martedì 30 ottobre 2012

Diarios de motocicleta

"Una persona con un adeguato livello di intelligenza dovrebbe sempre avere un po' paura di te" mi disse a bruciapelo una volta, verso la fine della nostra bizzarra relazione, il mio casoumano.
Io lì per lì, tutta presa a contemplarlo sdilinquita mentre si sbafava un pezzo di pizza ungendosi dal naso al mento, non chiesi specifiche, mi limitai a restare a bocca aperta come un'idiota.
Solo al nostro successivo incontro, una decina di giorni dopo, ricollegando certi atti e fatti, gli replicai  un ansioso, pressante "perché?"
"Perché tu sei una che non lascia sospesi, che alla fine chiude sempre tutti i conti" mi rispose lui, rivelando un acume di giudizio nel quale un'anima ingenua come la mia credette di scorgere coinvolgente intuizione, commovente comprensione effetto di profondo vincolo affettivo, empatia, sintonia spirituale, dove invece c'era solo la mera straordinaria capacità di captare pensieri ed emozioni altrui, e di connettervisi mentalmente, tipica di uno psicotico.
Comunque sia, il casoumano aveva, come già altre volte, letto in me cose di cui io non avevo piena consapevolezza. Ci aveva preso. Ci prendeva spesso.
Ci ho ripensato perché in questi giorni sto regolando parecchi conti, in effetti. Uno ieri sera, bello grosso. Pratica espletata con pacata e lucida determinazione, con olimpica, efficace serenità.
Entro un paio di giorni ho intenzione di regolarne un altro, decisamente meno importante, anche se non è inusuale che contingenze che nella vita quotidiana sono poco più di mere sciocchezze abbiano un peso e un significato notevoli invece, stranamente, a livello psichico. Il mondo dell'inconscio segue buffi criteri, apparentemente assurdi rispetto all'ordinato e prevedibile sentire della coscienza.
Sto acquistando densità, contorni. Mi sto differenziando dall'indistinto caos nel quale ero immersa fino a poco tempo fa, una con-fusione emotiva che non mi dava modo di vedere delineati i confini che dovevo rispettare e che avrei dovuto esigere di tracciare.
Mi sto indurendo. E mi sento molto Che Guevara. Il quale affermava, in una frase gettonatissima su tutte le bacheche di FaceBook dove ciclicamente ricompare ad ondate: "Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza."
(Spero di essere proprio così, io. E di morire come lui, combattendo. Il più tardi possibile...)

domenica 28 ottobre 2012

Falling

Il buio e il freddo di questo primo pomeriggio di ora solare sembrano aver smorzato del tutto l'eccesso di calore dentro di me. Non brucio più, non mi consumo, non patisco più ustioni che mangino la mia carne viva. Invece di deprimermi, mi sento infusa di serenità. Mi godo il calduccio del mio nido domestico, il mio presente, il fugace attimo di tranquillità che mi viene donato dagli eventi a cavallo di giorni sempre frenetici, travagliati e forieri per me di prove di resistenza all'ansia sempre nuove. Ecco, ho digitato la parola "ansia" e mi viene in mente il post sulle venti cose da fare prima di morire che mi sono ripromessa di buttare giù da più di una settimana, ma rimando.Vorrei scrivere a profusione, ma mi sento troppo calma e riflessiva per farlo, adesso. Contemplo il mio groviglio interiore senza capo né coda assolutamente scevra da preoccupazioni o da autocritica. Anzi, più lo guardo e più mi pare di rara bellezza, una delicata, mirabile, irripetibile opera d'arte. Esisto, hic et nunc. Una sensazione assolutamente nuova.

Il momento che vivo e descrivo si inanella nel percorso che sto facendo da un po' di tempo. Spontaneamente, senza forzature, non intenzionalmente. Nello svolgersi del quale ho assorbito e assorbo con attenzione per me inusitata come possibile suggestione ogni avvenimento, ogni dettaglio, anche il più infimo, il meno importante. Per esempio, in questi ultimi giorni ho rivisto insieme a mio figlio, episodio dopo episodio, l'intera serie di Twin Peaks, che mi scosse non poco quando ero ancora quasi una ragazzina, e mi ha - piacevolmente - impressionato parecchio anche adesso. In modo molto diverso: allora mi attraeva contro la mia volontà, turbandomi alquanto, oggi mi affascina apertamente e mi provoca un curioso senso di pace, la pace che si ottiene con la comprensione e l'accettazione delle due facce opposte dell'esistenza contenute l'una nell'altra: il dolore nella gioia e viceversa, il bene nel male, senza possibilità di discernerli, di separarli.

