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martedì 27 gennaio 2015

I will survive

La tempesta perfetta pare in fase di esaurimento.
E il mio maestro jedi dovrebbe esser di nuovo in Italia, sano e salvo (altrimenti, dato il luogo in cui stava, una delle polveriere più pericolose del globo, avrei avuto brutte nuove dagli organi di informazione). E lo rivedrò tra meno di quarantott'ore.
(E faremo quello che ha detto endi.)
E, a proposito del mio maestro jedi, da quelle parti, a non troppa distanza dal suo territorio d'azione, i combattenti curdi - tra cui le bellissime ragazze fiere, laiche, straordinariamente toste e sempre sorridenti, che compaiono in foto a corredo di ogni servizio o lancio d'agenzia - hanno liberato Kobane, il che è pure una notizia meravigliosa.
E in Grecia vince finalmente, come millenni fa, la democrazia, e la speranza che ci possa essere un'alternativa politica capace di tener testa alla finanza, mostro senza volto che sta erodendo alla radice i valori primari della nostra civiltà: solidarietà, equità sociale, giustizia. Eguaglianza. Fratellanza. Libertà.

Ieri, tornando in auto per l'ennesima volta dal luogo in cui dal cinque gennaio sono andata una, più spesso due volte al giorno, ascoltando come al solito le notizie alla radio, ho sentito l'esultanza, il sollievo per l'affrancazione da un giogo insopportabile di un popolo mescolarsi all'esultanza e al sollievo per la mia personale affrancazione, inebriata dal riprendere contatto con me stessa e autonomia del mio corpo e dei miei pensieri, governo pieno sulla mia esistenza.

Una nuova leggerezza si è impossessata di me. I will survive! M'è venuto spontaneo di canticchiare allegramente, mentre mentalmente mi congedavo per l'ennesima volta - questa però con gran soddisfazione e placidità - da chi mi voltò le spalle in tempi lontanissimi lasciando, al posto di un legame tra me e lei, una ferita in me ormai cicatrizzata, un vuoto sempre più ristretto man mano che mi dilato: non con rabbia o amarezza, come sarebbe appropriato per le parole della canzone: no, con la levità variopinta, aerea, soave, del playback danzante delle meravigliose drag queen infilate in vestiti incongrui, incredibili, in mezzo al desolato, aspro outback australiano in Priscilla, regina del deserto. Ciascuna col suo carico di umiliazioni e vessazioni subite; ciascuna con la sua pena in cuore, col suo sé irrisolto, alla disperata ricerca del senso della propria vita: ma lo stesso sorridenti di un sorriso che è aureo distacco e insieme profonda empatia e intenso legame con gli altri esseri umani, che affratella la loro artificiosità emarginata nel consesso civile alla naturalezza selvaggia di altri emarginati, i nativi autoctoni del deserto, e che viene solo da dentro.

Pian piano riprenderò in mano i fili abbandonati: scriverò mail, sistemerò abiti, esaminerò pratiche, andrò a trovare amici.

Oggi ho festeggiato concedendomi l'abbandono ad una soffice, beata inerzia.

Anche questa è fatta. I will survive, ho svoltato un'altra curva e sono ancora qua.

Giubiliamo.

Stamane intanto, all'alba, ormai tra veglia e sonno, ho fatto un sogno bellissimo: ho sognato che era primavera, e io mi preparavo lieta e uscivo a farmi carezzare da un raggio di sole, e tutto era tiepido e luminoso. E no, non era andato avanti il tempo: era gennaio, proprio oggi, ventisei gennaio, ed era primavera in gennaio, e io mi dicevo, gaia e sicura, "andiamo a goderci questa primavera di gennaio!", sì, proprio così.



At first I was afraid, I was petrified,
Kept thinkin' I could never live without you by my side,
But then I spent so many nights thinkin' how you did me wrong,
And I grew strong, and I learned how to get along,

And so your back, from outerspace,
I just walked in to find you here with that sad look upon your face,
I should've changed that stupid lock,
I should've made you leave your key,
If I had known for just one second you'd be back to bother me,

Go on now go, walk out the door,
Just turn around now, 'cause you're not welcome anymore,
Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye,
You think I'd crumble? You think I'd lay down and die?
Oh no not I, I will survive,
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive,
I've got all my life to live; I've got all my love to give,
And I'll survive, I will survive,
Hey, Hey!

It took all the strength I had not to fall apart,
And trying hard to mend the pieces of my broken heart,
And I spent oh so many nights just feeling sorry for myself,
I used to cry, but now I hold my head up high,
And you'll see me, somebody new,
I'm not that chained up little person still in love with you,
And so you felt like droppin' in and just expect me to be free,
Now I'm savin' all my lovin' for someone who's lovin' me.

Go on now go, walk out the door,
Just turn around now, 'cause your not welcome anymore,
Weren't you the one who tried to break me with goodbye,
You think I'd crumble? You think I'd lay down and die?
Oh no not I, I will survive,
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive,
I've got all my life to live, I've got all my love to give,
And I'll survive, I will survive. Oh

Go on now go, walk out the door,
Just turn around now, 'cause your not welcome anymore,
Weren't you the one who tried to break me with goodbye,
You think I'd crumble? You think I lay down and die?
Oh no not I, I will survive,
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive,
I've got all my life to live, I've got all my love to give,
And I'll survive, I will survive, I will survive

It took all the strength I had not to fall apart,
And trying hard to mend the pieces of my broken heart,
And I spent oh so many nights just feeling sorry for myself,
I used to cry, but now I hold my head up high,
And you'll see me, somebody new,
I'm not that chained up little person still in love with you,
And so you felt like droppin' in and just expect me to be free,
Now I'm savin' all my lovin' for someone who's lovin' me.

Go on now go, walk out the door,
Just turn around now, 'cause you're not welcome anymore,
Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye,
You I'd crumble? D'you think I'd break down and die?
Oh no not I, I will survive,
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive,
I've got all my life to live; I've got all my love to give,
And I'll survive, I will survive, I will survive

sabato 3 gennaio 2015

Overjoyed

A te, che vibri di sofferenza risuonando in me, il cui cuore pesante stanotte pesa dentro il mio, per le cui labbra senza sorriso anche il mio muore.
A te, che non ci sei, ti sei smarrito e non hai voglia di cercarti, e non vuoi scoprire che sto provando ad aiutarti a ritrovarti.
A te, inespugnabile, tenero e roseo nido di giovinezza, irto di finte spine, sfiorato con meraviglia, cautela e devozione.
A te, che hai avuto la generosità di ritrarti da ogni spazio, prosciugando l'eco del tuo ricordo per ogni dove, fin quasi a farmi dubitare di averti solo immaginato.
A tutti voi altri, nuovi e antichi, cari e carissimi, quotidiani e saltuari, vicini e lontani, concreti ed evanescenti, noti e presunti, reali e virtuali, giovani e vecchi, recenti e remoti, carpiti e lambiti, acquistati e perduti, che riempiste, riempite e riempirete le mie ore, i miei pensieri, i miei sguardi, i miei sogni, il mio essere.
Tutti voi io stringo forte al petto, e a tutti voi io elevo il mio canto, con gratitudine e amore. Che vi sia per voi, ovunque, bene, e gioia, e vita.



Over time, I've been building my castle of love
Just for two, though you never knew you were my reason
I've gone much too far for you now to say
That I've got to throw my castle away

Over dreams, I have picked out a perfect come true
Though you never knew it was of you I've been dreaming
The sandman has come from too far away
For you to say come back some other day

And though you don't believe that they do
They do come true
For did my dreams
Come true when I looked at you
And maybe too, if you would believe
You too might be
Overjoyed, over loved, over me

Over hearts, I have painfully turned every stone
Just to find, I had found what I've searched to discover
I've come much too far for me now to find
The love that I've sought can never be mine

And though you don't believe that they do
They do come true
For did my dreams
Come true when I looked at you
And maybe too, if you would believe
You too might be
Overjoyed, over loved, over me

