Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post

lunedì 23 febbraio 2015

Here lies one whose name was writ in water

(Poiché fuori di me perdurano, fastidiose, le mie tenzoni quotidiane, e dentro di me perdura, invincibile, la calma piatta, per ricordare a me stessa e a chi si ricordasse ancora di me che sono viva, e, più in generale, che sono, lascio qui una cosa che scrissi molti mesi fa per il mensile on line con cui collaboro da un anno, Operaincerta. E' scritta in verità a quattro mani, in differita: nel senso che le prime due mani sono quelle di mia sorella, che sulla vita e sulla poetica di Keats, che in lui sono tutt'uno, compose la sua prima tesi di laurea (la prima delle sue lauree) una ventina d'anni orsono; le altre due, estrapolanti e rielaboranti in tempi recenti una minima parte di quel lavoro ricchissimo, sono le mie, che attraverso lei ho conosciuto ed amato - allora in modo istintivo, approssimativo e tutto sentimentale, oggi con infinita maggior cognizione di causa per la superiore comprensione della bontà e giustezza delle sue intuizioni sulla vita e sull'amore e per la sopraggiunta capacità di riconoscermi ed immedesimarmi  in esse che mi ha donato la maturità - quel giovane oscuro e fulgente, glorioso e nascosto, che finì di consumare la sua vita in questa notte del 23 febbraio, in questa Roma che è la mia città, ed è rimasta, per sempre, anche la sua.)

Possono ben capitare, al turista che visita Roma, attacchi di sindrome di Stendhal: momenti in cui l'innumerevole e ingombrante bellezza che lo circonda da ogni parte arrivi ad inebriarlo fino ad un punto di sopraffazione, e l'emozione per tanto splendore giunga inopinatamente a tramutarsi in parossistica vertigine, palpitazioni cardiache, nausea e sudori freddi da panico.
In simili frangenti egli può, se ha la ventura di stare aggirandosi nei pressi della Piramide Cestia, tra Testaccio e Porta San Paolo, correre a rifugiarsi e riprendere fiato nella quiete fuori dal tempo di un giardino antico protetto da alte mura.
Quel giardino, oasi incantata di pace e di silenzio in mezzo al caos frenetico della città, è il bellissimo cimitero acattolico che lo scrittore Henry James definì " una mescolanza di lacrime e sorrisi, di pietre e di fiori, di cipressi in lutto e di cielo luminoso, che ci dà l'impressione di volgere uno sguardo alla morte dal lato più felice della tomba".
Lì, dopo essersi ritemprato, può partire senza fretta per una passeggiata esplorativa, alla ricerca del fazzoletto di terra dove sono custodite le ceneri di Gramsci, e poi di quelli dove riposano le spoglie mortali di poeti, politici, filosofi e scrittori - Percy Bysse Shelley, Dario Bellezza, Carlo Emilio Gadda, Luce D'Eramo, Amelia Rosselli, Antonio Labriola, Miriam Mafai - ma anche di un figlio di Goethe morto bambino, della moglie di Altiero Spinelli, dell'attrice Belinda Lee.
Finché in questa perlustrazione i suoi passi lo condurranno inevitabilmente nei pressi dell'angolo più remoto, più dolce e più vetusto, quasi a ridosso del muro di cinta confinante con la Piramide Cestia - accanto al sepolcro di Joseph Severn, pittore suo connazionale che quasi senza conoscerlo accettò di imbarcarsi con lui per l'Italia per essergli dapprima coinquilino e poi unico fraterno appoggio nel suo estremo soggiorno romano fino a vederselo spirare tra le braccia -, davanti alla lapide di "a young english poet" morto di tisi in un appartamento di Piazza di Spagna, dove si era trasferito lasciando le brume natie nel tentativo di strappare ancora tempo alla malattia, la sera del 23 febbraio 1821, a soli venticinque anni.
Questo giovane inglese, per cui vita e pensiero poetico furono indissolubilmente intrecciati; che coniò per il poeta, e dunque per se stesso, la definizione di "più impoetica delle creature"; che del suo fallimento di uomo, di artista e di essere vivente fece la cifra necessaria, altissima e sublime, sacerdotale, della sua esistenza, lasciandone testimonianza nelle parole che volle gli fossero incise sulla tomba ("qui giace Uno il cui nome fu scritto nell'acqua"); e che a distanza di due secoli si trova invece saldamente collocato, assieme a Shelley e Byron, nell'Empireo dei pilastri del Romanticismo inglese e mondiale, è John Keats.
Meno noto alle masse degli altri due più baldanzosi compagni di gloria letteraria, Keats fu realmente, nel suo breve passaggio terreno, un uomo dimesso e oscuro. La crisi fu la sua costante condizione, la sua autentica pelle, l'aria che respirava: nella sua quotidianità difficile, costellata di disgrazie, disagi e ristrettezze economiche, come nella sua interiorità ipersensibile di adolescente, e poi di giovanissimo uomo posseduto dal demone dell'amore, di una passione che, proprio per essere, come lui affermò, "la cosa per cui voglio vivere" fu, precisamente, la "grande ragione" della sua morte; e anche nella sua consapevolezza di rappresentante di un'umanità della terra al tramonto, dove, caduti gli antichi dei assieme alle certezze illuministiche, si può solo cantare la stagione dell'autunno, dell'indolenza, dell'inerzia che è l'infinito silenzio della pura esistenza.
Fu questo il tragico paradosso di cui, nella folgorante e letale stagione della sua giovinezza, che è tutta la maturità che gli fu concessa, Keats prese sempre più coscienza: l'irresolubile, fatale circostanza per cui la bellezza della vita è mortalità, e non si può sfuggire alla mortalità se non attraverso la morte, che quella bellezza, quella vita distruggerà. Una morte Keats che non dovette nemmeno tentare di procacciarsi per poter entrare nella leggenda romantica, perché, per strana ironia della sorte, mentre scriveva la manciata di opere costituenti l'intero suo lascito ai posteri, minato dalla malattia, stava già lentamente morendo. 
La tanto prematura sua dipartita dal mondo nel nascondimento, lontano da tutto e da tutti - dalla patria, dagli amici, dai suoi cari, da Fanny Browne, la ragazza amata di un amore profondo, intenso e tormentato - assomiglia molto al fade away, lo svanire che è sprofondamento dolce, lieve, nell'oblio, dissoluzione come estrema chance di condividere l'essenza stessa del tempo, di assecondarlo fluidificandosi per attutirne i colpi, punto d'approdo della tematica da lui professata e vissuta come una religione del cuore e cantata nella lirica sua più nota, quell'Ode to a Nightingale costituente il suo marchio di fabbrica nell'immortale espressione Tender is the night. È come lo straziante avverarsi di un desiderio di morte: una morte accolta ed invocata non tanto come liberazione dello spirito, quanto come reintegrazione nella natura, nell'oltre indistinto, oscuro e insondabile, l'orizzonte invisibile che la voce dell'usignolo invade e oltrepassa laddove la coscienza, il "self", dell'essere umano lo serra e costringe impedendogli di spiccare lo stesso salto, nemmeno se librato sulle ali della poesia.
È per questo struggente ed esemplare, la parabola umana di sofferenza e morte precoce di un artista che fece del suo passaggio terreno una missione etica tradotta in effettiva esperienza poetica per sua propria volontà e, al contempo, senza possibilità di altra scelta. Keats muore giovane poiché è giovane, poco più che un ragazzo, e come ogni ragazzo ama la vita: davvero per lui questo è tutto ciò che sappiamo a questo mondo, e tutto ciò che ci serve di sapere; e per sentirsi vivo accetta tutto, anche se sentirsi vivo fino in fondo significa conoscersi mortale, e abbracciare la mortalità fino alle estreme conseguenze, fino al punto di esperire la caducità nel suo compimento, e il compimento nella caducità. Questa consapevolezza è tuttavia radicalmente aliena dal pessimismo: diversamente da Leopardi, che di fronte alla sua ambivalenza conclude che la natura non è né buona né cattiva, ma indifferente, Keats la ama troppo per arrivare ad una simile considerazione; la ama, e continua ad amarla, perché è bella: ed è bella perché è viva. "Beauty is truth, truth beauty", la sua professione di fede mai sconfessata, significa in eterno per lui che tutto ciò che esiste è bello perché è vivo, e la sua bellezza è "a joy forever".
È toccante il contrasto tra la tra la "felicità deliberata" della poesia di Keats e la tristezza che caratterizzò la sua esistenza: una dicotomia che egli porta addosso in ogni istante come il segno sacramentale di una vocazione suprema. Alla ricerca di un sistema di salvezza più soddisfacente di quello delle religioni tradizionali, di un senso ultimo dell'esistenza in un mondo dominato dall'infelicità, dal dolore e dalla finitudine, l'acutezza della sua visione si concretizza in una crescente oscurità: più si scruta nell'abisso, nel "Mist", il peso evanescente (come la nebbia; che per un inglese non è un concetto, ma un'immagine di vivida concretezza) che lo opprime, uomo tra gli uomini, spingendolo, mediante l'amore, la bellezza e l'arte, a tentare di diradarlo superando i limiti della mortalità, più la tenebra si infittisce. L'illuminazione poetica svela solo una cecità più profonda: ne consegue una nostalgia per qualcosa di inafferrabile tanto sublime e intensa da generare un confine in cui piacere e dolore, pur distinti, diventano inestricabili. Se sentire per l'essere mortale è soffrire, solo accogliendo la sofferenza si può gustare sino in fondo la bellezza della vita. L'amaro che resta in fondo al calice è il residuo inevitabile di una dolcezza che nel contrasto esce esaltata. La notte del "Mist" fa dunque eco alla "notte del cuore", in una risonanza che è la vibrazione dell'esistere, come il movimento di sistole e diastole delle pulsazioni, che Keats battezza "malinconia" e che celebra nella sua ultima ode, "To Autumn", la stagione dolce,  quieta, gravida di languida pienezza, del tramonto del ciclo della natura ch'è anche metafora del tramonto del del ciclo della vita umana.
È così, in una sorta di titanismo rovesciato, che Keats arriva a scoprire il valore della passività: la sua indolence diventa l'unica vera ricettività e creatività, l'ignoranza - che è quella dei fiori e degli uccelli, che non conoscono i misteri della vita ma li vivono - diviene saggezza: egli è giunto alla Negative capability. Non potendo guardare, come Dio creatore, nel cuore del mistero, si apre al suo destino opposto facendosi creatura, e creatura inerme e minuta: margherita, usignolo, embrione frutto dell'amore di due amanti, abbassandosi, ripiegandosi come nel bozzolo di una crisalide a condividerne nella  κένωσις il nascondimento, l'umiltà, l'essenzialità e la terribile potenza in posse di vita. È un destino che accetta comunque con sommo orgoglio: Keats, uomo moderno dalla coscienza divisa, non può schierarsi decisamente dalla parte luminosa così come non può dare voce alla divinità: la sua rimane una continua tensione verso una meta mai raggiunta.
Sta tutta qui la storia di John Keats: in una traiettoria incompiuta. Il suo strumento ha delle corde spezzate, come la lira che Severn scolpì sulla sua tomba, e non solo per la sua morte prematura, ma anche per la sua stessa incredibile capacità di occhieggiare nell'oltre, scorgendovi la sola verità possibile, e cioè non un diradamento, ma un addensamento del tenebroso "mist": la "visione", per chi sta "al di qua", è solo una percezione più profonda dell'oscurità. Il vero illuminato - il poeta "camaleonte", senza self, capace di assumere ogni identità perché senza più identità - è colui che grazie ai fiochi bagliori della sua psiche aperta all'amore, all'arte e alla bellezza, riesce a scrutare la trama del buio, e per questo come nessun altro è consapevole di quanto sia fitta e serrata. L'intensità del sentimento, portata all'eccesso, finisce sempre per trascolorare nel suo opposto: la negazione.
L'ultima fase della sua esistenza, quella del suo soggiorno romano, è, di questa negazione, espressione straziante e coerente. Keats è diventato afasico: non comporrà più, non scriverà più a Fanny Browne. I suoi giorni si stanno compiendo: non è più tempo di scrivere, di fare poesia: è tempo di prepararsi a viverla fino in fondo, addentrandosi effettivamente, necessariamente, nell'oscurità. Ma il suo silenzio, che è la notte della poesia, è il silenzio di chi ha detto tutto quello che c'era da dire, stabilendo un legame, una "connessione" che non ha bisogno di ulteriori parole. 
Keats, che fu anche farmacista, non ha nessuna ricetta contro la notte dell'anima dell'uomo contemporaneo. Ma da tutti i suoi scritti trapela una forza costante, quella forza che oggi molti giovani come lui rischiano di perdere: l'amore della vita, quell'amore che culmina nella grande armonia dell'Ode all'Autunno, un amore tanto intenso da condurre all'accettazione di quell'aspetto della vita da cui l'uomo comune rifugge, il limitare sul quale la vita finisce, o si trasforma in qualcos'altro, il passaggio senza il quale non c'è pienezza, poiché deathless equivale a lifeless. 
"Beauty is truth, truth beauty, - that is all/Ye know on Earth, and all ye need to know": la morte è l'unica certezza dell'uomo, e se la morte è verità è anche bellezza, e allora la questione dell'immortalità non si pone più, questo è il suo tempo, e la borderline, il between, il suo spazio. Keats è l'uomo sospeso tra due mondi, l'uomo della terra al tramonto: il suo re è il sole pieno dell'autunno che sul morire del giorno sembra voltarsi indietro e racchiudere in un unico caldo abbraccio la pienezza di vita che ha generato dal limine del buio che lo contorna, mortale e immortale assieme. Il dramma cosmico partecipa del dramma umano, in profonda comunione con gli uomini, con la natura e con un soprannaturale tragicamente occulto che Keats non cessa mai di cercare.
E il luogo di questa ricerca, di questo inseguimento appassionato, è sempre la notte, la "Tender night": l'oscurità della condizione umana, appena rischiarata da piccole, stellari scintille, minimamente confortata dai bagliori dell'amore. 
È una ricerca che rimane tutta al di qua: la notte è il punto di partenza e il punto di arrivo. Ma questo è un fallimento solo apparente. Perché nella notte, regno della sintesi, c'è tutto: è l'ineffabile notte nuziale in cui luce e oscurità, vista e visione, piacere e dolore attuano una fusione senza confondersi: e in questa suprema drammatica riconciliazione è racchiuso il culmine dell'esperienza umana.
Più di questo, Keats non arriva a dire: ha compiuto la sua strada fino in fondo, è passato "oltre". La crisi è finita. La sua luce si è affievolita fino a spegnersi, o forse piuttosto a riassorbirsi nell'infinito, ma ciò non ci riguarda più, almeno per ora. Quello che di lui ci ha lasciato, trattenuto nel nostro "aldiquà" e appartenente alle cose vere, reali, e dunque things of beauty, oltre ai suoi resti inerti racchiusi sotto la lapide di pietra grigia senza nome, è vivo e operante nei suoi sonetti, nelle Odi, e nelle sue commoventi e inebrianti lettere, scritte alle persone che più gli erano care sulla terra -  la sorellina Fanny, l'altra Fanny amore della sua vita, suo fratello George, sua cognata Georgiana, l'amico John Brown - nelle cui parole riemerge ancora oggi, vivo più che mai, lo spirito di un ragazzo che bruciò al fuoco dell'amore sciogliendosi come una candela, e che lo fece facendo poesia, che per lui era sinonimo di fare il bene.
Separandosi da chi resta, Keats usa parole tanto semplici quanto rivelatrici della tenera e nervosa gentilezza del suo animo: "sono sempre stato imbarazzato nel prendere congedo". E forse è per questo che, in qualche modo, non se n'è mai andato. Perché è singolare come, a chiunque si accosti alla sua tomba dopo essersi accostato alla sua poesia, paia proprio di sentirne aleggiare la presenza, in mezzo ai fiori e all'erba tenera; di scoprire quasi, a tratti, nella visione periferica delle pupille, un'eco sommessa e indefinibile dell'immagine di questo "giovane poeta inglese", minuto e fanciullesco per età, per purezza del cuore e per statura, che, accennando un sorriso che dissimula la squisita acutezza della sua emozione, esegue, schivo e compito insieme, un mezzo inchino.

