l'ordine delle cose, e onoriamo la Memoria.


גַּם כִּי-אֵלֵךְ
בְּגֵיא צַלְמָוֶת,
לֹא-אִירָא רָע
כִּי-אַתָּה עִמָּדִי


שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ,
הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי

27 gennaio 1945, apertura dei cancelli di Auschwitz e liberazione dei sopravvissuti ad opera dell'Armata Rossa sovietica.

mercoledì 25 dicembre 2013

Do they know it's Christmas

Nel 1984 Bob Geldolf, musicista irlandese leader dei Boomtown Rats, vide uno speciale della BBC sulla tragedia della carestia in Etiopia e ne rimase così sconvolto da provare un impulso incomprimibile ad agire per reperire fondi da destinare al soccorso della sventurata popolazione di quella terra.
Trovò l'appoggio di Midge Ure, leader degli Ultravox. Insieme i due composero il testo e la musica di un motivo che fu sottoposto ai più noti cantanti e gruppi pop della scena inglese dell'epoca. Molti nomi famosi aderirono al progetto, accettando di collaborare all'incisione a scopo benefico della canzone di Geldolf e Ure come membri della Superband nata per l'occasione che prese il nome di Band Aid.
Essendo lo studio di registrazione stato messo a disposizione gratuitamente dai proprietari solo per un giorno, in un giorno la canzone fu giocoforza missata e registrata: per la precisione, tra le undici di mattina e le sette di sera del 25 novembre, tra l'ingorgo dei fan assiepati all'esterno, l'assedio della stampa all'interno, le defezioni di illustri come Bowie e McCartney, l'approssimazione di molti imposta dalla preparazione superficiale e dalla fretta (le parti registrate dagli Status Quo, ad esempio, vennero cassate perché considerate inutilizzabili, ma comunque in parecchi coretti si sentono accenni di stonature), i ritardi fuori tempo massimo di altri (Boy George arrivò solo alle sei di sera, praticamente preso di peso e portato da Geldolf, quando ormai era tutto finito, e registrò a posteriori in solitaria).
Il risultato fu un disco sporco, improvvisato, concreto, spontaneo, bello come un diamante grezzo. Che fece milioni di copie, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi in Inghilterra, stimolò un'iniziativa analoga negli USA (i celeberrimi USA for Africa, con l'ancora più celeberrima We are the world) e un incredibile, irripetibile evento: il concerto rock di luglio 1985 del Live Aid, in diretta planetaria tra il Wembley Stadium di Londra e il JFK di Philadelphia, al quale parteciparono davvero tutte le stelle del firmamento musicale mondiale del presente e del passato, nessuna esclusa.
Riguardare oggi il video mi emoziona ancora. Paul Young, Simon LeBon, Boy George, Bono, Tony Hadley, Sting, George Michael, che lì sono poco più che ragazzini, sono più vecchi di me e oggi sono tutti più vicini ai sessanta che ai cinquanta. Per non parlare di Phil Collins.
Per non dire di Freddie, che con i Queen al Live Aid ebbe la definitiva consacrazione a icona della musica mondiale, il mio amatissimo Freddie, che è morto. Ormai da più di vent'anni.
Eppure non provo rimpianto né amarezza, riguardandolo. Bensì commozione, tenerezza, senso di calore: affetto, appartenenza, familiarità.
Gli stessi sentimenti che ho provato quando, incastrata con la mia incontentabile e incontenibile figlia giacobina in un negozio Accessorize a King's Cross Station già infestonata per Natale in un pomeriggio inoltrato della fine di novembre, ho sentito dagli altoparlanti della filodiffusione uscire le note della canzone: la melodia un po' storta, un po' cupa, un po' primitiva di Do they know it's Christmas, uno dei cardini della mia giovinezza.
E lì, in un posto dove non ero mai stata prima di allora, in una nazione a migliaia di chilometri dalla mia, in mezzo a frotte di gente estranea e indifferente, mi sono sentita improvvisamente a casa.


