Visualizzazione post con etichetta Eurythmics. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eurythmics. Mostra tutti i post

venerdì 18 aprile 2014

17 again


E' venerdì santo e tu stai di nuovo piangendo. Di venerdì santo.
E fattele du' domande, Cri. E traile, du' conclusioni.

Non sei più diciassettenne. Non lo sei più da trentatré anni (l'anni de Cristo, peraltro, guarda tu le coincidenze), per cui non lo eri nemmeno tre anni fa, quando hai aperto questo blog perché così ti sentivi, una diciassettenne Rosaspina appena risvegliata da un sonno fatato che aveva cristallizzato te e il tuo mondo a quell'età. Poi per fortuna il dolore ti ha riattivata, ti ha fatto crescere tutta d'un botto, come il fungo sbocconcellato da Alice, e lo smarrimento che ne è seguito si è aggravato per la velocità del processo, sicché per lungo tempo tu non solo hai sofferto per 1), la questione in sé, 2), per la questione madre di tutte le questioni che ti aveva riattivato dentro e 3), per il dolore di dover fare i conti con la questione in sé e con la questione madre, ma anche per l'accelerazione del tutto: per la tensione insostenibile dei tuoi arti che ingrandivano a vista d'occhio, dei tuoi nervi che si allungavano a dismisura, del tuo cuore che si sbrindellava per quello stiramento che sarebbe stato eccessivo da reggere persino per il capo dei Fantastici Quattro.
Eppure ce l'hai fatta. Hai superato un viaggio compiuto oltre la velocità della luce senza disintegrarti: anzi, ricompattandoti. Perciò non negare, tu non sei più né diciassettenne né quella che si credeva diciassettenne.
Quelle stanno tutte e due dentro di te come matrioske. Ma tu sei più grande, le comprendi in te, non ti esaurisci in loro.
Per questo, e solo per questo, può capitare che tu ti ci senta ancora, diciassettenne.
Ma passa.



Yea though we venture through
The Valley of the stars
You and all your jewelry
And my bleeding heart
Who couldn't be together
And who could not be apart

We should've jumped out
Of that airplane after all
Flying skyways overhead
It wasn't hard to fall
And I had so many crashes
That I couldn't feel
At all

And it feels like
I'm 17 Again
Feels like I'm 17

Times might break you
Godforsake you
Leave you burned and bruised
Innocence will teach you
What it feels like to be used
Thought that you'd done everything
You didn't have a clue

Looking from the outside in
Some things never change
Yeah yeah hey yeah hey yeah
Flying highwards seems like yesterday

All those fake celebrities
And all those viscious queens
All the stupid papers
And the stupid magazines

Sweet dreams are made of anything
That gets you in the sea

Yes
17, 17 Again

Sweet dreams are made of this
Who am I to disagree
I travel the world and the seven seas
Everybody's looking for something

Fade out


venerdì 20 settembre 2013

I save the world today

"Mi piace sviluppare la mia coscienza per capire perché sono vivo, cos'è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell’universo.

Ogni secondo di vita è un regalo sublime.

Mi piace invecchiare perché il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale."


Ecco, a mezzogiorno e mezza di quarantanove anni fa sono nata io. E dopo le grandi parole di Jodorowsky, che faccio come regalo a me stessa, ora passo al regalo per voi: la stessa canzone che stamani mi sono dedicata su FaceBook.
Su FaceBook, dove ho nascosto la mia data di nascita perché ho la nausea delle centinaia di messaggini d'auguri di prammatica che mi intasano la bacheca, inviati per riflesso pavloviano dietro l'input dell'annuncio "oggi è il compleanno di..., da gente a cui in realtà di me non frega un beneamato ombrello e di cui altrettanto non frega a me. Ma qui, con voi, è diverso.