(Buonanotte, John. Alla prossima visita)

giovedì 16 ottobre 2014

The way we were

"!!! Pronto!!! Ma davvero sei tu??? Sei tu davvero???"
"Ciao, Cri. Ti disturbo?"
"Seeeeee! Certo che mi disturbi, e come no!"
"Sul serio, ti disturbo?"
"Ma che dici, tu disturbi? Tu? E poi come fai a disturbarmi? E' pomeriggio inoltrato e qui non c'è più nessuno, non sto facendo niente. Mica lavoro da un commercialista, io."
"Ahem. Ma è possibile che facciate tutti cinquant'anni? Vivo circondato da cinquantenni. Ma è proprio vero che hai fatto cinquant'anni anche tu?"
"Oddio, mi commuovi, te ne sei accorto solo dopo un mese. Ecco perché m'hai chiamato così all'improvviso! E com'è che ti viene in mente proprio adesso? Ah, ci so' arrivata! Ieri ha fatto cinquant'anni Fabio, tu gli hai fatto gli auguri e lui ti ha ricordato che anch'io... Oddio! Meno male che m'hai chiamata, mi sono dimenticata del compleanno di Fabio, come ho potuto!"
"Ahahah. E insomma, adesso sei una cinquantenne. Incredibile."
"Beh, tu sei un sessantenne, se è per questo. Ancora più incredibile."
"Mpf."
"Pensa, quando ci siamo conosciuti avevi trentun anni"
"Trentun anni? Cavolo."
"Sì, tu trentuno e io ventuno. Praticamente ti conosco da ben oltre metà della mia vita. E circa metà della tua."
"Era il 1985, allora?"
"No, il 1986. Aprile. Vabbé, tu ne facevi trentadue ad agosto, io ventidue a settembre. Il tempo vola, vero?"
"Accidenti. Impressionante. E quanto sei stata con noi?"
"Da aprile 1986 a febbraio 1989. Poco, no? Proprio poco, a paragone del segno indelebile che ho lasciato a studio in tutti voi."
"Eheh."
"Davvero, sai, senza scherzi, quello è stato il periodo più felice della mia vita. Della mia vita fino a quel momento, perlomeno. Non me ne dimenticherò mai, finché vivo. E quando avrai cent'anni e io novanta ti farò gli auguri per il compleanno anche allora..."
"Eh, stai fresca. Ce ne vole. Campa cavallo. Avoja!"
"Ahahahah, sì, hai ragione. Avoja!"
"Senti, quant'è che non vieni a trovarci?"
"Boh sarà un anno, più o meno."
"Perché non passi?"
"Perché avete sempre da fare! L'ho detto a Rosi: fatemi un fischio, e io arrivo con le paste, così festeggiamo assieme tutti i compleanni tondi di questo 2014."
"Con che arrivi?"
"Con un vassoio di paste! Ma tu tanto non ci sei mai, lo so. Conosco il tuo essere un po' orso, e lo rispetto."
"Ma non è vero, dai. E poi mica dev'essere un giorno che va bene solo a me. Dev'essere un giorno che va bene a tutti."
"Ah, le paste vanno bene a tutti sempre, lo sai. Non li conoscessimo, io e te! Organizziamo, allora?"

(...)

"Allora restiamo così."
"Grazie di avermi chiamato."
"Grazie a te. Un bacio."
"A te tanti. Tanti baci. Ciao, a presto!"
"Stammi bene, Cri. Mi raccomando. Dico davvero."
"Stammi bene anche tu. Tanto. Davvero davvero, caro boss."

Sono una donna di mezza età. Non ho più giovinezza, non ho la forza di un tempo, non ho più speranze né grandi sogni. Bellezza non ne ho avuta mai. Ho dispiaceri, invece. E ansie. E dolori.
Ma voglio bene da quasi trent'anni a una persona speciale che da quasi trent'anni mi vuol bene.
E se non fossero passati trent'anni non ne avrei avuta una così rotonda, esatta consapevolezza.
Perciò va benissimo così.
Non c'è nessuno al mondo più ricco di me.

sabato 4 ottobre 2014

Il cielo

Per uno di quei provvidenziali imprevisti che con una certa costante cadenza increspano lo stagno quieto delle mie giornate - ai quali mi assoggetto arbitrariamente a seconda dell'umore del momento, sconfortata e riottosa come dovessi affrontare un macigno piovuto dall'alto dinanzi allo stesso frangente che potrebbe suscitarmi l'entusiasmo di una bambina grata di una sorpresa inaspettata, e spesso in preda ad un'ambiguità di sentimento che ricomprende ambedue le reazioni - mi ritrovo, alle otto di sera dell'ultimo giorno di settembre, anziché nella vagheggiata pace della mia casa, errante in smagliante solitudine per lungotevere di Castello tra ponte Sant'Angelo e ponte Umberto. 

Le fatali circostanze che mi costringono a concedermi all'opportunità di occupare quel repentino spazio d'ozio non cesseranno che di lì a un paio d'ore; e così per ora io non posso far altro che passeggiare svagata e tuttavia determinata, avvolta dalla soffice dolcezza del crepuscolo, sotto un cielo di un colore incredibile tra il viola e l'azzurro cupo, che sarebbe un mero grigio virato al nero senza l'ausilio dell'oro fluorescente della tersissima falce di luna spiccata al centro esatto della volta, senza i suoi bagliori amplificati nella replica di se stessa riflessa e rifranta nelle acque del fiume scintillante di luci, senza il torreggiare cupo e maestoso del grande mausoleo di pietra contrastante al nitore marmoreo dei palazzi stagliati nel panorama oltre la riva, e dei contorni verde cupo, perfettamente distinti ed emergenti dall'ombra, delle frondose chiome degli alberi a spezzare le squadrature monumentali degli antichi edifici, dei solenni ponti.
Una tristezza squisita si bilancia perfettamente nel mio spirito alla letizia in una tranquillità sublime, pacata e intensa. Finissime, l'una e l'altra: tenui ma esatte, disgiunte, armoniose, come gli accordi di una polifonia.

Con l'animo ostaggio e custode di questa duplicità che si replica all'infinito, passo dopo passo di colore alterno, ora bianco ora nero, ora somma dei colori ora totale assenza di colore, come avanzassi su una scacchiera, cedo all'intenzione e mi abbandono al caso di attraversare il fiume, camminare fino al ponte di Ripetta, arrivare ai piedi dell'Ara Pacis, restare brevemente ferma e ritta al centro del suo biancore, sentir fiorire nella mente un'idea di cimento che sarebbe stata una tentazione fino a ieri, e forse lo è ancora oggi, non c'è che provare, e anche provare è una tentazione, la tentazione di dire "proviamo", e infine accogliere un ricordo sinora accarezzato e respinto, non tollerato e rimpianto, e infine arrendermi, sedendomi quasi al sommo della sua scala esterna, poggiando contro il muro la spalla sinistra, replicando con buona approssimazione la postura di quel pomeriggio autunnale di tante stagioni fa, sovrapponendo la me stessa di oggi a quella di allora.
Non c'è che provare, e io ci sto provando. E improvvisamente provare non è più provare.
E' essere.
La me stessa di oggi si ricongiunge a quella di allora. Scoprendo che combaciano, quasi perfettamente. Lei, che oggi è così cambiata, è identica a quella. Inespressa, aerea, dove oggi invece è densa, compatta: però lei, sempre lei. Si riconosce. Si riunisce a se stessa.
Allora accanto a lei, accovacciata, affannata a tentare di contenerla e di calmarla, c'era una persona che oggi non c'è.
Non importa. Perché quell'assenza è talmente vivida, talmente bella oggi, depurata da ogni amarezza, da esser presenza. Come se l'alone di quella persona fosse rimasto qui ad aspettarla, a testimoniare l'evidenza, l'autenticità di un evento spartiacque della sua esistenza. Perché a compensare la mancanza di quella persona, al posto di quella persona oggi c'è lei tutta intera, nei suoi contorni. I contorni di lei.
I cui riflessi lei aveva creduto di intravedere specchiandosi in un altro essere umano.
Lei, che ora accarezza la memoria fragile, lacunosa, di quel pomeriggio, con tenerezza buona, sana.
Ha nostalgia di quel pomeriggio? Sì, tanta. No, per niente.
Quel pomeriggio lei soffrì. Soffrì molto, in quei giorni e dopo quei giorni, per lungo tempo. Oggi non soffre più. Il marasma di quel periodo si è coagulato nelle sue vene, si è riassorbito nella sua pelle, è tornato dentro di lei, la costituisce, la identifica. E' un segno irreversibile nella sua carne, un terzo occhio che mai più si chiuderà al centro della sua fronte, che le dona una visione di se stessa e degli altri, una compassione per se stessa e per gli altri, che è la sua più grande risorsa di energia vitale, la sua sorgente inesauribile.
Questo lei comprende, oggi, attraversando il suo tabù, toccandolo con mano, scoprendolo caldo, buono, rigoglioso di doni.