mercoledì 4 dicembre 2013

All's Well that Ends Well

C'è stato un momento di intenso malessere, sabato mattina, in cui ho preso a scrutare quietamente angosciata i volti degli affaccendati londinesi che affollavano ordinatamente, le fronti aggrottate da una serena pensierosità, quel fare tra il disinvolto e l'impegnato collocato sull'esatta metà della sottile linea di confine tra una sovrumana concretezza e il più totale alienato distacco, il mio autobus numero 14 in marcia verso la (peraltro) bellissima Cromwell Road, con un interrogativo che mi pesava sullo stomaco, impossibile da digerire (tanto è vero che poi la sera ho appunto vomitato): ma se tutto è illusorio, persino l'affetto tra i congiunti più stretti, a che serve tirare avanti? Dove stanno andando tutte queste persone? A che giova il loro energico affannarsi dal lunedì al venerdì al lavoro, avanti e indietro, saliscendi, sugli autobus e sulle metro, sempre perfettamente irregimentati, e poi il sabato e la domenica a macinare chilometri nei musei o sui marciapiedi e nei grandi magazzini dei quartieri dello shopping accalcati in file rigorosamente organizzate a comprare regali natalizi per altre persone ch'esse credono a loro legate da rapporto affettivo o amoroso? Che senso hanno i sentimenti, a quale verità si abbarbicano, qual è la realtà oggettiva, misurabile, verificabile, che dona loro peso, contorni e necessità? Che scopo hanno tutte queste pantomime, se non quello di passare il tempo in attesa della fine? La vita è un colossale equivoco, una frenetica deriva, e poi si muore.
E lì, concependo questi pensieri, spersa in un autobus a due piani a sud ovest di un'isola in mezzo all'Europa, lontana da casa migliaia di chilometri, accanto a volti sconosciuti e conosciuti che formavano un unico blob compatto per come non riuscivo più a cogliere apprezzabili distinzioni di familiarità tra gli uni e gli altri, mi sono percepita, in uno zoom di potenza mai provata prima, un infinitesimo puntino su una sfera di terra e di acqua, a sua volta minuscolo puntino smarrito nell'immensità di un universo di innumerevoli puntini, e ho cominciato a sudare freddo per la vertigine, e ho provato l'impulso di scappare a gambe levate: ma scappare per dove?
Non è stato un bel momento.

C'è stato poi un altro momento di disagio, questo molto meno fastidioso, quando, lunedì sera, sull'aereo della Norvegian Airlines che mi riportava a casa, giunta all'altezza della Versilia (inquadrata dall'oblò nella notte come un disegno fatto con la porporina) sono entrata, insieme all'apparecchio, ai passeggeri e a tutto l'equipaggio, in un'area di leggera turbolenza che per un quarto d'ora circa ci ha regalato la sensazione di stare su un autobus del centro di Roma a ballonzolare sui sampietrini. E lì ho percepito, nettissima, non la paura di cadere, no, perché non ero veramente spaventata: solo una sorta di apprensione, una concentrazione a cooperare spiritualmente ad un fausto esito del viaggio strettamente ancorata alla piena, forte, ferma volontà di non finire lì la vita, di giungere a destinazione e rimettere i piedi per terra. E ho riflettuto su come, al di là di ogni inquietudine sul senso, il senso vero della vita è vivere, e si esprime nell'istinto di sopravvivenza che scorre potente in ciascun essere umano, che prevarica tutto il resto. E amen. Tutto è bene quel che finisce bene.

Much Ado about nothing

E rieccomi qui, frastornata da una travagliatissima convivenza coatta con quella che, sulla carta, è la mia famiglia.
Non c'è niente di meglio, per rinfocolare tensioni che covano sotto la cenere, di un viaggio assieme a coloro con i quali ci sia disarmonia. I fuochi scoppieranno tutti, uno dietro l'altro, in un deflagrante spettacolo pirotecnico di vigore direttamente proporzionale all'intensità della tensione iniziale (nella fattispecie molto elevata) e anche alla distanza del punto di arrivo da quello di partenza. Una meta che richieda uno spostamento in aereo, per esempio, come nel nostro caso, fa ottenere risultati più apprezzabili di una per cui basti qualche ora di macchina. E difatti. Il combinato disposto dei vari fattori ha prodotto uno show faraonico di altissima qualità.
E io mi sento come se mi avessero pigliato di peso, sollevato a mezz'aria, sbatacchiato con pervicacia e poi ributtata giù, senza alcuna finalità precisa, per un Fato cieco e ostinato. Una botta di caos, anziché una botta di vita.

Forse essere così esausta darà i suoi frutti. Mi sono talmente infragilita che sicuramente stasera alla seduta con Edo faremo faville. Chissà, magari scardineremo qualche importante testata d'angolo del mio ingombrante rimosso.

Evviva.

Nel frattempo ho cominciato a godere dei benefici del trattamento in situ: dopo più di vent'anni in cui non riuscivo a vomitare (Edoardo ultimamente mi aveva detto: ci credo, coll'irrigidimento del diaframma che ti ritrovi) la notte di sabato scorso ho rifatto l'anima prima in un interludio nel lavello di cucina e poi, finalmente, con tutti i crismi, accasciata sul pavimento, nel water dell'elegante ed angusto appartamentino di Chelsea dove eravamo alloggiati.