L'anno scorso ho vissuto molto male questo giorno. E' stato uno dei compleanni peggiori della mia vita, pieno di sofferenza, di angoscia, di mancanza di senso. Ero caduta in una depressione che mi stava distruggendo - io che sono sempre stata iper ansiosa ed agitata, spesso anche isterica, ma mai oppressa da quell'immobilismo mortale, quella nube nera e ghiaccia che oscura i colori della vita e prosciuga l'entusiasmo di esistere. Ho lottato tanto per uscire da quella palude, e ce l'ho fatta. Grazie al mio impegno e a tanto aiuto di un piccolo gruppo di persone preziose. Del quale voi fate parte.

L'anno scorso, a fine giornata, mi sono asciugata le lacrime e mi sono detta: basta così, Cristina, questo compleanno grazie al cielo è passato, archivialo e punta tutto sul prossimo perché sia un giorno completamente diverso da questo.

Ce l'ho fatta.

Questo compleanno è autentico, concreto, sereno. Fatto di auguri di gente che davvero si ricorda di me perché ci tiene, e non perché gliel'ha ricordato un social. Fatto di telefonate, di abbracci veri, di messaggi spontanei. Niente più formalismi vuoti e stereotipati, solo verità.

Un compleanno indicibilmente più sereno e ricco di gioia. La gioia di chi ha avuto salva la vita.

E io l'ho salvata anche grazie a voi.

Perciò, siccome chi salva una vita salva il mondo, vi dedico la canzone di Annie che in questo momento più di tutte mi sta nel cuore. E' una canzone in bilico tra dolcezza e disincanto, come sempre, e soffusa di una ironia temperata di malinconia. Come dovrebbe essere il giusto punto di vista sulla vita. Ed è per questo che io la trovo tanto toccante, tanto essenziale, tanto bella.

Vi abbraccio idealmente tutti con quella. Grazie.



Monday finds you like a bomb
That's been left there ticking there too long
You're bleeding
Some days there's nothing left to learn
From the point of no return
You're leaving

Hey hey I saved the world today
Everybody's happy now
The bad things gone away
And everybody's happy now
The good thing's here to stay
Please let it stay

There's a million mouths to feed
And I've got everything i need
I'm breathing
And there's a hurting thing inside
But I've got everything to hide
I'm grieving

Hey hey I saved the world today
Everybody's happy now
The bad things gone away
And everybody's happy now
The good thing's here to stay
Please let it stay

Doo doo doo doo doo the good thing

Hey hey I saved the world today
Everybody's happy now
The bad things gone away
And everybody's happy now
The good thing's here to stay
Please let it stay