E' mai ripassata di qui, quella persona? Quella reale, quella di carne e sangue? Si è mai riseduta, anche lei, su questi scalini? Ha mai ripensato a quel tragicomico, buffo, imbarazzante, struggente pomeriggio?
No, lei crede di no. Per le circostanze di allora, per quelle di oggi, è assai verosimile di no.
Certe cose hanno smosso solo lei. Hanno valore solo per lei.
Anche se le riesce difficile crederlo, che abbiano toccato così in profondità lei e non l'altro, sa di non sbagliare. E di non doversene avere a male. E di non aversene, in effetti, a male.
Perché è questa, solo questa, la misura che conta. Se hanno valore per lei, hanno valore per l'altro. Hanno valore per tutti.
Perché lei ha trovato i confini del suo spazio.
Perché lei ci è arrivata, ad avere il cielo.

martedì 12 agosto 2014

Di sole e d'azzurro

Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come mi capita ormai da qualche anno per motivi non tanto economici quanto familiari e personali. 
(Familiari: figli per ora persi poiché ormai, se non ancora in via ufficiale, di fatto mentalmente e fisicamente autonomi e mentalmente e fisicamente pigri in maniera irriducibile oltre ogni immaginazione, e dunque impossibili da convincere o vincere nella battaglia di svellerli dal nido e dalle carabattole di cui l'hanno infarcito e ostruito in favore di un periodo di vacanza, in nostra o in altrui compagnia.
Personali: l'indolente volontà di testimoniare a me stessa - corroborata anche grazie a quel loro così manifesto ed ostinato disinteresse alla questione - l'anarchia del non rispetto dei costumi borghesi in me da sempre latente, e sotto a quella l'affrancazione dalla palude del mio inconscio di bambina che, condizionato all'epoca dal malessere di vivere nel misero e doloroso isolamento di una famiglia squisitamente disfunzionale avvalorato dall'oggettiva circostanza del divenire il mio quartiere di residenza, per almeno tre delle quattro settimane del mese di agosto, un vero e proprio deserto, mi faceva patire l'insostenibile acutezza di un senso di abbandono, come di un punitivo esilio dal consesso civile, ad un segno tale da farmi considerare l'odiosa e coatta migrazione in caotici e scomodi luoghi di villeggiatura una benedizione, pur di allontanarmi da quella condizione penosa che aggravava la mia già penosa esistenza di prigioniera, separata dal mondo delle persone libere e, io allora immaginavo, felici e contente di campare divertendosi allegramente).
Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come già, dicevo, è accaduto nelle tre o quattro estati precedenti a questa: quando, anno dopo anno, ho potuto assistere all'inversione di tendenza sempre più marcata dal vuoto al pieno, dalla serrata totale di tre settimane dei negozi al progressivo prolungamento dell'apertura sulla chiusura, da venti giorni a quindici a dieci a sette, dalla sfilata di palazzi con le finestre sbarrate alla visione di panni stesi e di porte finestre aperte prima su dieci, e poi su venti, e poi su cinquanta balconi per l'intero mese senza interruzione, dall'immobilità post atomica del paesaggio rotta solo dall'abbaiare di un cane invisibile all'orizzonte al marciapiede che anno dopo anno si rianima del transito di una persona all'ora, e l'anno dopo di dieci, e l'anno dopo ancora di venti, trenta, sessanta, cento.
Ma a vedere quello che ho visto ieri non c'ero ancora arrivata. Ieri intorno all'ora di pranzo, quando sono rientrata dal mio week end lungo e tonificante in campagna (quello sì, in beata, beatissima solitudine) e ho scoperto assieme al marito guidatore di non poter posteggiare la macchina sotto casa per scaricare le quintalate di provvigioni di cui ci siamo riforniti (ci hanno costretti a rifornirci). No no.
No, perché, contrariamente a tutti gli anni precedenti, nessuno escluso, lungo tutto il perimetro del mio palazzo, l'undici di agosto, non c'era un solo posto auto libero.
Bisognava accostare, come in un'ordinaria domenica sera qualunque di autunno inoltrato, scaricare e poi parcheggiare più lontano, oppure nel nostro box. 
Nel nostro box, uno delle centinaia di box auto fioriti sotto l'instabile suolo del nostro quartiere improvvisamente crivellato di trincee scavate ai tempi gloriosi dell'approvazione del P.U.P.: formicai sotterranei costruiti, alimentando un business facile e famelico, grazie a corsie preferenziali di permessi grandi come autostrade, da piccoli e grandi squali del cemento sventrando viali e svellendo alberi dai giardini e devastando oratori parrocchiali (preti e suore furono i primi a gettarsi nell'affare concedendo i loro terreni al miglior offerente) perché, questa era la giustificazione data dall'amministrazione cittadina (di centro sinistra), così si sarebbero risolti i problemi di intasamento degli innumerevoli veicoli, divenuti, per il sopraggiunto benessere, due o tre per famiglia, in misura assai superiore al numero di posti di superficie disponibili.
Quei box che, svenduti uno ad uno da tanti proprietari in difficoltà, hanno adesso risputato le macchine sulla strada. Macchine che ieri, e anche oggi, assieme a quelle di coloro che non sono andati ancora - o non andranno proprio - in ferie, ho trovato allineate in fila davanti ai marciapiedi del mio palazzo e di quelli limitrofi, ad occupare tutti i posti disponibili.
Chi gliel'avesse detto, ai sessanta cipressi abbattuti sotto i miei occhi inorriditi la mattina del 23 dicembre 2002 nel sottostante giardino della mia scuola elementare (che le monache si erano affrettate a cedere al costruttore di turno a scopo di lucro, fregandosene di dove di lì alla primavera sarebbero andati a giocare durante la ricreazione i loro scolaretti), che dopo dodici anni al posto loro sarebbero spuntati in ogni angolo multicolori cartelli di "Vendesi". Chi gliel'avesse detto, che il loro sacrificio sarebbe stato vano, perché i possessori dei box si sarebbero venduti a prezzo ribassato, o avrebbero tentato di farlo, dopo poco più di un decennio, il box medesimo, e magari anche una delle due o tre macchine, se ne avessero potuto cavare qualcosa, restando a godersi, invece del sole e dell'azzurro di Punta Ala o di San Benedetto del Tronto o anche solo di Passoscuro, il grigio sporco del cielo sopra al quartiere Prenestino Labicano.
Mentre i box invenduti restano vuoti, inutilizzati, come le cabine degli stabilimenti balneari.
Ma nonostante questo, nonostante tutto, c'è chi dice agli italiani di stare sereni. E poi, lui sì, si va a godere il sole e l'azzurro.

venerdì 4 luglio 2014

La tempesta perfetta

Abito nel quadrante sud est di Roma, e dunque nel pieno epicentro del sisma artificiale (e artificioso) denominato "cantieri di costruzione della metro C".
Tutte le mie minute attività quotidiane, lavorative e di diporto spicciolo, si snodano lungo la direttrice delle quattro future stazioni Teano-Malatesta-Lodi-San Giovanni, dove ogni rettilineo dei bei tempi andati si è da anni intorcinato in un frastagliato groviglio di curve angoli e giravolte e vicoli ciechi e strozzature e imbuti in grado di generare e stabilizzare innumerevoli serie di piccoli e grandi ingorghi su una superficie già vocata di suo alla loro produzione per i motivi più disparati, stante la densità abitativa, le molte assurdità topografiche di quartieri venuti su negli anni d'oro dell'edilizia abusiva, l'insufficienza dei mezzi pubblici (da cui il motivo dell'alzata d'ingegno di costruirci una linea di metropolitana)  e la pesantezza dei culi dei suoi residenti.
Dopo parecchi mesi di assestamento e il confortante raggiungimento a fatica di un'ordinata metodicità del caos, un paio di dissesti idrogeologici, volgarmente chiamati "voragini", capaci di interdire il transito veicolare delle due strade di scorrimento principali ai lati della Via Casilina sia in direzione del centro che in quella opposta e anche per quella laterale su una delle bisettrici di collegamento con la consolare limitrofa, hanno mandato in vacca tutto il meccanismo appena collaudato.
Alzata in questo modo l'asticella della difficoltà della circumnavigazione automobilistica io e tutti gli altri residenti ci siamo dovuti ingegnare, ex abrupto, alla subitanea ricreazione di un nuovo modello di casino agibile.
Adesso che, con pazienza certosina, parecchi autentici colpi di genio e pure qualche inevitabile contromano qui e là, avevamo preso le misure anche a queste insorte evenienze, ecco spuntare repentinamente a macchia d'olio ulteriori freschi ostacoli allo scorrimento del traffico nelle sembianze dei sempiterni lavori di rifacimento estivi di manto stradale aut di ripristino tubature gas/energia elettrica/altri cavi di indeterminata funzione, che ridisegnano ulteriormente la martoriata, più che complicata, geografia della viabilità.
Facendoci approssimare a qualcosa di molto simile, in meteorologia, alla tempesta perfetta.
E io, tra mille piroette e qualche necessaria ancorché discreta infrazione al codice stradale, penso al giorno in cui saranno chiusi tutti 'sti cantieri, smontati tutti 'sti ponteggi, e finalmente la circolazione tornerà libera e fluida.
E non riesco a immaginarmelo. 
E' qualcosa di così inconcepibile da far paura.
Al pensiero di quelle strade sgombre, di tutte le code evitate, e di tutto il tempo risparmiato, mi vengono le vertigini.
Tragitti che oggi copro in mezz'ora verranno compiuti in meno di un quarto d'ora, forse anche in dieci minuti.
Forse anche meno, se davvero la metropolitana servirà a qualcosa, cioè a incoraggiare auto limitazioni all'uso delle macchine.
Come adoperarlo dunque proficuamente, quel tempo mai posseduto e improvvisamente guadagnato? E' un rovello angoscioso.

Poi mi rammento che, appunto, vivo a Roma, e pertanto ho fondatissimi motivi per credere, più ancora che sperare, che quel giorno maledetto non arrivi né ora né mai.

Che sollievo.

sabato 12 aprile 2014

Così celeste

Roma quanto sei stupida stasera, in cui io, in missione per conto della giacobina, dopo l'ufficio invece di andare a casa devio verso il tuo centro, parcheggio sotto la lama del sole al tramonto all'angolo con Piazza della Pilotta e mi avvio a piedi verso l'ex Rinascente ora Zara di Via del Corso seguendo il solito tragitto che passa per Fontana di Trevi e Galleria Colonna, quello che le mie gambe hanno percorso migliaia di volte da quando sono su questa terra, perdendo magicamente peso e fatica ad ogni falcata.
Quanto sei stupida, Roma, quanto sei ruffiana, quando meno di un'ora dopo esco dalla Feltrinelli e poi anche dalla Galleria, ingolfata di pacchetti di profumi e di libri, e mi incammino a ritroso su quelle tue pietre accumulando, un piede dietro l'altro, le mie ennesime impronte sopra al minutissimo puzzle degli altri miliardi di miliardi di passi perduti e ritrovati, presenti e passati, di estranei sconosciuti che ti hanno calpestata, di persone care che m'hanno camminato accanto, un anno, due anni fa, o dieci, o trenta, ed è frattanto sceso su di te il manto della notte, un manto scuro così celeste, e nell'aria c'è una freschezza lieve che solo qui da te, di sera, in aprile può aleggiare, una freschezza che ti lucida e ti rimette a nuovo come fossi stata costruita oggi, come se non t'avessi mai attraversata prima d'ora, come se tu ti schiudessi al mio passaggio per la prima volta; un senso di non so che aspettativa di felicità, che trasfigura come un incantesimo le facciate in ombra dei palazzi e i volti dei turisti divenuti tutti così familiari, così perfettamente inseriti nel quadro che mi circonda, come se non ci fosse altro posto nel mondo più adatto a loro di questo, come se fossero sempre vissuti qui con me, come se la loro espressione competente, l'accuratezza nello svolgimento del loro ruolo, si stemperasse in un languore segreto e morbido che è lo stesso mio, che è lo stesso loro. Dalla centralità del mio essere volgo lo sguardo in giro, e vedo tutti gli uomini belli, e bellissime le cosce delle ragazze sfiorate da stoffe svolazzanti, sorelle delle mie, che paion anche loro rinvigorite da stamane, quando sono riuscita ad infilarmi uno dei tubini che non mi entravano più scoprendo giubilante una sorta di salto a ritroso del tempo, e così pure del mio girovita, e che ora ondeggiano nelle mie calze color perla tra il biancore di tutta quella massa di carne giovane discretamente indistinguibile dalla mia.
Quanto sei stupida, Roma, quanto puttana, nel danzarmi intorno corteggiandomi così, come se fossi per te unica e speciale quanto tu lo sei per me e per qualche altro centinaio di milioni di persone, insinuandoti nel mio cuore fino a spaccarlo in due come un cocomero maturo, e inondandolo d'amore, amore immenso, totale e appassionato, e di gioia purissima, e fierezza inesprimibile, nel sentirti mia, mia, parte delle mie viscere, sangue del mio sangue, ossa delle mie ossa, e nel farmi pensare inebriata che non sono mai stata innamorata di nessuno come lo sono di te, che tu, solo tu, sei il mio solo uomo e la mia sola donna, e uguale io per te, e che questo è un miracolo che si rinnova di anno in anno, da prima che io esistessi, quando tu invece c'eri già, e anche quando io sarò finita, e tu continuerai ad esserci ancora.

