martedì 14 maggio 2013

Oggetto piccolo (a)


Perché mi fate questo? Perché mi stuzzicate nel punto sensibile?
I-po-con-dria-ca, io sono ipocondriaca. Come, pare, conseguenza delle mie tendenze narcisistiche combinate con le mie ossessive pulsioni di controllo.

Solo che non sono un'ipocondriaca classica, di quelle che si acconciano con entusiasmo a fare un migliaio di esami e di ricerche, traendone un godimento di cui non si saziano mai. Io sono un'ipocondriaca che chiede solo una cosa: essere rassicurata che le sue sono solo ubbie. Senza prescriverle alcunché, perché il gesto verrebbe da lei interpretato come corroborante delle sue preoccupazioni.

Avevo un medico, da ragazza, che non mi pigliava mai sul serio. Una volta mi cacciò dallo studio urlando: finiscila! Vattene!
Era il medico perfetto per me.

Invece, se tu, specialista pure amica di famiglia, a cuor leggero mi inviti a fare ulteriori indagini mirate in maniera inquietante dicendomi "non ti preoccupare, è routine, io lo so che sono negative", scusa, ti meriteresti che ti spezzassi una ad una le ossicine delle falangi di tutte e due le mani. Perché tu non dai peso alla cosa, lo fai per pararti il culo e perché un'analisi del sangue tanto non è invasiva e non si nega a nessuno - a nessun laboratorio convenzionato, intendo - ma a me stai togliendo mesi di vita per l'ansia che mi hai provocato.
Perché, se sai che sono negative, che cazzo me le fai fare a fare?
E intanto parte la danza del mio cervello che dice "te l'ha detto per tranquillizzarti, ma se te le fa fare, e oltretutto è pure un'amica, si vede che un sospetto ce l'ha." Laddove so benissimo che, dieci volte su undici, il dottore non guarda in faccia a nessuno, e largheggia in richieste di ulteriori accertamenti, melium abundare quam deficiere, così, di default, con leggerezza e superficialità, perché così fan tutti, e poi nessuno ha voglia di pigliarsi responsabilità inutili quando si può agevolmente ottenere una controprova sostanziale della propria diagnosi, sia mai che gli si spremano troppo le meningi con un superlavoro di deduzione a questi cervelloni cuor di leone. Che ti verrebbe anche da ribattere: "ma se devo fare tutto sto po'po' di controlli per ottenere un responso, vuol dire che te non mi servi proprio a niente. La prossima volta cerco i sintomi su google e mi auto prescrivo i test da effettuare."
Poi dice come mai l'omeopatia, nonostante sia paragonabile ad un bicchiere d'acqua fresca, stia andando così forte: perché l'omeopata è uno che ti fa un sacco di domande, che ti ascolta, e alla fine ti dice con un'aria da vate lungimirante "è di sicuro questo e quest'altro, pigliati trenta di queste gocce sei volte al giorno, sciogli quattro di queste pastiglie sotto la lingua alla mattina e alla sera, e prima di dormire fai questo cataplasma e applicalo sul piede, e guarirai". Tu gli obietti: "ma se mi fa male il fegato che c'entra il piede?" e lui ti attacca in replica una pappardella di mezz'ora sulla riflessologia plantare.
Insomma, pare che tenga conto del fatto che tu non sei una macchina, sei un essere umano.
Invece questo modo cool di praticare la medicina di oggi io lo trovo di gelida, asettica violenza. Mi sento abusata. Come una bambina indifesa, si approfitta della mia paura per fare di me ciò che si vuole, frugandomi senza rispetto, senza sensibilità.
Come se fossi un oggetto.
Un oggetto piccolo e solo in mezzo ad un mondo di orchi.


Slot machine nel retro di un bar
spendi inutilmente anche l'ultimo gettone
per l'oggetto piccolo (a) che non uscirà
mangia niente e vomita anche l'ombra di se stessa
l'anoressica piccola (a) ma non basterà
succhia fino al filtro ficca il fumo nei polmoni aspira
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)
dov'è che cosa fa chissà come sta
quali nuovi abiti abitudini e in quali occhi sorriderà
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)

guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto

guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove

domenica 12 maggio 2013

Diamante


Oggi, giorno dedicato alla consumistica festa della mamma, il rullo compressore di FaceBook mi ha irritato più del solito.
"Auguri alle mamme!"
Auguri de che? In Italia, poi? Di questi tempi?