venerdì 28 giugno 2013

There must be an angel

Oooooh! Vedi, quello che ad una bambina quale per metà io ancora sono sembra una montagna invalicabile invece si rivela, all'atto pratico, una manciata di ghiaia che scagliata lontano subito non si vede più! Come mi sento bene, adesso! Grazie ad Aldo ed endi e Ambra e ad Alberto che mi ha dato la spinta finale, a Luz, a Utopia e Roberta su FB e al mio fratellone GAS che si è discretamente affacciato a supportare, ho fatto fuori senza sensi di colpa (per la mia tendenza a dubitare di me stessa e delle mie percezioni) una scorietta che da mesi mi tormentava come un sassetto nella scarpa, insomma, uno di quei piccoli fastidi che ti danno più noia di un dolore plateale. E siccome mi sento sollevata oltre ogni dire, e saltello giuliva come un coniglio di Pasqua, per ricompensarvi dell'aiuto prezioso che mi avete dato voglio raccontarvi quello che m'è successo giovedì scorso, otto giorni fa (quasi nove, in questo momento).
(Qualcuno ne è già stato messo a parte discretamente, in separata sede, per il mio pudore di una cosa tanto bella. Ma stanotte sono su di giri e non me la tengo, proprio)
Dunque, giovedì scorso finisco il post infarcito del guazzabuglio di Lacan Quasimodo ed Eurythmics ed esco nel tardo pomeriggio romano. Digiuno per dimagrire e depurarmi dal venerdì precedente, e i crampi allo stomaco sono diventati un sottofondo pulsante che scandisce le mie ore e mi ricorda che il mio corpo è vivo, e io con lui. Il caldo infernale della giornata adesso, alle sette e mezza, si sta tramutando in un tepore dolce, quasi gradevole.
Percorro Via Conte Verde ripensando alle parole della canzone intrecciate alle mie parole, e alla struggente pace che m'è scesa dentro nel cavarmi fuori quella sincerità di pensieri, e non appena arrivo a Piazza Vittorio all'improvviso qualcosa esplode dentro di me. Tutta la commozione di cui ero già gravida camminando si è andata progressivamente tramutando in tenerezza, quella tenerezza per me stessa e i miei simili che conosco bene per averla spesso provata. Solo che stavolta non finisce così, e il sentimento continua a mutare, ad evolversi, è come se mi si ingigantisse dentro, come un seme che crescendo ad un ritmo esponenziale  diventi subito una sequoia. E io, tirata in alto da quella chioma immensa che mi si erge nell'anima, il cui tronco si ancora al suolo, mi sento sollevare da terra, lieve come una nuvola, eppure traboccante di una felicità così assoluta e purissima che mi rende concreta, forte e salda al centro della scena.
E' una sorta di attacco di panico al contrario, che invece di annientarmi mi esalta, e annienta, invece, ogni mia paura, facendomi sentire bene come mai mi sono sentita, tranne (ma in maniera più approssimativa, persino quella meno netta e fulgida di questa di ora) quando ero innamorata. E allora mi spavento e d'istinto vorrei richiuderlo, questo cuore che mi si è spalancato, perché, mi domando turbata, mica sarò finalmente caduta nel transfert? E allora cerco di resistere, e nel frattempo sondo con cautela il pensiero di Edoardo, e mi rendo conto che sì, cazzarola, ne sono davvero innamorata, dei suoi occhi chiari, del suo sorriso buono, del suo abbraccio caldo, ma non più di quanto non lo sia, in questo istante, di quella donna lì alla bancarella delle borse, di quel ragazzo che fa jogging, di questa mandria di ragazzini caciaroni che mi sta passando accanto. Tutto e tutti sono trasfigurati, per me, in un unico oggetto d'amore grande quanto l'universo, e io sperimento dentro la carne l'espressione della poesia di Quasimodo, perché proprio quello mi sta accadendo, di esser trafitta da un raggio di sole. Sola sul cuore della terra, ma trafitta da un raggio di sole, ed è subito sera. E mi rendo conto che i due estremi della poesia sono essenziali per l'inverarsi della condizione di centro: che solo accettando la propria solitudine e la propria caducità si può provare l'ebbrezza della trafittura di un raggio di sole. E siccome io questo ho appena fatto, questo ora mi accade.
Con questa calma, infinita gioia che mi sospinge, senza fretta, nel frattempo mi ritrovo all'entrata del Colle Oppio, la più degna cornice che si possa concepire per questa estasi. Passo accanto alla Domus Aurea e nello scollinare il viale comincia a venirmi incontro il primo cerchio del Colosseo, immerso nella nebbia d'oro della luce del sole basso all'orizzonte. E' troppo, mi dico, questa è un'esperienza mistica, Domine non sum digna. Esulto come i salmisti dell'Antico Testamento, come nel Cantico dei Cantici c'è miele e latte sotto la mia lingua, i miei occhi sono colombe, nastro di porpora sono le mie labbra che stillano nettare, il mio collo è la torre di Davide, e miei germogli sono un paradiso di frutti squisiti, cipro e nardo e zafferano e cannella e cinnamòmo, fontana che irrora i giardini, pozzo d'acque vive.
Il tutto dura una mezz'ora scarsa, poi pian piano si attenua fino a sparire, e io torno dolcemente, gradatamente, sulla terraferma, rinvigorita. E mi dico che se anche trenta minuti così mi capitassero ogni dieci anni basterebbero e avanzerebbero per dare senso e motivo alla mia esistenza, all'esistenza di tutti.

"Nessuno in terra potrebbe sentirsi così
Sono riempita e invasa dalla gioia
Ci deve essere un angelo
che gioca con il mio cuore."
Si vede che è capitato pure agli Eurythmics...