Un altro sole, quando viene sera 
Sta colorando l'anima mia 
Potrebbe essere, di chi spera 
Ma nel mio cuore è solo mia! 
E mi fa piangere e sospirare 
così celeste, she's my baby
E mi fa ridere, bestemmiare,
e brucia il fuoco, she's my baby


sabato 8 marzo 2014

La (mia) grande bellezza

Come avevo previsto (in tempi non sospetti), La grande bellezza ha vinto l'Oscar.

Non è che sia indicativo di chissà quali meriti artistici, l'Oscar: simbolici sì, però. E' il segno che la Mecca del cinema mondiale, quella da cui tutto è partito, considera che quel film ha i fondamentali con cui dev'esser fatto un film: ne ha la forma e la sostanza.
Il che, nel caso di specie, a me è parso evidente fin da subito.
Cos'è il cinema? E' arte popolare. E' mezzo comunicativo di massa, fabbrica di sogni e di inquietudini, di evocazioni, di emozioni. E' un'industria di manufatti più o meno artigianali nei quali ciascuno, fruendone, può scovare robe diverse da un altro. A seconda della propria età, del proprio stato sociale, del proprio carattere, delle proprie esperienze di vita, del momento che sta attraversando.

Per quello La grande bellezza è, prima ancora di essere un capolavoro (argomento controverso e tutto sommato irrilevante), un oggetto perfettamente descrivibile come "film" con tutti i sacrosanti crismi.

Il che non è affatto scontato, per una produzione cinematografica, al giorno d'oggi.

In più, per la sua lunghezza imponente, la sua opulenza, dovizia e maestosità di inquadrature, la tensione drammatica creata dal rapporto tra queste e la musica, l'ambizione e sfrontatezza nella trattazione di temi primordiali e nel ricorso ad allegorie universali, le fierissime polemiche e partigianerie che ha suscitato, apostrofarlo "film" è riduttivo: trattasi di filmone.


Questo filmone è un filmone evangelico: lo guardo (sette volte, finora: numero biblico) e penso alle parole di Gesù Cristo: "non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre". E' talmente semplice nei dialoghi, rasenti la banalità, e nelle situazioni, e al contempo tanto inquietante ed ermetico da poter esser considerato una sublimità assoluta o una esimia schifezza; un'espressione poetica altissima come una bassissima furbata; un coacervo di significati come un involucro vuoto. 

E' un autentico segno di contraddizione. O lo si odia o lo si ama. E anche tra quelli che lo amano non sono pochi i distinguo. Ciascuno ha la sua propria Grande bellezza personale, intima, calzata su misura.

C'è La grande bellezza del mio amico Lowerome, scrittore e sceneggiatore di indiscusso talento, che lo definisce "fenomeno culturale bestiale che fa guelfismo e ghibellinismo a manetta. Film d'autore spregiudicatamente destrutturato che vince i premi più prestigiosi al mondo e fa 9 milioni in tv, senza neanche schierare Tevez. Frutto di grande talento e intelligenza, a vari livelli." Per poi dire che gli sta tremendamente sul cazzo. Ma che "I primi dieci minuti per me sono incantevoli. La prima sequenza mi ha scotennato, il giapponese che crepa di sindrome di stendhal davanti alla visione del gianicolo e la macchina che si avvita intorno al cannone fino a farlo sparare. Poi parte la festa e quelli che dicono che è copiata da baz luhrmann dovrebbero andarsi a vedere quella di cirino pomicino nel divo, che era ancora più bella. (...) quando il film ammutolisce e lascia parlare la macchina e la sua idea di roma secondo me lì siamo a livelli storici. Poi purtroppo ridà la parola ai personaggi e si ricomincia con il pamphlet anti-libertà e giustizia..." 

C'è La grande bellezza di Sonia, la proprietaria del (prelibato) ristorante cinese davanti al mio ufficio, dove, a giudicare dalle centinaia di foto appese alle pareti, sono andati a mangiare tutti i vip d'Italia di ieri e di oggi, che mentre mi fa il conto mi mette allegramente a parte della circostanza che ieri sera è entrato da lei Federico Moccia. "Ma non ha mangiato, sai? Perché io avevo tanti tavoli liberi, ma lui voleva saletta riservata. Dice che non mangia assieme ad altra gente. Io detto non è possibile, e lui andato via."
"Moccia stronzo" rido io, e lei ride con me. "Del resto si sapeva, che bella conferma mi dai! Invece scommetto che, per esempio, Sorrentino, queste storie non le ha mai fatte."
"Ah, no!" si illumina. "Sorrentino viene spesso mangiare qui, con tutta famiglia. Molte volte venuto. Lui molto gentile, molto disponibile. Lui è tipo... " ci pensa cercando la parola giusta "... familiare. Ecco, sì. Lui familiare. Lui verrà senz'altro appena torna a casa."
"E' tornato oggi" la informo. "E' arrivato a Fiumicino stamattina. C'erano le sue foto su Repubblica on line."
La parola "Repubblica" la riscuote improvvisamente. "Ah! Tu ha letto giornale martedì?" e al mio diniego tira fuori una copia di Repubblica appunto di martedì scorso, aperta su una pagina sul cui fondo c'è un trafiletto con una sua foto: "Repubblica intervistato me, io detto che avevo detto lui che vince Oscar!"

C'è La grande bellezza della mia collega Pina, che non se lo sarebbe mai andato a vedere al cinema ma che per abitudine ha acceso Canale 5 e così gli ha dato uno sguardo (qualcosa la sera in TV si deve pur vedere) rimanendone imprevedibilmente folgorata: "Cri, tu che l'hai visto, sai dirmi come finisce?" Perché Pina si alza tutte le mattine alle cinque per venire al lavoro, e già il film è lungo di suo, con in più con tutte le pause pubblicitarie è diventato uno stillicidio infinito, e lei è crollata alla scena in cui la Ferilli muore, "ma muore, Cri? Quando muore? Quando chiude gli occhi?" mi fa mentre lei invece me li spalanca davanti al massimo, gli occhi, fin quasi fuori dalle orbite, e dentro c'è meraviglia ed emozione: "alla prima scena, con la fontana, il panorama, il giapponese che schiatta e e le voci splendide di quel coro di donne che canta su quella musica bellissima, che musica, Cri, che musica!, sono rimasta incantata", e mi emoziono anch'io perché l'effetto che le ha fatto è come una cartina tornasole che mi fa indicibilmente piacere mi confermi che lei, pur essendo una donna pratica poco incline all'intellettualismo spinto, è di grana più fine di quella di tanti altri in ufficio.

C'è La grande bellezza del produttore del film, Nicola Giuliano, amico d'infanzia dei Sorrentino, che entra a sera nella norcineria del mio amico, di cui è come me affezionato cliente, dove sono anch'io come tutti i giovedì, col bel viso stanco e il colorito un po' grigio per i giorni frenetici di LA e il jet lag, e il mio amico gli butta le braccia al collo e lo stritola (è un bell'omone) e poi lo libera, si gira verso di me e me lo presenta gridando: "Cri! Lo sai chi è questo? Questo è il produttore de La grande bellezza! Quello che stava al fianco di Sorrentino sul palco all'Oscar!" e allora io mi alzo dallo sgabello su cui sono seduta aspettando di finire di esser servita, abbandono il mio American Psyco e gli vado incontro con occhi luccicanti: "ma allora permetti che ti baci pure io, mi tocca proprio" e lui sorridente e disponibile tende le braccia verso di me e mi esorta "fai pure" e io lo abbraccio e "grazie" gli dico, e che ho visto il film sette volte e ora voglio tornare a guardarmelo sul grande schermo, e guarda me e mi vede e capisce, e mi risponde contento "grazie a te". E io allora, rischiarata dalla gioia del mio amico che gli sprizza da tutti i pori, e da quella di Nicola e dalla mia, gli chiedo delucidazioni sul film, come se parlassi ad un vecchio amico. E lui mi risponde senza esitazioni, con affabilità. Il set della mostra fotografica? Fammi pensare. Sì, ecco, è a Villa Giulia, sì. Ah, mi pareva, difatti, ma non ero sicura. Oh, ti prego, puoi dire a Sorrentino che c'è una matta che gli vuole un sacco bene per aver avuto quell'idea diabolica, al culmine del film, delle porte di Roma che si schiudono? Non puoi capire che cosa significa per la me bambina aver assistito alla scena in cui si apre il buco di Roma, l'ho visto inquadrato e mi sono detta col cuore in gola "non può essere che ora, non può essere che ora si inventi di aprirlo, che genio, che figlio di..." e qui mi fermo perché mi ricordo che la mamma di Sorrentino è morta quando lui aveva diciassette anni, ma insomma il senso si è capito, anche perché la voce mi si è fatta stridula e mi trema, come sempre quando sono emozionata, e lui sorride ancora di più, e poi smette di sorridere, e mi sussurra eh, purtroppo quella scena è finta, come finta? Faccio io, e contenendo la delusione ribatto eh, mi pareva impossibile difatti che i Cavalieri di Malta vi avessero concesso di girare dentro il giardino, quelli chissà che segreti, che scheletri ci hanno nell'armadio, da loro non ci mette piede manco il Papa, mah, fa lui, veramente è stato più per motivi tecnici, avevamo bisogno di un giardino illuminato in un certo modo, per cui è stata una scelta obbligata quella di ricrearlo su misura, prima si vede il buco della serratura vero, poi il portone che si apre è un portone identico a quello, poi il giardino dove si muovono gli attori è un altro giardino e in fondo c'è il mascherino verde. Ah, mi riconsolo subito io, ma infine non importa, anzi, il fatto che sia una finzione in qualche misura arricchisce il senso, perché quello che conta è il gesto, il gesto di aprire quel portone che per ogni bambino di Roma ha una patina fiabesca, quel portone chiuso su un mistero impossibile da svelare, quel gesto è dirompente, squarcia quel velo, ha una forza enorme, è quello il senso, è un simbolo potentissimo lo stesso e anche di più. Ma i Capitolini sono quelli invece, vero? Sì, dice lui, quelli sì. Marforio è quello vero, ma anche gli altri palazzi? Anche le altre statue? Anche il Galata morente? Sìssì, conferma ancora lui, divertito. E la Fornarina, anche quella è vera? Eh, no, si rammarica lui, quella è una copia, e quella invece proprio perché non ce la davano per filmarla, viene tutelata per evitarle danneggiamenti, non si può fotografare né filmare. Ah, dico io ridendo, vabbé, basta, non dirmi più niente, ma sono felice, e stordita dalla coincidenza, aver tanto amato questo film, averlo difeso a spada tratta, e incontrarne il produttore proprio il giorno in cui torna dall'America. E prima che se ne vada mi viene un'ultima urgenza, ma la galleria prospettica del Borromini, gli grido, quella è vera, dimmi che quella è vera! Sì, quella è vera, ride lui, è proprio quella autentica, e io gli racconto allora che mio padre, il mio povero padre fragile, inetto e sognatore, innamorato di Roma che conosceva meglio di una guida turistica, era amico del custode e se la faceva aprire fuori orario di pubblico, proprio come si vede nel film, e che ogni volta che riusciva a trascinarci me e mia sorella ripeteva sempre le parole di Sabrina Ferilli, hai visto, pareva tanto grande e invece guarda com'è piccola, e mentre glielo racconto mi rendo conto che Sorrentino è riuscito, con questo film, a restituirmi qualcosa di lui, di questo padre inesistente nel mio cuore oggi come lo è stato a lungo nella mia vita ieri, qualcosa di forte, di tenero, di indimenticabile, l'essenza del mio legame con lui, con questo manchevole, inadeguato, inesistente padre che non sapeva amare sua figlia ma che era amante della Grande bellezza, che è tutto l'amore che mi ha trasmesso, tutto ciò che di lui mi resta, tutto ciò che è bello che resti, le mie poche sortite per Roma con lui, che di Roma conosceva ogni pietra, e ogni pietra descriveva con immensa infantile emozione, e che forse è questo, senz'altro è questo il motivo per cui questo film mi strugge fino in fondo al cuore.