And though the odds say improbable
What do they know
For in romance
All true love needs is a chance
And maybe with a chance you will find
You too like I
Overjoyed, over loved, over you, over you



venerdì 26 dicembre 2014

Still Wie Die Nacht

Non ho mai amato il Natale. Non tanto perché da bambina i regali me la portava la Befana (nella mia famiglia disfunzionale i danni venivano accresciuti dalla schizofrenia affettiva dell'esser, sì, maltrattata come una bambola di pezza, trovando però poi sempre il 6 gennaio il tavolo della sala da pranzo stracolmo di doni), com'era usanza romana ai miei tempi non consumistici, quando ancora Babbo Natale risultava, assieme alla Coca Cola, una roba americana, e la festa di Halloween manco si sapeva che esistesse. Non l'ho mai amato perché è una festa meravigliosa e impietosa, che per essere goduta presuppone la condivisione di un sentimento collettivo di serenità e sicurezza che viene dalla certezza di essere benvoluto e di avere un posto nel mondo: certezza che mi è stata preclusa sin dai miei primissimi anni di vita.
Ho invece sempre amato tantissimo Bruno Bettelheim, psicoterapeuta naturalizzato americano, direttore della Chicago Orthogenic School per bambini psicotici, pioniere delle cure della sofferenza psichica dell'infanzia, che ho conosciuto attraverso il suo libro Il mondo incantato durante il seminario sulle fiabe facente parte dell'esame di psicologia dell'età evolutiva (voto: trenta e lode), il mio primo e unico sostenuto in quella facoltà.
Divenuta madre ho spesso consultato, tra tutti i suoi, Un genitore quasi perfetto, celeberrimo testo che esplora con semplicità, saggezza, delicatezza ed ottimismo, le gioie ed i problemi che sorgono nel rapporto quotidiano con i figli. Credo di averne prestate - e mai recuperate - almeno dieci copie, ogni volta ricomprate nell'ennesima ristampa.
Tra i vari capitoli, gli ultimi tre, dedicati alle feste, mi hanno sempre commosso, come mi commuove qualsiasi cosa di cui intuisco e quasi sfioro la bellezza senza riuscire ad accedervi.
Il terzultimo si intitola "Giorni incantati".
"(...) La cosa straordinaria della magia buona dei giorni di festa è il suo potere di conferire sicurezza per tutto l'anno, quando più se ne ha bisogno, nelle situazioni più buie. I bambini lo sanno e, lasciati a se stessi, ricorrono alla forza simbolica che emana dallo spirito della festività per ricevere sostegno morale nei momenti di disperazione. Ce lo dimostra il seguente episodio, riferito dalla psicoanalista svedese Stefi Pedersen.
Quando i nazisti occuparono la Norvegia, la Pedersen fece da guida a un gruppo di profughi, tra i quali molti ragazzini, in fuga nel cuore dell'inverno attraverso le alte montagne che dividono la Norvegia dalla Svezia. Poiché la scalata era difficoltosa ed era vitale compierla nel più breve tempo possibile, tutti avevano dovuto portare con sé solo il poco bagaglio che erano in grado di reggere sulle spalle. (...) Guardando per caso nel sacco di uno dei bambini, Stefi Pedersen vide tra le poche povere cose che vi erano contenute una stellina d'argento, di quelle che si appendono all'albero di Natale. (...) Guardò anche negli altri zaini, e in tutti trovò decorazioni natalizie da pochi soldi, stelle e campane di cartone ricoperto di carta argentata. Erano quelle le cose che quei bambini (perlopiù di religione ebraica, ma di famiglie assimilate, che nel Natale non celebravano un evento religioso, ma una festa della famiglia e soprattutto una festa dei bambini) avevano scelto di portare con sé dalla Norvegia, a preferenza di qualunque altro bene: per il resto, avevano soltanto i vestiti che portavano indosso. Stefi Pedersen ne concluse che si erano portati via quei simboli di un passato felice perché essi soltanto avrebbero potuto irradiare una luce di speranza dentro la buia angoscia di un viaggio verso l'ignoto."
(---) "Le persone che da bambine hanno passato dei Natali particolarmente infelici, tendono per tutta la vita a soffrire di gravi depressioni intorno al periodo natalizio, mentre quelle che da bambine hanno vissuto esperienze felici a Natale non soffriranno in seguito di depressioni in quel periodo, neppure se hanno una vita dura e sono soli."
Insomma, la ricorrenza del Natale - che è festa religiosa e pagana, rito ancestrale di speranzosa evocazione della luce nel cuore della notte più lunga, del buio più profondo, dell'inizio dell'inverno, gioiosa celebrazione del sole che torna a salire sopra la linea dell'orizzonte e della conseguente rinnovata promessa della rinascita della vita e della terra nella prossima primavera - è un evento non neutro, con cui fa i conti l'inconscio collettivo, perché tocca corde essenziali della nostra umanità e del nostro rapporto con i nostri simili e con gli altri esseri viventi, con l'universo che ci circonda e ci sovrasta, con lo scorrere del tempo. 
Ma nei bambini, che ancora nulla sanno delle fatiche e delle angosce della vita, che cosa simboleggia quella luce di speranza, da dove attinge la sua fiamma?
Bettelheim lo spiega quasi alla fine del libro, nelle ultime pagine dell'ultimo capitolo.
" (...) tutti i bambini si domandano che effetto abbia fatto il loro arrivo ai loro genitori, se sia stato accolto con gioia oppure no. Perciò, qualunque festività che celebri la natività ha un effetto rassicurante, e tale appunto è l'evento che più evidentemente il Natale festeggia. La gioia con la quale il Cristo bambino viene accolto nel mondo, la felicità non solo dei suoi genitori ma anche dei pastori e dei tre Re Magi, viene assunta dal bambino come segno che la sua nascita fu un avvenimento gioioso per i suoi genitori e per la collettività, visto che tutti festeggiano il Natale."
Ecco qual è la luce del Natale per i piccoli: la certezza che la loro venuta al mondo sia stata una festa. Una festa talmente importante che ha segnato il corso della storia e che anno dopo anno ricomincia: una festa che li riguarda, poiché, se è Gesù che nasce, i regali in realtà li ricevono loro, ed è dunque evidente la loro associazione a quella nascita: è chiaro che è anche la loro nascita, insieme a quella di un dio bambino, che si festeggia.
Ecco, a me è mancata del tutto questa certezza fondamentale. Ogni giorno della mia esistenza recava un messaggio contrario a questo, un messaggio che mi si imprimeva nel cervello e nell'anima ogni volta con più chiarezza. Per cui per me il Natale è sempre stato un periodo dolceamaro, qualcosa di cui afferravo echi, strappavo briciole argentate, senza diritto a parteciparne. Fare il presepe, l'albero scintillante, camminare sotto le luminarie delle strade, in mezzo alle melodie sfumate delle carole suonate dalle zampogne era solo un'occasione di rimpianto per un eden da cui ero stata estromessa, un banchetto dove m'ero sempre sentita fuori della porta, non invitata, mentre gli altri all'interno si divertivano ed erano felici.
Quest'anno, invece, per la prima volta, io lo sento, il Natale. Lo comprendo, oltre ad intuirlo.
Quest'anno non ho fatto presepi né alberi addobbati. Perché non ho bisogno di luci, intorno a me.
Perché quest'anno la luce la sento dentro, mi si è accesa nel cuore.



Still wie die Nacht 
und tief wie das Meer, 
soll deine Liebe sein!
Wenn du mich liebst, 
so wie ich dich, 
will ich dein eigen sein.
Heiß wie der Stahl 
und fest wie der Stein 
soll deine Liebe sein!



domenica 2 novembre 2014

E la vita, la vita

A una settimana di distanza da un evento mai abbastanza celebrato e condiviso sui blog, su FaceBook, su Google + e su altre varie piattaforme dell'etere, finalmente anch'io riesco a trovare il modo di entrare qua dentro per partecipare alla gioia collettiva, e far partecipare gli altri della mia gioia personale.
La cronaca delle due gloriose giornate è stata egregiamente ed efficacemente narrata a parole da Sandra ed Ambra,  e con le grandiose immagini di Stefano  - due delle quali rubo per corredare il mio post, facendole ammirare qui sotto - ed Erika; uno splendido commento, mirabilmente contrappuntato dallo sfavillante e famoso Valzer di von Weber, è stato offerto in lauto pasto alle nostre menti e ai nostri cuori da Annamaria.
Con tanta grazia divina che mi ha preceduta, che mi resta da dire o da fare?
Solo tentare di catturare - come la versione della canzone qua sotto, cantata dal romano Baglioni e dal milanese Jannacci durante una memorabile puntata di Anima mia, programma TV che mi aiutò non poco a superare l'ansia e la fatica degli ultimi mesi della mia seconda gravidanza, quella da cui sarebbe saltata fuori, annunciandosi al mondo con una capriola, la giacobina - la scintilla scoccata tra una romana e dei milanesi: la quale, smaliziata, ironica e soavemente disincantata, ha dato luce e impulso a due giorni di vera vita, dove c'è "chi soffre soltanto d'amore", chi "continua a sbagliare il rigore", c'è "chi un giorno invece ha sofferto e allora ha detto io parto, ma dove vado se parto (sempre ammesso che parto)" ; dove "basta avere un ombrello che ti pari la testa", e tanto a noi nemmeno è servito, in una Milano agghindata di un sole fulgido come quello della più bella ottobrata romana. Dove c'è chi in fondo al suo cuore ha una pena, c'è chi invece ci ha un altro problema, e c'è sempre lì quello che parte, ma dove arriva se parte. Ciao!
(Alla prossima)







sabato 4 ottobre 2014

Il cielo

Per uno di quei provvidenziali imprevisti che con una certa costante cadenza increspano lo stagno quieto delle mie giornate - ai quali mi assoggetto arbitrariamente a seconda dell'umore del momento, sconfortata e riottosa come dovessi affrontare un macigno piovuto dall'alto dinanzi allo stesso frangente che potrebbe suscitarmi l'entusiasmo di una bambina grata di una sorpresa inaspettata, e spesso in preda ad un'ambiguità di sentimento che ricomprende ambedue le reazioni - mi ritrovo, alle otto di sera dell'ultimo giorno di settembre, anziché nella vagheggiata pace della mia casa, errante in smagliante solitudine per lungotevere di Castello tra ponte Sant'Angelo e ponte Umberto. 