Per cui eccola qua, la canzone che m'è venuta in mente oggi pomeriggio e che sto ascoltando con affetto intriso di dolcezza. Tenera, suadente, fluida, inquietante. Ipnotica, calda, inquietante, consolante. Triste. Placida. Sognante. Sensuale. Segreta, arcana. Odorosa di legna aromatica, di foglie secche, di erba umida. Pulsante di vita e di morte, di effimero e di eternità. Perfetta per questo primo scuro e gelido pomeriggio di autunno incipiente. Da riempirsene le orecchie e l'anima raggomitolate sul divano a meditare, magari con un ciocco in braccio.


Don't let yourself be hurt this time.
Don't let yourself be hurt this time.

Then I saw your face
Then I saw your smile

The sky is still blue
The clouds come and go
Yet something is different
Are we falling in love?

Don't let yourself be hurt this time.
Don't let yourself be hurt this time.

Then your kiss so soft
Then your touch so warm

The stars still shine bright
The mountains still high
Yet something is different
Are we falling in love?

Falling
Falling
Are we falling in love?

Improvvisamente l'estate scorsa


"Secondo una filosofia orientale, tutto quello che dai ti ritornerà indietro. Aspetto tir con trasporti eccezionali nei prossimi anni ;)"

" Ci credevo anch'io, finché il tir non m'ha investita XD"

sabato 27 ottobre 2012

The choice

Non possiamo scegliere chi siamo liberi di amare.
(sostiene Harold Bloom che l'ha detto Auden: io, che pure sono un'estimatrice abbastanza attenta di Auden, 'sta frase non la trovo. Ma siccome Harold Bloom c'ha una testa tanta gli credo. In ogni caso, la frase è psicologicamente, purtroppo, molto esatta)

mercoledì 24 ottobre 2012

Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti

Cambio di mood.
Aiuti una figlia a cercare sul web un certo tipo di testo letterario, che tratti della corruzione della giustizia, perché l'insegnante con cui sta studiando I promessi sposi, giunta al brano di Renzo dall'Azzeccagarbugli, le ha parlato della Colonna Infame e le ha dato per compito a casa di cercare, appunto, un altro breve estratto di opera che affronti la questione.

E incappi in questo, scandalosamente mai letto prima, scritto dal genio di Calvino trentadue anni fa. E ammutolisci.

Da leggere con venerazione, in religioso silenzio.


Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

Al di là dei sogni


‏@pellescura
Si sta come sul baratro, un attimo prima di una spinta da dietro
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12:15 PM - 23 Ott 12 

17h ‏@crisolocri
@pellescura Lascia fa' che poi si vola!!!

16h ‏@pellescura
@crisolocri  non ci avevo pensato:-)

16h @crisolocri
@pellescura Nemmeno io, mai. Ma poi mi è successo davvero, stasera :D

Risvegli

Salvarsi la vita. Si può fare in mille modi, anche i più assurdi ed eccentrici. Ciascuno ha la sua strategia, magari maldestra, ma efficace.
L'importante è aver innescato il processo. E avere la percezione di averlo fatto.
Esser consapevoli che le cose si sono messe in un modo tale per cui indietro non si tornerà più. Che si andrà solo avanti, da oggi in poi. Senza sapere dove si sta andando, guardandosi intorno stupefatte e smarrite, talvolta anche rapite, non riconoscendo lo scenario.
Sapendo che, comunque, il meccanismo si è messo in moto, in maniera irreversibile.
E che oggi è il primo giorno di una nuova vita.

martedì 23 ottobre 2012

Può succedere anche a te

Quando, dopo aver opposto strenua e disperata resistenza, all'improvviso ti stappi,  il tuo mondo ruota di centoottanta gradi e ti accorgi che l'ansia, vista da un'altra prospettiva, è mera, autentica energia vitale disponibile.

sabato 20 ottobre 2012

Ricomincio da tre

Settimana caotica, dentro e fuori di me. Sto cercando di conoscermi, di capire quel che mi piace, quel che mi interessa, quel che vorrei, potrei, fare da grande. E mi sento un uccello che, entrato per caso in una stanza da una finestra aperta, non riesce più ad uscirne, e frullando le ali come un disperato sbatte il capo in tutte le pareti. Vado a tentoni, insomma. Sperando di trovare dei punti fermi a cui appigliarmi.