E' c'è La mia grande bellezza. Che sta in tutto questo, e che non finisce mai, che continuamente si rinnova, che mi scappa dalle dita come una farfalla, guizza via come un uccellino impossibile da catturare. Ma che lo stesso sono riuscita a comprendere e a trattenere. E che ho racchiuso e confezionato con cura in un sorriso: quel sorriso speciale che serbo per una persona speciale, che, non appena lo incontrerò - è già successo, so che ricapiterà - donerò a Paolo Sorrentino.



(Edit del 15 luglio 2014: negli scatoloni delle scartoffie di mio padre, a più di un anno di distanza dalla morte, è saltato fuori un contenitore zeppo di fotografie. Tra cui questa soprastante. E il cerchio, finalmente - si spera - si chiude.)

venerdì 17 gennaio 2014

Il fanciullino

"Sta morendo tutto quello che mi sta intorno. Cose e persone più giovani di me mi muoiono davanti. E io..."
"E tu soffri e non capisci. Com'è il minestrone, Geppino?"
"Il minestrone è buono. Ma tu com'è che mi hai chiamato Geppino? Nessuno mi chiama più Geppino da secoli."
"Perché un amico, ogni tanto, ha il dovere di far sentire l'altro amico come quando era bambino."




(La Grande Bellezza sbaraglia gli Oscar europei, vince il Golden Globe e viene candidato all'Oscar come miglior film straniero. E io lo rivedo per la quarta volta, per espressa volontà del figlio entusiasta, sentendo come mi si svela in ulteriori epifanie minime e folgoranti, come mi si attacca alla pelle con ancor maggiore intensità, quanto mi si imprime dentro con ancora maggiore acutezza, fino a farmi piangere lacrime squisite per l'intensa emozione dolceamara di cui mi inonda, cagionata da scene e dialoghi come questo che qui riporto, e dallo stridore tra la meraviglia mozzafiato delle immagini e la dolente pietas dei volti sfatti e illanguiditi dalla malattia mortale che ciascuno dei protagonisti, come noi spettatori, si porta addosso, che diventa cifra di una cattiva solidarietà estenuata, tenerissima, e che sui titoli di coda, grazie anche alla struggente sinestesia completata dalla nenia musicale dei Kronos Quartet, finalmente trova sbocco e fluisce liberamente, gioiosamente, fuori di me, attraversandomi tutta. Grazie a Paolo Sorrentino, sardonico, arrogante, olimpico, generoso e umanissimo genio, a cui sento di essermi affezionata come ad una persona cara, che con questo film che mi germoglia dentro mi ha regalato una cosa preziosa che mi ha fatto e continua a farmi un gran bene.)

giovedì 19 settembre 2013

L'anello di re Salomone

Egregio sindaco Marino, ieri ho preso ferie e, mentre stiravo per passare il tempo nell'attesa dell'arrivo della mia luminosa amica rinascimentale dall'urbana e magnifica terra rilucente degli effetti d'un uso appropriato dell'umano raziocinio e di tutte le qualità a quello connesse ove risiede, ho deciso di scriverle questa mia a proposito dell'annuncio che lei ha strombazzato al popolo circa le sue intenzioni di pedonalizzare l'intera città e le sue estreme propaggini fino al Grande Raccordo Anulare nella prossima "Notte bianca" prevista per il sedici maggio venturo.
(Notte un cazzo: la pedonalizzazione è prevista dalle diciotto del venerdì alle sei del sabato. Dalle diciotto: quando c'è il sole ancora alto nel cielo, sono ancora aperti tutti i negozi,  è in pieno svolgimento l'uscita dagli uffici e in piena attività la congestione centrifuga dei vacanzieri del week end .)

Volevo innanzitutto ringraziarla per avermi avvertita con congruo anticipo, in modo di potermi organizzare, qualora per quella data fatale io fossi ancora nel novero dei viventi, pianificando un viaggio in un luogo ameno fuori città.

Perché, se ella fosse un parolaio, non ci sarebbe da temere che arrivi a porre in essere questa minaccia. Ma dai suoi primi atti s'è purtroppo constatato che parolaio non è, e che forse per compensare la mancanza di questo difetto è pure alquanto ostinato, e quando si mette in testa una cosa non gliela estirpano manco le cannonate.

Dunque, Dio ci salvi, c'è da pigliarla sul serio, molto sul serio.

Avendo ben chiara l'intimorente conformazione del GRA, ma volendo essere specifica al massimo, sono andata a controllarmi le misure su wikipedia, che recita: Il Grande Raccordo Anulare o GRA, classificato ufficialmente come A90, è l'autostrada tangenziale, senza pedaggio, che circonda anularmente Roma. È caratterizzata dal tracciato circolare chiuso e senza discontinuità, con un diametro medio di circa 21 km, e lungo 68,223 km. È gestita direttamente dall'ANAS e percorsa giornalmente da circa 160 000  veicoli (58 milioni l'anno), risultando tra le autostrade italiane con il più alto volume di traffico.
A scuola ero una capra in matematica, dunque può ben essere che sbagli il conto: me lo auguro. Perché a fare raggio per raggio per pi greco per calcolare l'area di questo anello saltano fuori la bellezza di trecentoquarantasei virgola centoottantacinque chilometri quadrati.
Una superficie di trecentocinquanta chilometri quadrati interdetta al transito di auto e moto private dalle diciotto alle sei del mattino seguente. Non per motivi inderogabili, si annoti: per un'iniziativa simbolica, a scopo ludico, aggregativo, e forse, nelle sue intenzioni, educativo.

Si rende lei conto di ciò che intende fare?

Avesse annunciato di voler sgomberare dalla privata circolazione la porzione di città coincidente col Municipio I, ossia il centro storico racchiuso dalla cinta delle mura Aureliane allargato a dismisura grazie a una delle ultime alzate d'ingegno di Alemanno oltre Tevere, sino ad includere San Pietro e le pendici del Gianicolo, cioè una zona di venti chilometri quadrati, sarebbe già stato un azzardo che avrebbe apportato una certa quota di fastidio alla popolazione, ma insomma, per dodici ore ci si poteva pure stare. Ma così è mera, assoluta follia.

Significa che tutti i cittadini di Roma e sobborghi, anche abitanti a una distanza dal centro città di venti, trenta chilometri, quella notte dovranno starsene obbligatoriamente nelle loro dimore, e pregare i loro santi di non aver bisogno di niente. Perché sarà loro impedita qualsiasi uscita voluttuaria - una cena in pizzeria, una sortita al cinema più vicino, se non allocato nelle immediate vicinanze di casa -, ma anche ostacolato ogni eventuale disbrigo di necessità improvvise: provi un po' lei, ad esempio, caro sindaco, ad avere qualcuno di famiglia in preda ad una colica, o ad un febbrone, o ad un incipiente mal di denti, accorgersi di non avere niente di fungibile nell'armadietto dei medicinali, e andare a scarpinare per le strade buie a cercare una farmacia notturna.

Ah, ma già, lei sicuramente potenzierà i mezzi pubblici. La metro, ad esempio, magari, invece di sospendere il servizio, resterà in funzione tutta la notte.
Geniale. Se fosse praticabile la tratta di metro che passa dalle mie parti, la famigerata C, di cui sono stati ora riaperti i cantieri dopo uno stop forzato, arrivato ad incrementare il cumulo del ritardo sul cronoprogramma previsto di ormai più di due anni (sulla carta avrebbe dovuto entrare in funzione nella prima metà del 2011).

Ah, mi replicherà lei, ma l'iniziativa è volta ad incentivare l'uso della bicicletta, dunque si adoperi in alternativa una bicicletta.
Ora, a parte che non tutto si può fare in bicicletta - per esempio, non si può portare in canna una moglie in travaglio per accompagnarla all'ospedale -, quanta gente lei creda possa permettersi di tenere una bicicletta a Roma? Quelli che hanno un giardino, o un box auto. E tutti gli altri?
E poi: non sarà che è così poco diffusa la pratica della bicicletta perché non è raccomandabile usarla come mezzo di spostamento in una città enorme dove praticamente non esistono piste ciclabili?
Ah, già, lei le costruirà. Ma una bici, per costituire effettivamente una valida alternativa ad altri tipi di veicoli, deve poter percorrere una striscia d'asfalto ad essa riservata lungo tutta la città, o almeno che si estenda in sicurezza per lunghi tratti continui. Dove farà passare lei la pista ciclabile, per esempio, all'incrocio di Porta Maggiore? O sulla via Prenestina o Casilina, strozzate dalla sede dei binari dei tram?
Perché mica si può dotare di piste ciclabili solo il centro. Se no che fa il ciclista, comincia a pedalare dopo esser entrato dentro le mura, dopo aver portato la bicicletta in spalla sin lì per non rischiare di finire falciato dalle auto?

Ah, non le va bene niente, mi ribatterà lei a questo punto. Come extrema ratio c'è pur sempre il taxi, no?
Ma, caro sindaco, siamo a Roma, che è dotata del peggior servizio taxi dell'universo, tenuto in ostaggio da una lobby che ha messo a ferro e fuoco le strade e ricattato amministratori di destra e sinistra per mantenere la sua posizione privilegiata e contrastare la liberalizzazione delle licenze. I taxi a Roma sono vergognosamente cari ed estremamente insufficienti nel numero. O lei crede di essere a Londra, a New York, dove si fa un fischio e ne accorrono tre?

E inoltre: come la piglieranno i vigili urbani? E soprattutto: dove li piglierà? Perché per pattugliare trecentocinquanta chilometri quadri di territorio controllando ogni veicolo in movimento (viste le probabili numerose deroghe al provvedimento per i medici in servizio, i portatori di handicap, i furgoni trasportatori di generi deperibili etcetcetc) non le basterà l'intero corpo di polizia municipale.

E infine: ben venga la trovata della Notte bianca (che io aborro per passate nefaste esperienze, ma pazienza) quale utile esperimento di ripensamento delle abitudini dei cittadini riguardo alla mobilità. Chiudere l'intero perimetro del centro storico allargato sarebbe il compromesso vincente: chi vuole partecipare alla grande festa di popolo lo fa liberamente, e liberamente va a piedi, coi mezzi o in bicicletta (sperando nella clemenza del tempo, ché a maggio Roma non mostra frequentemente cieli senza nubi). Ma perché tormentare la mamma di Monte Sacro Alto che alle diciannove va a ripigliare il figlio a pallavolo o la famigliola dell'Alessandrino invitata a cena dalla zia di Cinecittà, a chilometri e chilometri di distanza dai musei, dai monumenti, dalle strade e dalle piazze dove si disloca l'evento?

Insomma, caro sindaco, scenda da Marte e riveda con un po' d'umiltà il suo grandioso progetto. So che il problema del traffico è uno dei prioritari a Roma; ma davvero ritiene lo sia prima dello sfascio dei servizi sociali, della tragedia degli sfrattati, del degrado dei quartieri periferici, del difficile e accidentato percorso di integrazione tra le varie etnie che compongono oggi il suo tessuto umano?