Mi sono stappata le tubature, insomma. Che altro voglio dalla vita?

Sono davvero incontentabile.

giovedì 21 novembre 2013

Fedele alla linea/3

Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L'aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane.

Fedele alla linea/2

Se si vuole da me indignazione a comando, mi spiace, non ne ho più: l'ho esaurita nel quinquennio 2001-2006, partecipando a decine di manifestazioni, sit in sotto il Parlamento, cortei, fiaccolate e girotondi, tutti inutili perché l'italiano non vuole vivere in democrazia, vuole vivere nel mondo delle favole.

giovedì 10 ottobre 2013

The answer, my friend

Ho preso un'infreddatura all'anima. Una piccola influenza: un male di stagione.
E' che anche in casa mia è arrivato l'autunno coi suoi temporali. E all'arrivo dell'autunno le cicatrici delle vecchie ferite danno sempre un po' noia.
E andandomi a curare, come ogni martedì, un po' più acciaccata degli altri martedì, ho ricevuto l'ennesima folgorazione. Talmente potente che mi ha costretta ad andare a rimestare nell'armadio della memoria, in un mucchio di cianfrusaglie che non avevo né voglia né coraggio di guardare da un sacco di tempo.
Certo che fa impressione - tanta impressione - riesumare vecchissime conversazioni tra Ca e Cri (laddove Ca è il casumano e Cri, invece, sono io)

[25/01/2012 20:30:07] Cri: non fa niente
[25/01/2012 20:30:17] Cri: ho esperienza di gente a cui dico "ti voglio bene" che mi risponde "grazie" :)
[25/01/2012 20:30:24] Ca: :|
[25/01/2012 20:30:29] Cri: per me non è un problema
[25/01/2012 20:30:37] Cri: io in quel "grazie" ci vedo quello che sento io :)
[25/01/2012 20:30:45] Ca: ecco, questo fai bene a farlo
[25/01/2012 20:30:50] Ca: c'è gente che proprio non gliela fa, cri
[25/01/2012 20:30:58 |Cri: e capitano tutti a me :D
[25/01/2012 20:31:03] Ca: cioè lo so che si dovrebbe fare
[25/01/2012 20:31:07] Ca: e che non sono cose grossi
[25/01/2012 20:31:08] Ca: grosse
[25/01/2012 20:31:20] Ca: ma la stupidità delle persone è quella che è ecco
[25/01/2012 20:31:35] Cri: stupidità? :D
[25/01/2012 20:31:44] Ca: eh, avere paura di tre parole
[25/01/2012 20:31:46] Cri: Eh, io lo so che tu fai parte di quelli che dicono "grazie" ;)

e ricordarsi le mortificazioni a cui ci si è sottoposte, allora, per aver voluto bene a dei poveretti che ci rompevano gli zebedei notte e giorno, facendosi tenere la manina infragilita, facendoci affezionare a loro come ai nostri propri figli, ma ai quali il loro sì delicato cuore d'uccelletto implume imponeva di farci cadere dall'alto come manna dal cielo quelle tre parole di cui avevano paura, farcele sospirare fin quasi a tirarci il collo, dopo averci per lungo tempo fatto sentire prepotenti e inopportune nel pretenderle, e compararle alla scena di martedì sera, quando, sicuramente per averci viste sotto un mattone, il terapeuta, alla fine della seduta, avendoci chiesto come di routine sensazioni, emozioni e pensieri, avendogli noi (per averlo pensato davvero e non intender ometterglielo esclusivamente al fine di non compromettere l'esito della terapia), confessato in un soffio "ho pensato che ti voglio bene" - affermazione che, per il contesto in cui era stata pronunciata, a nostro avviso non presupponeva alcun riscontro, se non l'annotazione da parte dello specialista in quanto reazione psichica alla specifica interazione terapeutica testé conclusa -, ci ha risposto all'istante, del tutto inopinatamente, con voce ferma e calma, "anch'io ti voglio bene".
Ed è così andato in frantumi l'ultimo totem della mia sgangherata relazione casumanesca: il monumentale castello ideologico sul rispetto delle ritrosie dell'altro, dei suoi tempi, delle sue difficoltà, e tutto il corredo di pippe mentali in merito.
Se due persone adulte si sono vicine, tanto vicine, e in empatia si aprono il cuore vicendevolmente, vuol dire che finiscono per volersi bene, e stop. E se una lo dice all'altra: "ti voglio bene", quella le replica, spontaneamente, serenamente: "anch'io ti voglio bene." 
E' questa la risposta, amico mio. Così ovvia, così semplice, da suscitare un "oooooooh" di meraviglia per non averci pensato prima.
Perché se non ti viene, se ti muore in gola, se ti imbarazzi, se con aria confusa chini il capo e mi dici "grazie", allora, semplicemente, vuol dire che non mi vuoi bene. E quando finalmente me lo dici non vale più niente.
E difatti s'è visto.
E il resto è fuffa.

sabato 14 settembre 2013

Italiani brava gente

Lavoro nel palazzo adiacente al Provveditorato agli Studi, in un quartiere sede di molti istituti superiori.

