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venerdì 24 ottobre 2014

La piccola principessa

"Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso - la più ardua - è stata quella della libertà di assentire. Io volevo lo stato in cui ero; durante gli anni in cui dipesi dagli altri, la mia sottomissione perdeva il suo contenuto amaro, e persino indegno, se mi adattavo a considerarla un esercizio utile. Ciò che avevo, ero stato io a sceglierlo costringendomi soltanto a possederlo totalmente, e ad assaporarlo quanto più possibile. I lavori più aridi li eseguivo agevolmente, solo che mi sforzassi a prenderci gusto. Se un soggetto mi ripugnava, ne facevo argomento di studio; avevo l'accortezza di ricavarne motivo di gioia. Di fronte a un caso imprevisto, o disperato, un'imboscata, un fortunale - una volta prese tutte le misure concernenti gli altri - facevo del mio meglio per rallegrarmi del caso, per godere dell'imprevisto che mi si offriva, e l'imboscata o la tempesta s'inserivano senza fatica nei miei progetti o nei miei sogni. Persino immerso nella sciagura più tremenda, ho percepito l'istante in cui lo sfinimento le sottraeva un poco del suo orrore, in cui la facevo mia accettando di accettarla. Se mi capiterà mai di subire la tortura - e s'incaricherà la malattia, senza dubbio, d'impormela - non sono assolutamente certo di ottenere da me stesso, a lungo, l'impassibilità d'un Trasea, ma avrò almeno la risorsa di rassegnarmi ai miei lamenti. E in questo modo, con un misto di riserva e di audacia, di sottomissione e di rivolta ben concertate, di esigenze estreme e di concessioni prudenti, ho finito per accettare me stesso."

Leggo a spizzichi e bocconi - dopo una vita di scandalosa procrastinazione! - Memorie di Adriano; lo centellino, perché ad ogni incedere di pagina trovo nuove perle da serbare, altri ennesimi sunti imprescindibili sulla natura umana, la vita, le relazioni, e tutto ciò che lambisce o investe un individuo nel suo percorso terreno. Fermandomi, ogni tanto, per annotare una minima parte di quest'essenzialità che mi colpisce.
Oggi tocca a questi pensieri qua sopra, che io faccio miei in procinto di partire per Milano in vista d'un appuntamento - da me ardentemente agognato - con Ambra, Sandra e gli altri assieme a un'orticaria che si è stretta a me di tenerissima amicizia non dandomi requie da lunedì in simpatico sincrono a un doloroso reflusso gastro esofageo che dovrò tenere a bada alla stregua d'una domatrice di fiere per non farmi da esso rovinare il gusto delle prelibatezze che m'aspettano alla cena di sabato e al pranzo di domenica! Perché è solo accettando, incorporando, accogliendo gli imprevisti alla maniera degli eventi più fausti, per forgiarli, forgiando la mia propria esistenza, ch'io posso fungere, se non da imperatrice, almeno da piccola principessa di me stessa.

domenica 17 agosto 2014

La marsigliese

Io (alla giacobina, in un momento di tenerezza materna): - Sappi che, per rispetto della tua privacy, e anche perché trovo che ti stia a pennello, tu sul web sei da me apostrofata La giacobina. 

La giacobina: - Sì, mi sono giunte all'orecchio voci lontane che tu m'appelli così, La giacobina qui, La giacobina là. Ma perché io sarei La giacobina?

Io: - Stai scherzando, vero?

La giacobina (sussiegosa): - No! Non ho le idee chiare su chi fossero i giacobini, alla Rivoluzione Francese non ci sono ancora arrivata a Storia.

Io: - Seeeee. Ad ogni modo, ti scoccia se ti chiamo La giacobina? Posso continuare a farlo?

La giacobina: - Sì, mi scoccia. No, non puoi.

Io: - Allora continuo.

La giacobina: - OK.

martedì 15 luglio 2014

Perfect simmetry

Se hai ragione, come senti d'aver ragione, nel non tollerare di dover rinunciare ad avere opinioni variegate sulle questioni del mondo in favore di una pretesa fedeltà ad un pacchetto all inclusive, allora ne consegue, acciocché questa ragione non sia inficiata in atti da te medesima, che devi a tua volta adoprare questo identico criterio nel rapportarti con le persone che ti stanno intorno, consentendo loro di esser variamente in accordo e disaccordo con te restando con te in proficua e felice relazione, e non invece provare simpatia per loro quando la pensano come te e antipatia quando la pensano all'opposto, cara Cri, non ti pare?

giovedì 2 gennaio 2014

Domenica e lunedì

Ho passato una notte di San Silvestro serenamente e pigramente a casa, buttando ogni tanto un occhio  assonnato al pc.
Avendo così modo di festeggiare Capodanno in compagnia virtuale di parecchi miei contatti. Che ho visto per lo più continuare a postare lagnanze ed insulti indirizzati all'anno morente, inflazionandomi il rullo della home con cose del tipo: "sbrigate ad annattene, 2013 de merda" o "un anno peggio de questo deve ancora venì' " o "il peggior anno della mia vita".
Non ce n'era uno connesso, praticamente, che non aggiungesse il suo granulo avvelenato a 'sto sacco di stricnina.
Un'amica me l'ha pure mandato via sms un augurio siffatto: "bella, ti auguro un 2014 migliore di questo... e penso non ci voglia molto".
Per vincere l'irritazione ho immaginato che alludesse al lutto che nel 2013 mi ha colpita.
Perché, sì, conosco gente che avrebbe mille motivi - me compresa, sulla carta - per pensare che il 2013 non abbia coinciso con un periodo felice della sua esistenza. Gente che ha visto morire o ammalarsi persone care, che ha perso il lavoro, o ha subito qualche altro rovescio pesante.
(Per inciso ho un'altra amica che nell'ultima parte dell'anno ha fatto bingo, riuscendo ad inanellare un lutto in famiglia, un dramma per la scoperta di una malattia gravissima di un altro membro della medesima, e un licenziamento senza preavviso per crack finanziario della ditta in cui lavorava. Eppure il suo messaggio di auguri, giuntomi stamane, cominciava con: "Buon anno, cara, ti auguro tutte le cose che desideri e tanta serenità". Per dire.)
Ma sono un'esigua minoranza, rispetto all'immensa totalità dei lamentosi.
Sì, sarà vero, viviamo in tempi bui, cupi. Però finché il querulante sta col sedere al caldo dietro un pc poggiato sul desco familiare, in mezzo ai parenti satolli, in ferie dal lavoro e con la pancia piena, oppure con uno smartphone da seicento euro minimo in mano a postare compulsivamente mentre fa il trenino con il cappelletto di carta in testa, la trombetta in bocca e i coriandoli al collo, non mi sembra che ci sia ancora da sputarci in toto in questo modo, su questa merda di vita.
Che oltretutto, se ci è andata da cani, che c'entrano i giorni e i mesi dell'anno? Con la misura del tempo, poi, che è una mera convenzione immateriale. Perché gettare sempre addosso al primo che passa - l'anno, nella fattispecie - la responsabilità delle nostre defaillance o dei nostri fallimenti?
Sospetto che quest'attitudine da perseguitati al piagnisteo e allo scaricabarile sia molto italica. Il classico "chiagni e fotti" che i nostri conterranei hanno fatto assurgere ad arte sopraffina.

Io invece, nonostante la morte di mio padre, ho salutato con affetto il 2013 che se n'è andato. Perché è stato un anno in cui finalmente ho cominciato a prendere contatto con me stessa. Ad acquisire consapevolezza della mia persona. A conoscermi. A innamorarmi un po', anche, di me.
Non lo cambierei col 2012, per esempio, manco per il ciufolo. Il 2012, un anno in cui sono morta dentro, e ho rischiato di morire sul serio.
L'anno appena passato, invece, ho preso a rivivere. O, meglio, ad avere coscienza di vivere.

Auguro questo a me, e a tutti noi. Che il nuovo anno, questo 2014 nuovo di zecca, sia un tempo intenso, intensamente percepito, senza che se ne perda un attimo. Perché il tempo che ci è concesso su questa terra è un bagliore di luce troppo bello, e troppo breve, per sprecarne anche solo un minuto.

Dopo domenica è lunedì.

Buon anno.

venerdì 18 ottobre 2013

Perché non sei una mela

Qui c'è l'ennesimo regalo di Angie. Sotto l'ennesimo ennesimo: la traduzione che ne ha fatto per me che sono una capra in inglese (e non solo).

"Trovati una ragazza che non legge, incontrala nello squallore di un bar del Mid-West, in mezzo al fumo, nel sudore alcolico e nelle luci sgargianti di un night esclusivo. Ovunque la trovi la vedrai sorridente. Assicurati che il sorriso le rimanga anche quando le persone con cui parla guardano altrove. Intrattienila con banalità prive sentimento. Usa frasi ad effetto e ridine tra te e te. Portala fuori a notte fonda. Ignora la pesantezza della situazione. Baciala nella pioggia, sotto la debole luce di un lampione perché “così fanno nei film”. Nota la sua mancanza di profondità. Portala nel tuo appartamento. Facci l'amore frettolosamente. Trombala.