E anche se lo fosse, pare che ella abbia in animo di affrontarlo semplicemente negandolo. Come fanno i bambini quando vogliono credere di far sparire una cosa che non piace loro solo chiudendo gli occhi. Ma allora ci sarebbe potuto arrivare persino il suo predecessore a risolverlo!

Consapevole che questa mia non le farà né caldo né freddo, che lei perseguirà a testa bassa il suo insensato obiettivo e continuerà imperterrito a coltivare i suoi castelli in aria, rassegnata la saluto.

P.S.: quand'ella, appena eletto, disertò la chiassosa, allegra e colorata carnevalata del Gay Pride, suscitando polemiche a mio avviso pretestuose e gratuite, io fui sua appassionata paladina per quello che ritenni un suo stile, evidentemente sobrio e forse non amante degli eccessi, ancorché simpatici. Mi sono amaramente ricreduta sul punto quando ho dovuto fare tanto d'occhi davanti alle foto e agli articoli che testimoniavano la sua partecipazione entusiastica ad Atreiu, la festa dei giovani fascisti di Giorgia Meloni: questa sì, da anni, una mascherata davvero di pessimo, amarissimo gusto.

sabato 14 settembre 2013

Italiani brava gente

Lavoro nel palazzo adiacente al Provveditorato agli Studi, in un quartiere sede di molti istituti superiori.

E in questa settimana hanno riaperto le scuole.
Imboccando la strada dell'ufficio me ne ha dato conto, puntuale come il volo delle rondini a primavera, l'imbattermi nel solito delirante manifesto affisso abusivamente da Lotta Studentesca.

Lotta Studentesca, movimento di estrema destra rinato dalle ceneri di un passato oscuro, contiguo col terrorismo nero, dilaga da anni nelle nostre scuole superiori e università, colonizzando come l'invasione degli ultracorpi di neofascismo, razzismo e violenza le menti dei ragazzi romani. Ed è il più emergente, ma non certo l'unico tra quelli professanti quei disvalori, i quali tutti adesso la fanno da padroni nel condizionare la formazione delle opinioni politiche delle fasce più giovani della popolazione di Roma. Sin dai tempi dell'amministrazione Veltroni, permeata di sciagurata ottusa inerzia buonista, se si fossero avuti gli occhi, si sarebbe potuta constatare senza sforzo l'evidenza del pauroso sbandamento verso quelle derive antidemocratiche di una larga parte dei nostri imberbi concittadini: nell'abbigliamento, nelle teste rasate, nei cori fascisti allo stadio, equamente spartiti tra curva Nord e curva Sud (una saldatura degli ultrà laziali, da sempre neri, e di quelli romanisti, da sempre "rossi e giallorossi" sotto una comune militanza di destra mai vista prima: un mutamento antropologico epocale insieme alla nuova, incredibile alleanza tra i discendenti dei pariolini degli anni di piombo, i ricchi ragazzi dei quartieri bene, e quelli dei proletari storici, i "borgatari", residenti in aree urbane ch'erano sin lì sempre state serbatoio principale di consensi per la sinistra), nelle svastiche che fiorivano su tutti i muri, nella prorompente, prepotente ascesa delle fortune e del favore sulla scena cittadina per i farneticamenti incitanti all'odio verso l'avversario e allo scontro frontale e corporale degli pseudo ideologi di Casapound. Ma non solo non si presero provvedimenti per tentare di arginare l'inquietante fenomeno: nessuno, semplicemente, a cominciare dagli esponenti del centrosinistra che governava la città e che avrebbe dovuto essere la prima centrale di allarme, il primo avamposto a difesa della democrazia, e che invece dormiva sonni beati o forse era in altre faccende affaccendato, parve rendersene conto. E così il morbo dilagò indisturbato e la marea si ingrossò fino a che le organizzazioni di ispirazione nazista e fascista egemonizzarono i consigli di classe e d'istituto, e conquistarono anche la consulta provinciale. E, siccome giunti a diciott'anni gli adolescenti cominciano anche a votare, finendo anche per contribuire, insieme all'insipienza di quelli della parte avversa, agli obbrobriosi successi elettorali di personaggi deprecabili come Giovanni Alemanno e Renata Polverini.

E oggi, caduti dal pero, si grida al pericolo del rigurgito fascista. Quando ormai, più che un rigurgito, è una vomitata a spruzzo inarrestabile.

Ci si avvede dell'incantesimo malsano che ha posseduto le anime dei nostri figli con appena vent'anni di ritardo.

Ebbé, come si può commentare, se non con un "meglio tardi che mai"?

Del resto è quel che è accaduto con il fenomeno Berlusconi. Che giusto da vent'anni - dopo esser sceso in politica per non finire in galera e non dover portare i libri contabili delle sue aziende in tribunale (per esplicita ammissione del suo braccio destro Confalonieri) - adopera l'Italia come suo feudo personale, distorcendo il potere politico e quello mediatico in egual misura per suo esclusivo privato profitto, calpestando diritti e doveri, reiterando reati ulteriori a quelli già largamente commessi prima della sua discesa in campo e poi depotenziando le leggi che avrebbero dovuto e potuto sanzionarli, non negandosi ogni bassezza civile e sociale e umana, in un'escalation di intemperanza, improntitudine, attitudine a deliquere, volgarità e cinismo impressionante che l'ha portato sino ad ora a collezionare la bellezza di quarantuno processi (li ha contati per me la Santanché); e clamorosamente solo ora una parte di popolazione pare cominciare a svegliarsi per accorgersi che, beh, forse forse questo tizio non era l'eccelso statista, il grande benefattore, il venerabile artefice del nuovo miracolo italiano, che masse enormi di connazionali hanno acclamato entusiastiche. Anzi, tutto il contrario.

Che conforto abbinare queste due vicende e concludere che, gli italiani, evidentemente, non sono cattive persone. Hanno solo tempi di reazione mooooolto lunghi, più o meno biblici. Mica è colpa loro, sono fatti così, bisogna compatirli, eh. Ci arrivano quando ormai è fuori tempo massimo, purtroppo, ma che ci volete fare, povere stelle?

sabato 31 agosto 2013

Feria d'agosto

E finalmente finisce agosto. Il mese della feria per eccellenza. 

Un mese che si dovrebbe poter cancellare dal calendario.
Le feste natalizie inducono depressione e in casi particolari pensieri suicidi, ma agosto uccide proprio. E porta alla paranoia i superstiti.
Ci si arriva sfibrati da almeno un mese pregresso di giornate infinite di caldo torrido (quello sì, vocato con ogni evidenza allo svago e al riposo e a rinfrescanti villeggiature in alta quota o in ventilate località di mare, e invece per i più passato a dannarsi in città lavorando, ora esponendosi negli uffici ai deleteri gelidi getti di impianti di aria condizionata, ora boccheggiando nelle pause pranzo nei quaranta gradi all'ombra che squagliano l'asfalto sotto i piedi, e così via da capo, in ripetuti cicli di docce scozzesi assai poco salutari), ciascuna composta da mille ore di luce e spezzata da una notte troppo breve per arrecare refrigerio, e così snervati e prostrati si è costretti ad affrontare l'apocalittico evento dell'esodo di massa.
Se si vive in città è impossibile andare contro corrente: uno dopo l'altro, ogni ingranaggio dell'economia si blocca: i commercianti, e i grossisti da cui si riforniscono, e le industrie che producono i beni che i grossisti trattano, e i professionisti - commercialisti, avvocati, notai - che curano gli interessi di tutti costoro. E allora la gente s'è abituata a migrare. E allora quelli hanno l'alibi per continuare a chiudere. E' una sorta di serpente orfico, quello che si morde la coda. Chiudono gran parte degli ambulatori specialistici e di analisi, chiudono i cinema, i teatri han chiuso da un pezzo, anche nella pubblica amministrazione si lavora a ranghi ridotti, e solo per l'ordinario, o per le emergenze. Ogni affare, ogni progetto, tutto è rimandato a settembre.
Un mese morto, letteralmente.
Ora si dice che si assista ad una timida inversione di tendenza. Grazie ai grandi supermercati, ai centri commerciali e ai negozi degli stranieri non è del tutto impossibile la sopravvivenza dei molti anziani che restano in città, e anche delle famiglie che, morse dalla crisi, hanno rinunciato anche loro a partire. Posso testimoniare che in certa misura è vero. Sono stata in città fino al quattordici a sera, ripassandoci il diciassette e il diciotto, e ho sempre visto, nei palazzi e per le vie, un certo movimento, una minima ma costante vitalità. Molti esercizi commerciali hanno ridotto il periodo di inattività. Persino qualche farmacia ha optato per una turnazione, evitando la chiusura completa. Ma è comunque ancora ben misera cosa, rispetto al grosso del fenomeno.
L'apice della desertificazione si raggiunge al fatidico giorno 15, il ferragosto: le due settimane a cavallo prima e dopo di quella data sono una prova generale di pace eterna. E si è costretti a scegliere tra minestra e finestra: o resistere eroicamente in deprimente solitudine tra le serrande abbassate, incrociando le dita nella speranza di non aver bisogno di nulla, o capitolare e rincorrere gli altri rappresentanti del consesso civile nei luoghi di vacanza, dove assoggettarsi agli insopportabili riti caotici del volgo in cambio di umana compagnia, nonché della garanzia di funzionamento di surrogati più o meno accettabili di tutto ciò che si è abituati a considerare necessario nella vita quotidiana.
In ambedue i casi si sta male. E si contano a denti stretti i giorni che mancano all'alba.
Mentre ogni giorno il sole declina prima all'orizzonte, e l'estate vive una sfilacciata agonia.
Si torna dalle ferie, a fine agosto, e si dice "l'estate sta finendo". Mica vero: l'estate è già finita lungo tutto il mese precedente, nelle giornate progressivamente sempre più corte, nel cambiamento di clima in montagna, e nella non infrequente instabilità in varie zone costiere; nell'insorta punta di rigidezza della temperatura notturna, e nel frescolino della prima mattina.
La bella stagione, quella vera, quella piena, era terminata da un pezzo. Ad Agosto si sopportano scomodità assurde per goderne solo un'illusione.
Per fortuna domani entra Settembre: il mese più dolce e più bello dell'anno.
(Difatti, non faccio per vantarmi, ci sono nata in mezzo io!)

martedì 23 luglio 2013

mercoledì 17 luglio 2013

Quanto t'ho amato

Per i grandi artisti che se ne vanno lasciandoci tracce lievi ed eterne, per gli amici come Bruno che errano e ogni tanto tornano, per riattizzare, quando saranno di nuovo lontani, una dolce nostalgia che sa di buono, per loro e per tutti gli altri che come loro abitano il nostro cuore e i nostri pensieri, per tutti quelli che ci passano accanto e sfiorano le nostre mani in un attimo d'infinito, che non si fa in tempo ad accorgersene ed è già passato e però non passerà mai.

Grazie, cavaliere, del piccolo inestimabile dono.




Se tu mi avessi chiesto: "Come stai?"
se tu mi avessi chiesto dove andiamo
t'avrei risposto "bene, certo sai"
ti parlo però senza fiato
mi perdo nel tuo sguardo colossale,
la stella polare sei tu
mi sfiori e ridi no, cosi non vale
non parlo, e se non parlo poi sto male...

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
e non lo sai perchè non te l'ho detto mai
anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto e non te lo dirò mai
nell'amor le parole non contano, conta
la musica.

Se tu mi avessi chiesto: "Che si fa?"
se tu mi avessi chiesto dove andiamo
t'avrei risposto dove il vento va
le nuvole fanno un ricamo
mi piove sulla testa un temporale
il cielo nascosto sei tu
ma poi si perde in mezzo alle parole
per questo io non parlo e poi sto male...

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
e non lo sai perchè non te l'ho detto mai
anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto e non te lo dirò mai
nell'amor le parole non contano, conta
la musica.

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto ma un giorno capirai
nell'amor le parole non contano,
conta
la musica.