Continuando a ripensare a Suu mi è venuto istintivo adoperare la sua vicenda come un test: comparare la sua forza di volontà alla mia. Così mi sono messa a rovistare nel barattolo arrugginito della mia memoria alla ricerca di qualche mio atto che, compiuto magari per caso, senza aver idea di star facendo chissà che, nella più completa inconsapevolezza della sua portata, abbia finito per dare un'impronta, una sterzata importante, alla mia vita, in modo tale che, vedendolo ora retrospettivamente, io ne possa cogliere l'importanza, il significato, e gli effetti che ha indelebilmente determinato nella mia essenza di persona, nonché quanto abbia potuto influire e incidere sull'esistenza di coloro che mi circondano. Per avere un punto di partenza, o di ripartenza, da me stessa.

Non è servito manco rimestare tanto, alla fine, per tirarne fuori qualcuno.

Uno, come già ricordato, riguarda la storia della mia erre blesa corretta da me in prima elementare.

Il secondo è la mia autoterapia di guarigione dagli attacchi di panico che ho risolto con la fierezza di non esser mai ricorsa all'ausilio di farmaci. Manco mezza pasticca di ansiolitico ho mai preso. Dopo l'insorgenza di episodi violentissimi, continui e invalidanti intorno ai miei ventitrè anni - e lì sono stata aiutata e assistita, tanto, dalla sola amorevole attenzione di due uomini che avevo vicino, il mio allora fidanzato oggi marito e il mio datore di lavoro - ne ho avuti altri, anche a distanza di anni, ripetutamente. Stavo bene per un bel po', con il mio silente malessere che mi scorreva sottotraccia come un fiume carsico. Poi, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, senza un motivo apparente, ecco che si riscatenava. L'ultima volta è stato il giorno del compleanno di mio figlio, un agosto di dieci anni fa. Si era in campagna, era prossimo il tramonto, io stavo andando in auto al paese vicino a ritirare la torta; e nel passare il ponte sul fiume ho sentito salirmi la solita, familiare, angosciosa sensazione di morte che pian piano prendeva ad invadermi tutta. Il panico che   mi saliva alla gola, irrefrenabile, ingestibile. La certezza di star varcando la soglia del mondo dell'aldilà, di non poter far niente per ancorarmi alla vita, agli affetti, ai miei figli che mi aspettavano a casa. Ma invece di irrigidirmi, come avevo sempre fatto, favorendo l'aumentare dell'intensità dei sintomi, mi sono abbandonata, dicendo tra me e me con serena curiosità: "Cri, forse è un attacco di panico, forse invece stai davvero morendo. E con ciò? Non avere paura. In fin dei conti, è un'esperienza anche questa. Vediamo che succede". Ebbene, sono tornata all'istante padrona di me stessa. L'attacco di panico si è arrestato, per non tornare mai più.

Il terzo è quando sono riuscita autonomamente, con una regime alimentare e fisico di mia invenzione e una costanza di cui mai mi ero scoperta capace, a dimagrire di dodici o tredici chili. Nell'autunno del 2005, in seguito ad un brutto malanno di mia madre, e alla sua conseguente degenza in vari ospedali, qualcosa mi è scattato dentro, e mi son detta che se non potevo ringiovanire potevo almeno dimagrire. Sull'età non avevo potere, sul peso sì. E dai settantuno, settantadue chili che ero arrivata a pesare, a giugno 2006 ero tornata ad averne addosso i miei cinquantasette di ragazza. Ora ne ho ripresi un paio, forse tre. Ma so di avere la potenzialità di disfarmene quando voglio.

Se ci metto pure il mio modo piratesco di guidare l'auto, il mio autocontrollo e la mia fulminea lucidità nel calcolare il pericolo guizzando a zigzag nel traffico impazzito e spaventoso di Roma senza aver paura di niente e di nessuno, beh, mi trovo una buona base su cui ancorare la mia rinascita di persona.