Fa sì che il frettoloso contratto che avete scioccamente stipulato evolva lentamente e maldestramente in una relazione. Scopri interessi comuni come il sushi o la musica folk. Costruisci un impenetrabile bastione su codeste basi, rendilo sacro. Ritirati in esso ogni volta che l'aria diventa stagnante o le serate si fanno lunghe. Non parlare di nulla che abbia un senso. Pensa il minimo indispensabile. Lascia trascorrere i mesi.
Chiedile di venire a vivere a casa tua. Lasciagliela decorare. Liticaci per cose che non hanno senso tipo: come deve essere tesa la maledetta tenda della doccia per non allagare il pavimento. Lascia passare un anno senza pensare al tempo trascorso. Comincia a pensarci. Comincia a pensare che dovreste sposarvi perché altrimenti avreste perso un sacco di tempo. Portala a cena al 45esimo piano di un ristorante che non ti puoi permettere. Assicurati che ci sia una splendida vista della città. Con fare impacciato chiedi ad un cameriere di portarle un calice di champagne con un modesto anellino dentro. Quando lei se ne accorge chiedile di sposarti con tutto l'entusiasmo e la sincerità che puoi racimolare. Non preoccuparti troppo se senti balzare il tuo cuore attraverso un pannello di vetro. E non ti preoccupare troppo se non riesci a sentire nulla. Se c'è un applauso lascialo sfumare. Se lei piange sorridi come se non potessi essere più felice. Se lei non sorride sorridi comunque.
Lascia che gli anni passino indolentemente. Fatti una carriera. Compra una casa. Metti al mondo due figli incredibili. Cerca di crescerli bene. Talvolta fallisci. Lasciati scivolare in una indifferenza annoiata e poi in una tristezza indifferente. Attraversa la crisi di mezza età. Invecchia. Interrogati sulla tua mancanza di successo. Sentiti a volte felice ma per lo più vuoto ed impalpabile. Pensa, quando cammini, cosa succederebbe se tu non tornassi più o se volassi via nel vento. Contrai un male inguaribile. Muori ma solo dopo aver osservato che la ragazza che non legge non ha mai mosso il tuo cuore verso nessuna passione rilevante, che nessuno scriverebbe la storia della vostra vita, e che anche lei morirà con soltanto il lieve rammarico che nulla è maturato nella sua capacità di amare.
Fai tutto questo, maledizione, perché non c'è niente di peggio di una ragazza che legge. Fallo, ti dico, perché vivere in purgatorio è sempre meglio che vivere all'inferno. Fallo perché una ragazza che legge ha un vocabolario che le permette di descrivere la scontentezza informe di una vita non realizzata, un vocabolario che analizza la bellezza innata del mondo e la rende una necessità accessibile invece di una fantasia sconosciuta. Una ragazza che legge rivendica un vocabolario che distingue tra la retorica fredda e disumana di chi non la ama e la disperazione muta di chi la ama troppo. Un vocabolario, perdio, che rende i miei vuoti sofismi dei trucchetti da 4 soldi.
Fallo perché una ragazza che legge conosce la sintassi. La letteratura le ha insegnato che i momenti di tenerezza vengono ad intervalli sporadici ma riconoscibili. Una ragazza che legge sa che la vita non è piana, sa, e giustamente chiede, che ci sia il riflusso dopo un'ondata di disappunto. Una ragazza che ha letto possiede nella sua sintassi il senso delle pause irregolari e l'esitazione del respiro, tipico della menzogna. Una ragazza che legge percepisce la differenza tra un breve momento di rabbia e la radicata abitudine di coloro il cui cinismo progredisce oltre qualunque forma di ragione, o scopo, progredisce anche dopo che lei ha fatto la valigia e detto un riluttante addio dopo aver deciso che io sono solo una serie di puntini di sospensione e non un periodo. Sintassi che conosce il ritmo e le cadenze per una vita vissuta bene.
Trovati una ragazza che non legge perché la ragazza che legge conosce l'importanza della trama. Sa tracciare il limite tra il prologo e le creste affilate dei climax. Li sente nella propria pelle. La ragazza che legge sarà paziente con un intermezzo e rapida verso epilogo. Ma soprattutto la ragazza che legge conosce l'ineluttabile senso della fine. E' a suo agio con le conclusioni. ha detto addio a migliaia di eroi solo con una punta di rammarico.
Non prenderti una ragazza che legge perché le ragazze che leggono sono le narratrici. Tu e Joyce, tu e Nabokov, tu e la Woolf. Tu là nella biblioteca, sulla piattaforma del metrò, all'angolo del caffè, alla finestra della tua stanza. Tu che hai reso la mia vita così dannatamente difficile. La ragazza che legge ha intessuto la sua vita di significato. Pretende che la sua narrativa sia ricca, i comprimari siano sfaccettati e i caratteri evidenziati.
Tu, ragazza che legge, vuoi che io sia tutto ciò che non sono. Ma io sono fragile e ti deluderò perché hai sognato qualcuno che è migliore di me. Tu non accetterai la vita che ho descritto all'inizio del mio pezzo. Non accetterai niente meno della passione e della perfezione e una vita degna di essere narrata. Quindi vattene. Prendi il prossimo treno per il sud e portati Hemingway con te. Ti odio. Ti odio veramente, veramente, veramente tanto."

giovedì 10 ottobre 2013

The answer, my friend

Ho preso un'infreddatura all'anima. Una piccola influenza: un male di stagione.
E' che anche in casa mia è arrivato l'autunno coi suoi temporali. E all'arrivo dell'autunno le cicatrici delle vecchie ferite danno sempre un po' noia.
E andandomi a curare, come ogni martedì, un po' più acciaccata degli altri martedì, ho ricevuto l'ennesima folgorazione. Talmente potente che mi ha costretta ad andare a rimestare nell'armadio della memoria, in un mucchio di cianfrusaglie che non avevo né voglia né coraggio di guardare da un sacco di tempo.
Certo che fa impressione - tanta impressione - riesumare vecchissime conversazioni tra Ca e Cri (laddove Ca è il casumano e Cri, invece, sono io)

[25/01/2012 20:30:07] Cri: non fa niente
[25/01/2012 20:30:17] Cri: ho esperienza di gente a cui dico "ti voglio bene" che mi risponde "grazie" :)
[25/01/2012 20:30:24] Ca: :|
[25/01/2012 20:30:29] Cri: per me non è un problema
[25/01/2012 20:30:37] Cri: io in quel "grazie" ci vedo quello che sento io :)
[25/01/2012 20:30:45] Ca: ecco, questo fai bene a farlo
[25/01/2012 20:30:50] Ca: c'è gente che proprio non gliela fa, cri
[25/01/2012 20:30:58 |Cri: e capitano tutti a me :D
[25/01/2012 20:31:03] Ca: cioè lo so che si dovrebbe fare
[25/01/2012 20:31:07] Ca: e che non sono cose grossi
[25/01/2012 20:31:08] Ca: grosse
[25/01/2012 20:31:20] Ca: ma la stupidità delle persone è quella che è ecco
[25/01/2012 20:31:35] Cri: stupidità? :D
[25/01/2012 20:31:44] Ca: eh, avere paura di tre parole
[25/01/2012 20:31:46] Cri: Eh, io lo so che tu fai parte di quelli che dicono "grazie" ;)

e ricordarsi le mortificazioni a cui ci si è sottoposte, allora, per aver voluto bene a dei poveretti che ci rompevano gli zebedei notte e giorno, facendosi tenere la manina infragilita, facendoci affezionare a loro come ai nostri propri figli, ma ai quali il loro sì delicato cuore d'uccelletto implume imponeva di farci cadere dall'alto come manna dal cielo quelle tre parole di cui avevano paura, farcele sospirare fin quasi a tirarci il collo, dopo averci per lungo tempo fatto sentire prepotenti e inopportune nel pretenderle, e compararle alla scena di martedì sera, quando, sicuramente per averci viste sotto un mattone, il terapeuta, alla fine della seduta, avendoci chiesto come di routine sensazioni, emozioni e pensieri, avendogli noi (per averlo pensato davvero e non intender ometterglielo esclusivamente al fine di non compromettere l'esito della terapia), confessato in un soffio "ho pensato che ti voglio bene" - affermazione che, per il contesto in cui era stata pronunciata, a nostro avviso non presupponeva alcun riscontro, se non l'annotazione da parte dello specialista in quanto reazione psichica alla specifica interazione terapeutica testé conclusa -, ci ha risposto all'istante, del tutto inopinatamente, con voce ferma e calma, "anch'io ti voglio bene".
Ed è così andato in frantumi l'ultimo totem della mia sgangherata relazione casumanesca: il monumentale castello ideologico sul rispetto delle ritrosie dell'altro, dei suoi tempi, delle sue difficoltà, e tutto il corredo di pippe mentali in merito.
Se due persone adulte si sono vicine, tanto vicine, e in empatia si aprono il cuore vicendevolmente, vuol dire che finiscono per volersi bene, e stop. E se una lo dice all'altra: "ti voglio bene", quella le replica, spontaneamente, serenamente: "anch'io ti voglio bene." 
E' questa la risposta, amico mio. Così ovvia, così semplice, da suscitare un "oooooooh" di meraviglia per non averci pensato prima.
Perché se non ti viene, se ti muore in gola, se ti imbarazzi, se con aria confusa chini il capo e mi dici "grazie", allora, semplicemente, vuol dire che non mi vuoi bene. E quando finalmente me lo dici non vale più niente.
E difatti s'è visto.
E il resto è fuffa.