E in questa settimana hanno riaperto le scuole.
Imboccando la strada dell'ufficio me ne ha dato conto, puntuale come il volo delle rondini a primavera, l'imbattermi nel solito delirante manifesto affisso abusivamente da Lotta Studentesca.

Lotta Studentesca, movimento di estrema destra rinato dalle ceneri di un passato oscuro, contiguo col terrorismo nero, dilaga da anni nelle nostre scuole superiori e università, colonizzando come l'invasione degli ultracorpi di neofascismo, razzismo e violenza le menti dei ragazzi romani. Ed è il più emergente, ma non certo l'unico tra quelli professanti quei disvalori, i quali tutti adesso la fanno da padroni nel condizionare la formazione delle opinioni politiche delle fasce più giovani della popolazione di Roma. Sin dai tempi dell'amministrazione Veltroni, permeata di sciagurata ottusa inerzia buonista, se si fossero avuti gli occhi, si sarebbe potuta constatare senza sforzo l'evidenza del pauroso sbandamento verso quelle derive antidemocratiche di una larga parte dei nostri imberbi concittadini: nell'abbigliamento, nelle teste rasate, nei cori fascisti allo stadio, equamente spartiti tra curva Nord e curva Sud (una saldatura degli ultrà laziali, da sempre neri, e di quelli romanisti, da sempre "rossi e giallorossi" sotto una comune militanza di destra mai vista prima: un mutamento antropologico epocale insieme alla nuova, incredibile alleanza tra i discendenti dei pariolini degli anni di piombo, i ricchi ragazzi dei quartieri bene, e quelli dei proletari storici, i "borgatari", residenti in aree urbane ch'erano sin lì sempre state serbatoio principale di consensi per la sinistra), nelle svastiche che fiorivano su tutti i muri, nella prorompente, prepotente ascesa delle fortune e del favore sulla scena cittadina per i farneticamenti incitanti all'odio verso l'avversario e allo scontro frontale e corporale degli pseudo ideologi di Casapound. Ma non solo non si presero provvedimenti per tentare di arginare l'inquietante fenomeno: nessuno, semplicemente, a cominciare dagli esponenti del centrosinistra che governava la città e che avrebbe dovuto essere la prima centrale di allarme, il primo avamposto a difesa della democrazia, e che invece dormiva sonni beati o forse era in altre faccende affaccendato, parve rendersene conto. E così il morbo dilagò indisturbato e la marea si ingrossò fino a che le organizzazioni di ispirazione nazista e fascista egemonizzarono i consigli di classe e d'istituto, e conquistarono anche la consulta provinciale. E, siccome giunti a diciott'anni gli adolescenti cominciano anche a votare, finendo anche per contribuire, insieme all'insipienza di quelli della parte avversa, agli obbrobriosi successi elettorali di personaggi deprecabili come Giovanni Alemanno e Renata Polverini.

E oggi, caduti dal pero, si grida al pericolo del rigurgito fascista. Quando ormai, più che un rigurgito, è una vomitata a spruzzo inarrestabile.

Ci si avvede dell'incantesimo malsano che ha posseduto le anime dei nostri figli con appena vent'anni di ritardo.

Ebbé, come si può commentare, se non con un "meglio tardi che mai"?

Del resto è quel che è accaduto con il fenomeno Berlusconi. Che giusto da vent'anni - dopo esser sceso in politica per non finire in galera e non dover portare i libri contabili delle sue aziende in tribunale (per esplicita ammissione del suo braccio destro Confalonieri) - adopera l'Italia come suo feudo personale, distorcendo il potere politico e quello mediatico in egual misura per suo esclusivo privato profitto, calpestando diritti e doveri, reiterando reati ulteriori a quelli già largamente commessi prima della sua discesa in campo e poi depotenziando le leggi che avrebbero dovuto e potuto sanzionarli, non negandosi ogni bassezza civile e sociale e umana, in un'escalation di intemperanza, improntitudine, attitudine a deliquere, volgarità e cinismo impressionante che l'ha portato sino ad ora a collezionare la bellezza di quarantuno processi (li ha contati per me la Santanché); e clamorosamente solo ora una parte di popolazione pare cominciare a svegliarsi per accorgersi che, beh, forse forse questo tizio non era l'eccelso statista, il grande benefattore, il venerabile artefice del nuovo miracolo italiano, che masse enormi di connazionali hanno acclamato entusiastiche. Anzi, tutto il contrario.