Che è, una presa pel culo? L'estrinsecazione ennesima dell'ipocrisia nostrana? Oppure un corroborante alla causa dell'orribile Marcia per la vita che ha sfilato anche quest'anno per le vie di Roma?
La botta decisiva è stata opera della mia amica Carmela, donna appassionata e sensibile, che ha creduto di farmi cosa grata lasciandomi in bacheca questa cosa qui:

"Essere Mamma non è un mestiere..
non è nemmeno un dovere...
E' solo un diritto fra tanti diritti. ( Oriana Fallaci..da Lettera a un bambino mai nato)"

Ora: tanto per cominciare, se c'è una che mi è sempre stata sommamente sui coglioni è proprio Oriana Fallaci. La trovo un'insopportabile spocchiosa fascista. Mi basta leggere il suo nome per andare in bestia.
Poi questo suo aforisma è di una malafede intollerabile. 
Sono stata a rodermi il fegato per un paio d'ore. Infine ho deciso di risponderle:
"Sai, Carmela, ci ho pensato e ho deciso di essere sincera con te: non sono d'accordo con Oriana Fallaci (non lo sono mai, del resto...): essere mamma non è un diritto. Dire che è un diritto è qualcosa di paurosamente vicino ad una mistificazione.
E' spalancare la porta dell'anticamera alle manifestazioni per la vita, che non hanno nulla né di cristiano né di umano.
Senza contare che, in una società come la nostra, e in Italia in special modo, affermare una cosa del genere è un'odiosa presa in giro collettiva; e quando è fatto dalle donne è un volersi alimentare illusioni le une con le altre.
Essere madri è un accidente della vita: si nasce, si cresce, si genera, si muore.
"I vostri figli non sono i figli vostri", dice Gibran, e lì mi attesto. E la sperimento ogni giorno questa verità. L'accetto, la vivo.
Se i figli non sono miei, ne consegue che essere madre non è un diritto.
Essere madre non è un diritto, né una scelta. Una scelta presuppone la conoscenza delle conseguenze di essa.
Se una madre - un genitore in generale - conoscesse le conseguenze del suo atto generativo, non lo compirebbe mai, manco a pagamento.
Si può generare solo per incoscienza. O per l'illusione di avere qualcuno da amare. Che in realtà nasconde l'illusione di avere qualcuno che ci ami.
Sbagliatissimo. Ma naturale.
Ha ragione Laura: quando ti nasce un figlio la società è convinta che tu debba perdere l'identità. E tante di noi sono disposte a cessioni di quote di se stesse in cambio dell'illusione di aver dato un senso alla propria vita diventando "madri".
Ma il senso della vita non è lì. Quello, ribadisco, è solo un accidente.
Il senso della vita è vivere. In relazione con gli altri viventi. Figli compresi, ovvio.
Credere ad una sublime concezione della maternità significa esporsi a delusioni incredibili, a tentazioni di controllo, di manipolazione (inutili, quando non perniciose) degli individui che abbiamo partorito e che, accidentalmente, ci vivono vicino.
Significa alimentare una dipendenza, e vivere dipendenti.
Significa opporsi al flusso dell'esistenza, e star male, e far star male.
Io invece voglio stare bene. Ho fatto la mia parte di arco, le frecce non sono mie.
Ora posso finalmente esplorare il mio essere freccia, e scoccarmi lontano, nell'unico ruolo di madre che davvero nessuno mi potrà togliere: di me stessa."




giovedì 9 maggio 2013

L'isola misteriosa 3/Viva, viva, viva l'Inghilterra

Concludo il mio diario di impressioni londinesi dedicando l'ultimo corposo capitolo ai musei cittadini.
(Si nota tanto che cerco, almeno con la testa, di star fuori dall'Italia?)

Nel luogo dove, a detta di tutti, dovevo aspettarmi salassi per l'alto costo della vita, ho speso molto meno che nella maggior parte degli altri posti che ho visitato. Per la mera, specifica ragione che le mie mete prioritarie - i musei -, a Londra, sono gratis.
Sono gratis per legge da dieci anni soli, ho scoperto poi, per un'iniziativa del governo laburista che Cameron non ha finora avuto il coraggio di revocare, temendo negative ricadute nel consenso popolare.