lunedì 2 settembre 2013

La fortezza vuota

"Mal comune mezzo gaudio".
Ah, quanto significato in questa saggezza popolare, oggi sconsideratamente disprezzata a favore dell'infelice ridicola illusione della supremazia di un individualismo ch'è perdente sotto ogni punto di vista.
L'idea narcisistica di essere speciali, diversi dagli altri nelle proprie sofferenze - ossia, nella partitura costante della nostra esistenza - prima ancora di essere patologica è tafazziana. Perché è la perfetta maniera per condannarci da soli, e senza scopo, al ritiro dalla salutare, inevitabile connessione con le persone, e anche col resto dell'universo mondo, indispensabile per la sopravvivenza.
Respingendo con latente spregio l'accettazione della imprescindibile condizione di uomo tra gli uomini, la mente morbosa ci fa il peggior servizio che il più acerrimo nemico possa concepire. Nella sua vanagloriosa allucinazione di eccentricità, lo psicotico si condanna da solo al proprio isolamento. Egli va in pezzi e sembra gridare aiuto, appigliandosi ad ogni ausilio possibile come un naufrago a qualsiasi pezzo di legno galleggiante, e attaccandosi a chiunque come una cozza allo scoglio, ma in realtà non lo vuole, anzi, lo disdegna. "Tu non puoi capire, nessuno può capire". L'interazione con un suo simile - uno qualunque, egli non distingue nella massa dei diversi da lui, non ha gusti né sentimenti, tranne un generico sentire filantropico che in realtà è maschera di una profonda, paranoica diffidenza verso qualsiasi specificità di contatto con gli altri a lui "inferiori" - può servirgli al massimo per svuotare il suo secchio di ansie e ossessioni, l'altro ridotto a discarica di rifiuti tossici. Il suo male interiore è cannibale e autoreferenziale, e per sussistere - in un atroce mors tua vita mea ingaggiato con colui che parassita e divora giorno dopo giorno - protegge quel malcapitato dalla possibilità di sanarsi costruendogli attorno un'inaccessibile tomba di ghiaccio che allo sventurato sembra il suo fondamentale guscio protettivo, ma in realtà separandolo dall'unica cura possibile, ossia l'accesso a relazioni autentiche con gli altri esseri umani, e prosciugandolo dall'interno per mancanza di dialettici stimoli affettivi, cioè di nutrimento del sé.
Al di là delle cause scatenanti - le ferite dell'infanzia, i condizionamenti sociali, le influenze esterne -, è questa catastrofe solipsistica la devianza ontologica che lacera l'anima dell'uomo contemporaneo.

La fortezza vuota: con questa metafora Bettelheim tratteggiò, in un libro bellissimo e insostenibile, la condizione dei bambini autistici rinchiusi nella sua Orthogenic School di Chicago. 

"Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre".
Ora quei bambini sono usciti dalle cliniche, si sono propagati, sono diventati noi.

sabato 31 agosto 2013

Il mastino di Baskerville

Tante volte una che si sente sconfitta in una tenzone dialettica con qualcuno che non molla manco ad ammazzarlo, scoprirebbe, se guardasse le cose con serena obiettività, che non è che abbia sbagliato qualcosa nell'argomentare.
Lo sbaglio stava a monte: nell'aver intrapreso la discussione, semplicemente.

domenica 25 agosto 2013

Le ali della libertà

Rimugino su certi accadimenti degli ultimi giorni e delle ultime ore - meglio, su certe prese di posizione adottate da un'amica non già negli ultimi giorni, anzi, palesatesi chiarissimamente già da un bel pezzo, che io semplicemente mi sono sin qui ostinata a considerare con benevola indulgenza una criticità di poco conto nel complesso di uno spirito comunque bello e a me affine, una sfrontatezza conclamata che in realtà fosse un tutto fumo e niente arrosto, e invece, macché, complice anche il mio esser reduce da un'ulteriore esposizione felice alla mia cartina di tornasole preferita nel paesaggio e tra le genti che più di tutto in questo momento mi riconducono alla concretezza, e alla bontà intrinseca che nella concretezza risiede, dove è esperienza quotidiana l'esattezza dell'assioma di Keats "verità è bellezza, bellezza è verità", scopro che no, l'atteggiamento di quest'amica, e tutto il castello di concezioni sue della vita e delle relazioni e della dignità individuale ch'ella con quest'atteggiamento mostra di aver costruito, non mi va giù, non mi piace, non mi è mai piaciuto e mai mi piacerà.
Perché dietro quest'accondiscendenza allo spontaneismo, l'assecondamento così a briglia sciolta e a testa bassa, senza un soprappensiero, senza l'ombra di uno scrupolo, di tutto quello che passa per la mente, incluse sventatezze d'ogni sorta e pulsioni distruttive e autodistruttive, io non riesco più a vederci solo la sofferenza di un'anima ferita e smarrita.
Perché anch'io ho un'anima ferita e smarrita, e mille volte avrei potuto reagire così, facendomi scudo del pretesto del mio dolore; e invece, nonostante tutto, mi sono badata, con sforzi laceranti e fatica immane. Perché non sono mai riuscita ad annullarmi nella frenesia dell'attimo, ho sempre ampliato il mio orizzonte al "dopo", alle conseguenze, alla responsabilità del mio agire, temperando il mio istinto con l'amorevolezza della ragione. E temprandomi.
Nella mia capacità di scegliere. Di esercitare, liberamente, la mia libertà.
Ovvio, è la strada più difficile. Ma è anche la più gratificante.
Perché l'altra conduce alla bassezza. Alla volgarità. All'adattamento, all'acquiescenza ad un'esistenza subumana, che dire bestiale è un insulto per le bestie, nobili esseri che onorano la loro naturalità, in equilibrio e in armonia col resto del creato.
L'uomo che si fa bestia offende le bestie.
E ho scoperto così che la volgarità io non la sopporto. Non parlo della sana e, direi, sacra scurrilità di antica tradizione, ingrediente essenziale per il comico, il grottesco, la beffa, artistico e intellettuale rovesciamento scatologico che pervade tutto l'arco dell'espressione culturale universale, dalla preistoria ai giorni nostri, passando per l'illustre periodo di Dante e Boccaccio e Chaucher e Shakespeare, e da quelle magnifiche radici sale per i rami via via, su su, in teatro e in letteratura e persino in musica, e danza, e pittura e scultura, fino ai giorni nostri.
No, io non sopporto la volgarità d'animo. Quella di chi si contenta di vivere torpidamente, senza moderarsi, senza delicatezza e attenzione per se stesso, senza pretendere a testa alta la fiera affermazione dell'essenza della sua umanità, senza aspirare a trascendere per migliorare, ma anzi, indotto a cuor leggero scevro di rimpianto alcuno, all'occorrenza, a soccombere al peggioramento. Quella di chi è disposto a lordarsi scendendo a compromessi con la parte sordida di se stesso, quella cattiva, quella malata.
E non è questione di moralismo, eh. Tutt'altro. E' una questione etica, questo sì. Nell'accezione che di etica dà Spinoza: la tendenza dell'uomo al buono, ossia, a ciò che accresce la sua potenza esistenziale.
Io detesto la volgarità, la schifo e la rifuggo. E una persona che invece vi indulga, pur dotata di tante qualità, pur manifestando per me un affetto ch'io posso presumere almeno in parte sincero, non fa per me.
Lo dico con dispiacere. Ma con la massima serenità e fermezza.
La volgarità è assenza di bellezza. Perché è assenza di autenticità.
E la mancanza di bellezza e verità non è interessante, è triste, è pesante, e porta difilato all'infelicità.

