lunedì 27 giugno 2011

Nightmare - dal profondo della notte

Il mio ex capo coniglio, vestito di un buffo pigiamino, è nella mia camera da letto e mi sta dicendo che ha già predisposto le carte per il mio trasferimento, perché senza di me non può stare. Io lo guardo nei suoi occhi chiarissimi, vitrei, affascinata ed orripilata, e lo ascolto, bloccata da un'ambivalenza di repulsione ed attrazione. Poi ci infiliamo a letto e lui mi bacia coi profondi baci della sua bocca e io per l'agitazione sento scendermi il sangue dall'origine del mondo, vado in bagno ed è un sangue che non è color sangue, ma inchiostro, nero e acquoso, che lascia cadere ovunque la sua scia inarrestabile di gocce grosse come lacrime, e io penso che dovrò andare all'ospedale.
Mi sveglio atterrita. Dal sangue, dall'inchiostro e dal pigiamino. E pure incazzata. Cribbio, che castigo esemplare  m'hanno inflitto, per uno stupido SMS, gli implacabili giudici pop-up della mia mente.

sabato 25 giugno 2011

Silly simphonies

Il mio ufficio, punta di diamante dell'amministrazione regionale, dipende dalla Direzione Agricoltura, e difatti, in linea con le sue competenze istituzionali, è popolato di animali da cortile come nella canzoncina de La Vecchia Fattoria del Quartetto Cetra buonanima.

Ci si incontrano papere iperattive starnazzanti, vecchie galline ché fan sempre buon brodo, una covata di imberbi pulcini appena usciti dall'uovo, qualche maiale, svariati asini, certi che si credono tori e invece sono tuttalpiù pii bovi, un paio di gatte costantemente occupate a leccarsi il pelo e affilarsi le unghie, due o tre topi di fogna, parecchi struzzi, conigli, pecore e capre in gran quantità; e ci sarei pur'io, che, dopo essermi a lungo creduta un'aquila - non tanto per l'acume, quanto per le grida acute e stridule emesse, anche in assenza di mia volontà, dalle mie corde vocali quando mi agito (il che capita spesse volte al giorno) -, solo di recente mi son scoperta mangusta, animaletto minuto ma tenace, capace di uccidere i serpenti.

E poi c'è pure (come poteva mancare ?) il cane da guardia. Un rozzo cubo di donna sessantenne dalle dimensioni di un metro per un metro per un metro, con quattro fili di stoppa giallastri sulla testa pelata, gli occhietti da faina e la bocca da mastino napoletano, di temperamento aggressivo e tracotante, fornita per beffa di un nome che, associato al cognome, evoca la dolcezza di giornate all'insegna del supremo sentimento che muove il cosmo, e a cagione di questa imbarazzante incongruenza familiarmente apostrofata coll'avulso e ben più idoneo appellativo di Cerbero.

Il Cerbero in questione alloggia in una cuccia di fronte alla porta d'ingresso - accanto alla postazione del vigilante pistolero che credo tenga l'arma scarica al mero scopo di evitare di esser tentato di usarla contro di lei - assicurata alla medesima da una catena di lunghezza tale da consentirle una fin troppo eccessiva libertà di movimento. Vero è che, pigra e sfatta com'è, e di scarsa fantasia, passa la più parte del tempo a vegetare nei pressi della tana: sfasciata su una sedia, lamentandosi delle correnti d'aria se è inverno e del caldo se è estate, schiavizzando il ritardato mentale dell'ufficio (funzionario apicale, essendo stato ai suoi tempi raccomandato dai buoni amici del padre generale) per imporgli ogni genere di commissioni, terrorizzando e molestando gli sventurati utenti sui quali è convinta di avere diritto di vita e di morte (come se avesse sospeso sulla testa un cartello colle terzine del padre Dante: Per me si va nella città dolente, per me si va nell'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente... lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate) e sparlando di tutto e di tutti, sarebbe arduo stabilire se con più protervia o più livore. Ma siccome, similmente a quando i raggi di sole penetrano talvolta a sorpresa in una cantina polverosa, anche nella sua mente angusta ogni tanto fa breccia un barlume di noia, o un fremito di smania, ecco dunque che, spezzando la piatta monotonia della sua esistenza, in quei frangenti prende a perseguitare qualcuno che le sta a tiro; purché sia molto vicino e molto visibile, posto che la sua accidia e la limitatezza della catena non le consentono di spingersi oltre l'orizzonte del corridoio tra la porta del piano e la stanza del dirigente, quattro passi più avanti del gabinetto. Di norma le sue torture hanno dunque come destinatari privilegiati: i già summenzionati utenti; le donne delle pulizie, verso le quali si atteggia a kapò; e in generale le persone che il suo bizzarro criterio di interpretazione del mondo le fa percepire detentrici di un potere che ostacoli il suo: fra cui colei che del dirigente è segretaria (che sarei io), verso la quale rivolge, con tipica italica codardia, anche gli strali diretti al superiore.