Avvezza come sono a bazzicare, a Roma, Firenze, Siena, e in qualsiasi altra città d'arte italiana, grande o piccola, mostre, musei, chiese e monumenti dove si accede solo dietro esborsi che vanno dai dieci-dodici euro in su, avevo sepolto completamente in qualche recesso occulto nel bailamme della mia memoria  la cognizione di questa informazione che pure m'era di straforo pervenuta.
Solo dopo aver varcato l'entrata del primo - il Tate British - e aver compiuto la grezza di dirigermi al prospiciente bancone delle informazioni ed assistenza ai visitatori scambiandolo per la biglietteria ha fatto cucù nella mia mente fuori tempo massimo la reminiscenza della preziosa notizia, suscitandomi il gaudio di quando metto le mani nelle tasche dei cappotti riposti per il cambio di stagione e ci trovo soldi dimenticati lì mesi prima.
La sorpresa è stata così grata da dissipare la vergogna per la figuraccia, e pure l'immane fatica fatta per decodificare la tirata con cui  il gentilissimo impiegato ha rintuzzato le mie goffe ma ostinate pretese di deporre sul bancone dei soldi e ricevere in cambio un biglietto (le difficoltà di comunicazione rese più ardue e bizzarre dal suo modo sincopato di ripetere "free, free, it is free" con l'esatta straniante cadenza della canzonetta pop di Sting che catalizzava in maniera incongrua la mia attenzione, impedendomi di concentrarmi e carpire l'elementare significato del concetto espresso). E ha poi attenuato il mio dispetto nello scoprire come, causa inagibilità di un'intera ala del museo per ristrutturazione e impossibilità di stipare tutti i quadri esposti al pubblico nelle sale rimanenti, la direzione della Galleria, col fare laico e di sostanza tipico delle genti di là, avesse pigliato i suoi due piccioni - trovare provvisoria collocazione per un certo numero di tele in momentaneo esubero e al contempo ammortizzare i costi dei lavori - mediante la fava di sacrileghi prestiti a musei sparsi ai quattro angoli del globo di decine delle (da me) più ambite opere dei preraffaelliti: su tutte, l'Ofelia di Millais, Claudio ed Isabella di Hunt, la Beata Beatrix di Rossetti!, il desiderio di ammirare le quali aveva costituito uno degli incentivi più potenti a farmi metter piede in Inghilterra.

Comunque sia, ormai avevo capito l'antifona e mi ci ero già lietamente assuefatta; perciò, non appena messo piede nella splendida magione di Somerset Hall per ammirare la Courtauld Gallery, gestita da privati, sentirmi snocciolare in perfetto italiano da un'altera addetta impietosita, o forse inorridita, dai miei penosi grugniti di troglodita che se volevo vedere Manet, Van Gogh, Gauguin & Co. dovevo sborsare sei sterline è stato un brutto colpo alle mie aspettative (resta ad ogni modo che con quella somma contenuta, ben inferiore ai costi italiani, mi sono lustrata gli occhi non solo con la prevista ricca collezione di impressionisti francesi che pregustavo anche questa prima ancora di partire da Roma, ma anche con la tanto inaspettata quanto assai pregevole esposizione temporanea di un buon numero di tele giovanili di Picasso dagli esordi fino all'inizio del periodo blu).

Tutto è tornato nella norma all'ingresso della National Gallery, dove la parola FREE campeggiava ovunque e non c'era tema di capire male.
L'impresa si prospettava impegnativa: si appressavano le quattro di pomeriggio e io dovevo ancora accingermi ad affrontare una faccenda mastodontica all'incirca come gli Uffizi. Ma era venerdì, e il venerdì la National Gallery, come la maggior parte dei musei londinesi, resta aperta fino alle dieci di sera. Forte di questa freccia al mio arco, e anche di una baldanzosa ottimista fiducia sulle previsioni della mia resistenza fisica (destinata invece a scemare miserevolmente, mi sarei accorta in seguito, ben prima dell'orario di chiusura), ho varcato pimpante l'ingresso, oltrepassando il primo dei molti contenitori trasparenti colmi di monete e banconote.

Perché questa storia dei musei gratis è frutto di un gentlemen's agreement stretto tra governanti e cittadini profondamente consono alla mentalità, al carattere e alle tradizioni nazionali, ed espressivo di un grado di civiltà persino commovente per chi viene da contesti tanto lontani culturalmente. Crea un circolo virtuoso, un sistema filantropico che vuole, in cambio della liberalità dello Stato nell'aprire, in senso metaforico e concreto, i suoi centri d'arte e di cultura al popolo, così che esso nella sua globalità, e non solo in una sua ristretta elite, sia messo in condizione di  fruirne senza ostacoli, nutrirsene, venirne educato (e non sarebbe questo il fine ultimo e naturale dell'arte e della cultura?), il popolo a sua volta impegnato a donare, come può, un contributo per il sostentamento di quei luoghi, divenendone patrono. Il tutto senza vincoli, nella reciproca fiducia delle due parti contraenti.