Le fatali circostanze che mi costringono a concedermi all'opportunità di occupare quel repentino spazio d'ozio non cesseranno che di lì a un paio d'ore; e così per ora io non posso far altro che passeggiare svagata e tuttavia determinata, avvolta dalla soffice dolcezza del crepuscolo, sotto un cielo di un colore incredibile tra il viola e l'azzurro cupo, che sarebbe un mero grigio virato al nero senza l'ausilio dell'oro fluorescente della tersissima falce di luna spiccata al centro esatto della volta, senza i suoi bagliori amplificati nella replica di se stessa riflessa e rifranta nelle acque del fiume scintillante di luci, senza il torreggiare cupo e maestoso del grande mausoleo di pietra contrastante al nitore marmoreo dei palazzi stagliati nel panorama oltre la riva, e dei contorni verde cupo, perfettamente distinti ed emergenti dall'ombra, delle frondose chiome degli alberi a spezzare le squadrature monumentali degli antichi edifici, dei solenni ponti.
Una tristezza squisita si bilancia perfettamente nel mio spirito alla letizia in una tranquillità sublime, pacata e intensa. Finissime, l'una e l'altra: tenui ma esatte, disgiunte, armoniose, come gli accordi di una polifonia.

Con l'animo ostaggio e custode di questa duplicità che si replica all'infinito, passo dopo passo di colore alterno, ora bianco ora nero, ora somma dei colori ora totale assenza di colore, come avanzassi su una scacchiera, cedo all'intenzione e mi abbandono al caso di attraversare il fiume, camminare fino al ponte di Ripetta, arrivare ai piedi dell'Ara Pacis, restare brevemente ferma e ritta al centro del suo biancore, sentir fiorire nella mente un'idea di cimento che sarebbe stata una tentazione fino a ieri, e forse lo è ancora oggi, non c'è che provare, e anche provare è una tentazione, la tentazione di dire "proviamo", e infine accogliere un ricordo sinora accarezzato e respinto, non tollerato e rimpianto, e infine arrendermi, sedendomi quasi al sommo della sua scala esterna, poggiando contro il muro la spalla sinistra, replicando con buona approssimazione la postura di quel pomeriggio autunnale di tante stagioni fa, sovrapponendo la me stessa di oggi a quella di allora.
Non c'è che provare, e io ci sto provando. E improvvisamente provare non è più provare.
E' essere.
La me stessa di oggi si ricongiunge a quella di allora. Scoprendo che combaciano, quasi perfettamente. Lei, che oggi è così cambiata, è identica a quella. Inespressa, aerea, dove oggi invece è densa, compatta: però lei, sempre lei. Si riconosce. Si riunisce a se stessa.
Allora accanto a lei, accovacciata, affannata a tentare di contenerla e di calmarla, c'era una persona che oggi non c'è.
Non importa. Perché quell'assenza è talmente vivida, talmente bella oggi, depurata da ogni amarezza, da esser presenza. Come se l'alone di quella persona fosse rimasto qui ad aspettarla, a testimoniare l'evidenza, l'autenticità di un evento spartiacque della sua esistenza. Perché a compensare la mancanza di quella persona, al posto di quella persona oggi c'è lei tutta intera, nei suoi contorni. I contorni di lei.
I cui riflessi lei aveva creduto di intravedere specchiandosi in un altro essere umano.
Lei, che ora accarezza la memoria fragile, lacunosa, di quel pomeriggio, con tenerezza buona, sana.
Ha nostalgia di quel pomeriggio? Sì, tanta. No, per niente.
Quel pomeriggio lei soffrì. Soffrì molto, in quei giorni e dopo quei giorni, per lungo tempo. Oggi non soffre più. Il marasma di quel periodo si è coagulato nelle sue vene, si è riassorbito nella sua pelle, è tornato dentro di lei, la costituisce, la identifica. E' un segno irreversibile nella sua carne, un terzo occhio che mai più si chiuderà al centro della sua fronte, che le dona una visione di se stessa e degli altri, una compassione per se stessa e per gli altri, che è la sua più grande risorsa di energia vitale, la sua sorgente inesauribile.
Questo lei comprende, oggi, attraversando il suo tabù, toccandolo con mano, scoprendolo caldo, buono, rigoglioso di doni.

E' mai ripassata di qui, quella persona? Quella reale, quella di carne e sangue? Si è mai riseduta, anche lei, su questi scalini? Ha mai ripensato a quel tragicomico, buffo, imbarazzante, struggente pomeriggio?
No, lei crede di no. Per le circostanze di allora, per quelle di oggi, è assai verosimile di no.
Certe cose hanno smosso solo lei. Hanno valore solo per lei.
Anche se le riesce difficile crederlo, che abbiano toccato così in profondità lei e non l'altro, sa di non sbagliare. E di non doversene avere a male. E di non aversene, in effetti, a male.
Perché è questa, solo questa, la misura che conta. Se hanno valore per lei, hanno valore per l'altro. Hanno valore per tutti.
Perché lei ha trovato i confini del suo spazio.
Perché lei ci è arrivata, ad avere il cielo.

sabato 20 settembre 2014

Streets of Philadelphia

Ah, la musica, che cosa si farebbe se non esistesse. Circola spesso su FaceBook un adagio che dice: ringrazio la musica perché c'è stata quando non c'era nessun altro.
Ed è una grande verità, questa.
Così accade che io, più di un anno fa, in uno dei miei momenti down, nei quali una nostalgia di qualcosa di mai esistito mi riagguanta e stringe il cuore in una morsa penosamente intollerabile, sento a un tratto scorrere nella radio l'onda ruvida e vellutata di una canzone sommessa, cantata quasi per scommessa, che come un velo impalpabile di tulle si distende, si distende fino a coprire tutto l'orizzonte. Non me ne avvedo subito: persa nella mia malinconia sulle prime non ci faccio caso, mi perdo le battute. Ma poi, pian piano, comincio a distinguerla, la sua melodia prende ad esser colta dal mio orecchio, a fissarsi nella mia mente. E mi penetra dentro, e mi gocciola nelle ferite di nuovo scucite come miele, come unguento balsamico, e mi calma, e mi dilata, e mi apre di nuovo alla vita, e ad una gioia quieta, ad una rassegnazione dolce e colma d'amore. Mai sentita prima, o forse sì, ma senza riceverne una impressione così vivida come oggi.
La cerco per un anno, questa canzone. Passa assai raramente sulla radio, ma ogni tanto la afferro. Mai presentata, mai citata nel titolo, accidenti, che jella. Il mio inglese è assolutamente primitivo, e poi il tizio che canta biascica talmente (il che dovrebbe costituire un primo indizio atto a rintracciarla) che sarebbe comunque quasi impossibile captare qualche parola. Io catturo un termine qua e là, mi precipito su Youtube con un "like stone" prima di dimenticarmene, ma - ovviamente - da una traccia così esile non cavo nulla.
Una sera del giugno scorso sono in solitaria attesa di entrare al cinema per l'ultimo spettacolo a vedere un film bello e dolorosissimo, Alabama Monroe (che mi farà riflettere e rimettere in squadra a lungo), e dagli altoparlanti posti all'esterno la filodiffusione attacca, in poco più di un sussurro, la fatidica canzone (e anche lì, dal fatto che esce dagli altoparlanti di una multisala, dovrei cogliere un indizio, ma io, macché). Vado in orgasmo, mi avvicino il più possibile agli apparecchi, mi tendo, quasi, per carpire finalmente quella melodia inafferrabile, ma è inutile, stringo solo aria, quella mi sfugge come una farfalla che schiva il retino. E dentro di me mi ammonisco: Cri, se sei così impedita da non avere la faccia di entrare e chiedere alle maschere che canzone è, sai che ti dico, peggio per te, tieniti lo spasimo e ben ti sta. Tornata a casa mi replico: ok, è andata così. Ma sono sicura che se avrò pazienza e smetterò di farmene ossessionare io 'sta canzone la troverò, prima o poi. E' solo questione di tempo. Le cose accadono. Bisogna avere fiducia.
E accade così che martedì notte, tornando da Villa Borghese e dal Globe Theatre dove ho ascoltato cascate di diamanti sciorinate dalle bocche dei giovani protagonisti in guisa di versi del Grande Bardo in Pene d'amor perdute, io accenda la radio e la ascolti di nuovo, questa canzone.
Passa su Radio M100, che ha un sito streaming dove si possono rintracciare i brani della sequenza della playlist sino a un paio d'ore prima.
Mi precipito a casa, accendo il pc, apro il sito, la cerco, la trovo.
E scopro che ha gli anni di mio figlio, ventuno. E che è a dir poco famosissima.
Ma per me, che detesto Tom Hanks, non amo the Boss e mi son sempre accuratamente tenuta lontana dal film per evitarmi strazi troppo pesanti da fronteggiare, è stata sconosciuta fino a un anno prima.
Ora non più.
E allora la mente mi parte, e mi comincia a vorticare su un delirio di corrispondenze, di ulteriori aspettative, di interpretazioni speranzose del "segno".
Però mi governo, e mi impongo: basta, Cri. Non ci saranno altre belle sorprese oltre a questa. Attestati qui, e goditi la soddisfazione e la quiete del momento. Che è già tanto. E' già tutto.
E allora mi placo, senza dispiacermene eccessivamente. Fa niente, mi dico. Me la farò bastare, la musica. Che c'è stata quando non c'era nessun altro, ora come allora, mentre anch'io percorro le strade della mia città, della mia vita.
E me la regalo qui, per il mio cinquantesimo compleanno.
Bisogna avere fiducia.