martedì 13 agosto 2013

Bad day


Stamane tutto avrei voluto fare, meno che alzarmi per andare al lavoro.
Il senso di smobilitazione che aleggia in città, l'indolente atmosfera pre-ferragostana, l'accumulo di sonno arretrato nelle notti torride (in senso atmosferico) della scorsa settimana, mi avevano messo addosso, insieme ad un torpore pesante e incredibilmente piacevole, un'accidia imbronciata, fanciullesca. Ce n'è voluto, per convincere la mia bambina interiore a consentirmi di mettere i piedi giù dal letto. 
Di estrema malavoglia mi sono trascinata in ufficio per consumare quest'agonia dei due ultimi giorni di servizio prima delle ferie. Oggi e domani senza nulla da fare, centellinando ore, minuti e secondi che mi separano dalla prospettiva della pila di libri e DVD da assaporare in beato relax, e poi dei chilometri da macinare sotto le ruote in autostrada, via, via, verso le mie piccole gustose mete da esplorare in viaggi da godere fin dal tragitto, la macchina che corre, il paesaggio che sfreccia fuori dal finestrino, la compagnia delle soffici, eleganti sfumature della beneaugurante voce di Annie: quarantott'ore talmente estenuanti da affrontare da avvicinarsi ad un'idea di tempo incommensurabile, un purgatorio prossimo all'inferno vero e proprio.
Ma quando arrivo in ufficio, pam!, senza preavviso prende corpo una notizia che era nell'aria da tempo ma fino a ieri era priva di qualsiasi consistenza, vaga, fumosa, più simile ad un auspicio che ad un evento da verificarsi, per come le voci si rincorrevano di bocca in bocca, rimbalzando da uno all'altro degli edifici dell'amministrazione senza esser suffragate da qualcosa di più concreto di un provvedimento di riorganizzazione di massima delle competenze molto generico e ancor più generici avvisi di continui rinvii dell'attuazione dello stesso, che spostavano sempre un po' più in là temporalmente l'asticella dell'Apocalisse.
E invece tutto si è messo repentinamente in movimento: la Giunta Zingaretti nel passato week end s'è destata dal torpore completando il balletto delle nomine dirigenziali - con poche varianti di rilevante discontinuità rispetto agli sconci passi di danza della passata gestione, più una sorta di gioco dei quattro cantoni che altro, ma insomma contentiamoci - e, tra un giro di valzer e l'altro, il mio psicotico dirigente è stato sostituito.
Ecco perché si era preso, sorprendentemente e in maniera del tutto irrituale, due settimane di vacanza ad agosto a cominciare da ieri, il notorio irriducibile stakanovista.

D'improvviso, puf, tutte le angherie e le cattiverie che con vana e fatua protervia ha inteso farmi subire nei mesi passati sono state cancellate come per incantesimo. Il 2 settembre si insedierà il nuovo nominato. Io rientrerò dalle ferie il 5.
Non è che questo preluda a una rivoluzione, eh. Non cambierà proprio niente. Quello che gli succederà, uomo mite e di buon cuore ma d'apparato, classica pedina che non disturba il manovratore assai nota nell'ambiente, non mi accende alcun guizzo di speranza. Però stavolta sono preparata. Gli starò alla larga, questo è tutto il mio proposito nei suoi riguardi, e vedrò di pararne gli eventuali colpi come meglio potrò.

Ma questo, intanto, non lo vedrò più. Se ne va insalutato ospite, odiato dai più, lasciandosi alle spalle non buoni ricordi, ma una scia di insofferenza per la sua persona e un palpabile sollievo collettivo. 
Ha spadroneggiato da aprile 2011 ad agosto 2013 in un crescendo di isterica tirannia, facendo comunella con i peggiori, forte coi deboli, debole coi forti, rompendo l'anima ai pochi meritevoli e fracassando più o meno indistintamente a tutti le parti sporgenti. E ora, zacchete, il suo dominio vessatorio è finito. Chi l'avrebbe mai detto che ci sarebbe voluto tanto poco?







venerdì 9 agosto 2013

L'amico di famiglia

Quando l'ascia entrò nel bosco, molti alberi dissero "almeno il manico è dei nostri"
(Proverbio turco)

mercoledì 3 luglio 2013

Excalibur

Non c'è nulla di nobile nell'essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell'essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri.
Proverbio indù

(Per quanto mi concerne, uno degli indizi decisivi della mia raggiunta superiorità su me stessa, al di là delle  circoscritte esperienze di illuminazione che mi capitano ancora troppo di straforo rispetto alle miriadi di volte in cui torno a sprofondare nelle pozzanghere, sarà la mia constatazione di esser minimamente riuscita a distaccarmi dal disordinato passionale impulso di replicare, piccata o indignata, alle castronerie che i tre quarti dei miei contatti su FaceBook mi elargiscono con la serena tonitruante protervia di chi sta rivelando alle genti inoppugnabili certezze a caratteri di fuoco, invece di riderci su o di oltrepassarle con paciosa noncuranza. Quella sì che sarà una vittoria epocale su di me)

martedì 25 giugno 2013

L'anno che verrà/2

Caro contatto feisbucchiano di passabile vis retorica, millantati trascorsi picareschi e invidiabile posizione sociale, oggi ne ho anche per te.
Sì, per te: che, già maturo ganimede dissimulante la tua berciosità pappagallesca nella dispensa quale innocente "buon amico delle donne" di comprensione e consigli elargiti ovunque con studiato tatticismo per accaparrarti evidenza e invadenza da prezzemolo, da un po' ti sei convertito - chissà se per definitiva constatazione dei sopraggiunti ed abbondantemente superati limiti di decoro nella pratica in un esame spassionato della tua immagine ovoidale nello specchio de casa (perché nun è mica questione d'età, ce stanno quasi sessantenni come il mio maestro jedi e ce so' sessantenni come te, e se ve potrebbe elegge a campioni delle due opposte categorie, per come il lustro che passa tra di voi somiglia a un secolo) - in acerrimo fustigatore dei vizi della politica e araldo della virtù civile del buon governo, ed ora ci propini indignato e austero ogni due per tre articoli del Fatto quotidiano e guidi la riscossa proletaria (tu, sedicente benestante) sventolando con oltranzismo guerrigliero il tuo vessillo Ingroia e spingendo il tuo afflato populista disvelatore di complotti della Ka$ta fino agli strombazzamenti di fantomatici studi scientifici comprovanti la perfetta efficacia della cura Di Bella boicottata dai governacci cattivi in kombutta con le multinazionali.
A te, che ti applichi accanitamente a vomitare malignità viscerali sugli esponenti del PD rei dell'intesa col PdL, voglio dire quanto sia curioso che in uno dei tuoi ultimi status, tra la miriade di attributi di cui potevi sacrosantamente disporre per significare la loro vituperanda immoralità politica (banditi, delinquenti, malfattori, canaglie, ladroni, farabutti, criminali) ti sia saltato in mente proprio di vagliare un maiali; oh sì, buffo assai, non trovi? che, quando, al principio dell'autunno passato, tu, avendomi adescato per un (primo ed unico) appuntamento per un tè in centro con la scusa di darmi una mano "da amico disinteressato" in quel frangente di mia fragilità psico emotiva, desti seguito alla tua proclamata intenzione mettendomela senza parere su una coscia e tenendola lì un pezzetto, io ti abbia apostrofato in cuor mio con l'esatto preciso identico e perfetto termine...

sabato 15 giugno 2013

Sabato, domenica e venerdì

Sabato

Mentre medito amaramente sui sei-sette tubini taglia 44, compreso quello sghicissimo nero delle foto dell'anno scorso sulla scalinata del Visconti, che ho dovuto accantonare perché mi fanno le sembianze di un insaccato (maledetta pillola, l'avevo detto io che mi faceva 'sto scherzo, avrò messo almeno quattro chili, e mo' per perderli so' cavoli amari!!!) ed eroicamente sopporto il primo giorno di dieta fai-da-te che consiste nel digiunare senza se e senza ma, sento un ronzio da qualche parte e m'accorgo che no, non è la lavatrice, è un elicottero che vigila dall'alto sul Gay Pride. In merito al quale mi viene in mente l'ultimo mio pensiero di donna della strada (intesa nell'accezione di genere femminile di "uomo della strada": uh, che gabbie semantiche queste espressioni stereotipate) sul mio nuovo sindaco, aspramente criticato per non aver presenziato. Soprattutto da Aldo Busi, che si è spinto ad affermare che "allora tanto valeva tenersi Alemanno" perché Marino si sarebbe permesso di dire "resto in famiglia", enunciato di gravissima gravità per la pretesa sottesa infamità che lancerebbe contro i gay contrapponendo "la famiglia" di stampo patriarcale, rassicurante, perbenista, cattofondamentalista, difesa ad oltranza dai family day, agli omosessuali stigmatizzati come nemici della medesima e portatori di istanze che ne minacciano la tenuta nella società. Ora, io lo so che Busi è amante della trasgressione e dello scandalo, che gode a spararle grosse per il gusto di ascoltare la sua voce e adora per raffinatissimo snobismo far parte dello showbiz più trash e cheap al punto di partecipare all'Isola dei Famosi, ma a tutto c'è un limite, persino ai paradossi busiani librati in eccitante precario equilibrio tra il genio e l'idiozia. Il fedifrago sta davvero in famiglia, fuori Roma, come peraltro aveva già dichiarato di voler fare per un paio di giorni dopo l'elezione (visto che poi i due giorni coincidevano pure col sabato e la domenica), per ripigliare fiato prima di cimentarsi nella composizione della Giunta, dunque l'espressione "resto in famiglia" null'altro significa che quello che esprime pianamente, e vorrei vedere pure che Marino l'avesse intesa caricare d'altri significati in un voltafaccia subitaneo e completo a un giorno solo dalle elezioni, fregandosi le mani sardonico manco fosse Dottor Jeckyll e Mr Hyde o la Strega di Hansel e Gretel o Cattivik (eccheccazzo d'omo sarebbe, il Genio del Male? E allora adesso che dobbiamo aspettarci, i raduni nazi anche noi a Fori Imperiali? Ecco perché voleva pedonalizzarli, il malvagio!!!). Inoltre al Gay Pride ha presenziato in nome del Campidoglio l'appena eletto Luigi Nieri di SeL, già amministratore regionale, persona stimatissima che chiunque abbia un minimo di cognizione della politica romana conosce e rispetta; e Imma Battaglia, che del Gay Pride è stata più volte organizzatrice, si è candidata per il Consiglio comunale pure lei nelle fila di SeL, dunque correndo per Marino (che non credo non ne sapesse nulla...), risultando, in prima battuta, la prima dei non eletti, e poi ottenendo un seggio in Campidoglio per la proclamata non eleggibilità del suo compagno di partito Andrea "Tarzan" Alzetta, il famosissimo paladino delle lotte per la casa. Dire che tanto valeva tenersi Alemanno è una bestialità, non solo in assoluto, ma anche, dunque, nello specifico. Perché, cos'è più importante, una comparsata propagandistica ad una manifestazione o i fatti? Ecco, giudichiamo i fatti: quelli sin qui avvenuti - le intolleranze, gli episodi di violenza, l'accresciuta insicurezza e il moltiplicarsi degli ostacoli ad una normale e civile vita quotidiana per i gay in questi ultimi cinque anni, che non potevano certo esser cancellati e nemmeno bilanciati da un'affacciata del sindaco strabico fascista in un paio di occasioni al Gay Village, e quelli che verranno, se verranno, come verranno. Solo allora si potrà a buon diritto decidere chi è meglio di chi, e se l'uno vale l'altro. E dopo questo pretendo pane per la mia fame di "ordinaria amministrazione" nel senso migliore del termine; il che, tradotto, significa la speranza di non dover mai più interessarmi di Marino per almeno i prossimi tre mesi...