Che conforto abbinare queste due vicende e concludere che, gli italiani, evidentemente, non sono cattive persone. Hanno solo tempi di reazione mooooolto lunghi, più o meno biblici. Mica è colpa loro, sono fatti così, bisogna compatirli, eh. Ci arrivano quando ormai è fuori tempo massimo, purtroppo, ma che ci volete fare, povere stelle?

martedì 3 settembre 2013

Per chi suona la campana

1)
It's a kind of magic. IT'S A KIND OF MAGIIIC...
TA-DAH!
Gli squilli di fanfara della messaggeria del mio cellulare mi destano da un sonno inquieto e, quello per fortuna, dal sogno inquietante del marito che mi stava piantando per mettersi con una scemetta venticinquenne che lo seguiva con la lingua di fuori e la coda scodinzolante.
Apro un occhio: ma sono le otto e mezza di mattina!
Chi è che rompe a quest'ora le scatole a una povera donna in ferie?
"Ciao Maria Cristina, felice giornata! Ma non sei più su FB?"
Un mio contatto tacchinatore, educato e gentile ancorché povero di spirito, che ho eliminato senza rimorsi e senza clamore sei mesi fa. Non tanto perché tacchinatore, quello lo reggevo per il garbo e la discrezione con cui mi tampinava: ho tracollato quando s'è palesato grillino, e ha cominciato a sporcarmi la bacheca di spiritosissime idiozie a cinque stelle.
Pappagallo sì, Grillo no. Via. Ze end, sciò.
Il quale poi oggi, solo oggi, ha realizzato che c'era qualcosa di insolito nel fatto di non veder più traccia di miei aggiornamenti. Da cui il suo sms: "Ma non sei più su FB?"
Gli ho risposto "non a quest'ora..."
L'idea che l'abbia semplicemente cancellato dai contatti, quella ancora non è arrivata a sfiorargli la mente. Ci vorrà altro tempo perché il concetto si faccia strada in quel cranio ampio, lustro e vuoto, si radichi e cominci a fiorire.
Speriamo non se ne renda conto in piena notte, a 'sto punto.

2)
Moooon riveeeeer, wiiider than a miiile...
Ieri pomeriggio invece, mentre sto meditando sdraiata sul letto - leggi: sono in pre-pennica - mi suona il cell: è una telefonata della mia "amica" calabrese, quella che mi posta in bacheca gli abbracci "di quelli nostri" e con la quale intrattengo ormai da un biennio una relazione telefonica tutto sommato tenera e gradevole (chiama sempre lei, poveretta).
Mi disturba? Spera di no, e si scusa; ma mi chiama per chiedermi (tra risolini imbarazzati ed elettrizzati) cosa deve rispondere all'amica che ho "fatto fuori" ad aprile, la quale, non tenendosi più e sapendo che lei è ancora in contatto con me, le ha inviato un messaggio privato su FaceBook disperandosi del mio improvviso allontanamento, asserendo di non comprenderne la ragione e di non riuscire a darsi pace "perché tiene molto a me", e implorandola di adoperarsi per farle ottenere udienza presso di me. Lei, pur essendo al corrente delle mie motivazioni - ne abbiamo parlato da poco, da quando cioè mi ha fatto precise domande piene di malcelata eccitata curiosità in tal senso - non si è scoperta perché prima voleva assicurarsi di avere il mio permesso. Le ho risposto di fare quello che riteneva più giusto, e che mi fidavo del suo buonsenso. Insomma, intrighi adolescenziali tipici feisbucchiani. Strabiliante, però, che capitino tra una quarantanovenne (me, tra diciotto giorni), una ultracinquantenne e una sessantatreenne (l'amica ripudiata). Poi dice che non ho ragione, quando asserisco che FB ci voglia tutti far regredire all'infanzia.

E dunque, con tempi di reazione giurassici, uno dopo l'altro i miei contatti abortiti stanno ritornando, a intervalli di dodici ore l'uno dall'altro, come nei film degli zombie: li cacci dalla porta a badilate, rientrano dalla finestra col badile incastrato nella fronte. Tanto, essendo già morti, non possono rimorire, sono invulnerabili, invincibili.