Già ad incattivirla, nell'ultimo anno, erano intervenuti diversi fattori destabilizzanti: in primis il fatto che, nel restringersi dei nostri spazi a seguito del forzato trasferimento dal primo al quarto piano, aveva perso l'uso dello stanzino alle spalle della sua postazione dove sbafava a pranzo vivande come fosse stata all'osteria, i piedi sotto il tavolone con la tovaglia di plastica a quadretti, i rivoli di sugo che scendevano ai lati della bocca, la TV accesa, e il fornello da campo sul quale era adusa scaldarsi le pietanze, tra le quali i broccoli del cui odore spesse volte impestava tutto l'ufficio, con disdoro del personale e sconcerto dell'utenza (anche se forse l'appartenenza alla Direzione Agricoltura dava un che di folkloristico alla circostanza, che sarebbe risultata probabilmente ancora più bizzarra in una struttura della Direzione Personale, o Cultura, o Sanità). Ma la situazione si è aggravata con l'avvicendamento dei vertici avvenuto a metà dello scorso aprile, quando al precedente dirigente coniglio che abbassava le orecchie al suo cospetto è subentrato l'attuale, più tendenza gattomammone incrociato con volpe e cane bulldog, davanti al quale ha dovuto riottosamente abbassare le orecchie lei. La situazione si è così fatta sempre più incandescente di pari passo con il montare del suo dispetto - sgarbi, musi lunghi, complotti alle spalle, risposte sfrontate, verso cui ho ostentato indifferenza e anche una certa dose di snobistico distacco -, fino ad esplodere due giorni fa.
E' quasi l'una di pomeriggio di un giovedì, il capo è fuori in missione come i tre quarti dei funzionari tecnici, siamo quattro gatti in un ufficio insolitamente tranquillo e io pregusto già l'incipiente week end (per il mio part time ad abbattimento verticale il giovedì è l'ultimo giorno lavorativo della settimana), quando mi si para davanti d'improvviso un giovanotto a me non sconosciuto, dipendente di un patronato che segue parecchi nostri utenti, con un sorriso incerto e un po' implorante sulle labbra e una pila di richieste di partecipazione al corso propedeutico all'ammissione all'esame per l'ottenimento dell'autorizzazione all'acquisto ed all'uso di presidi fitosanitari di I e II classe. Un fascio di domande, almeno una ventina, se non più.
"Scusa, Cri, se sono entrato, non sapevo delle nuove disposizioni. Domenica m'ha fatto provare, ché magari tu me le prendevi lo stesso le domande al protocollo... M'ha detto che mi faceva passare, che vedessi io, se per caso tu non ti arrabbiavi e me le accettavi lo stesso, per stavolta."
Io lì per là non connetto. Poi ricordo l'ordine di servizio, da me scritto su incarico del capo, che recita "a partire dal 1° di giugno, per motivi organizzativi, la documentazione recapitata a mano verrà accettata per la protocollazione solo nei giorni di apertura al pubblico, lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore etc alle ore etc."
Mi monta il sangue alla testa. Cerbero è una che non fa entrare manco la Vergine di Fatima fuori orario. L'ha fatto passare, questo qui, perché sua figlia lavora nella stessa organizzazione, perché il capo non c'è e perché vuol mettermi davanti al fatto compiuto, per far capire al giovanotto chi comanda.
Cerco di star calma, perché non voglio prendermela col ragazzo, con cui ho sempre avuto ottimi rapporti. Ad aggravare il mio disagio c'è il fatto che, come del resto la maggioranza della gente che si rivolge a noi, lui è venuto da fuori Roma, dalla provincia. Si sarà fatto, boh, almeno trenta o quaranta chilometri sotto al sole, e ora sono io quella che deve dirgli che se li è fatti per niente. Doveva essere respinto alla porta - l'avviso ha motivazioni molto fondate, è stato affisso da molto prima del primo giugno non solo all'entrata ma in ogni curva del corridoio e ribadito anche oralmente a chiunque si sia presentato ogni volta proprio per evitare situazioni incresciose di questo tipo, il suo patronato sicuramente ne era avvertito, e se si deroga con uno poi lo si dovrà fare con tutti. Ma lui ora è davanti a me, e io devo dirgli che dovrà tornare domani. E non doveva arrivare da me. Non doveva proprio varcare la soglia, Cerbero sta lì per quello, per quell'unico motivo piglia lo stipendio.
"Scusami, sai, non è che dipende dal fatto che io mi arrabbi o meno. E' che, se adesso ti accetto queste venti e passa domande, sarà il capo ad arrabbiarsi con me. Non posso disattendere un ordine d'ufficio, tanto più in sua assenza."
Stiamo in un penoso impasse per una decina di minuti, poi mi viene un'idea. Gli faccio portare le domande sulla scrivania del funzionario competente, che lo conosce. Poi lui domani le porterà al protocollo, e la consegna sarà stata rispettata senza che il ragazzo abbia dovuto rifarsi tutta la strada un'altra volta.
Poi però, perché questo non accada più, e chi ha orecchi per intendere intenda, citofono a Cerbero, e le dico con tranquillità ma anche con severità che lei non doveva farlo passare questo ragazzo, e che il fatto non si ripeta, altrimenti sarò costretta a dirlo al dirigente.
Lei mi chiude il telefono in faccia. Faccio per richiamarla, ma non mi risponde più. Sto per alzarmi e andarglielo a dire di persona, ma non faccio in tempo a girare intorno alla scrivania che me la trovo davanti. E' venuta lei da me, e urla e fa gestacci, attirando l'attenzione di tutti i colleghi che si precipitano dalle varie stanze in mezzo al corridoio.
E' un fiume in piena: grida che non mi devo permettere di dirle quello che deve e non deve fare, che me la tiro, che non sono nessuno, che lei fa entrare chi le pare e piace perché tanto qui s'è sempre fatto così. Io mi altero e grido anch'io, le intimo di uscire dalla mia stanza. Lei risponde: "manco per niente! Esci tu!"
Il mio collega di protocollo osserva la scena tra l'incuriosito e lo stupefatto. Il ragazzo del patronato, che nel frattempo ha depositato come d'accordo le domande sul tavolo del mio collega, è imbarazzato e mortificato. Accorrono la mia amica Louisa, una dei responsabili dell'ufficio, e Adriana, la responsabile del personale.
Cerbero è un cane, io son mangusta. E' una lotta per la supremazia che ha davvero dell'animalesco. E se io adesso mi lasciassi trasportare, come mi è successo molte volte in passato, verrebbe fuori una piazzata dove l'avrebbe vinta il più volgare, il più arrogante, il più feroce: lei. Che, nella confusione, potrebbe pure alleggerirsi di torti, ed ammantarsi di ragioni. Quando si urla in due, è come nelle constatazioni amichevoli di incidente, quando le Assicurazioni, per non sbagliare, penalizzano tutti e due i contendenti.