Domenica

Non pervenuta (spero).


Venerdì

Dopo appena (sic!) due mesi, l'ex amica di cui parla questo post si è accorta che l'ho cancellata da FaceBook, e ha cominciato a bombardarmi: prima una mail, poi un messaggio privato, poi un SMS di cui  conosco solo l'incipit: "oggi passo da Roma, vorrei vederti" (e rivendico il diritto di esser vigliacca e di aver cancellato tutto, mail, messaggio privato ed SMS, senza rispondere e senza leggere niente di quello che contenevano. Tanto cosa avrei potuto replicare? Un bel tacer non fu mai scritto, dice il proverbio, e io approvo e mi adeguo.)
Non faccio in tempo a respingere l'assalto che ne inizia un altro: SMS della mia ex terapeuta che mi chiede come sto, se mi sono ripresa dalla morte di mio padre, che mi pensa sempre, che mi vuole bene etcetcetc. Io, arrancante a ostinato passo di marcia su per Via Bissolati, ripetendomi "undué, undué" per mantenere la cadenza che spero giovi all'erosione del percepitissimo sfregamento del sommo del mio interno cosce, leggo basita. Poi a casa mi faccio coraggio e a questa, sì, a questa rispondo. Undici anni di confidenze, dopotutto, meritano almeno l'onore delle armi. Lei mi ri-risponde. Io rispondo salutando per tagliare. Lei ri-ri-risponde, e io smetto di leggere, abbattuta.
Queste due tizie sono tutte e due psicologhe, e tutte e due invaghite di me. Vado forte con la categoria, wow.
E allora mentalmente rivolgo una prece al mio maestro jedi, il mio Vincent Price dai luciferini occhi cerulei (quando gliel'ho detto, un paio di sedute fa, che non riesco a guardarlo in faccia perché mi mette in soggezione, con quegli occhi da Vincent Price, mi ha risposto saltandomi quasi addosso: perché, cos'hai contro Vincent Price?): Edo, ma perché devono corteggiarmi solo donne psicologhe? Visto che vado forte coi terapeuti, e visto che ora sei tu il mio terapeuta, non si potrebbe, per la proprietà transitiva, avere un messaggino amoroso da te? No? Che ti costa?
Per ora nessun segno di riscontro, azz.



martedì 4 giugno 2013

Serendipity

Da wiki: 
Il termine serendipità è un neologismo indicante la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra.
A me capitano di continuo esperienze di serendipità, ovviamente. Me ne nutro, sono il mio pane quotidiano. Il mio cervello sfrenato galoppa in permanenza, sgroppa, si impenna, non si acquieta mai.
C'entra molto con la serendipità la mia tendenza a connettere in unico sentire cose tra loro lontanissime, come la filosofia e le canzonette. Non esistono scissioni nella mia cosmologia personale: alto e basso, sacro e profano, bellezza e bruttezza sono sfaccettature di un unico poliedro.
Il defunto casumano mi disse, un pomeriggio: "tu sei come un prisma che è stato forgiato al buio e poi, d'un tratto, viene esposto alla luce, ed ecco che subito mentre quella gli passa attraverso la scinde e rifrange in tutti i colori dell'arcobaleno, creando un'insolita affascinante fantasmagoria nuova di zecca. Questo effetto tu fai alle persone. Perché, ricordati: la luce viene da fuori, ma la forma è la tua".
Poetico e lusinghiero, quel giudizio mi intenerì non poco. Mi sembrava calzarmi bene addosso, espresso con fondamento, e pertanto mi spinse a perseverare nell'erronea convinzione che tra noi ci fossero una sintonia e un affetto profondi. Col senno di poi quell'apostrofarmi retorico ha svelato il suo retrogusto di stantio e di falso, ma all'epoca mi parve il segno che ero stata riconosciuta. E se pure non c'era autenticità e reale trasporto nell'anima di chi l'aveva espresso, c'era la verità della commozione che aveva in me suscitato a legittimarlo fino ad oggi.
Questa, insomma, è una qualità di cui mi è piaciuto gloriarmi a lungo.

Fino a che la settimana scorsa il mio maestro jedi non ha tirato in ballo la resilienza come dote indispensabile per vivere pienamente e positivamente, di cui, a sentir lui, io sarei provvista.

Sempre da wiki:
Resilienza [dal lat. resiliens, genit. resilientis, part. pres. di resilire "saltare indietro, rimbalzare"] è un termine che può assumere diversi significati a seconda del contesto:
in ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a forze impulsive (ovvero, la capacità di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi).
in informatica, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d'uso e di resistere all'usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati. I contesti di riferimento sono quelli relativi alla business continuity e al disaster recovery. Sinonimi di resilienza sono: elasticità, mobilità. È definibile anche come una somma di abilità, capacità di adattamento attivo e flessibilità necessaria per adottare nuovi comportamenti una volta che si è appurato che i precedenti non funzionano.
in ecologia e biologia la resilienza è la capacità di un ecosistema, inclusi quelli umani come le città, o di un organismo di ripristinare l'omeostasi, ovvero la condizione di equilibrio del sistema, a seguito di un intervento esterno (come quello dell'uomo) che può provocare un deficit ecologico, ovvero l'erosione della consistenza di risorse che il sistema è in grado di produrre rispetto alla capacità di carico.
in psicologia, la resilienza viene vista come la capacità dell'uomo di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente.

A conti fatti, oggi preferisco la mia resilienza alla mia serendipità.

venerdì 12 aprile 2013

L'anno che verrà

Cara amica ti scrivo così mi distraggo un po', e siccome sei anni luce lontana più forte ti scriverò.

Scrivo a te in qualità di emblema della nutrita schiera di persone che mi hanno scocciata prima virtualmente, poi nel mondo reale, per assaggiarmi, gustarmi, divertirsi un po' con me e poi accantonarmi, senza scrupoli o rimpianti, come un pezzetto di torta che non entra più in una pancia satolla o un giocherello di cui si è stufi e allora si lascia per uno nuovo.

Ce n'è parecchia, nel non luogo feisbucchiano, di gente così. E' inutile che continui a negare l'evidenza: l'ho toccato con mano, senza possibilità di fraintendimento, constatando le reazioni, anzi, le non-reazioni del novantanove virgola novantanove per cento dei miei contatti di fronte all'evento concreto che mi ha colpita. Però tu ti ergi al di sopra di quella massa per molti motivi:
1), la calda simpatia che m'hai dimostrato.
2), la tua apparente originalità e vivacità intellettuale.
3), la tua cultura. E la mia innata debolezza per essa.
4), la stima che all'inizio m'hai suscitata anche in virtù della tua età e della tua professione.
5), la profondità delle confidenze che ci siamo scambiate e la frequenza dei nostri incontri "dal vivo": tu facendomi un fischio ed io correndo ad accoglierti ogni volta che passando per Roma scendevi da un treno e a salutarti ogni volta che vi risalivi, servendoti da chaperon per tutti gli angoli della città tu manifestassi desiderio di visitare, talvolta anche includendo nella mia disponibilità la scorta e guida a tuoi amici e compagni di viaggio, tra consumazione di permessi o giorni di ferie dal lavoro, declino di altri impegni, sottrazione di spazi al mio privato, tanto che, in fondo, avrei potuto attribuire valore al nostro rapporto solo in virtù di questo mio affaccendarmici intorno: com'è che dice de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe? "È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
6), l'insieme di tutte queste cose.
Perciò tu svetti esemplare e preminente su tutti gli altri più anonimi e scialbi "contatti".