I was bruised and battered and I couldn't tell
What I felt
I was unrecognisable to myself
I saw my reflection in a window I didn't know
My own face
Oh brother are you gonna leave me
Wastin' away
On the streets of Philadelphia
I walked the avenue till my legs like stone
I heard the voices of friends vanished and gone
At night I could hear the blood in my veins
Black and whispering as the rain
On the streets of Philadelphia
Ain't no angel gonna greet me
It's just you and I my friend
My clothes don't fit me no more
I walked a thousand miles
Just to slip this skin
The night has fallen, I'm lyin' awake
I can feel myself fading away
So receive me brother with your faithless kiss
Or will we leave each other alone like this
On the streets of Philadelphia

martedì 8 luglio 2014

Sorry seems to be the hardest word


"Sai, quella cosa lì, di farmi stare con la bocca spalancata a guardare il soffitto, giovedì scorso, mi ha tutta scombussolata. Venerdì pomeriggio, dopo il fatto che ti ho detto, dovevo andare da Ilaria a cena e in autostrada ho sbagliato due volte casello perché piangevo da schiantarmi il petto. Non può essere che sia "solo" quella la causa scatenante. Sicuramente questa faccenda, che ormai ho accettato nella mia vita come una sorta di Avanti e Dopo Cristo, riveste tanta importanza dentro di me perché, Dio solo sa perché, ha catalizzato con potenza dirompente un transfert della Madonna, tutto in un punto, come un Big Bang al contrario."
"Certo. Sicuramente. Ma insomma, diciamo che ti sei un po' rimescolata."
"Sì. Perché, ecco, piangevo da non riuscire a vedere la strada, ma piangevo di un misto di parti distinte: di dolore, ma anche di gioia, di tenerezza immensa. Non di sofferenza: non chiamerei più sofferenza quella che provo, quella sensazione bruciante, intollerabile che avevo dentro e addosso quando sono venuta qui al principio e che non mi faceva campare. Ora si è addensata in un dolore sordo, calmo, come un buco nel cuore. Ecco, è dolore. Dolore per essere davanti alla verità: che questa situazione non posso la cambiare. Dolore per qualcosa che ho perso e che non posso recuperare. Dolore di voler bene e non esser riuscita a farmi voler bene. Un dolore che mi crepa il cuore..."
"Siamo tutti incrinati, Cri."
"... Sì. E' la vita, lo so. E' un dolore buono, che mi fa sentire viva. Una pena dolce che mi porto dentro, che fa parte di me, in fondo alla quale trovo me stessa."
"E' che dentro di noi ci sono queste cisti di dolore che vanno sciolte una ad una, per arrivare alla pace e all'equilibrio. Perché credi che io, con tutti i miei limiti, oggi sia così? Perché anch'io sono passato in mezzo al mio dolore. E ora anche tu ci stai passando. Ora attraversi questo dolore antico, finalmente."
"Non mi importa come tu ci sia diventato, così. Sono solo contenta che tu ci sia diventato, perché è grazie a te che io ora sto così. Con questo dolore e con la fiducia, la consapevolezza che davanti a me, in fondo al dolore, c'è un bene, una ulteriore gioia di vivere."
"Sì. E sai perché ora lo provi, questo dolore? Perché ora te lo puoi permettere."
"Capisco quello che dici. E mi commuove. Sai, tanto tempo fa, all'inizio di questo cammino di rinascita, ho capito che avevo imparato ad amare - no, non imparato ad amare, avevo scoperto di saperlo fare - e che dentro l'amore c'è sempre il dolore. Ora ho scoperto anche il viceversa: che dentro il dolore c'è l'amore. E' la vita."


venerdì 18 aprile 2014

Amarsi un po'


E comunque tu sai che oggi si celebra la definitiva dipartita della tua diciassettennitudine.
Perché da oggi c'è un'altra diciassettenne che ti passa avanti.
Da oggi l'unica diciassettenne legittimata è la giacobina, che compie oggi le sue diciassette primavere.
A lei, alla vostra burrascosa relazione, che tu sai cosa significhi nella tua vita ma non puoi scriverlo perché c'è il rischio che lei legga il post, e alla sua passione per Lucio Battisti (che a te ha invece sempre fatto abbastanza cagare, prima che arrivassero lei e il suo compagno di classe a costringerti ad ascoltarlo e ad apprezzarlo), alzi i calici nella sintesi di una delle di lui canzoni più note, la più adatta, scritta due decenni prima che lei venisse al mondo.
E speriamo che lei non se ne accorga.

(Auguri!)



17 again


E' venerdì santo e tu stai di nuovo piangendo. Di venerdì santo.
E fattele du' domande, Cri. E traile, du' conclusioni.

Non sei più diciassettenne. Non lo sei più da trentatré anni (l'anni de Cristo, peraltro, guarda tu le coincidenze), per cui non lo eri nemmeno tre anni fa, quando hai aperto questo blog perché così ti sentivi, una diciassettenne Rosaspina appena risvegliata da un sonno fatato che aveva cristallizzato te e il tuo mondo a quell'età. Poi per fortuna il dolore ti ha riattivata, ti ha fatto crescere tutta d'un botto, come il fungo sbocconcellato da Alice, e lo smarrimento che ne è seguito si è aggravato per la velocità del processo, sicché per lungo tempo tu non solo hai sofferto per 1), la questione in sé, 2), per la questione madre di tutte le questioni che ti aveva riattivato dentro e 3), per il dolore di dover fare i conti con la questione in sé e con la questione madre, ma anche per l'accelerazione del tutto: per la tensione insostenibile dei tuoi arti che ingrandivano a vista d'occhio, dei tuoi nervi che si allungavano a dismisura, del tuo cuore che si sbrindellava per quello stiramento che sarebbe stato eccessivo da reggere persino per il capo dei Fantastici Quattro.
Eppure ce l'hai fatta. Hai superato un viaggio compiuto oltre la velocità della luce senza disintegrarti: anzi, ricompattandoti. Perciò non negare, tu non sei più né diciassettenne né quella che si credeva diciassettenne.
Quelle stanno tutte e due dentro di te come matrioske. Ma tu sei più grande, le comprendi in te, non ti esaurisci in loro.
Per questo, e solo per questo, può capitare che tu ti ci senta ancora, diciassettenne.
Ma passa.



Yea though we venture through
The Valley of the stars
You and all your jewelry
And my bleeding heart
Who couldn't be together
And who could not be apart

We should've jumped out
Of that airplane after all
Flying skyways overhead
It wasn't hard to fall
And I had so many crashes
That I couldn't feel
At all

And it feels like
I'm 17 Again
Feels like I'm 17

Times might break you
Godforsake you
Leave you burned and bruised
Innocence will teach you
What it feels like to be used
Thought that you'd done everything
You didn't have a clue

Looking from the outside in
Some things never change
Yeah yeah hey yeah hey yeah
Flying highwards seems like yesterday

All those fake celebrities
And all those viscious queens
All the stupid papers
And the stupid magazines

Sweet dreams are made of anything
That gets you in the sea

Yes
17, 17 Again

Sweet dreams are made of this
Who am I to disagree
I travel the world and the seven seas
Everybody's looking for something

Fade out


giovedì 17 aprile 2014

Return to Innocence



That's not the beginning of the end
That's the return to yourself
The return to innocence.