Musica di Nicola Piovani, testo di Vincenzo Cerami

venerdì 28 giugno 2013

There must be an angel

Oooooh! Vedi, quello che ad una bambina quale per metà io ancora sono sembra una montagna invalicabile invece si rivela, all'atto pratico, una manciata di ghiaia che scagliata lontano subito non si vede più! Come mi sento bene, adesso! Grazie ad Aldo ed endi e Ambra e ad Alberto che mi ha dato la spinta finale, a Luz, a Utopia e Roberta su FB e al mio fratellone GAS che si è discretamente affacciato a supportare, ho fatto fuori senza sensi di colpa (per la mia tendenza a dubitare di me stessa e delle mie percezioni) una scorietta che da mesi mi tormentava come un sassetto nella scarpa, insomma, uno di quei piccoli fastidi che ti danno più noia di un dolore plateale. E siccome mi sento sollevata oltre ogni dire, e saltello giuliva come un coniglio di Pasqua, per ricompensarvi dell'aiuto prezioso che mi avete dato voglio raccontarvi quello che m'è successo giovedì scorso, otto giorni fa (quasi nove, in questo momento).
(Qualcuno ne è già stato messo a parte discretamente, in separata sede, per il mio pudore di una cosa tanto bella. Ma stanotte sono su di giri e non me la tengo, proprio)
Dunque, giovedì scorso finisco il post infarcito del guazzabuglio di Lacan Quasimodo ed Eurythmics ed esco nel tardo pomeriggio romano. Digiuno per dimagrire e depurarmi dal venerdì precedente, e i crampi allo stomaco sono diventati un sottofondo pulsante che scandisce le mie ore e mi ricorda che il mio corpo è vivo, e io con lui. Il caldo infernale della giornata adesso, alle sette e mezza, si sta tramutando in un tepore dolce, quasi gradevole.
Percorro Via Conte Verde ripensando alle parole della canzone intrecciate alle mie parole, e alla struggente pace che m'è scesa dentro nel cavarmi fuori quella sincerità di pensieri, e non appena arrivo a Piazza Vittorio all'improvviso qualcosa esplode dentro di me. Tutta la commozione di cui ero già gravida camminando si è andata progressivamente tramutando in tenerezza, quella tenerezza per me stessa e i miei simili che conosco bene per averla spesso provata. Solo che stavolta non finisce così, e il sentimento continua a mutare, ad evolversi, è come se mi si ingigantisse dentro, come un seme che crescendo ad un ritmo esponenziale  diventi subito una sequoia. E io, tirata in alto da quella chioma immensa che mi si erge nell'anima, il cui tronco si ancora al suolo, mi sento sollevare da terra, lieve come una nuvola, eppure traboccante di una felicità così assoluta e purissima che mi rende concreta, forte e salda al centro della scena.
E' una sorta di attacco di panico al contrario, che invece di annientarmi mi esalta, e annienta, invece, ogni mia paura, facendomi sentire bene come mai mi sono sentita, tranne (ma in maniera più approssimativa, persino quella meno netta e fulgida di questa di ora) quando ero innamorata. E allora mi spavento e d'istinto vorrei richiuderlo, questo cuore che mi si è spalancato, perché, mi domando turbata, mica sarò finalmente caduta nel transfert? E allora cerco di resistere, e nel frattempo sondo con cautela il pensiero di Edoardo, e mi rendo conto che sì, cazzarola, ne sono davvero innamorata, dei suoi occhi chiari, del suo sorriso buono, del suo abbraccio caldo, ma non più di quanto non lo sia, in questo istante, di quella donna lì alla bancarella delle borse, di quel ragazzo che fa jogging, di questa mandria di ragazzini caciaroni che mi sta passando accanto. Tutto e tutti sono trasfigurati, per me, in un unico oggetto d'amore grande quanto l'universo, e io sperimento dentro la carne l'espressione della poesia di Quasimodo, perché proprio quello mi sta accadendo, di esser trafitta da un raggio di sole. Sola sul cuore della terra, ma trafitta da un raggio di sole, ed è subito sera. E mi rendo conto che i due estremi della poesia sono essenziali per l'inverarsi della condizione di centro: che solo accettando la propria solitudine e la propria caducità si può provare l'ebbrezza della trafittura di un raggio di sole. E siccome io questo ho appena fatto, questo ora mi accade.
Con questa calma, infinita gioia che mi sospinge, senza fretta, nel frattempo mi ritrovo all'entrata del Colle Oppio, la più degna cornice che si possa concepire per questa estasi. Passo accanto alla Domus Aurea e nello scollinare il viale comincia a venirmi incontro il primo cerchio del Colosseo, immerso nella nebbia d'oro della luce del sole basso all'orizzonte. E' troppo, mi dico, questa è un'esperienza mistica, Domine non sum digna. Esulto come i salmisti dell'Antico Testamento, come nel Cantico dei Cantici c'è miele e latte sotto la mia lingua, i miei occhi sono colombe, nastro di porpora sono le mie labbra che stillano nettare, il mio collo è la torre di Davide, e miei germogli sono un paradiso di frutti squisiti, cipro e nardo e zafferano e cannella e cinnamòmo, fontana che irrora i giardini, pozzo d'acque vive.
Il tutto dura una mezz'ora scarsa, poi pian piano si attenua fino a sparire, e io torno dolcemente, gradatamente, sulla terraferma, rinvigorita. E mi dico che se anche trenta minuti così mi capitassero ogni dieci anni basterebbero e avanzerebbero per dare senso e motivo alla mia esistenza, all'esistenza di tutti.

"Nessuno in terra potrebbe sentirsi così
Sono riempita e invasa dalla gioia
Ci deve essere un angelo
che gioca con il mio cuore."
Si vede che è capitato pure agli Eurythmics...




No-one on earth could feel like this.
I'm thrown and overblown with bliss.
There must be an angel
Playing with my heart.
I walk into an empty room
And suddenly my heart goes "boom"!
It's an orchestra of angels
And they're playing with my heart.

(Must be talking to an angel)

No-one on earth could feel like this.
I'm thrown and overblown with bliss.
There must be an angel
Playing with my heart.
And when I think that I'm alone
It seems there's more of us at home.
It's a multitude of angels
And they're playing with my heart.

(Must be talking to an angel)

I must be hallucinating
Watching angels celebrating.
Could this be reactivating
All my senses dislocating?
This must be a strange deception
By celestial intervention.
Leavin' me the recollection
Of your heavenly connection.

I walk into an empty room
And suddenly my heart goes "boom"!
It's an orchestra of angels
And they're playing with my heart.

sabato 15 giugno 2013

Sabato, domenica e venerdì

Sabato

Mentre medito amaramente sui sei-sette tubini taglia 44, compreso quello sghicissimo nero delle foto dell'anno scorso sulla scalinata del Visconti, che ho dovuto accantonare perché mi fanno le sembianze di un insaccato (maledetta pillola, l'avevo detto io che mi faceva 'sto scherzo, avrò messo almeno quattro chili, e mo' per perderli so' cavoli amari!!!) ed eroicamente sopporto il primo giorno di dieta fai-da-te che consiste nel digiunare senza se e senza ma, sento un ronzio da qualche parte e m'accorgo che no, non è la lavatrice, è un elicottero che vigila dall'alto sul Gay Pride. In merito al quale mi viene in mente l'ultimo mio pensiero di donna della strada (intesa nell'accezione di genere femminile di "uomo della strada": uh, che gabbie semantiche queste espressioni stereotipate) sul mio nuovo sindaco, aspramente criticato per non aver presenziato. Soprattutto da Aldo Busi, che si è spinto ad affermare che "allora tanto valeva tenersi Alemanno" perché Marino si sarebbe permesso di dire "resto in famiglia", enunciato di gravissima gravità per la pretesa sottesa infamità che lancerebbe contro i gay contrapponendo "la famiglia" di stampo patriarcale, rassicurante, perbenista, cattofondamentalista, difesa ad oltranza dai family day, agli omosessuali stigmatizzati come nemici della medesima e portatori di istanze che ne minacciano la tenuta nella società. Ora, io lo so che Busi è amante della trasgressione e dello scandalo, che gode a spararle grosse per il gusto di ascoltare la sua voce e adora per raffinatissimo snobismo far parte dello showbiz più trash e cheap al punto di partecipare all'Isola dei Famosi, ma a tutto c'è un limite, persino ai paradossi busiani librati in eccitante precario equilibrio tra il genio e l'idiozia. Il fedifrago sta davvero in famiglia, fuori Roma, come peraltro aveva già dichiarato di voler fare per un paio di giorni dopo l'elezione (visto che poi i due giorni coincidevano pure col sabato e la domenica), per ripigliare fiato prima di cimentarsi nella composizione della Giunta, dunque l'espressione "resto in famiglia" null'altro significa che quello che esprime pianamente, e vorrei vedere pure che Marino l'avesse intesa caricare d'altri significati in un voltafaccia subitaneo e completo a un giorno solo dalle elezioni, fregandosi le mani sardonico manco fosse Dottor Jeckyll e Mr Hyde o la Strega di Hansel e Gretel o Cattivik (eccheccazzo d'omo sarebbe, il Genio del Male? E allora adesso che dobbiamo aspettarci, i raduni nazi anche noi a Fori Imperiali? Ecco perché voleva pedonalizzarli, il malvagio!!!). Inoltre al Gay Pride ha presenziato in nome del Campidoglio l'appena eletto Luigi Nieri di SeL, già amministratore regionale, persona stimatissima che chiunque abbia un minimo di cognizione della politica romana conosce e rispetta; e Imma Battaglia, che del Gay Pride è stata più volte organizzatrice, si è candidata per il Consiglio comunale pure lei nelle fila di SeL, dunque correndo per Marino (che non credo non ne sapesse nulla...), risultando, in prima battuta, la prima dei non eletti, e poi ottenendo un seggio in Campidoglio per la proclamata non eleggibilità del suo compagno di partito Andrea "Tarzan" Alzetta, il famosissimo paladino delle lotte per la casa. Dire che tanto valeva tenersi Alemanno è una bestialità, non solo in assoluto, ma anche, dunque, nello specifico. Perché, cos'è più importante, una comparsata propagandistica ad una manifestazione o i fatti? Ecco, giudichiamo i fatti: quelli sin qui avvenuti - le intolleranze, gli episodi di violenza, l'accresciuta insicurezza e il moltiplicarsi degli ostacoli ad una normale e civile vita quotidiana per i gay in questi ultimi cinque anni, che non potevano certo esser cancellati e nemmeno bilanciati da un'affacciata del sindaco strabico fascista in un paio di occasioni al Gay Village, e quelli che verranno, se verranno, come verranno. Solo allora si potrà a buon diritto decidere chi è meglio di chi, e se l'uno vale l'altro. E dopo questo pretendo pane per la mia fame di "ordinaria amministrazione" nel senso migliore del termine; il che, tradotto, significa la speranza di non dover mai più interessarmi di Marino per almeno i prossimi tre mesi...

Domenica

Non pervenuta (spero).