Ti scrivo per salutarti, perché io e te non ci vedremo più. Hai cominciato a mollarmi, in modo inversamente proporzionale al mio lasciarmi andare, proprio mentre io invece cominciavo a fidarmi che noi due avessimo davvero qualcosa a che spartire: forse una comune sensibilità, un'eccentricità lieve e innocua che lasciava scie profumate del nostro passaggio, un simile e singolare sguardo sulla vita, e un'invincibile giovinezza del cuore riflessa sui nostri volti sorridenti, al di là e malgrado i nostri dolori, le nostre amarezze e disillusioni. Invece no, erano fantasie: proiezioni su cui avevo investito per darti rilevanza nella mia testa. E dire che ce ne avevo pure messo del bello e del buono per persuadermene.

Perché, amica cara, ti confesso che, quando mi hai proposto per la prima volta di incontrarci dopo poche settimane in cui avevamo scambiato sì e no dieci commenti pseudo spiritosi sulle bacheche di contatti comuni, io ho accettato per acquiescenza, per imperizia nel sottrarmi. Il mio masochismo non mi fa mai declinare un invito che non mi attira e non mi convince.

Tu mi avrai presunta una disinvolta, innocua buffa picchiatella bramosa di novità, una finta svagata (parte in commedia a cui tu stessa ti applichi con tale dedizione ed accuratezza da far supporre quanto apprezzi vederla recitata anche dagli altri) insoddisfatta e curiosa; quando invece io sono molto più basica e sostanziale di quanto voglia dar ad intendere. Cristo, tu ti reputi chissà quanto interessante, ma la verità è che sei un'estranea, quattro parole di pixel su un network, ed hai un passato, un'esistenza e, già sospettavo dal principio, anche opinioni e gusti alquanto distanti dai miei: pur con tutte le moine di sofisticata e discreta incantatrice che tu poni in essere quando ti approcci, che gusto potevi pretendere io avessi nel vederti? A parti invertite, se avessi aspettato che ti agganciassi io, campa cavallo!
(Mah. In realtà sarebbe potuto accadere anche il contrario: che mi scappasse di bocca un improvvido "quando passi per Roma avvisami, ci prendiamo insieme un caffè!" senza che quasi me ne rendessi conto... Quando mi pigliano certi impulsi, certi fugaci momenti di entusiasmo, divento incapace di tener a freno la lingua. Mi è così ostico sentirmi in sintonia con un essere umano che quando ne capto un'eco anche lontana, un miraggio, un abbaglio, non resisto, la gratitudine mi piglia la mano al punto di farmi prostrare servilmente dinanzi a colui che me l'ha ispirata; e teniamo pure conto della mia smodata inclinazione ad ingraziarmi la gente, a corteggiarla, flirtarci vezzosamente, compresa quella di cui mi frega poco o niente, persino quella che non mi piace, per il mio bisogno patologico di essere vista e benvoluta, per cui ogni lasciata è persa, ogni sguardo stornato dopo essermisi posato addosso diventa una lacerazione nel mio essere, una disfatta... Una volta glielo dissi al casumano che ero come un cane randagio, che te lo compri già se non lo pigli a calci e con un tozzo di pane)

E' che io non sono stata chiara e aperta con te. Ti ho fatto credere che mi importasse di vederti, che ci tenessi.
Non era vero.

Non lo sono quasi mai, chiara e aperta, con gli altri. Mi costa troppa energia psichica, mi esaurisce, e prima ancora mi atterrisce. Tranne gli isolati casi in mi disinibisco - quando sono proprio disperata, o fuori controllo per la rabbia - in circostanze ordinarie devo sentire proprio molta molta confidenza con qualcuno, oppure un eccezionale trasporto nei suoi confronti, per assumere il rischio mortale di svelarmi. Che significa anche, semplicemente, concedermi il diritto di rispondere con schiettezza e sincerità "sì" o "no" a domande del tipo "sei stanca, vuoi che ci fermiamo? Giriamo da quella parte? Entriamo in quel bar lì? Hai ancora fame? Facciamo quattro passi? Stai comoda su questa panchina? Preferisci quell'altra, così il sole non ti viene in faccia?": quesiti che abbraccino uno spettro di possibilità di molto preliminare al ben più impegnativo "passo per Roma, ti va di vederci?" e che giunga poi fin lì e oltre. E di norma, anche quando interagisco con qualcuno nelle eccezionali condizioni descritte a inizio paragrafo - la confidenza o il trasporto - non può apprezzarsi comunque nel mio comportamento una percettibile differenza: perché in casi tanto fausti e rari la mia adesione acritica e aprioristica ai voleri altrui non è più forzata, anzi, diventa fonte della mia gioia; e poiché in quel frangente mente e cuore sbrigliati oltrepassano, volandoci sopra, l'intoppo della penosa ambivalenza che sempre pesa sulle mie relazioni interpersonali, sicché con uno così mi vedrei sempre volentieri, non si porrebbe proprio il problema di rifiutare un suo invito, anzi, in talune circostanze potrei persino spingermi a sollecitarlo io.

Tu invece rientri nella tipologia comune, e mi sono prestata ad assecondarti per mera acquiescenza, perché mi era più sopportabile il disagio di passare qualche ora in tua compagnia che quello di dirti apertamente che non avevo voglia o tempo, anche solo una volta; perché era più auspicabile tollerare il tribolo di perdere un pomeriggio appresso a te che paventare il timore che tu, ad un mio "stavolta non posso, scusami", smettessi tout court di cercarmi nelle tue peregrinazioni su e giù per la penisola, ed io venissi esclusa anche da quella minima tangenzialità nella tua vita. Perché, ora che eri venuta ad importunarmi, se avessi smesso per me sarebbe stato un fallimento.

Non aveva importanza che non fossi contenta senza se e senza ma di stare con te, che vivessi l'aspettativa delle ore da passare insieme con una bella dose di ambiguità, che ne cavassi sia parti di diletto che di fastidio, perlopiù in misura scompensata a vantaggio delle seconde. C'era sempre quella nota stonata che non mi quadrava, sul perché tu mi chiamassi quando passavi per Termini ma poi in realtà non cercassi la mia vicinanza al di fuori di quelle occasioni. Erano tante le cose che tu mi dicevi, o che era evidente ti aspettassi da me, che non mi piacevano, ma che rilievo può avere per una che è stata abituata ad accontentarsi di quello che passa il convento, a non fare storie, a reprimere i suoi moti di piacere e di malessere fino al punto di confonderli, non saperli più distinguere? Assecondare è il mio mestiere, e io diligentemente ti assecondavo, traendo proprio dal mio senso di disagio il mio profitto e la mia soddisfazione, la sicurezza di star facendo la brava bambina, di svolgere correttamente il servizio socialmente utile di far contente le persone che mi compete, come mi hanno inculcato da sempre, come mi hanno educato giorno dopo giorno da quello della mia nascita tramite il messaggio subliminale, iscritto nei gesti, pur dissimili tra loro, di mia nonna e mia madre e mio padre, che nel loro modo di tenermi, toccarmi, cambiarmi, lavarmi, allattarmi, costantemente ripeteva: tu sei al mondo per servire di supporto agli altri, non hai diritto ad un'esistenza indipendentemente da questo, non puoi pretendere di avere soddisfazione ai tuoi desideri, né di essere amata, a prescindere. Se vuoi affetto, considerazione, cure che ti assicurino la sopravvivenza, te li devi guadagnare: perciò forza, bambina, bocca chiusa e pedalare, altrimenti  sarai gettata via come qualsiasi altro oggetto inservibile.

E' questa la mia parte buia, malsana: quella che attira frotte di psicopatici che mi nasano come un cane il tartufo più pregiato.
Quel centro di comando che colonizza la mia mente e controlla dall'alto ogni mia azione e reazione.  Registrando ogni dettaglio con una lucidità disumana che è anteriore e superiore ad ogni mio slancio,  sensazione, sentimento.
Quella metavisione di cui parla il mio maestro jedi, una sorta di devastante e spietata registrazione in ultra consapevolezza di me stessa e di tutto ciò che mi circonda, un controllo a tappeto totale, un'impossibilità di abbandonarmi mai del tutto che da bambina mi è stata probabilmente indispensabile strumento di difesa ma che ora mi condiziona pesantemente la vita, anzi, me l'avvelena, impedendomi - se non appunto in casi estremi, e anche lì a un prezzo spropositato - di godermela, e anche nelle più sporadiche e felici circostanze costringendomi ad una perenne identificazione: un'assimilazione che è una sorta di cannibalismo irrefrenabile dove cose e persone esistono solo se le incorporo per poi ripartorirle, rimettendole al mondo, attraverso il canale uterino delle mie emozioni.