E ora esco di qui e comincio a darmi da fare.


lunedì 15 ottobre 2012

The lady

Week end intenso, passato variamente a vivere.
Bene, perlopiù.
Ieri sera, sfinita, mi sono ficcata a letto con una decina di DVD assortiti comperati nelle ultime settimane e non ancora liberati dal cellophane, estraendo dal mucchio, dopo breve esitazione, The lady, il film biografia che Luc Besson e Michelle Yeoh (quella de La tigre e il dragone e di Memorie di una geisha, qui splendida e devota interprete della protagonista) hanno tratto dalla parabola umana  di Aung San Suu Kyi.
Chi non conosce, almeno per sommi capi, la storia di questa piccola donna birmana? Tutti ne hanno sentito parlare, molti ricorderanno la cerimonia del Nobel per la pace che le fu conferito nel 1991: sul palco suo marito, professore inglese di storia ad Oxford, i suoi due giovani figli, e una sua gigantografia. Lei non c'era, costretta agli arresti domiciliari nella sua casa di Rangoon da un regime dittatoriale che cercava di cancellarla dal mondo, tanto che al momento della proclamazione nessuno, nemmeno la sua famiglia, sapeva nulla delle sue condizioni di salute; non si era nemmeno ragionevolmente sicuri che lei fosse ancora viva.
Eppure la visione di questa pellicola mi ha fatto scoprire quanto poco sapevo di lei. Quanto pochi strumenti di conoscenza avessi avuto fino ad allora per comprendere il dramma suo e della sua famiglia. Quanto straordinaria sia stata la coerenza della sua scelta di vita, così intensa perché così intimamente condivisa con suo marito. Quanto abbia perso di se stessa. Quanto abbia guadagnato in cambio. Che sacrificio immane abbia chiesto ai suoi cari. Ai suoi figli ragazzini, che hanno sicuramente sofferto in modo indicibile. Che strazio sia stato per lei esserne consapevole. Ed essere altresì consapevole di non poter fare altrimenti, semplicemente.

Tra le varie scene emozionalmente impegnative di questa pellicola, che sceglie di non approfondire più dello stretto indispensabile gli eventi della storia ufficiale per concentrarsi sulla vicenda privata di una donna che definire coraggiosa è molto più che riduttivo, due sono quelle che mi hanno particolarmente scosso. 

Una è quella, appunto, che descrive la cerimonia del Nobel. Suu, in completo isolamento, riesce a captare dalla radio, unico strumento di contatto col mondo esterno che le è rimasto, la cronaca dell'evento. Sa che lì ci sono suo marito, i suoi figli, con cui non può comunicare da tanto tempo; che parleranno di lei, che il mondo intero parlerà di lei: è una formidabile iniezione di fiducia, una sferzata potentissima di vita, in un momento così impossibile della sua esistenza. Ma i militari, con sadica crudeltà talmente chirurgica e gratuita da renderli grotteschi e ridicoli di fronte alla grandezza della sua umanità, le tagliano la corrente elettrica all'improvviso. La sua vecchia domestica non si perde d'animo: scova una radiolina a transistor sguarnita di batterie e ci infila a forza la pila della torcia elettrica. La radio funziona, riescono a sintonizzarla sulla stazione giusta, e Suu può così ascoltare le parole del comitato, gli applausi della gente, il discorso di suo figlio maggiore Alexander che parla in suo nome, presta la sua voce di ragazzo a lei, che il tiranno birmano vorrebbe rendere muta per sempre. Poi sente un'orchestra attaccare la sua musica preferita, quella che suo marito le ha sentito tante volte suonare: il Canone di Pachelbel. E allora, spontaneamente, si siede al pianoforte e trova il modo per essere lì con loro, colmando il baratro di tempo e spazio. I militari sono sconfitti, e con loro sconfitta è la protervia, la violenza, la brutalità. Vinta dalla sensibilità dello spirito di una piccola donna indomabile, impossibile da coercizzare o da imprigionare.