[Love - Devotion
Feeling - Emotion]

Love - Devotion
Feeling - Emotion

Don't be afraid to be weak
Don't be too proud to be strong
Just look into your heart my friend
That will be the return to yourself
The return to innocence.

If you want, then start to laugh
If you must, then start to cry
Be yourself don't hide
Just believe in destiny.

Don't care what people say
Just follow your own way
Don't give up and use the chance
To return to innocence.

That's not the beginning of the end
That's the return to yourself
The return to innocence.

sabato 12 aprile 2014

Così celeste

Roma quanto sei stupida stasera, in cui io, in missione per conto della giacobina, dopo l'ufficio invece di andare a casa devio verso il tuo centro, parcheggio sotto la lama del sole al tramonto all'angolo con Piazza della Pilotta e mi avvio a piedi verso l'ex Rinascente ora Zara di Via del Corso seguendo il solito tragitto che passa per Fontana di Trevi e Galleria Colonna, quello che le mie gambe hanno percorso migliaia di volte da quando sono su questa terra, perdendo magicamente peso e fatica ad ogni falcata.
Quanto sei stupida, Roma, quanto sei ruffiana, quando meno di un'ora dopo esco dalla Feltrinelli e poi anche dalla Galleria, ingolfata di pacchetti di profumi e di libri, e mi incammino a ritroso su quelle tue pietre accumulando, un piede dietro l'altro, le mie ennesime impronte sopra al minutissimo puzzle degli altri miliardi di miliardi di passi perduti e ritrovati, presenti e passati, di estranei sconosciuti che ti hanno calpestata, di persone care che m'hanno camminato accanto, un anno, due anni fa, o dieci, o trenta, ed è frattanto sceso su di te il manto della notte, un manto scuro così celeste, e nell'aria c'è una freschezza lieve che solo qui da te, di sera, in aprile può aleggiare, una freschezza che ti lucida e ti rimette a nuovo come fossi stata costruita oggi, come se non t'avessi mai attraversata prima d'ora, come se tu ti schiudessi al mio passaggio per la prima volta; un senso di non so che aspettativa di felicità, che trasfigura come un incantesimo le facciate in ombra dei palazzi e i volti dei turisti divenuti tutti così familiari, così perfettamente inseriti nel quadro che mi circonda, come se non ci fosse altro posto nel mondo più adatto a loro di questo, come se fossero sempre vissuti qui con me, come se la loro espressione competente, l'accuratezza nello svolgimento del loro ruolo, si stemperasse in un languore segreto e morbido che è lo stesso mio, che è lo stesso loro. Dalla centralità del mio essere volgo lo sguardo in giro, e vedo tutti gli uomini belli, e bellissime le cosce delle ragazze sfiorate da stoffe svolazzanti, sorelle delle mie, che paion anche loro rinvigorite da stamane, quando sono riuscita ad infilarmi uno dei tubini che non mi entravano più scoprendo giubilante una sorta di salto a ritroso del tempo, e così pure del mio girovita, e che ora ondeggiano nelle mie calze color perla tra il biancore di tutta quella massa di carne giovane discretamente indistinguibile dalla mia.
Quanto sei stupida, Roma, quanto puttana, nel danzarmi intorno corteggiandomi così, come se fossi per te unica e speciale quanto tu lo sei per me e per qualche altro centinaio di milioni di persone, insinuandoti nel mio cuore fino a spaccarlo in due come un cocomero maturo, e inondandolo d'amore, amore immenso, totale e appassionato, e di gioia purissima, e fierezza inesprimibile, nel sentirti mia, mia, parte delle mie viscere, sangue del mio sangue, ossa delle mie ossa, e nel farmi pensare inebriata che non sono mai stata innamorata di nessuno come lo sono di te, che tu, solo tu, sei il mio solo uomo e la mia sola donna, e uguale io per te, e che questo è un miracolo che si rinnova di anno in anno, da prima che io esistessi, quando tu invece c'eri già, e anche quando io sarò finita, e tu continuerai ad esserci ancora.

Un altro sole, quando viene sera 
Sta colorando l'anima mia 
Potrebbe essere, di chi spera 
Ma nel mio cuore è solo mia! 
E mi fa piangere e sospirare 
così celeste, she's my baby
E mi fa ridere, bestemmiare,
e brucia il fuoco, she's my baby


lunedì 7 aprile 2014

Weather to fly

Buona settimana a tutti. E ora apriamo le ali!




Are we having the time of our life?
Are we having the time of our lives?
Are we coming across clear?
Are we coming across fine?
Are we part of the plan here?
Are we having the time of our lives?
Are we coming across clear?
Are we coming across fine?
Are we having the time of our lives?
Are we part of the plan here?

We have the drive and time on our hands
One little room and the biggest of plans.
The days were shaping up,
Frosty and bright.
Perfect weather to fly
Perfect weather to fly

Pounding the streets where my fathers feet still
Ring from the walls,
we'd sing in the doorways,
or bicker and row
Just figuring how we were wired inside
Perfect weather to fly

So in looking to stray from the line
we decided instead
we should pull out the thread that was
stitching us into this tapestry vile,
And why wouldn't you try?
Perfect weather to fly

venerdì 4 aprile 2014

How to save a life

Accettando con amore il proprio passato, così si salva una vita.
Oggi celebro la mia salvezza. Lo faccio oggi per ricordarmi della gioia che sto provando. Perché domani potrebbe essersi appannata. Perché ogni giorno porta la sua pena.
Ma oggi me lo devo segnare sul calendario. Il giorno in cui mi sono riappropriata di un pezzo del puzzle della mia anima che avevo smarrito, l'ho rimesso al suo posto e ho ritrovato il mio nell'universo.



Step one you say we need to talk
He walks you say sit down it's just a talk
He smiles politely back at you
You stare politely right on through
Some sort of window to your right
As he goes left and you stay right
Between the lines of fear and blame
You begin to wonder why you came

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life

Let him know that you know best
Cause after all you do know best
Try to slip past his defense
Without granting innocence
Lay down a list of what is wrong
The things you've told him all along
And pray to God he hears you
And pray to God he hears you

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life

As he begins to raise his voice
You lower yours and grant him one last choice
Drive until you lose the road
Or break with the ones you've followed
He will do one of two things
He will admit to everything
Or he'll say he's just not the same
And you'll begin to wonder why you came

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life
How to save a life
How to save a life

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life

Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life
How to save a life

sabato 29 marzo 2014

Music

Musica, musica. E' da un po' che ho smarrito le parole.

Perché dentro di me da un po' tutto risuona, rimbomba, dissona, in un fracasso che pare quello dell'officina di Dio durante i giorni della Creazione.

Dentro di me non c'è più spazio per le parole.

Dentro di me tutto è musica.



Music was my first love
and it will be my last
Music of the future
and music of the past
To live without my music
would be impossible to do,
In this world of troubles
my music pulls me through

sabato 8 marzo 2014

La (mia) grande bellezza

Come avevo previsto (in tempi non sospetti), La grande bellezza ha vinto l'Oscar.

Non è che sia indicativo di chissà quali meriti artistici, l'Oscar: simbolici sì, però. E' il segno che la Mecca del cinema mondiale, quella da cui tutto è partito, considera che quel film ha i fondamentali con cui dev'esser fatto un film: ne ha la forma e la sostanza.
Il che, nel caso di specie, a me è parso evidente fin da subito.
Cos'è il cinema? E' arte popolare. E' mezzo comunicativo di massa, fabbrica di sogni e di inquietudini, di evocazioni, di emozioni. E' un'industria di manufatti più o meno artigianali nei quali ciascuno, fruendone, può scovare robe diverse da un altro. A seconda della propria età, del proprio stato sociale, del proprio carattere, delle proprie esperienze di vita, del momento che sta attraversando.

Per quello La grande bellezza è, prima ancora di essere un capolavoro (argomento controverso e tutto sommato irrilevante), un oggetto perfettamente descrivibile come "film" con tutti i sacrosanti crismi.

Il che non è affatto scontato, per una produzione cinematografica, al giorno d'oggi.

In più, per la sua lunghezza imponente, la sua opulenza, dovizia e maestosità di inquadrature, la tensione drammatica creata dal rapporto tra queste e la musica, l'ambizione e sfrontatezza nella trattazione di temi primordiali e nel ricorso ad allegorie universali, le fierissime polemiche e partigianerie che ha suscitato, apostrofarlo "film" è riduttivo: trattasi di filmone.


Questo filmone è un filmone evangelico: lo guardo (sette volte, finora: numero biblico) e penso alle parole di Gesù Cristo: "non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre". E' talmente semplice nei dialoghi, rasenti la banalità, e nelle situazioni, e al contempo tanto inquietante ed ermetico da poter esser considerato una sublimità assoluta o una esimia schifezza; un'espressione poetica altissima come una bassissima furbata; un coacervo di significati come un involucro vuoto. 