A 'sto punto, siccome non c'è due senza tre, faccio ogni sorta di scongiuro. Perché, se tanto mi dà tanto, quale altro revival mi debbo aspettare a breve? Lo vedi, Cri, mi dico, che era un presagio, quello status che hai letto ieri dall'amico argentino della tua precaria amica sventata, il quale, parafrasando Venditti, e forse intendendo perculare lei, ha scritto quella roba che ti ha fatto schiantare dalle risate sardoniche:
"Certi amori non finiscono,
si fanno i cazzi loro e poi ritornano..." (col sottofondo melenso della melodia di Amici mai)

"Non chiederti mai per chi suona la campana, Cri. Essa suona per te." (cit.)

(Lo metto qui, 'sto gatto mammone che miagola da far tappare le orecchie, per scaramanzia. Occhio malocchio prezzemolo finocchio!

)

lunedì 2 settembre 2013

La fortezza vuota

"Mal comune mezzo gaudio".
Ah, quanto significato in questa saggezza popolare, oggi sconsideratamente disprezzata a favore dell'infelice ridicola illusione della supremazia di un individualismo ch'è perdente sotto ogni punto di vista.
L'idea narcisistica di essere speciali, diversi dagli altri nelle proprie sofferenze - ossia, nella partitura costante della nostra esistenza - prima ancora di essere patologica è tafazziana. Perché è la perfetta maniera per condannarci da soli, e senza scopo, al ritiro dalla salutare, inevitabile connessione con le persone, e anche col resto dell'universo mondo, indispensabile per la sopravvivenza.
Respingendo con latente spregio l'accettazione della imprescindibile condizione di uomo tra gli uomini, la mente morbosa ci fa il peggior servizio che il più acerrimo nemico possa concepire. Nella sua vanagloriosa allucinazione di eccentricità, lo psicotico si condanna da solo al proprio isolamento. Egli va in pezzi e sembra gridare aiuto, appigliandosi ad ogni ausilio possibile come un naufrago a qualsiasi pezzo di legno galleggiante, e attaccandosi a chiunque come una cozza allo scoglio, ma in realtà non lo vuole, anzi, lo disdegna. "Tu non puoi capire, nessuno può capire". L'interazione con un suo simile - uno qualunque, egli non distingue nella massa dei diversi da lui, non ha gusti né sentimenti, tranne un generico sentire filantropico che in realtà è maschera di una profonda, paranoica diffidenza verso qualsiasi specificità di contatto con gli altri a lui "inferiori" - può servirgli al massimo per svuotare il suo secchio di ansie e ossessioni, l'altro ridotto a discarica di rifiuti tossici. Il suo male interiore è cannibale e autoreferenziale, e per sussistere - in un atroce mors tua vita mea ingaggiato con colui che parassita e divora giorno dopo giorno - protegge quel malcapitato dalla possibilità di sanarsi costruendogli attorno un'inaccessibile tomba di ghiaccio che allo sventurato sembra il suo fondamentale guscio protettivo, ma in realtà separandolo dall'unica cura possibile, ossia l'accesso a relazioni autentiche con gli altri esseri umani, e prosciugandolo dall'interno per mancanza di dialettici stimoli affettivi, cioè di nutrimento del sé.
Al di là delle cause scatenanti - le ferite dell'infanzia, i condizionamenti sociali, le influenze esterne -, è questa catastrofe solipsistica la devianza ontologica che lacera l'anima dell'uomo contemporaneo.

La fortezza vuota: con questa metafora Bettelheim tratteggiò, in un libro bellissimo e insostenibile, la condizione dei bambini autistici rinchiusi nella sua Orthogenic School di Chicago. 

"Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre".
Ora quei bambini sono usciti dalle cliniche, si sono propagati, sono diventati noi.

sabato 31 agosto 2013

Il mastino di Baskerville

Tante volte una che si sente sconfitta in una tenzone dialettica con qualcuno che non molla manco ad ammazzarlo, scoprirebbe, se guardasse le cose con serena obiettività, che non è che abbia sbagliato qualcosa nell'argomentare.
Lo sbaglio stava a monte: nell'aver intrapreso la discussione, semplicemente.

The Taming of the Shrew


"Ah, l'accetta con cui taglia i giudizi la può riporre lì, proprio dietro alla sua montagna di supponenza, grazie."