L'altra è quella, quasi insostenibile, dell'ultima drammatica telefonata tra lei e il marito morente di cancro. Ai dittatori non pare vero ritrovarsi tra le mani questa formidabile arma di cui profittare: dopo averle restituito una fittizia libertà di movimento con la revoca degli arresti domiciliari puntano sulla sua fragilità di donna toccata da una tragedia immensa nei suoi sentimenti più profondi, e negano perfidamente il visto d'ingresso all'uomo che vorrebbe ricongiungersi alla moglie che non vede da anni per un estremo saluto. Suu sa che questo è fatto per costringerla a partire: e che se uscisse dalla Birmania non le consentirebbero più di fare ritorno, vanificando il senso di anni di lotte, rendendo inutili anni di sofferenza sua e dei suoi cari. Ma senza salutare il suo uomo per l'ultima volta non sa stare. Lei, l'orchidea d'acciaio, per la prima volta davvero vacilla, e dice al marito che pensa di andare da lui in Inghilterra. Egli allora le si oppone fermamente: con indicibile generosità supporta Suu fino all'inverosimile, persino contro se stesso, spingendola così dove lei non si dà il diritto di arrivare. Sa che non la rivedrà mai più, che si spegnerà solo, lontano da lei. Ma proprio il dolore inaudito che entrambi provano a quel pensiero è misura della straordinaria condivisione d'intenti  tra loro due, uniti, nonostante il distacco, come pochi altri al mondo, dall'inizio dei tempi, sono stati. Rivedersi, abbandonando la strada che Suu sta percorrendo, vanificando tutto, sarebbe come rinnegarsi, e rinnegare qualcosa che sta alla radice del loro legame, su cui poggia l'autenticità e il significato del loro amore. Perché questo è il vero amore. Proprio perché si amano davvero Suu e suo marito Michael dovranno restare separati fino alla fine. Piange, Suu; e io, sdraiata sul letto accanto al mio, di marito, mi sono girata verso lo schermo, dandogli le spalle, perché mi vergognavo di fargli vedere che piangevo anch'io. O di fargli capire che sapevo che stava piangendo anche lui.

Quando ho spento mi è successo come quando i bambini piccoli vedono per la prima volta un documentario sui loro coetanei che muoiono in Africa e, per un po', i loro guai e dispiaceri scoloriscono in confronto ai veri travagli della vita. Aung San Suu Kyi oggi ha sessantasette anni: la sua esistenza volge al termine, e il rendiconto non è positivo. Si è persa la giovinezza dei suoi figli, costretti a crescere senza la madre e, dopo poco, assai prematuramente, anche senza il padre; si è persa la loro confidenza, se il figlio maggiore, oggi trentanovenne, si è rinchiuso in un monastero buddista negli USA e non ha inteso rivederla; si è persa gli ultimi anni di serenità accanto al suo uomo, morto il giorno del suo cinquantatreesimo compleanno; ha patito terribili segregazioni paragonabili alle più atroci torture, è stata oggetto di sopraffazioni inaudite, ha visto orrori incancellabili; e la situazione politica nel paese ch'ella lasciò ragazzina per tornarvi donna e madre con una vita ormai lontana da lì solo per una settimana o due - "il tempo necessario", dichiara ai soldati all'aereoporto - per assistere la sua, di madre, che aveva avuto un infarto - non è sostanzialmente mutata. Chi gliel'ha fatto fare?
Semplicemente, lei ha visto un orizzonte che gli altri non vedevano. Ha amato i suoi figli, il suo uomo. E siccome sapeva amare, ha naturalmente dilatato ed espanso questa sua capacità, questa tenerezza di madre, di donna, agli altri esseri umani, ai giovani universitari che ha incontrato, sanguinanti dopo gli scontri con i militari, nell'ospedale dove accudiva sua madre, e via via poi a tutti gli altri che si è trovata davanti nel cammino intrapreso, fatto di passi non preordinati, venuti spontaneamente, uno dopo l'altro, camminando. L'amore non è avaro, non si restringe, non si può circoscrivere. Può solo ampliarsi in cerchi concentrici via via sempre più larghi, come quelli di un sasso gettato nello stagno. E a sua volta ha tratto forza dal suo essere stata molto amata. Dai suoi figli, fino a dove le loro risorse emotive di ragazzi hanno consentito. E da suo marito, indissolubilmente legato a lei da un vincolo che li rendeva due in uno, anche a distanza, moltiplicando la loro forza e la loro capacità di incidere sul proprio e sull'altrui destino.
E mi sono detta: chissà come si sente, oggi, Suu. Questa donna minuta e indomabile, ostinata, piena di grazia e gentilezza. Chissà se ha mai provato le stigmate della depressione, del vuoto esistenziale, della mancanza di senso. Forse sì. Forse chissà quante volte. Però ce l'ha fatta. E' rimasta fedele a se stessa, senza perdersi mai.
E' una persona eccezionale, Suu. Quello che le è capitato è eccezionale. Per fortuna, anche, non è richiesto a tutti uno sforzo così sovrumano. Però, in fin dei conti, lei è invece, comunque, sempre e solo un essere umano. Una donna, solo una donna.
Se ce l'ha fatta lei, ce la posso fare anch'io. Ce la possiamo fare tutti.