No-one on earth could feel like this.
I'm thrown and overblown with bliss.
There must be an angel
Playing with my heart.
I walk into an empty room
And suddenly my heart goes "boom"!
It's an orchestra of angels
And they're playing with my heart.

(Must be talking to an angel)

No-one on earth could feel like this.
I'm thrown and overblown with bliss.
There must be an angel
Playing with my heart.
And when I think that I'm alone
It seems there's more of us at home.
It's a multitude of angels
And they're playing with my heart.

(Must be talking to an angel)

I must be hallucinating
Watching angels celebrating.
Could this be reactivating
All my senses dislocating?
This must be a strange deception
By celestial intervention.
Leavin' me the recollection
Of your heavenly connection.

I walk into an empty room
And suddenly my heart goes "boom"!
It's an orchestra of angels
And they're playing with my heart.

giovedì 20 giugno 2013

Miracle of love

"...l’insetto che percorre la superficie… può credere in ogni momento che sia una faccia che non ha ancora esplorato, quella che è il rovescio della faccia che sta percorrendo. L’insetto può credere a questo rovescio, benché di fatto non ci sia… Senza saperlo, esso esplora l’unica faccia che c’è, eppure, in ogni momento, c’è anche un rovescio.”
Leggo Lacan, o, per meglio dire, leggo un saggio su Lacan, oscuro e sconcertante psicoanalista e filosofo francese che mi attira da anni ma di cui solo oggi mi pare di riuscire a capire a tentoni qualcosa, e trovo questo insetto che passeggia sul nastro di Möbius, dove il diritto e il rovescio sono tutt'uno in quanto non esiste un solo punto in cui non si uniscano: l'affascinante immagine che Lacan sceglie per quantificare l'indeterminatezza dei confini della mia soggettività, la continua, incessante, necessaria e mai compiuta ridefinizione della corrispondenza tra la realtà a me esteriore e il mio pensiero intimo su di essa.
Sono io, piccolo insetto Cri, ad affannarmi a battere palmo a palmo un qui che è sempre un altrove inafferrabile che io percepisco solo per contrasto e negazione, eco, orma, traccia di un'assenza, brama, desiderio, nostalgia, specchio, riflesso capovolto di qualcosa che, man mano che avanzo, si sposta, per il mio spostamento - sono io che la allontano, è il mio stesso incedere a provocarne il differimento -, di un nulla più in là, inclina portata, prospettiva, accessibilità di quell'infinitesimo gradiente che è la misura dell'immensità incolmabile dello scarto tra il significante e il significato dell'essere, del mio, essere, ritorto nella torsione primigenia tra i contorni della sua finitudine mortale e l'impalpabile universo che lo circonda e lo invade "fuori" e "dentro" di sé.
Quella quarta dimensione, quel quid inconoscibile, quella discrepanza enigmatica che Shakespeare riempì di metafore meravigliose: "Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita", "Tu non hai né giovinezza né vecchiaia, ma un sonnellino pomeridiano nel quale sogni di entrambe", "La vita è un'ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, che non significa niente" e che tanti si assoggettano invece dalla notte dei tempi, se ci riescono, a colmare con la fede in una soprannaturale entità creatrice e ordinatrice demandata del senso teleologico in cui poter far riposare la mente inquieta, smarrita, esausta.
Quello squarcio ancestrale, quel trauma incurabile di cui si ammala ogni anima che si segmenta nella coordinate della vita in una nascita, che si guarisce solo con la morte.

Sono quasi giunta al giro di boa, alla canonica, convenzionale metà dell'esistenza. Forse sono anche molto più in là, non lo so, e mentre lo scrivo una strana commozione mi fa pizzicare le narici.
Certo è che tutto quello che solo ieri era ancora progetto da realizzare - studi, lavoro, figli da crescere - l'ho compiuto. Non ho più tutta la vita davanti, il tempo della mia giovinezza è finito, e devo reinventare nuovi motivi, nuovi obiettivi. Stavolta centrati su me stessa.

Probabilmente avrei dovuto farlo anche da prima. 