Venerdì

Dopo appena (sic!) due mesi, l'ex amica di cui parla questo post si è accorta che l'ho cancellata da FaceBook, e ha cominciato a bombardarmi: prima una mail, poi un messaggio privato, poi un SMS di cui  conosco solo l'incipit: "oggi passo da Roma, vorrei vederti" (e rivendico il diritto di esser vigliacca e di aver cancellato tutto, mail, messaggio privato ed SMS, senza rispondere e senza leggere niente di quello che contenevano. Tanto cosa avrei potuto replicare? Un bel tacer non fu mai scritto, dice il proverbio, e io approvo e mi adeguo.)
Non faccio in tempo a respingere l'assalto che ne inizia un altro: SMS della mia ex terapeuta che mi chiede come sto, se mi sono ripresa dalla morte di mio padre, che mi pensa sempre, che mi vuole bene etcetcetc. Io, arrancante a ostinato passo di marcia su per Via Bissolati, ripetendomi "undué, undué" per mantenere la cadenza che spero giovi all'erosione del percepitissimo sfregamento del sommo del mio interno cosce, leggo basita. Poi a casa mi faccio coraggio e a questa, sì, a questa rispondo. Undici anni di confidenze, dopotutto, meritano almeno l'onore delle armi. Lei mi ri-risponde. Io rispondo salutando per tagliare. Lei ri-ri-risponde, e io smetto di leggere, abbattuta.
Queste due tizie sono tutte e due psicologhe, e tutte e due invaghite di me. Vado forte con la categoria, wow.
E allora mentalmente rivolgo una prece al mio maestro jedi, il mio Vincent Price dai luciferini occhi cerulei (quando gliel'ho detto, un paio di sedute fa, che non riesco a guardarlo in faccia perché mi mette in soggezione, con quegli occhi da Vincent Price, mi ha risposto saltandomi quasi addosso: perché, cos'hai contro Vincent Price?): Edo, ma perché devono corteggiarmi solo donne psicologhe? Visto che vado forte coi terapeuti, e visto che ora sei tu il mio terapeuta, non si potrebbe, per la proprietà transitiva, avere un messaggino amoroso da te? No? Che ti costa?
Per ora nessun segno di riscontro, azz.



giovedì 13 giugno 2013

Old and wise

Anvedi, ecco, Marino, il mio nuovo sindaco, ha moglie e persino una figlia, e io che avevo arguito fosse un bel zitello, vedendolo sempre accompagnato dalla mamma. La quale risulta nelle note biografiche di wikipedia essere svizzera; ciò che secondo me spiega, in parte, il carattere - non così tipico alle nostre latitudini - fermo, volitivo, determinato, coerente sino all'intransigenza con la propria etica, del figlio. 
Invece il suo aplomb, la signorilità un poco dandy, quel fare cortese, semplice ma suadente che talvolta fa balenare dietro l'apparente bonomia del suo sguardo d'acciaio sapidi guizzi di un sarcasmo graffiante, probabilmente gli derivano dalla sicilianità del padre.
Lui, poi, è nato a Genova. Non so quanto ci abbia vissuto, forse gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, visto che da universitario stava già a Roma, per laurearsi in medicina alla Cattolica Agostino Gemelli; ma certo degli schivi e sobri autoctoni di quella città ha assorbito caratteristiche per la maggior parte diametralmente opposte a quelle di Grillo.
Un bel mix, comunque, per un uomo d'ingegno brillante, d'indole forte e di nervi evidentemente molto saldi, che si appresta, non si sa con quanta competenza da spendere, a governare una delle città più ingestibili del mondo.
(A me, per esempio, già il suo tanto strombazzato annuncio che chiuderà Via dei Fori Imperiali al traffico ha fatto incazzare, anche perché oltretutto non mi pare un provvedimento prioritario. Questo per dire che non ho particolari aspettative - che non siano quelle elementari, minime, per considerarlo un amministratore onesto, e venendo dopo la gestione appena conclusa ci vuol proprio poco - o pregiudizi verso di lui, né in negativo né in positivo.)
Berlusconi, asserendo (in verità con poca passione) che non fosse un credibile candidato sindaco perché, a differenza dell'ingegnere delle biomasse - titolo che gli ho appena scoperto in seguito alla sua dichiarazione "andrò a rispolverare la mia laurea", stupefatta per la laurea e in surplus per l'ingegneria, ma non per l'interesse alle biomasse - Giovanni Alemanno (peraltro nato a Bari), "non è romano", ha mostrato al mondo ulteriori squarci dei suoi abissi di ignoranza, sia in merito alle qualità necessarie per l'amministrazione della cosa pubblica, sia specificamente riguardo a Roma, coacervo di culture e di origini sin dalla sua fondazione, mica paesetto all'ombra del campanile chiuso nell'angusto orizzonte delle sue tradizioni folkloristiche e dei suoi micro egoismi come, per dire, certi centri del trevigiano o del varesotto.
E dunque: come mi sento oggi, da romana finalmente liberata dall'insostenibile degradazione causata dal più sfacciato malaffare coniugato alla più tragica inadeguatezza nel catastrofico operato del penoso fascistello strabico nella maniera più supremamente sconcia che la storia ricordi?
Boh, moderatamente bene.
Essendomi preparata al peggio, non mi sono esaltata oltre misura per il meglio.
Non sono proprio più la pasionaria di una volta. Dieci anni fa, o anche solo sette, o anche solo cinque, per un avvenimento simile avrei stappato bottiglie di champagne, fatto caroselli per le strade, pianto di felicità.
Invece oggi l'entusiasmo è temperato dalla sensazione che tutto sia avvenuto non già per una resipiscenza dei miei concittadini - o connazionali, visti i risultati dei ballottaggi da Nord a Sud -, ma per mera consunzione dell'apparato di potere messo su da Berlusconi e sodali. Usurati dai mille scandali, dall'immagine della totale mancanza di decoro, dall'assoluta negazione di dialettica democratica, dalla macroscopica inidoneità e indifferenza alla gestione dei problemi del paese, alla lunga si sono sfilacciati anche i saldissimi legami coll'elettorato di liberi professionisti, piccoli imprenditori, industriali, adesso pure investiti anche loro dall'onda lunga della crisi, per troppo tempo negata e celata dietro posticce allegrie da paese del bengodi dove tutto va ben, madama la marchesa, quinte sceniche che alla fine sono cadute rivelando il baratro, sepolcri imbiancati che si sono spalancati, facendo emergere lezzo e putritudine. E poi alla lunga tutto stanca: la volgarità, l'insulto, il becerume, la sfacciataggine, ora che poi ci arrivano da più fronti, cominciano a stufare la gente, smettono di essere di moda, stuccano, non divertono più. Ci sono molte spie di questo fisiologico cambio di rotta, nei dibattiti TV, negli psicodrammi che martoriano il Movimento Cinque Stelle. E forse, chissà, è arrivato il momento di un nuovo Rinascimento, se non di sostanza, almeno di forma, nell'affermazione del galateo, della pacatezza, dell'educazione, dei buoni studi e buone letture, della dialettica un po' noiosa e soporifera di un Letta o di un Marino, che quieta, distende i nervi scossi, fa ripigliare fiato, dopo anni di cappi e mortadelle sventolati in Parlamento, facce di tolla del Cavaliere lider maximo, grugniti preistorici di Bossi, Borghezio o di Calderoli, provocazioni alla Feltri o Belpietro, gutturalismi gasparriani, irrisioni luciferine alla La Russa, diti medi di Santanché, e, per non risparmiare l'opposto fronte, sgrammaticature dipietresche venate di populismo, rotacismi bertinottiani o scempiaggini pupo-pieraccionesche di Renzi (del quale, visto il cambio di trend, spero presto declinino le fortune).
A proposito di Letta, egli è stato perculato da tutti per aver detto che il voto di queste amministrative rafforza il governo delle larghe intese. Certo, più o meno siamo dalle parti della battuta del genio burlone su twitter che vuole Berlusconi contentone perché, se pure lui ha perso ovunque, in compenso ovunque ha vinto il PD, suo alleato. In verità qui c'è poco da rafforzare o indebolire. In Parlamento c'è una maggioranza formata da due partiti che alle amministrative hanno corso in antagonismo perfetto, e all'opposizione ci sono due forze, la Lega e SeL, che alle amministrative hanno corso alleate, una ciascuna, delle due forze di maggioranza: un guazzabuglio. Io però mi sentirei di dire semmai il contrario, e cioè che il governo di larghe intese non ha danneggiato Letta, inteso come esponente del PD. Insomma, l'elettore del centro sinistra, di solito assai poco incline all'indulgenza con i suoi politici di riferimento, non ha evidentemente considerato l'attuale vituperato inciucio come l'ennesimo peccato imperdonabile da far scontare ai "suoi" ritirando la sua adesione nell'urna.
E a questo punto, fatta salva la solfa delle amministrative che non son politiche, del radicamento sul territorio e quant'altro, resta il fatto che Berlusconi ha toccato con mano la raggiunta volatilità del consenso popolare. E non può più crogiolarsi sugli allori dei sondaggi favorevoli in caso di scioglimento anticipato delle Camere. Senza contare che il marasma grillesco può pigliare direzioni imprevedibili, e nemmeno la Madonna può profetizzare l'impossibilità di un ricambio di maggioranza con pezzi di M5S e SeL e PD se il PdL, sfilandosi, dovesse far cadere il governo Letta.
In quanto all'astensionismo, io penso che anche il non voto è un voto. Tanto più in un sistema maggioritario. Ossia, è l'espressione di una volontà elettorale consapevole delle conseguenze di essa. Quando io, per non riuscire a votare la Bonino, annullai la scheda delle regionali 2010 scrivendoci sopra "Vendola", sapevo di star sottraendo un voto al centro sinistra, regalando così un vantaggio al centro destra. E avevo messo in conto che nella vittoria della Polverini (che io davo, se non per certa, almeno per alquanto probabile) io avrei avuto la mia parte di responsabilità. Ma all'epoca pensai "mai si rompe, mai s'aggiusta". E poi, mi perdonino i suoi estimatori, io la Bonino, per quanti sforzi faccia, non riesco proprio a mandarla giù.
Insomma, voglio significare che i cittadini romani, se fossero proprio stati pregiudizialmente contrari a Marino, avrebbero fatto lo sforzo di andare al seggio e mettere la croce su Alemanno. Non averlo fatto fa ritenere che essi avessero messo in conto, con la loro diserzione, di favorire, nella migliore delle ipotesi, ambedue i candidati, e che avrebbero potuto ritrovarsi sindaco indifferentemente l'uno o l'altro. Poi in realtà si capiva bene che l'aria tirava molto più a favore di Marino, indipendentemente dai suoi meriti. Ma questo, con ogni evidenza, non è bastato ad indurre i suoi oppositori ad andare a sostenere il sindaco uscente. E allora vuol dire che, se pure non erano entusiasti dell'ancora illustre sconosciuto Marino, lo erano ancora di meno di Alemanno, di cui avevano sperimentato cinque anni di operato. Più chiaro di così!
Sic stantibus rebus, io credo che, in ogni modo, stavolta abbiano vinto le forze del bene: che sia stata, questa vittoria, una vittoria della democrazia, della volontà di cambiare passo, della necessità di chiudere un folle ciclo di demagogia e populismo che ha stremato il paese. Magari verrò smentita di qui a un mese. Ma in fondo questa imprevedibilità non è un male: nessuno, nemmeno Berlusconi, può più essere sicuro di nulla. Il che, anzi, direi che è proprio un bene.
Il vantaggio di aspettarsi di tutto è che ti riempi di fiducia. Possono capitare catastrofi come possono accadere meraviglie. E le une e le altre sono destinate a finire, immerse nell'incessante variabile fluttuare delle cose della vita. E' una faccenda che, finché sei giovane, non comprendi, e allora ogni sconfitta è un assoluto che ti fa disperare, come ogni trionfo ti fa schizzare in cielo, destinandoti a dare una bella culata ricadendo, inevitabilmente.
Invece così sai che ogni sconfitta non è definitiva, perché domani potrebbe ribaltarsi in vittoria. Ma anche viceversa, e questo ti aiuta a restare coi piedi per terra, a circoscrivere, contestualizzare, dare contorno alle cose.
Dunque sono moderatamente soddisfatta, moderatamente ottimista e soprattutto serena.
Vado al cinema, guardo una commedia francese rutilante di romanticismo, colori pastello, amore per il cinema, e scopro che riesco a godermela come quando ero ragazza, con lo stesso calore nel petto.
Poi vado al Campidoglio, e lo scopro immutabile, da ieri ad oggi, nelle losanghe del pavimento michelangiolesco, nella statua equestre di Marco Aurelio che adesso è una copia ma nei turisti continua a creare l'illusione perfetta di quella ora custodita nel Palazzo dei Conservatori perché quello che conta non è l'oggetto, ma la sua funzione simbolica, il miraggio di magia che evoca, i cinque anni dell'era del sindaco più imbarazzante della sua storia passati come un soffio e già assorbiti, inglobati, digeriti.
Poi la mattina dopo vado in ufficio, e davanti all'ennesima meschineria provocatoria del capo, che fino a qualche tempo fa mi avrebbe mandato il sangue alla testa, mi sento così divertita, e così fiera di averla saputa supporre, e così contenta che lui non mi abbia smentito, che mi viene voglia di andare a schioccargli un bacio in fronte (anche lui, come Alemanno, è più basso di me) ed esclamargli con gratitudine: non mi hai deluso!
Non lo faccio, ma questo mi cambia tutta la giornata. Come Roma ho traversato deserti di abomini uscendone senza un granello di polvere addosso, serafica, intangibile.
E ho scoperto che, come Roma, posso diventare vecchia e saggia senza perdere la giovinezza e la bellezza. Alé.

(Edit: leggo ora che "Veltroni lancia Renzi a segretario". Cavoli, i miei auspici allora si avverano prima del previsto!)