E' un autentico segno di contraddizione. O lo si odia o lo si ama. E anche tra quelli che lo amano non sono pochi i distinguo. Ciascuno ha la sua propria Grande bellezza personale, intima, calzata su misura.

C'è La grande bellezza del mio amico Lowerome, scrittore e sceneggiatore di indiscusso talento, che lo definisce "fenomeno culturale bestiale che fa guelfismo e ghibellinismo a manetta. Film d'autore spregiudicatamente destrutturato che vince i premi più prestigiosi al mondo e fa 9 milioni in tv, senza neanche schierare Tevez. Frutto di grande talento e intelligenza, a vari livelli." Per poi dire che gli sta tremendamente sul cazzo. Ma che "I primi dieci minuti per me sono incantevoli. La prima sequenza mi ha scotennato, il giapponese che crepa di sindrome di stendhal davanti alla visione del gianicolo e la macchina che si avvita intorno al cannone fino a farlo sparare. Poi parte la festa e quelli che dicono che è copiata da baz luhrmann dovrebbero andarsi a vedere quella di cirino pomicino nel divo, che era ancora più bella. (...) quando il film ammutolisce e lascia parlare la macchina e la sua idea di roma secondo me lì siamo a livelli storici. Poi purtroppo ridà la parola ai personaggi e si ricomincia con il pamphlet anti-libertà e giustizia..." 

C'è La grande bellezza di Sonia, la proprietaria del (prelibato) ristorante cinese davanti al mio ufficio, dove, a giudicare dalle centinaia di foto appese alle pareti, sono andati a mangiare tutti i vip d'Italia di ieri e di oggi, che mentre mi fa il conto mi mette allegramente a parte della circostanza che ieri sera è entrato da lei Federico Moccia. "Ma non ha mangiato, sai? Perché io avevo tanti tavoli liberi, ma lui voleva saletta riservata. Dice che non mangia assieme ad altra gente. Io detto non è possibile, e lui andato via."
"Moccia stronzo" rido io, e lei ride con me. "Del resto si sapeva, che bella conferma mi dai! Invece scommetto che, per esempio, Sorrentino, queste storie non le ha mai fatte."
"Ah, no!" si illumina. "Sorrentino viene spesso mangiare qui, con tutta famiglia. Molte volte venuto. Lui molto gentile, molto disponibile. Lui è tipo... " ci pensa cercando la parola giusta "... familiare. Ecco, sì. Lui familiare. Lui verrà senz'altro appena torna a casa."
"E' tornato oggi" la informo. "E' arrivato a Fiumicino stamattina. C'erano le sue foto su Repubblica on line."
La parola "Repubblica" la riscuote improvvisamente. "Ah! Tu ha letto giornale martedì?" e al mio diniego tira fuori una copia di Repubblica appunto di martedì scorso, aperta su una pagina sul cui fondo c'è un trafiletto con una sua foto: "Repubblica intervistato me, io detto che avevo detto lui che vince Oscar!"

C'è La grande bellezza della mia collega Pina, che non se lo sarebbe mai andato a vedere al cinema ma che per abitudine ha acceso Canale 5 e così gli ha dato uno sguardo (qualcosa la sera in TV si deve pur vedere) rimanendone imprevedibilmente folgorata: "Cri, tu che l'hai visto, sai dirmi come finisce?" Perché Pina si alza tutte le mattine alle cinque per venire al lavoro, e già il film è lungo di suo, con in più con tutte le pause pubblicitarie è diventato uno stillicidio infinito, e lei è crollata alla scena in cui la Ferilli muore, "ma muore, Cri? Quando muore? Quando chiude gli occhi?" mi fa mentre lei invece me li spalanca davanti al massimo, gli occhi, fin quasi fuori dalle orbite, e dentro c'è meraviglia ed emozione: "alla prima scena, con la fontana, il panorama, il giapponese che schiatta e e le voci splendide di quel coro di donne che canta su quella musica bellissima, che musica, Cri, che musica!, sono rimasta incantata", e mi emoziono anch'io perché l'effetto che le ha fatto è come una cartina tornasole che mi fa indicibilmente piacere mi confermi che lei, pur essendo una donna pratica poco incline all'intellettualismo spinto, è di grana più fine di quella di tanti altri in ufficio.

C'è La grande bellezza del produttore del film, Nicola Giuliano, amico d'infanzia dei Sorrentino, che entra a sera nella norcineria del mio amico, di cui è come me affezionato cliente, dove sono anch'io come tutti i giovedì, col bel viso stanco e il colorito un po' grigio per i giorni frenetici di LA e il jet lag, e il mio amico gli butta le braccia al collo e lo stritola (è un bell'omone) e poi lo libera, si gira verso di me e me lo presenta gridando: "Cri! Lo sai chi è questo? Questo è il produttore de La grande bellezza! Quello che stava al fianco di Sorrentino sul palco all'Oscar!" e allora io mi alzo dallo sgabello su cui sono seduta aspettando di finire di esser servita, abbandono il mio American Psyco e gli vado incontro con occhi luccicanti: "ma allora permetti che ti baci pure io, mi tocca proprio" e lui sorridente e disponibile tende le braccia verso di me e mi esorta "fai pure" e io lo abbraccio e "grazie" gli dico, e che ho visto il film sette volte e ora voglio tornare a guardarmelo sul grande schermo, e guarda me e mi vede e capisce, e mi risponde contento "grazie a te". E io allora, rischiarata dalla gioia del mio amico che gli sprizza da tutti i pori, e da quella di Nicola e dalla mia, gli chiedo delucidazioni sul film, come se parlassi ad un vecchio amico. E lui mi risponde senza esitazioni, con affabilità. Il set della mostra fotografica? Fammi pensare. Sì, ecco, è a Villa Giulia, sì. Ah, mi pareva, difatti, ma non ero sicura. Oh, ti prego, puoi dire a Sorrentino che c'è una matta che gli vuole un sacco bene per aver avuto quell'idea diabolica, al culmine del film, delle porte di Roma che si schiudono? Non puoi capire che cosa significa per la me bambina aver assistito alla scena in cui si apre il buco di Roma, l'ho visto inquadrato e mi sono detta col cuore in gola "non può essere che ora, non può essere che ora si inventi di aprirlo, che genio, che figlio di..." e qui mi fermo perché mi ricordo che la mamma di Sorrentino è morta quando lui aveva diciassette anni, ma insomma il senso si è capito, anche perché la voce mi si è fatta stridula e mi trema, come sempre quando sono emozionata, e lui sorride ancora di più, e poi smette di sorridere, e mi sussurra eh, purtroppo quella scena è finta, come finta? Faccio io, e contenendo la delusione ribatto eh, mi pareva impossibile difatti che i Cavalieri di Malta vi avessero concesso di girare dentro il giardino, quelli chissà che segreti, che scheletri ci hanno nell'armadio, da loro non ci mette piede manco il Papa, mah, fa lui, veramente è stato più per motivi tecnici, avevamo bisogno di un giardino illuminato in un certo modo, per cui è stata una scelta obbligata quella di ricrearlo su misura, prima si vede il buco della serratura vero, poi il portone che si apre è un portone identico a quello, poi il giardino dove si muovono gli attori è un altro giardino e in fondo c'è il mascherino verde. Ah, mi riconsolo subito io, ma infine non importa, anzi, il fatto che sia una finzione in qualche misura arricchisce il senso, perché quello che conta è il gesto, il gesto di aprire quel portone che per ogni bambino di Roma ha una patina fiabesca, quel portone chiuso su un mistero impossibile da svelare, quel gesto è dirompente, squarcia quel velo, ha una forza enorme, è quello il senso, è un simbolo potentissimo lo stesso e anche di più. Ma i Capitolini sono quelli invece, vero? Sì, dice lui, quelli sì. Marforio è quello vero, ma anche gli altri palazzi? Anche le altre statue? Anche il Galata morente? Sìssì, conferma ancora lui, divertito. E la Fornarina, anche quella è vera? Eh, no, si rammarica lui, quella è una copia, e quella invece proprio perché non ce la davano per filmarla, viene tutelata per evitarle danneggiamenti, non si può fotografare né filmare. Ah, dico io ridendo, vabbé, basta, non dirmi più niente, ma sono felice, e stordita dalla coincidenza, aver tanto amato questo film, averlo difeso a spada tratta, e incontrarne il produttore proprio il giorno in cui torna dall'America. E prima che se ne vada mi viene un'ultima urgenza, ma la galleria prospettica del Borromini, gli grido, quella è vera, dimmi che quella è vera! Sì, quella è vera, ride lui, è proprio quella autentica, e io gli racconto allora che mio padre, il mio povero padre fragile, inetto e sognatore, innamorato di Roma che conosceva meglio di una guida turistica, era amico del custode e se la faceva aprire fuori orario di pubblico, proprio come si vede nel film, e che ogni volta che riusciva a trascinarci me e mia sorella ripeteva sempre le parole di Sabrina Ferilli, hai visto, pareva tanto grande e invece guarda com'è piccola, e mentre glielo racconto mi rendo conto che Sorrentino è riuscito, con questo film, a restituirmi qualcosa di lui, di questo padre inesistente nel mio cuore oggi come lo è stato a lungo nella mia vita ieri, qualcosa di forte, di tenero, di indimenticabile, l'essenza del mio legame con lui, con questo manchevole, inadeguato, inesistente padre che non sapeva amare sua figlia ma che era amante della Grande bellezza, che è tutto l'amore che mi ha trasmesso, tutto ciò che di lui mi resta, tutto ciò che è bello che resti, le mie poche sortite per Roma con lui, che di Roma conosceva ogni pietra, e ogni pietra descriveva con immensa infantile emozione, e che forse è questo, senz'altro è questo il motivo per cui questo film mi strugge fino in fondo al cuore.