E allora faccio una cosa mai fatta prima: e mi accorgo di stare per farla, e di volerla fare, per un senso di luminosa consapevolezza che mi accende il cuore e mi schiarisce la vista, mostrandomi la strada per il cielo: mollo.
Tatticamente, strategicamente, mollo.
Mi avvicino a Cerbero. Le poggio teneramente una mano sulla spalla, con calore, carezzevole. Le sorrido.
"Va bene. Ci siamo dette tutto. Adesso esci, Domenica. Va', cara."
Lei impazzisce, ed esplode. E nel momento in cui esplode so di aver vinto. Lo so, e lo sento pure, perché si gira, divincolandosi, mi guarda con occhi spiritati, mi stritola il braccio destro con la mano sinistra - a distanza di due giorni lì ora c'è un livido di qualche centimetro - e con la destra molla pure lei. Mi molla un ceffone che mi scardina quasi la mandibola.
Per un millisecondo il tempo si ferma, cristallizzato nell'assurdo. Tutti, compresa lei, sembriamo statue di sale. Mi ha percosso, non per difesa, davanti al capo del personale, a parecchi altri colleghi e ad un utente.
Mi riscuoto io per prima. La sorpresa, e l'intontimento della botta, mi fanno salire alle labbra un risolino che pare imbestialirla ancora di più.
Per fortuna si rianimano pure tutti gli altri. In una sequenza tragicomica Adriana, sconvolta ma pacata, le intima di smetterla, e la minaccia di una lettera di richiamo. Louisa cerca di farla ragionare. Ma soprattutto il ragazzo, disperato per sentirsi causa del trambusto, d'istinto le afferra le braccia e la tiene ferma per quanto può, sudando come una bestia per lo sforzo, mentre lei, come impazzita, mi vomita addosso un ammasso di ingiurie e cattiverie e appare evidente che nemmeno ce l'ha più con me, ma con qualche suo fantasma interiore che deve perseguitarla senza pace, e se non fosse trattenuta mi salterebbe addosso per spaccarmi le ossa. E io, per converso, più lei alza la voce più l'abbasso, sorridendo, e ripetendole solo ossessivamente: "tu stai male, Domenica, tu stai male."
La portano via, finalmente, piangente di rabbia e di un'angoscia che le trabocca dalle viscere e si riversa fuori, squassandola, mentre io mi strofino il mento con una serenità che non ho mai provato prima, e una bizzarra simpatia per il povero Cerbero, per quel cuore di cane prigioniero del suo dolore infantile ed animalesco, che io conosco e riconosco perché è stato anche il mio, ma da cui oggi, con un colpo d'ali, mi sono innalzata.