Copyright della frase (postata su FaceBook qualche giorno fa, e prepotentemente ritornatami in mente ieri, so io perché) di Emanuele Vannini, alias Van deer Gaz; il quale, quando gli ho esternato il mio entusiasmo per l'aerea classe e la delicata perfezione dell'espressione, si è cortesemente offerto di mettermela a disposizione senza pretenderne i diritti.
Un genio generoso, elegante e signorile.

La scrivo qui per averla a portata di mano così da consultarla ed adoperarla alla bisogna. Nel frattempo cerco di mandarla a memoria. (Non è facile, eh, per come si snoda fluente ed articolata.)

Prevedo che mi servirà spesso.

domenica 25 agosto 2013

Le ali della libertà

Rimugino su certi accadimenti degli ultimi giorni e delle ultime ore - meglio, su certe prese di posizione adottate da un'amica non già negli ultimi giorni, anzi, palesatesi chiarissimamente già da un bel pezzo, che io semplicemente mi sono sin qui ostinata a considerare con benevola indulgenza una criticità di poco conto nel complesso di uno spirito comunque bello e a me affine, una sfrontatezza conclamata che in realtà fosse un tutto fumo e niente arrosto, e invece, macché, complice anche il mio esser reduce da un'ulteriore esposizione felice alla mia cartina di tornasole preferita nel paesaggio e tra le genti che più di tutto in questo momento mi riconducono alla concretezza, e alla bontà intrinseca che nella concretezza risiede, dove è esperienza quotidiana l'esattezza dell'assioma di Keats "verità è bellezza, bellezza è verità", scopro che no, l'atteggiamento di quest'amica, e tutto il castello di concezioni sue della vita e delle relazioni e della dignità individuale ch'ella con quest'atteggiamento mostra di aver costruito, non mi va giù, non mi piace, non mi è mai piaciuto e mai mi piacerà.
Perché dietro quest'accondiscendenza allo spontaneismo, l'assecondamento così a briglia sciolta e a testa bassa, senza un soprappensiero, senza l'ombra di uno scrupolo, di tutto quello che passa per la mente, incluse sventatezze d'ogni sorta e pulsioni distruttive e autodistruttive, io non riesco più a vederci solo la sofferenza di un'anima ferita e smarrita.
Perché anch'io ho un'anima ferita e smarrita, e mille volte avrei potuto reagire così, facendomi scudo del pretesto del mio dolore; e invece, nonostante tutto, mi sono badata, con sforzi laceranti e fatica immane. Perché non sono mai riuscita ad annullarmi nella frenesia dell'attimo, ho sempre ampliato il mio orizzonte al "dopo", alle conseguenze, alla responsabilità del mio agire, temperando il mio istinto con l'amorevolezza della ragione. E temprandomi.
Nella mia capacità di scegliere. Di esercitare, liberamente, la mia libertà.
Ovvio, è la strada più difficile. Ma è anche la più gratificante.
Perché l'altra conduce alla bassezza. Alla volgarità. All'adattamento, all'acquiescenza ad un'esistenza subumana, che dire bestiale è un insulto per le bestie, nobili esseri che onorano la loro naturalità, in equilibrio e in armonia col resto del creato.
L'uomo che si fa bestia offende le bestie.
E ho scoperto così che la volgarità io non la sopporto. Non parlo della sana e, direi, sacra scurrilità di antica tradizione, ingrediente essenziale per il comico, il grottesco, la beffa, artistico e intellettuale rovesciamento scatologico che pervade tutto l'arco dell'espressione culturale universale, dalla preistoria ai giorni nostri, passando per l'illustre periodo di Dante e Boccaccio e Chaucher e Shakespeare, e da quelle magnifiche radici sale per i rami via via, su su, in teatro e in letteratura e persino in musica, e danza, e pittura e scultura, fino ai giorni nostri.
No, io non sopporto la volgarità d'animo. Quella di chi si contenta di vivere torpidamente, senza moderarsi, senza delicatezza e attenzione per se stesso, senza pretendere a testa alta la fiera affermazione dell'essenza della sua umanità, senza aspirare a trascendere per migliorare, ma anzi, indotto a cuor leggero scevro di rimpianto alcuno, all'occorrenza, a soccombere al peggioramento. Quella di chi è disposto a lordarsi scendendo a compromessi con la parte sordida di se stesso, quella cattiva, quella malata.
E non è questione di moralismo, eh. Tutt'altro. E' una questione etica, questo sì. Nell'accezione che di etica dà Spinoza: la tendenza dell'uomo al buono, ossia, a ciò che accresce la sua potenza esistenziale.
Io detesto la volgarità, la schifo e la rifuggo. E una persona che invece vi indulga, pur dotata di tante qualità, pur manifestando per me un affetto ch'io posso presumere almeno in parte sincero, non fa per me.
Lo dico con dispiacere. Ma con la massima serenità e fermezza.
La volgarità è assenza di bellezza. Perché è assenza di autenticità.
E la mancanza di bellezza e verità non è interessante, è triste, è pesante, e porta difilato all'infelicità.