E' c'è La mia grande bellezza. Che sta in tutto questo, e che non finisce mai, che continuamente si rinnova, che mi scappa dalle dita come una farfalla, guizza via come un uccellino impossibile da catturare. Ma che lo stesso sono riuscita a comprendere e a trattenere. E che ho racchiuso e confezionato con cura in un sorriso: quel sorriso speciale che serbo per una persona speciale, che, non appena lo incontrerò - è già successo, so che ricapiterà - donerò a Paolo Sorrentino.



(Edit del 15 luglio 2014: negli scatoloni delle scartoffie di mio padre, a più di un anno di distanza dalla morte, è saltato fuori un contenitore zeppo di fotografie. Tra cui questa soprastante. E il cerchio, finalmente - si spera - si chiude.)

sabato 8 febbraio 2014

Faccio cose, vedo gente/1



He deals the cards as a meditation
And those he plays never suspect
He doesn't play for the money he wins
He don't play for respect

He deals the cards to find the answer
The sacred geometry of chance
The hidden law of a probable outcome
The numbers lead a dance

I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that's not the shape of my heart

He may play the Jack of diamonds
He may lay the Queen of spades
He may conceal a King in his hand
While the memory of it fades

I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that's not the shape of my heart
That's not the shape, the shape of my heart

And if I told you that I loved you
You'd maybe think there's something wrong
I'm not a man of too many faces
The mask I wear is one

But those who speak know nothing
And find out to their cost
Like those who curse their luck in too many places
And those who fear a loss

I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that's not the shape of my heart
That's not the shape of my heart
That's not the shape, the shape of my heart

lunedì 27 gennaio 2014

Gam gam


Odio la retorica, mal sopporto le giornate di questo e quello. Non credo di aver mai commemorato il Giorno della memoria.
Quest'anno mi ci tirano per la giacca, proprio.
Il rullo di FaceBook è imbarazzante, avvilente: pieno di deficienti che scrivono "Giorno della memoria" e postano la foto di una scheda RAM, oppure fanno liste della spesa, o la buttano in vacca in altra maniera, credendosi fini umoristi profondamente irriverenti audaci e innovativi.
Ma i tentativi di destrutturare una faccenda così scottante come la Shoah risultano ancora più insopportabili della retorica sulla Shoah stessa, sono come bombe carta che se le maneggi ti scoppiano in mano.
Difatti, nel tardo pomeriggio, ecco il botto, che temevo ed aspettavo da ore ed ore: la BATTUTONA.
"Oggi, giornata della Memoria, Israele bombarderà Gaza col fosforo."
E lì non ci vedo più.
Perché questo non è, legittimamente, denunciare le turpitudini odierne di Israele sì da inchiodarla alle proprie responsabilità. Al contrario, suscita l'impressione che non si aspetti altro per dar fuoco alle polveri, per poter dare addosso a coloro che sono assurti a modello di perseguitati di ogni tempo e ogni luogo come a volerli comprimere, schiacciare, annullare, fino a riuscire, in qualche modo, a mandare in caciara tutto.
Perché non è che la morte di un bambino palestinese ucciso da un razzo israeliano delegittima quella di un bambino ebreo gasato nelle camere a gas.
Perché a fare occhio per occhio dente per dente, tra una tragedia immensa e insensata che ha lasciato una ferita insanabile nella psiche collettiva universale, e una guerra civile straziante tra due fazioni che sono, sì, sproporzionate nella forza come Davide e Golia, ma ambedue accecate dall'odio verso il proprio vicino nemico e dal desiderio di prevaricarlo, i conti non tornano.
Perché questo è sommare torto al torto, danno al danno, orrore all'orrore.
Perché tutto ciò che si ottiene così è di sfiorare il revisionismo e la sconfessione della necessità di non dimenticare mai più quello che è stato il più grande abominio della storia che ci riguardi direttamente.
E' una pratica assai pericolosa, quella di giocare col Giorno della Memoria. Negare, o cercare di offuscare con gli odierni soprusi dei discendenti dei protagonisti, la sacrosanta liceità di sentimenti di vergogna e di sgomento per l'indicibile che avvenne con l'Olocausto, talmente atroce da divenire un tabù, un simbolo del Male assoluto che assolutamente travalica i contorni dell'etnia che ne fu vittima  - assieme ai malati di mente, gli oppositori del regime, gli omosessuali, gli zingari -, come pure i confini di tempo e di luogo e di circostanze, e persino l'identità dei carnefici, per divenire emblema sublime della malvagità e della ferocia di un uomo contro un altro uomo, significa indebolire la coscienza dei popoli, e aprire così la strada ad altri abomini.
E pure stornare gli occhi, con la scusa della cattiveria dei discendenti dei deportati, dalle responsabilità che l'Europa, e l'Occidente tutto, hanno avuto nella follia hitleriana. Nonché nella successiva disastrosa gestione dei sopravvissuti, abbandonati su una "terra di nessuno" in fretta e in furia dall'Inghilterra con l'appoggio dell'ONU per lavarsi le mani di questa scabrosissima vicenda, e per rimuovere un colossale senso di colpa collettivo: ciò che è la radice delle cause della lotta fratricida, ancorché squilibrata a favore di Israele, tra i due contendenti assai meglio fornita di tecnologie di morte, di soldi e di peso politico, di oggi, quella che insanguina la Palestina senza pace, senza concordia, senza giustizia.
Oggi è l'anniversario della liberazione di Auschwitz: sono stati i cadaveri ambulanti che accolsero i russi a bombardare i palestinesi? O lo furono i milioni di bambini, di vecchi, di uomini gasati? Lo furono i cosiddetti musulmani, i morti in vita che finivano i loro giorni molto prima di esser uccisi, nei lager, che nemmeno il Dio Pastore, quello di cui canta l'inno che posto qua sotto, ricoverò e salvò?

"Pur se andassi per valle oscura
non avrò a temere alcun male:
perché sempre mi sei vicino,
mi sostieni col tuo vincastro."

Ripristiniamo l'ordine delle cose, e onoriamo la Memoria.


גַּם כִּי-אֵלֵךְ
בְּגֵיא צַלְמָוֶת,
לֹא-אִירָא רָע
כִּי-אַתָּה עִמָּדִי


שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ,
הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי

27 gennaio 1945, apertura dei cancelli di Auschwitz e liberazione dei sopravvissuti ad opera dell'Armata Rossa sovietica.

mercoledì 8 gennaio 2014

Ballando al buio

Io premetto una cosa: voglio bene a Pierluigi Bersani.
Non da oggi, non da un mese, non da un anno. Da tanto.
Lo stimo, ho fiducia in lui, e ho sofferto nell'assistere ai tradimenti, ai travagli e alle umiliazioni che gli hanno inflitto i suoi avversari, e anche i suoi compagni di partito, dopo le ultime elezioni.
Già allora temetti che si ammalasse per lo stress e per il dispiacere. Perché lo vedevo umano, sincero: una persona perbene. Una delle poche rimaste nell'agone sozzo della marcia politica italiana.

Adesso quella mia nefanda profezia di sventura pare si sia avverata.
Io incrocio le dita e prego per lui, perché, ripeto, gli voglio bene. E lo voglio qui al mondo assieme a me.

Ho ascoltato il fratello medico - che ha contribuito a salvargli la vita, comprendendo subito la gravità del suo stato e accompagnandolo in ospedale senza indugio - commuoversi nel descriverlo "un duro mite", e uscirsene poi con una cosa come questa:

"Può darsi che qualche stress di troppo possa avere generato qualche picco pressorio di troppo. Però pensiamo tutti ai picchi pressori che deve avere un padre di famiglia che non ha lavoro". 

e poi questa: 

"Più sono presenti ansia e preoccupazione, più sei esposto. Per questo non voglio incolpare nessuno: anche l'infortunio fa parte del mestiere, e Pierluigi il mestiere di politico se lo è scelto".