Ed è così che scopro, con stupore e commozione, che, alla mia tenera età, forse sto cambiando davvero.







domenica 19 giugno 2011

L'Amore crea la Bellezza



A Fanny Brawne
Shanklin, Isola di Wight, giovedì 1 luglio 1819
Mia carissima signora,
Sono felice di non averti potuto spedire la Lettera che ti avevo scritto martedì notte, somigliava troppo a una lettera presa dall'Eloisa di Rousseau. Stamattina sono più ragionevole. La mattina è il momento più giusto per scrivere ad una bella Ragazza che amo così tanto: perché di notte, quando il giorno solitario si chiude, e la Camera solitaria, silenziosa, senza un suono, si apre ad accogliermi come un Sepolcro, allora credimi la mia passione prende interamente il sopravvento, allora non vorrei assolutamente che tu vedessi gli slanci a cui mai avrei creduto di potermi abbandonare, e di cui spesso ho riso vedendoli in un altro, perché temo proprio che penseresti di me che sono o troppo infelice o forse un po' folle. In questo momento sto alla finestra di un bellissimo Cottage, che dà su uno splendido paesaggio di collina, con sullo sfondo di sfuggita il mare; è una mattina molto bella. Non so quanto potrei adattarmi a questo posto, forse mi piacerebbe vivere qui e respirare quest'aria e passeggiare libero come un cervo lungo questa costa meravigliosa, se il ricordo di te non mi opprimesse tanto. Non ho mai conosciuto una Felicità che fosse pura e che durasse per tanti giorni uno dietro l'altro: la morte o la malattia di qualcuno hanno sempre guastato le mie giornate, e ora che nessun problema del genere mi opprime, è duro, devi ammettere, che un altro genere di dolore mi perseguiti. Chiediti amore mio se non sei troppo crudele ad avermi irretito così, ad aver distrutto così la mia libertà. Confessalo nella Lettera che devi immediatamente scrivermi, appena ricevi la mia; inventa tutto quello che puoi per consolarmi; fa' che la tua lettera sia inebriante come un filtro di papaveri e mi ubriachi; scrivi le parole più tenere e baciale perché io possa almeno posare le labbra dove si sono posate le tue. Per quanto mi riguarda non so come esprimere la mia devozione ad una creatura tanto bella: ci vorrebbe una parola più luminosa di luminosa, una parola più bella di bella. Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo solo tre giorni d'estate, tre giorni così con te li riempirei di tali delizie che cinquant'anni di vita normale non varrebbero a contenere.