Intanto tiro un po' di somme, apro le palme e mi guardo cosa ho dentro le mani.
Beh, una nuova consapevolezza: di aver scelto di essere moglie e madre per spostare il fuoco, "di-vertirmi" ovvero distrarmi dalle mie pregresse sofferenze, colmare le mie lacune affettive, specchiarmi negli occhi dei miei figli, dare compagni di giochi alla mia solitaria bambina interiore, nutrire la sua meraviglia delle loro meraviglie, la sua gioia delle loro gioie. Pagando un caro prezzo, non essendo adeguatamente attrezzata all'impegno che mi sobbarcavo, e facendolo pagare anche a loro.
Ma ormai i figli non sono più bambini dipendenti, sono entità adulte, staccate da me, questa brevissima frazione di tempo è passata in un "fiat", mi è scivolata via come acqua tra le dita, e non tornerà mai più.
Così a questa prima consegue la seconda consapevolezza: di essere sola. Di accettare di esserlo, e di esserlo sempre stata. Come peraltro lo sono tutti. Come lo canta Quasimodo: "Ognuno sta solo sul cuor della terra...". 
Percepita, questa solitudine dell'insettino Cri (una formichina, va bene, Jacques? So che tu saresti d'accordo), con una pena così squisita da sbigottirmi e struggermi di tenerezza immensa e dolcissima. Di autentico amore.
La formichina Cri, che nel bagaglio dei suoi ricordi non ha souvenir di un'esistenza grandiosa.
Che non ha mai avuto un grande amore - e probabilmente non l'avrà più, visto che l'unico uomo con cui si senta minimamente in schietta sintonia oggi è il suo maestro jedi, col quale, a prescindere da un'indubbia (e benedetta, per l'efficacia della relazione terapeutica) simpatia reciproca, sussiste un legame forzoso, funzionale, finalizzato, all'interno del quale lui è costretto a non essere spontaneo e incontrollato, e lei ad esserlo troppo - e forse anche quello l'ha fatto per scelta, per proteggere il suo cuore delicato e vibrante, già ammaccato per i colpi presi nell'infanzia, da emozioni troppo violente da sopportare.
Che non ha viaggiato e non ha visto quasi nulla del mondo e delle persone.
Che non ha mai fatto un colpo di testa, non si è mai concessa una trasgressione, mai avuto una minima audacia.
Che non ha realizzato nemmeno una piccola parte delle potenzialità che molti riscontravano in lei, e lei stessa si riconosceva, da ragazza.
Che è sempre stata qui. Tra i libri e la musica e i film e i passatempi - i puzzle, il Mahjong, scrivere scempiaggini - e la sua immaginazione.
Che però ha conosciuto l'altra parte della poesia di Quasimodo, la vertigine della trafittura del raggio di sole, e ancora oggi sa riconoscerla: il calore che l'attraversa, la commozione che le dilata il petto, la dolcezza che le pervade l'anima, una dolcezza di miele che la inonda tutta, e che la convince a vivere, vivere ancora, nonostante tutto, per vedere come andrà a finire la sua piccola avventura su questo pianeta.

"... immagina la tua vita come un grande fiume, e di librarti in volo come un uccello e di osservare questo fiume dall'alto, con le sue anse, ciascuna corrispondente ad un tuo ingorgo, un momento di sofferenza o di vergogna. E osserva che non c'è uno snodo che potresti tagliare senza interrompere il corso del fiume, che ti ha portato alla magia di quest'istante".
Questo non è Lacan, ma mi convince lo stesso.


How many sorrows
Do you try to hide
In a world of illusions
That's covering your mind?
I'll show you something good
Oh I'll show you something good
When you open your mind
You'll discover the sign
That there's something
You're longing to find

The miracle of love
Will take away your pain
When the miracle of love
Comes your way again

Cruel is the night
That covers up your fears
Tender is the one
Who wipes away your tears
There must be a bitter breeze
To make you sting so viciously-
They say the greatest cowards
Can hurt the most ferociously
But I'll show you something good
Oh I'll show you something good
If you open your heart
You can make a new start
When your crumbling world falls apart