Capisco sia difficile star dietro al funzionamento contorto del mio cervello, eh. Non ti biasimo, se non hai voluto o potuto capire. Soprattutto una come te, le cui intenzioni erano invece trasparenti sin dall'inizio: divertirti in mia compagnia, giocare spensierata, e basta. Senza serietà, senza inutili moralismi, senza reale contatto, senza investimento di sentimenti. Per il tuo narcisismo (ancora quello, sempre quello!). Per quella tua pigrizia morale, la stessa che ti ispira prudenza nell'esprimere le tue opinioni politiche, ad esempio, e che ti fa barcamenare nelle discussioni dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Per quella tua ostentata tepidezza spirituale che non ti fa affezionare a nessuna causa e ti evita di metterti in gioco. Per quella tua indulgenza all'egocentrismo che occulta la disperazione velata dietro la tua superficiale leggerezza, nello sfoggio di un'indolente (manco così tanto sagace ed elegante come credi) ironia che marca con ostentazione manieristica il tuo distacco dalle passioni autentiche, col simulacro delle quali però ti piace immensamente trastullarti, eroina delle tue fantasie di fiaba assolute e totalizzanti alla tua augusta età. Per non vedere, ovviamente, la paura, lo smarrimento, lo sconcerto, il dolore che ti renderebbero persona, valida, concreta, restituendoti a te stessa, e con cui invece eviti il più possibile di fare i conti, anzi, di percepirli proprio, anche per sbaglio, di sguincio, da lontano.
Io invece li sentivo, il tuo dolore e la tua paura. Sentivo che stare con me ti distraeva. Che la mia ostinata energia vitale, il mio sfrenato entusiasmo, il mio ottimismo ottuso incurante di tutto ti ricaricavano le batterie, consentendoti il riassestamento di quel bel tuo sorriso seducente, enigmatico e beffardo, costantemente in pericolo, impedendo il minacciato cedimento di quell'impalcatura fittizia su cui si regge il tuo finto disincanto della vita.
Per questo, sotto l'ambiguità, la falsità e la malsanità delle mie paranoie, è emerso quasi subito per te, dono gratuito e bello e integro e luccicante come un pacco sotto l'albero di Natale di un bambino, il moto della parte buona e genuina del mio cuore: tenerezza per quel topino arruffato e sofferente che sei, saltimbanco in precario equilibrio tra i lustrini dei tuoi lazzi e frizzi e l'aggraziato cinismo di donna di mondo che al mondo sa stare (ma dove: manco per niente, amica mia). Umana comprensione, calore, affetto.
Siccome tu non ti volevi bene, te ne ho voluto io.
Fingendo di credere a come me la raccontavi, ma intuendo la verità intrinseca. E sapendo che tu sapevi.
Non infrangendo per questo mai, da donna d'onore, la regola non scritta del silenzio, dell'elusione.
Esercitando, io sempre così sfacciata e indiscreta, la forma più suprema di discrezione.
Come sempre.
Ma essendoci ogni volta, per te. Accorrendo ai tuoi richiami, rispondendo ai tuoi messaggi spiritosi e sognanti, ascoltando le tue sciocche frivolezze di ragazzina fuori tempo massimo, offrendoti la mia complicità per ricompattare le continue crepe di questo tuo castello in aria di illusioni.

E così siamo andate avanti per un pezzo, con te che ricevevi e per ricambiare mi gratificavi, con un tono tenero e ironico, di sentenze che erano insieme amabili ed offensive, sempre sospese tra il serio e il faceto, nell'indistinto, nella non chiarezza, non linearità. Era un gioco, un gioco gentile, beffardo e un po' impietoso, anche quello.
Per me invece, da un certo punto in poi, è stata realtà. Nell'allora mia assoluta ingenuità sono fatta influenzare dalla tua necessità di vedermi svolazzare come una falena sventata per riscaldarti la mente e il cuore con la mia immagine così viva, così movimentata. Ed è anche a causa tua che mi sono bruciata. La mia imprudenza emotiva non è nata dall'acquiescenza: lì ero andata oltre, rimbambita, rintronata dalle tue belle parole che mi schiudevano rosei scenari, spingendomi ad assecondare a capofitto la lusinga di poter recuperare scampoli della mia mancata adolescenza illudendomi poi, oltretutto, di non doverne pagare il prezzo.
Tutto per corroborare le tue, di illusioni. Per sostentare la tua ricerca di estasi decadenti.
Perché tu sapevi di non poterci credere. Per questo ti beavi del fatto che ci credessi io.
E non ti sei preoccupata di cosa mi sarebbe successo al risveglio.

Quando il palloncino si è bucato e io sono precipitata rompendomi la testa tu dapprima hai creduto che fosse una cosa momentanea: che avrei fatto un po' di storie e poi mi sarei di nuovo rialleata con te per una nuova avventura. In parte forse davvero non avevi capito la profondità e l'impegno con cui mi espongo, quando mi espongo. In parte forse speravi di recuperare la tua bambola da rivestire di un nuovo abito di gala, a cui far dire di nuovo sproloqui romantici, di cui veder di nuovo le gote rosse e gli occhi sognanti.
Così non è stato. Hai assistito al mio ripiegamento, al mio svilimento psichico. Al mio scivolare progressivo dentro il pozzo nero della depressione.
E tu, che avresti avuto anche gli strumenti per aiutarmi, hai invece deciso di girare la testa.
Hai cominciato ad allontanarti da me lì, proprio quando avrei avuto bisogno di te, come amica e come amica che poteva darmi una mano. Ero diventata cupa, avevo perso la porporina, non ti divertivo più.
Ti sei fatta un altro giro di spensierati disperati quanto e più di te, e pian piano, con discrezione, mi hai mollata.

Me ne sono accorta definitivamente solo nell'ultimo frangente, quello estremo, della morte di mio padre.
Da quando l'hai saputo, gratificandomi di un commentino imbarazzato e autoassolutorio sulla mia bacheca di FB, sono passati dieci giorni. Nei quali tu non mi telefonato, non hai mandato un messaggio, una mail, un sms.

Così da oggi tu non sei più mia amica. Ho cancellato il tuo contatto. Ti ho rimosso.
Dal mio cuore, invece, non devo rimuoverti. Per tua espressa volontà hai fatto in modo di non significare nulla, per me.
Mi scorderò presto di te, e sarà come se tu non fossi mai esistita. Non lascerai tracce, dentro di me.

Oggi ho un motivo in più per sentire pena per te. Che per fortuna mia svanirà quando ti avrò dimenticata.

Tu sei ferma nel tuo castello, prigioniera del tuo incantesimo falso. Io sono in cammino, ti ho oltrepassata, già non ti vedo più.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando: è questa la novità.


domenica 7 aprile 2013

Pane e tulipani


"Marì. Siamo qui per abitudine. Probabilmente se avessimo saputo prima manco ci saremmo iscritte. Abbiamo perso tempo e tante altre cose belle che avremmo potuto fare nella vita nel tentativo (inutile peraltro) di riempire i nostri vuoti e rendere meno dolorose le nostre défaillance. Io per me butterei tutto, eccezion fatta il mio piccolo manipolo di "eletti" con i quali ci si intende senza manco parlarsi e che mai avrei potuto conoscere senza Fb.
Per il resto, ci sono momenti in cui per motivi oggettivi tutte le vacche ci sembran nere e tutto ci appare più pesante di quello che è. Questa sensazione si attenuerà con il tempo anzi, dinanzi alle difficoltà ed ai dolori - quelli veri - della vita, inevitabilmente ci trasformiamo pure noi il nostro modo di vedere le cose cambia.
Come donne siamo state educate a pensare all'amore come forza rigeneratrice in grado di cambiare situazioni e persone. Nulla è più sbagliato secondo me perché non esiste niente così capace di trasformarci quanto la sofferenza. E quando lo "stampo" è buono questo cambiamento si traduce in saggezza e in bellezza d'animo: in qualità, in poche parole."