Giovedì 8 luglio 1819
Mia dolce fanciulla,
La tua Lettera mi ha dato un piacere che niente al mondo all'infuori di te può darmi: e sono davvero sorpreso che una persona assente possa avere un potere tanto forte sui miei sensi come quello che sento. Anche quando non ti penso sento la tua influenza, una specie di natura più tenera che si insinua dentro di me. Tutti i miei pensieri, le mie notti e i miei giorni più infelici non mi hanno affatto curato, mi accorgo, dall'amore del Bello, ma l'hanno reso così intenso che sto male per il fatto che non sei con me: oppure vegeto in una sorta di pazienza passiva che non si può certo chiamare Vita. Non sapevo prima di adesso cosa fosse quell'amore che tu mi hai fatto provare; non ci credevo; la mia Fantasia ne aveva paura, che mi potesse bruciare. Ma se tu mi amerai completamente, anche se ci sarà del fuoco, non sarà così forte da non poterlo sopportare - se lo inumidiremo con la rugiada del Piacere. Parli di "gente orrenda" e mi chiedi se dipende da loro il poterti rivedere. Cerca di capirmi, amore. Ti ho così dentro il cuore che mi trasformerò in un tuo Guardiano se qualcuno dovesse farti del male. Non voglio vedere altro che Piacere nei tuoi occhi, e Felicità nei tuoi passi. Vorrei vederti tra quei divertimenti che più si addicono alle tue inclinazioni e al tuo carattere; così che il nostro amore sia una gioia in più tra tanti Piaceri, piuttosto che un rifugio dalle preoccupazioni e dagli affanni. Ma dubito che, nel caso peggiore, io sia all'altezza di quello che dico: se vedessi che la mia determinazione ti fa soffrire, vi rinuncerei subito. Perché non posso parlare della tua Bellezza, dal momento che senza di essa non ti avrei mai amato? Non riesco ad immaginare che un amore come questo avrebbe potuto cominciare senza la tua Bellezza. Ci sarà senz'altro, e non ho intenzione di ridicolizzarlo, un amore per il quale posso avere il massimo di rispetto e che posso ammirare negli altri: ma non ha certo la ricchezza, la freschezza, la pienezza, e l'incanto dell'amore che provo io. Dunque lasciami parlare della tua Bellezza, anche se a mio rischio e pericolo; perché potresti essere così crudele da provare su un altro il suo Potere. Dici che hai paura che io possa pensare che tu non mi ami, dicendo così mi fai soffrire ancora di più per il desiderio di esserti vicino. Sto cercando di usare con diligenza le mie doti, non passa giorno che non butto giù qualche verso e non affilo qualche rima. Devo confessare (visto che ne stiamo parlando) che ti amo ancora di più perché credo che ti sono piaciuto per me stesso e nient'altro. Ho incontrato donne che avrebbero voluto sposare una Poesia e si sarebbero date con tutto il cuore a un Romanzo. 
(...)
Per sempre tuo, amore, mio!
John Keats

The mean reds

"Listen...you know those days when you get the mean reds?"
"The mean reds? You mean like the blues?"
"No... the blues are because you're getting fat or because it's been raining too long. You're just sad, that's all. The mean reds are horrible. Suddenly you're afraid and you don't know what you're afraid of. Do you ever get that feeling?"
"Sure."