martedì 13 agosto 2013

Bad day


Stamane tutto avrei voluto fare, meno che alzarmi per andare al lavoro.
Il senso di smobilitazione che aleggia in città, l'indolente atmosfera pre-ferragostana, l'accumulo di sonno arretrato nelle notti torride (in senso atmosferico) della scorsa settimana, mi avevano messo addosso, insieme ad un torpore pesante e incredibilmente piacevole, un'accidia imbronciata, fanciullesca. Ce n'è voluto, per convincere la mia bambina interiore a consentirmi di mettere i piedi giù dal letto. 
Di estrema malavoglia mi sono trascinata in ufficio per consumare quest'agonia dei due ultimi giorni di servizio prima delle ferie. Oggi e domani senza nulla da fare, centellinando ore, minuti e secondi che mi separano dalla prospettiva della pila di libri e DVD da assaporare in beato relax, e poi dei chilometri da macinare sotto le ruote in autostrada, via, via, verso le mie piccole gustose mete da esplorare in viaggi da godere fin dal tragitto, la macchina che corre, il paesaggio che sfreccia fuori dal finestrino, la compagnia delle soffici, eleganti sfumature della beneaugurante voce di Annie: quarantott'ore talmente estenuanti da affrontare da avvicinarsi ad un'idea di tempo incommensurabile, un purgatorio prossimo all'inferno vero e proprio.
Ma quando arrivo in ufficio, pam!, senza preavviso prende corpo una notizia che era nell'aria da tempo ma fino a ieri era priva di qualsiasi consistenza, vaga, fumosa, più simile ad un auspicio che ad un evento da verificarsi, per come le voci si rincorrevano di bocca in bocca, rimbalzando da uno all'altro degli edifici dell'amministrazione senza esser suffragate da qualcosa di più concreto di un provvedimento di riorganizzazione di massima delle competenze molto generico e ancor più generici avvisi di continui rinvii dell'attuazione dello stesso, che spostavano sempre un po' più in là temporalmente l'asticella dell'Apocalisse.
E invece tutto si è messo repentinamente in movimento: la Giunta Zingaretti nel passato week end s'è destata dal torpore completando il balletto delle nomine dirigenziali - con poche varianti di rilevante discontinuità rispetto agli sconci passi di danza della passata gestione, più una sorta di gioco dei quattro cantoni che altro, ma insomma contentiamoci - e, tra un giro di valzer e l'altro, il mio psicotico dirigente è stato sostituito.
Ecco perché si era preso, sorprendentemente e in maniera del tutto irrituale, due settimane di vacanza ad agosto a cominciare da ieri, il notorio irriducibile stakanovista.

D'improvviso, puf, tutte le angherie e le cattiverie che con vana e fatua protervia ha inteso farmi subire nei mesi passati sono state cancellate come per incantesimo. Il 2 settembre si insedierà il nuovo nominato. Io rientrerò dalle ferie il 5.
Non è che questo preluda a una rivoluzione, eh. Non cambierà proprio niente. Quello che gli succederà, uomo mite e di buon cuore ma d'apparato, classica pedina che non disturba il manovratore assai nota nell'ambiente, non mi accende alcun guizzo di speranza. Però stavolta sono preparata. Gli starò alla larga, questo è tutto il mio proposito nei suoi riguardi, e vedrò di pararne gli eventuali colpi come meglio potrò.

Ma questo, intanto, non lo vedrò più. Se ne va insalutato ospite, odiato dai più, lasciandosi alle spalle non buoni ricordi, ma una scia di insofferenza per la sua persona e un palpabile sollievo collettivo. 
Ha spadroneggiato da aprile 2011 ad agosto 2013 in un crescendo di isterica tirannia, facendo comunella con i peggiori, forte coi deboli, debole coi forti, rompendo l'anima ai pochi meritevoli e fracassando più o meno indistintamente a tutti le parti sporgenti. E ora, zacchete, il suo dominio vessatorio è finito. Chi l'avrebbe mai detto che ci sarebbe voluto tanto poco?







giovedì 25 luglio 2013

C'è chi dice no

Troppo ganza! Anche se manca il mio copyright ne sono fiera lo stesso. Si va diffondendo il mio verbo!
(Me la regalano per il mio compleanno!!!)