Pensieri cari, belli e giusti donatimi ieri su FaceBook da La dolce eutirossina

giovedì 21 febbraio 2013

Alla fiera dell'est

Conosceva Ics da più di un anno; ma mise un dito a mollo nell'acqua del mare prospiciente la sua casa virtuale solo un giorno afoso e assolato dell'estate seguente, quando, per fedeltà al sodalizio di tipo quasi cavalleresco instaurato con Alfa, che l'aveva approcciata espletando la pratica una settimana prima, Ics le chiese il contatto su FaceBook. 
Lei, neofita dei rapporti telematici, ed ingenua ed entusiasta com'era allora, fu orgogliosa e fin commossa della doppia circostanza: glielo scrisse pure ad Alfa, che si sentiva come se le avesse chiesto l'amicizia Jane Austen, la sua scrittrice preferita.
Oltre a loro, ella "conobbe" virtualmente in quel periodo un congruo e variegato manipolo di individui, maschi e femmine in pari misura: tra i quali A, con cui non ebbe occasione di interagire ma che notò spesso saltabeccare rilucente di immaginari lustrini colorati su varie bacheche da ambedue frequentate fino alla sua improvvisa ed inspiegabile sparizione, ed Ypsilon, in apparenza cornucopia di disimpegno e leggerezza, alla resa dei conti invece la testa più pensante e più lucida; tutti più o meno riconducibili ad Alfa, di cui non tardò a scoprire la vena psicotica a partire dal momento in cui allacciarono un rapporto epistolare intenso e alquanto discontinuo poiché interamente dipendente dall'umore instabile di Alfa, che ad un dato segno esplose in un fuoco d'artificio di follia, lasciandola alquanto frastornata.
(Non le fu lasciato neanche l'agio di rifiatare che, tempo tre giorni, tramite l'incolpevole Ypsilon, già le si era infilato in casa - sempre ovviamente quella virtuale -, e le scorrazzava avanti e indietro, annusandole con la più ampia libertà a proprio piacimento muri e pavimenti, Omega.)
Nel frattempo i mesi passavano, il suo giro di "amicizie" sul web si ampliava, arricchendosi di rapporti sorti in rete o recuperati dalla realtà, con la prima opzione a surclassare la seconda in ragione di 10 a 1.
Tra la manciata di appartenenti alla seconda opzione si era annoverato subito D, suo caldo affetto della prima giovinezza che, trascorso il periodo di vicinanza e frequentazione in cui erano stati come fratelli, lei non aveva più visto né sentito da una buona ventina d'anni; mentre sul versante opposto si registrò ad un certo punto tra gli altri l'arruolamento volontario di E, indirettamente in relazione con A (che nel frattempo aveva fatto la sua ricomparsa ma là stava, in una zona grigia nella quale continuavano ad ignorarsi reciprocamente), ma in più stretto legame con I, tanto da indurre I a chiederle il contatto quasi per proprietà transitiva. I ed E ad un certo punto ruppero i rapporti, senza troppo clamore (lei se ne accorse lo stesso da una serie di piccoli dettagli), ma continuarono reciprocamente e singolarmente a bazzicarla.
(Sarebbe poi avvenuta la prima di varie clamorose agnizioni quando, molto tempo dopo, I avrebbe scoperto per caso, tramite un paio di foto e un commento su FB, l'antica amicizia che legava lei a D, di I stretta conoscenza nella realtà attuale.) 
Passò altro tempo e, tra alti e bassi, la cerchia di contatti di lei si ramificò, e al contempo si ampliò in spirali sempre più estese proprio come le vertigini nella sua testolina smarrita - smarrita, sì, ma non tanto da non saper rintuzzare gli attacchi fuori controllo di Alfa e di un paio della sua gente, tra cui Ics, che ad un certo punto, dopo una lite tanto furibonda quanto immotivata, le tolse il contatto.
Lei comunque aveva ormai cambiato giro e aveva altro a cui pensare: principalmente ai casi di Omega, che oltretutto, ufficialmente per alti e nobili motivi, in realtà per sue infime ragioni personali, vedeva Alfa, Ics e tutta la loro compagnia come fumo agli occhi, radice e origine di ogni male del mondo, anzi, vessilliferi del Male assoluto. Tal ché, come spesso accade in questo paesello telematico, lei, che già aveva abbandonato al suo destino la fazione di Alfa ai tempi del suo sbrocco primigenio, sposò col solito entusiasmo la causa del partito di Omega e della sua angusta cerchia di commilitoni (le ci volle del bello e del buono, e che le cadessero molte fette di prosciutto dagli occhi, per comprendere che Omega e Alfa, così apparentemente antitetici, erano identici, le due facce di una stessa medaglia di latta circolante su internet in palate su palate di esemplari).
Un bel giorno, captando quasi impercettibilmente alcuni segnali, con tono spensierato e innocente chiese ad Omega notizie di A. Aveva rinvenuto vestigia di alcuni strani, minimi ma incontrovertibili, nessi tra i due, incomprensibili tra membri di eserciti avversari. 
Omega la guardò (per una volta non era un incontro virtuale, stavano passeggiando fianco a fianco) con occhi stralunati.
Lì cominciarono a staccarsi le prime fette.
Tuttavia Omega fece anche cose buone: ad esempio, presentarle O, Gamma ed U, persone belle ed interessanti collegate ad altre persone altrettanto belle ed interessanti, che l'aiutarono tanto.
Altro giro, altra corsa. Volarono le settimane, volarono i mesi, accaddero cose piacevoli ed altre molto, molto, molto meno piacevoli, ancorché non concrete.
(Frattanto lei, vedendo A ed E ormai inseparabili, profittò della circostanza per chiedere ed ottenere l'amicizia di A: ne sentiva un gran bisogno, per fare una scelta di campo che giovasse alla sua pace interiore.)
Comunque, tra le cose piacevoli lei ebbe a registrare il felice incontro, nella casa feisbucchiana di I, con cui aveva, anche grazie alla carrambata di D, notevolmente intensificato i rapporti, con Dabliù, personaggio simpaticissimo e arguto, che grazie ai suoi argomenti misurati, la serenità ostentata, una sorta di arcaica saggezza e la vena sardonica che emergeva dai suoi commenti tra abbondanti strati di buon senso, umanità e gentilezza d'animo, contribuì a distoglierla dalle sue moleste ossessioni psichiche e mentali, a ridimensionare i suoi problemi immaginari, a restituirle il sorriso e a riportarla coi piedi per terra anche se si incontravano sempre nello spazio dell'irrealtà, ora qui, ora là, in varie bacheche di "amici" virtuali.
Un giorno U, ad uno scambio di chiacchiere tra lei e Dabliù nel suo proprio non luogo, sbottò: "no, adesso voi due dovete dirmi come fate a conoscervi!"
Dabliù ed U erano amici nella realtà. Un altro incrocio clamoroso e inaspettato. Il terzo di una qualche rilevanza.

E insomma.

Per chiudere la storia, una bella e fredda mattina di metà febbraio, Ics le richiese il contatto su FaceBook...


sabato 2 febbraio 2013

Paradise lost

Il mio ultimo capo, quello che ho preso a male parole nel sogno, è molto più aperto di mente e disinvolto di quello che avevo prima. Vorrei dire che è anche più intelligente. Sicuramente più intuitivo. Più sensibile, in certo modo. Senz'altro più capace di empatia, di rapidità e completezza di sguardo d'insieme, di comprensione immediata dei problemi e delle persone, di individuazione di possibili soluzioni e di composizione di divergenze. Sulla carta un cavallo di razza, molto più idoneo al ruolo del precedente.
Tra l'altro per me era un amico. Uno che conoscevo da più di vent'anni. Uno di cui sapevo a menadito punti di forza e criticità di carattere. Uno che ho accolto con entusiasmo e soddisfazione.
Ora ci riparlo, e ogni divergenza dovrebbe essere appianata. E invece percepisco sempre più nettamente, adesso ancora più di prima, la sua negatività, la mia diffidenza nei suoi confronti.
Non è un buon capo, affatto. Tutt'altro. Sta devastando l'ufficio. E quando se ne andrà ne sarò lieta.
Perché, mi sono chiesta? Perché un individuo superiore alla massa per molte qualità riesce a risultare, anziché una risorsa, un fardello indegno e persino pernicioso?
Perché quando vuoi ottenere una cosa - nella fattispecie, una posizione di comando - e sai che per ottenerla dovrai giocare sporco, e per la tua fragilità psichica ti acconci a farlo, ti sei avvelenato. Perché quando sei programmato per essere una brava persona e invece un giorno, all'inizio impercettibilmente, cominci a dirazzare, magari pensando in cuor tuo "che sarà mai?", non passa molto che diventi pessimo. Perché ogni nuovo compromesso, ogni tradimento alla tua essenza, ogni ulteriore atto di negazione della tua natura, ti corrode dentro in modo irreversibile. Perché quando cambi strada divergi completamente dal sentiero del bene. Perché quando passi al lato oscuro della forza diventi distruttivo, negativo. Arrivando a costituire una minaccia per te e per gli altri.
Il mio capo è marcio dentro. Un sepolcro imbiancato. Un infelice che sprofonda nel suo baratro ogni giorno di più, costretto com'è a non potersi più fermare, a dover pagare costantemente pegno, a dover compiere continui, infiniti sacrifici al nero altare su cui ha immolato la sua autenticità, e ora non può far altro che approfondire il danno, continuare a scendere in ogni nuovo atto malsano che compie, di ingiustizia, di parzialità, di vigliaccheria, di omissione, di prevaricazione, corollario e conseguenza dei precedenti, e in ogni nuova ipocrita scusa che deve accampare, in primis davanti a se stesso, per giustificarselo e giustificarlo agli occhi altrui.
Provo molta pena per lui. E al contempo me ne tengo alla larga più che posso. E rimpiango il mio capo di prima, di cui tutti, me in testa, eravamo insoddisfatti. Perché è molto meglio avere a che fare con un onesto e modesto mediocre che con uno che si è rimpicciolito per aver rinnegato i suoi talenti, la sua eccellenza, le sue potenzialità di essere migliore.

giovedì 31 gennaio 2013

Edward scissorhands

"... se tagli un ramo non torna a crescere: una ferita vegetale è definitiva e l'unica cosa che possiamo fare è coprirla. Per questo troviamo alberi con cavità, all'interno delle quali nascono funghi che alimentano il tronco. In questo senso, il nostro cuore si comporta come i vegetali. Se lo ferisci non cicatrizza, e la ferita resta aperta. Quello che potrebbe succedere è che nuove esperienze ricoprano di vita quella stessa ferita.
Non riesco a rassegnarmi alla morte di uno dei miei figli: sono passati molti anni, ma ne soffro ancora. Però ho una vita felice insieme a questo ricordo, anche se non esiste conforto. Ho avuto la forza di creare, accanto allo sconforto, altri amori, altre opere, altre soddisfazioni. E' possibile vivere insieme alle ferite."