Tornando a bomba

La figura di Gesù contraddice tutti i principi della Pedagogia nera che la Chiesa insiste nel riaffermare: ossia l'educazione all'obbedienza e alla cecità emotiva mediante il castigo. Prima ancora di nascere, Gesù riceve dai genitori il massimo rispetto, riceve amore e protezione, e proprio in questa fondamentale esperienza primaria si sono radicati il suo ricco mondo emotivo, il suo pensiero e la sua etica. I genitori terreni si considerano al suo servizio né pensano di doverlo mai castigare. E lui, è forse per questo diventato egoista, arrogante, avido, dispotico o vanitoso? Al contrario: è diventato un uomo adulto forte, consapevole, saggio, capace di provare empatia, di esperire emozioni intense senza divenirne preda; capace di riconoscere la falsità e la menzogna e sufficientemente coraggioso da denunciarle.
Tuttavia, per quanto io sappia, fino a oggi nessun rappresentante della Chiesa ha mai riconosciuto il nesso evidente tra l'educazione ricevuta da Gesù e il suo carattere. Mentre verrebbe spontaneo di sollecitare i fedeli a seguire l'esempio di Maria e di Giuseppe non trattando più i figli come oggetti di proprietà bensì come figli di Dio. E in un certo senso, lo sono davvero.
L'immagine che un bambino amato si fa di Dio rispecchia le sue prime esperienze buone. Il suo dio sa capire, sa infondere coraggio, spiegare, trasmettere conoscenza e mostrarsi tollerante nei confronti dei difetti del bambino. Non punisce mai la sua curiosità, non ne strangola la creatività, non seduce, non impartisce ordini incomprensibili, non incute paura.
Gesù ha trovato in Giuseppe un padre terreno simile a questo, ha predicato esattamente questa stessa etica. Gli uomini di Chiesa, invece, ai quali è mancata un'esperienza del genere nell'infanzia, non sono stati capaci di vedere in quei valori se non vuote parole. Come dimostrano in modo lampante le crociate e l'Inquisizione, molti di loro hanno agito in perfetta consonanza con le esperienze infantili: annientando, esercitando intolleranza e crudeltà nel senso più profondo.
(...)
Non abbiamo bisogno di figli arrendevoli, che domani saranno capaci di uccidere per ordine di qualche terrorista o di un folle ideologo. I bambini che sono stati rispettati da piccoli andranno per il mondo tenendo occhi e orecchi ben aperti e sapranno protestare con parole e azioni costruttive contro l'ingiustizia, la stupidità e l'ignoranza. Gesù lo ha fatto già a dodici anni e sapeva, se necessario, rifiutare obbedienza ai genitori senza per questo ferirli, come dimostra ciò che accadde nel tempio (Lc 2, 41-52).
Con la migliore buona volontà non potremo mai essere come Gesù, perché dovremmo avere alle spalle una storia del tutto diversa dalla nostra. Nessuno di noi è stato in grembo ad una madre che lo pensava figlio di Dio: per contro, troppi sono stati considerati soltanto un peso dai genitori. Ma, se davvero lo vogliamo, possiamo imparare qualcosa dai genitori di Gesù, i quali non hanno mai preteso arrendevolezza da lui e non hanno mai usato violenza nei suoi confronti. Abbiamo bisogno di usare il potere soltanto quando temiamo la verità della nostra storia, alla quale ci aggrappiamo nei momenti in cui ci sentiamo troppo deboli per restare fedeli a noi stessi e ai nostri veri sentimenti. Eppure, proprio la sincerità nei confronti dei nostri figli ci dà forza. Per dire la verità non abbiamo bisogno di alcun potere, che ci serve soltanto per diffondere menzogne e parole ipocrite.
Il giorno in cui un gran numero di genitori sarà raggiunto dalle parole illuminate di molte persone esperte e bene informate (per esempio, Frédérick Leboyer, Michel Odent, Bessel van der Kolk e tanti altri ancora) e saranno sollecitati dalle autorità religiose a seguire l'esempio di Maria e Giuseppe, quel giorno il mondo diverrà per i nostri figli molto più pacifico, più sincero e meno irrazionale di quanto sia oggi.

sabato 18 giugno 2011

Anomalie genetiche

Sono nata deforme.

Non riesco a godere delle disgrazie altrui. Nemmeno di quelle del mio peggior nemico.

Sigh.

Nobody expect the spanish inquisition

Lo scarto tra la serenità e l'ansia in me è sempre minimo.

Questione di attimi. Laddove per dettagli microscopici, sfumature quasi inavvertibili, circostanze insignificanti, la gente di comune buon senso non noterebbe alcuna differenza, io invece perdo il senno.

La mattina parto in tromba: ottimista, volitiva ed energica, munita di una carica vitale esorbitante e di un senso di responsabilità ai (miei) massimi livelli, con il talento e l'abilità di un giocoliere consumato compio doveri familiari, adempio alle più eccentriche richieste lavorative, ascolto e soddisfo le più disparate esigenze altrui, non negandomi nel frattempo voli pindarici e fantasticherie unite a simpatiche imbarazzanti performance (tipo canticchiare sculettando Dancing Queen sparata dal pc mentre affranco la posta) e  riuscendo a tenere tutto simultaneamente in equilibrio, senza far cadere manco una pallina.

Poi, col passare delle ore, quando già comincia lo svuotamento e i miei entusiasmi vacillano, mi arriva la botta. Regola vuole che il precipitare degli eventi non si debba a fatti gravi, ma appunto a cazzate - una parola di troppo che per stanchezza dei miei freni inibitori mi esce di bocca, un'occhiata strana da parte di qualcuno che mi sta a cuore, una telefonata o una mail attese che tardano ad arrivare -,  perché la mia schizofrenia latente prenda il sopravvento, invadendo il campo della mia personalità, ed avvenga il singolare fenomeno per cui, mentre il mio corpo continua a rispondere con perizia e pertinenza alle sollecitazioni esterne, il mio spirito si catapulta nel vortice di una furiosa tempesta in un bicchiere colmo di due dita d'acqua.

E col pilota automatico continuo a portare avanti come se nulla fosse animate conversazioni al telefono, scrivere sensate e sintatticamente corrette lettere al pc o guidare senza danno in mezzo alla bolgia del traffico di Roma, mentre nella mia testa vengo tradotta in manette innanzi al solito Tribunale dell'Inquisizione per l'usuale processo dove non mi verranno concesse nemmeno le attenuanti generiche, e la conseguente condanna al massimo della pena, l'isolamento nel putrido sotterraneo della vergogna.