Non una parola acrimoniosa, un accento amaro o polemico, nei confronti di tanti avventurieri di mezza tacca che si sono comportati e si comportano ancora in modo pessimo, cialtroni senza faccia, senza senso dello Stato, senza decoro, senza dignità; non una recriminazione, un guizzo di rammarico per l'imbecillità mostrata dai tanti dementi connazionali che hanno ritenuto lecito sversare, su giornali come Repubblica o Il fatto quotidiano, a corredo degli articoli della notizia del malore del fratello, il putridume infetto delle loro viscere in commenti osceni del genere "la prima buona notizia dell'anno" o "speriamo che finisca bene, speriamo che muoia".

Ecco, Pierluigi e la sua famiglia sono molto, molto più bravi di me.

Se proprio devo cercare una cosa che non mi piace di lui, trovo che sia nei gusti musicali: lui è un notorio adoratore di Vasco che a me fa cordialmente cagare.

Perciò non me ne vorrà se, per augurargli una serena notte, scelgo una canzone che non è di Vasco, ma di un gruppo che comunque per metà è suo conterraneo: gli Stadio.

Di cui, per conciliargli il sonno e i sogni, posto una delle canzoni più lievi, più belle.

(Ora mi ritiro e lascio Gaetano qui a cantare sommessamente. E lui a ballare al buio. Buonanotte, Pierluigi, auguri di ogni bene)

giovedì 2 gennaio 2014

Domenica e lunedì

Ho passato una notte di San Silvestro serenamente e pigramente a casa, buttando ogni tanto un occhio  assonnato al pc.
Avendo così modo di festeggiare Capodanno in compagnia virtuale di parecchi miei contatti. Che ho visto per lo più continuare a postare lagnanze ed insulti indirizzati all'anno morente, inflazionandomi il rullo della home con cose del tipo: "sbrigate ad annattene, 2013 de merda" o "un anno peggio de questo deve ancora venì' " o "il peggior anno della mia vita".
Non ce n'era uno connesso, praticamente, che non aggiungesse il suo granulo avvelenato a 'sto sacco di stricnina.
Un'amica me l'ha pure mandato via sms un augurio siffatto: "bella, ti auguro un 2014 migliore di questo... e penso non ci voglia molto".
Per vincere l'irritazione ho immaginato che alludesse al lutto che nel 2013 mi ha colpita.
Perché, sì, conosco gente che avrebbe mille motivi - me compresa, sulla carta - per pensare che il 2013 non abbia coinciso con un periodo felice della sua esistenza. Gente che ha visto morire o ammalarsi persone care, che ha perso il lavoro, o ha subito qualche altro rovescio pesante.
(Per inciso ho un'altra amica che nell'ultima parte dell'anno ha fatto bingo, riuscendo ad inanellare un lutto in famiglia, un dramma per la scoperta di una malattia gravissima di un altro membro della medesima, e un licenziamento senza preavviso per crack finanziario della ditta in cui lavorava. Eppure il suo messaggio di auguri, giuntomi stamane, cominciava con: "Buon anno, cara, ti auguro tutte le cose che desideri e tanta serenità". Per dire.)
Ma sono un'esigua minoranza, rispetto all'immensa totalità dei lamentosi.
Sì, sarà vero, viviamo in tempi bui, cupi. Però finché il querulante sta col sedere al caldo dietro un pc poggiato sul desco familiare, in mezzo ai parenti satolli, in ferie dal lavoro e con la pancia piena, oppure con uno smartphone da seicento euro minimo in mano a postare compulsivamente mentre fa il trenino con il cappelletto di carta in testa, la trombetta in bocca e i coriandoli al collo, non mi sembra che ci sia ancora da sputarci in toto in questo modo, su questa merda di vita.
Che oltretutto, se ci è andata da cani, che c'entrano i giorni e i mesi dell'anno? Con la misura del tempo, poi, che è una mera convenzione immateriale. Perché gettare sempre addosso al primo che passa - l'anno, nella fattispecie - la responsabilità delle nostre defaillance o dei nostri fallimenti?
Sospetto che quest'attitudine da perseguitati al piagnisteo e allo scaricabarile sia molto italica. Il classico "chiagni e fotti" che i nostri conterranei hanno fatto assurgere ad arte sopraffina.

Io invece, nonostante la morte di mio padre, ho salutato con affetto il 2013 che se n'è andato. Perché è stato un anno in cui finalmente ho cominciato a prendere contatto con me stessa. Ad acquisire consapevolezza della mia persona. A conoscermi. A innamorarmi un po', anche, di me.
Non lo cambierei col 2012, per esempio, manco per il ciufolo. Il 2012, un anno in cui sono morta dentro, e ho rischiato di morire sul serio.
L'anno appena passato, invece, ho preso a rivivere. O, meglio, ad avere coscienza di vivere.

Auguro questo a me, e a tutti noi. Che il nuovo anno, questo 2014 nuovo di zecca, sia un tempo intenso, intensamente percepito, senza che se ne perda un attimo. Perché il tempo che ci è concesso su questa terra è un bagliore di luce troppo bello, e troppo breve, per sprecarne anche solo un minuto.

Dopo domenica è lunedì.

Buon anno.

mercoledì 25 dicembre 2013

Do they know it's Christmas

Nel 1984 Bob Geldolf, musicista irlandese leader dei Boomtown Rats, vide uno speciale della BBC sulla tragedia della carestia in Etiopia e ne rimase così sconvolto da provare un impulso incomprimibile ad agire per reperire fondi da destinare al soccorso della sventurata popolazione di quella terra.
Trovò l'appoggio di Midge Ure, leader degli Ultravox. Insieme i due composero il testo e la musica di un motivo che fu sottoposto ai più noti cantanti e gruppi pop della scena inglese dell'epoca. Molti nomi famosi aderirono al progetto, accettando di collaborare all'incisione a scopo benefico della canzone di Geldolf e Ure come membri della Superband nata per l'occasione che prese il nome di Band Aid.
Essendo lo studio di registrazione stato messo a disposizione gratuitamente dai proprietari solo per un giorno, in un giorno la canzone fu giocoforza missata e registrata: per la precisione, tra le undici di mattina e le sette di sera del 25 novembre, tra l'ingorgo dei fan assiepati all'esterno, l'assedio della stampa all'interno, le defezioni di illustri come Bowie e McCartney, l'approssimazione di molti imposta dalla preparazione superficiale e dalla fretta (le parti registrate dagli Status Quo, ad esempio, vennero cassate perché considerate inutilizzabili, ma comunque in parecchi coretti si sentono accenni di stonature), i ritardi fuori tempo massimo di altri (Boy George arrivò solo alle sei di sera, praticamente preso di peso e portato da Geldolf, quando ormai era tutto finito, e registrò a posteriori in solitaria).
Il risultato fu un disco sporco, improvvisato, concreto, spontaneo, bello come un diamante grezzo. Che fece milioni di copie, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi in Inghilterra, stimolò un'iniziativa analoga negli USA (i celeberrimi USA for Africa, con l'ancora più celeberrima We are the world) e un incredibile, irripetibile evento: il concerto rock di luglio 1985 del Live Aid, in diretta planetaria tra il Wembley Stadium di Londra e il JFK di Philadelphia, al quale parteciparono davvero tutte le stelle del firmamento musicale mondiale del presente e del passato, nessuna esclusa.
Riguardare oggi il video mi emoziona ancora. Paul Young, Simon LeBon, Boy George, Bono, Tony Hadley, Sting, George Michael, che lì sono poco più che ragazzini, sono più vecchi di me e oggi sono tutti più vicini ai sessanta che ai cinquanta. Per non parlare di Phil Collins.
Per non dire di Freddie, che con i Queen al Live Aid ebbe la definitiva consacrazione a icona della musica mondiale, il mio amatissimo Freddie, che è morto. Ormai da più di vent'anni.
Eppure non provo rimpianto né amarezza, riguardandolo. Bensì commozione, tenerezza, senso di calore: affetto, appartenenza, familiarità.
Gli stessi sentimenti che ho provato quando, incastrata con la mia incontentabile e incontenibile figlia giacobina in un negozio Accessorize a King's Cross Station già infestonata per Natale in un pomeriggio inoltrato della fine di novembre, ho sentito dagli altoparlanti della filodiffusione uscire le note della canzone: la melodia un po' storta, un po' cupa, un po' primitiva di Do they know it's Christmas, uno dei cardini della mia giovinezza.
E lì, in un posto dove non ero mai stata prima di allora, in una nazione a migliaia di chilometri dalla mia, in mezzo a frotte di gente estranea e indifferente, mi sono sentita improvvisamente a casa.