Là passo sempre dei gran brutti momenti. Chi mi sta intorno se ne accorge, perché faccio delle facce da tarantolata: arriccio il naso, stringo gli occhi, arrossisco, impallidisco. Delle volte somatizzo, soprattutto dall'occhio destro, quello più scalcinato, dove una sorta di stella pulsante ad intermittenza si dilata fino ad occultarmi del tutto la visione. Quando non sono le flotte di mosche - i cosiddetti corpi mobili vitreali - a raggrumarsi in una macchia scura che mi rende cieca per un po'. Ma se proprio sono in forma mi sciolgo in un bel pianto, ché mi fa sempre un gran bene. Ormai mi sono così specializzata che riesco a piangere a comando: non mi vede nessuno, dò la stura ai rubinetti. Entra qualcuno, mi arresto, le ghiandole lacrimali mi si seccano istantaneamente. Rimango di nuovo sola, ripiglio da dove ero rimasta.

Da lì ad un certo punto si compie l'ultimo felice stadio della paranoia:  finita sottoterra, incompresa, staccata da tutto e da tutti, io arrivo ad assaporare il paradosso della mia assoluta libertà, godendo, per un breve folgorante istante, della francescana  (ed evangelica) sensazione della perfetta letizia.

E la mattina dopo riparto in tromba.









lunedì 13 giugno 2011

Toccarsi

Tu non devi sapere

Fin da quando ero piccola, la storia della creazione si riassumeva per me nel frutto proibito: non riuscivo a capire perché ad Adamo ed Eva fosse stato impedito di avere accesso alla conoscenza. Ai miei occhi, il sapere e la consapevolezza hanno sempre rappresentato qualcosa di positivo e pertanto mi sembrava illogico che Dio avesse proibito di riconoscere la differenza fondamentale tra bene e male. 
La mia ribellione infantile non si è mai acquietata, sebbene più tardi io abbia imparato a conoscere molteplici interpretazioni della storia della creazione. Ma il mio modo di sentire ha sempre rifiutato di considerare l'obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l'ignoranza del bene e del male una condizione ideale, poiché mi sembrava che il frutto della conoscenza promettesse di spiegare che cosa è il male e, dunque, rappresentasse la redenzione, ossia il bene.
So che innumerevoli giustificazioni teologiche sono sopravvenute a interpretare i motivi delle decisioni divine, ma fin troppe volte riconosco in esse il bambino terrorizzato che si sforza di giudicare buoni e amorevoli gli ordini dei genitori anche quando non li capisce - né può capirli, poiché le motivazioni sottese a quegli ordini rimangono incomprensibili anche agli stessi genitori, nascoste nel buio della loro infanzia. Pertanto, ancora oggi non capisco perché Dio abbia voluto consentire ad Adamo ed Eva di abitare il paradiso soltanto a prezzo dell'ignoranza e perché abbia punito la loro disobbedienza condannandoli ad un'aspra sofferenza.
Non ho mai provato nostalgia di un paradiso in cui l'obbedienza e l'ignoranza fossero la condizione della beatitudine. Io credo nella forza dell'amore, che per me non equivale a mostrarsi amabili e obbedienti, bensì ha a che fare con la fedeltà a se stessi, alla propria storia, ai propri sentimenti e bisogni. E tra questi annovero anche il desiderio di sapere. Evidentemente Dio ha voluto deprivare Adamo ed Eva della fedeltà a se stessi. Il mio convincimento profondo è che possiamo amare soltanto quando ci è lecito essere ciò che siamo senza sotterfugi, senza maschere, senza schermi. Noi possiamo amare veramente solo se non ci sottraiamo al sapere a cui possiamo avere accesso - l'albero della conoscenza, per Adamo ed Eva -, soltanto se non lo fuggiamo, bensì troviamo il coraggio di gustarne il frutto.
(...)
Perché Dio ha piantato l'albero della conoscenza del bene e del male nel mezzo del giardino dell'Eden se non voleva che i due esseri umani, da lui creati, ne gustassero i frutti? Perché ha indotto in tentazione le sue creature? Perché Dio onnipotente, che ha creato il mondo, ha bisogno di questo? Perché, essendo lui onnisciente, ha bisogno di costringere all'obbedienza gli esseri da lui creati? Forse non sapeva di aver chiamato in vita un essere dotato di curiosità e di averlo poi costretto a rinnegare la propria natura? Se ha creato Adamo ed Eva maschio e femmina, dunque due esseri che si integrano sessualmente, come poteva poi aspettarsi che ignorassero la propria sessualità? E perché mai avrebbero dovuto ignorarla? E che cosa sarebbe accaduto se Eva non avesse addentato la mela? Non vi sarebbe stata unione sessuale e dunque la coppia non avrebbe avuto alcuna progenie. Il mondo sarebbe allora rimasto senza esseri umani? E Adamo ed Eva sarebbero vissuti in eterno, soli, senza figli?
Perché la procreazione dei figli è connessa con il peccato e il parto è associato al dolore? Come dobbiamo interpretare questi due fatti contraddittori: da un lato, Dio ha progettato una coppia infeconda mentre, dall'altro, si legge nella storia della creazione che gli uccelli si moltiplicano? Dunque anche Dio aveva già un'idea di progenie. Più avanti si dice che Caino ha preso moglie e ha generato figli. Ma dove ha potuto trovare una moglie se al mondo non vi erano altri che lui stesso, Adamo, Eva e Abele? E perché Dio ha respinto Caino allorché questi si è mostrato geloso? Non è forse stato lo stesso Dio a suscitare in lui quella malevolenza, prediligendo palesemente Abele?
(...) 
Si limitavano a eludere le mie domande, per esempio dicendomi che non dovevo prendere tutto alla lettera giacché si trattava di simboli. "Simboli di che cosa?" chiedevo, ma non ricevevo alcuna risposta.
(...)
Nonostante la migliore buona volontà, non riuscivo a trovare alcunché di malvagio nel comportamento di Eva. Pensavo che, se Dio avesse amato veramente le sue creature, non avrebbe voluto che restassero cieche. Ma, poi, è stato proprio il serpente a sedurre Eva inducendola a "peccare" o non è stato forse Dio? Se un qualsiasi mortale mi mostrasse un oggetto desiderabile, intimandomi di non prenderlo in considerazione, lo definirei crudele. Di Dio, invece non lo si può neppure pensare, e men che meno dire.
Rimasi dunque sola con le mie riflessioni, cercando invano una risposta nei libri. Finché non mi resi conto che l'immagine di Dio che ci è stata tramandata è opera di esseri umani educati secondo i principi della Pedagogia nera (di cui le pagine della Bibbia abbondano) e che nella loro infanzia sadismo, seduzione, punizione, abuso violento sono stati all'ordine del giorno. La Bibbia è opera di autori di sesso maschile, ed è presumibile che costoro non abbiano avuto esperienze positive con i loro padri. Evidentemente nessuno di loro ha conosciuto un padre che si compiaceva del desiderio di scoperta che alberga nel bambino, che non si aspettava l'impossibile da loro e non li castigava. Per questo, quando hanno creato quell'immagine divina, non si sono resi conto di attribuirle tratti sadici. Il loro Dio ha ideato uno scenario spietato, donando ad Adamo ed Eva l'albero della conoscenza e proibendo loro di gustarne i frutti, ossia di crescere nella consapevolezza e nell'autonomia; ha voluto che dipendessero interamente da lui. Ma io definisco sadico il modo di agire di un padre siffatto, che gode dei tormenti inflitti al bambino. Per di più, punire un bambino per le conseguenze del sadismo paterno non ha certamente a che fare con l'amore bensì, semmai, con la Pedagogia nera. E proprio in questo modo gli autori della Bibbia hanno inconsapevolmente veduto i loro padri, presunti amorevoli. Nella Lettera agli Ebrei (12, 6-8), Paolo afferma esplicitamente che proprio il castigo garantisce agli uomini di essere veri figli di Dio e non bastardi: "Perché il Signore corregge colui che egli ama, percuote di verga chiunque riceve per figlio. Sopportate di essere corretti: Dio vi tratta come figli. Qual è mai il padre che non corregge il figlio? Se siete esenti da questa correzione, di cui tutti hanno avuto la loro parte, vuol dire che siete bastardi e non veri figli".
Oggi, posso immaginare che quanti sono cresciuti nel rispetto e non hanno subìto castighi e umiliazioni, in età adulta crederanno in un altro Dio, un Dio amorevole, capace di guidarli, di illuminarli e orientarli. Oppure faranno a meno di immagini divine, seguendo modelli che incarnano ai loro occhi una forma di vero amore.