Da questa nobile filosofia discende una serie di felici corollari.
Il primo è, ovviamente, il significativo accrescimento dell'affluenza, e dunque della fruizione delle opere d'arte. Un pubblico assai più vasto e diverso dagli usuali frequentatori del circuito costituisce il fiume in piena che,  già gonfio della babele di  stranieri provenienti da ogni parte del globo, rimpolpato da plotoni di cittadini di ogni ceto sociale, inclusi quelli delle classi più svantaggiate che difficilmente ne varcherebbero le soglie dietro canonico pagamento di un biglietto d'ingresso, si riversa, spettacolo nello spettacolo, nella National Gallery o nel British Museum, trasformandoli - secondo corollario - da meri spazi relegati all'osservazione silenziosa ed accademica ad agorà rivitalizzate, luoghi d'incontro a tutti gli effetti vissuti al pari delle altre strade e piazze della città, ma differenti ed unici perché intrisi di cultura.
Dove, 3), frotte di adolescenti, allettati dalla prospettiva di svagarsi gratuitamente, impiegano le loro ore di libertà concedendosi un'esperienza incomparabilmente più costruttiva e feconda del vegetare davanti ai videogiochi o dello struscio per le vie del centro senza meta e senza costrutto.
Dove, 4), abolite le congestioni e le code per le soste al botteghino, non si fanno le cinque ore di fila che bisogna mettere in conto per entrare agli Uffizi o ai Musei Vaticani.
Dove, 5),  si viene accolti da un personale di vigilanza cospicuo ma discreto, più ospitale che deterrente.
Dove, 6), il transito è fluido, il va e vieni non costretto o limitato, senza metal detector da oltrepassare.
Dove, 7),  il guardaroba è un luogo a disposizione del visitatore, che vi si reca per sua comodità, e non una costrizione offensiva, allusiva di un clima di sospetto e diffidenza, come in troppi musei italiani dove si è obbligati a depositare tutto per poi girare spogliati ed inermi in ampie sale dove non ci sarebbe nulla da rubare, secondo una prassi che lancia un messaggio negativo, e provoca, esorta, invoca, quasi, l'operato di borseggiatori e malfattori generici.
Dove, 8), pullulano decine di quegli esemplari mitologici già accennati: i custodi.

Essi compongono un piccolo esercito di individui assai variegato. Alti, bassi, simil albini o color caffellatte, dall'aspetto di giovani hostess competenti o di esperti vecchi maggiordomi, esili, obesi, austeri o eccentrici. Tutti individuabili dall'unico distintivo dettaglio: la divisa; armatura di cavalieri di un Ordine particolare sotto le insegne della tutela delle arti e dei loro amanti.
Sono ovunque, uno in ognuna di quelle innumerevoli sale. Talvolta, spostandosi in quelle successive, ci si imbatte perplessi due, tre volte, sempre nella stessa faccia. Perché i custodi dei musei londinesi, tra le tante peculiarità che li rendono difformi dai loro colleghi italiani dal culo pesante, fanno, ogni tot tempo, una cosa che è una via di mezzo tra una ronda, una staffetta e il gioco dei quattro cantoni: ciascuno lascia la sua postazione per andare ad occupare quella appresso. Vedendolo sopraggiungere, quello stanziato in precedenza gli passa le consegne, smonta, e a sua volta va a rilevare la posizione di quello immediatamente successivo. In sincrono, come il meccanismo di un orologio di precisione. Date queste premesse, il loro lavoro non può certo dirsi sedentario. Alla fine della giornata avranno macinato chilometri.
Altra singolarità sbalorditiva: forse anche a causa di tutto questo movimento che li mantiene svegli non ostentano l'aria annoiata/assente/sofferente stampata sulla faccia dei nostri. Anzi, sono tonici, disinvolti, composti ma vigili, cortesi ma attenti.
Non sembrano capitati lì per caso, controvoglia. Sono a proprio agio, si muovono con sicurezza. Non si crede alle proprie percezioni, constatando la dimestichezza ch'essi hanno con tutto quello che è contenuto nello sterminato spazio dove prestano servizio, e come sappiano perciò utilmente guidare i visitatori che chiedono lumi. Devono aver seguito dei corsi di preparazione. Forse sono in possesso di titoli specifici. Magari hanno superato prove di selezione. Hanno l'aria di specialisti formati, non di generici uscieri.
La mattina dopo, al British Museum, ho fatto tanto d'occhi, quando ho persino pizzicato uno di loro - una ragazza - intento ad ammirare i pezzi esposti nella sala dove stava lavorando.

Finisce qui il mio resoconto oceanico su due giorni e due manciate di altri due giorni passati nella capitale della perfida Albione. Dove già alla fine del primo - come si vede dalla foto - mi ero fatta persuasa che Londra è la città che fa per me: e che, se non fosse per il clima - non per il cibo, a cui ho scoperto di potermi assuefare facilmente, non per la mancanza del bidet, che potrei comunque farmi installare - potrei viverci proprio come una regina.



venerdì 3 maggio 2013

L'isola misteriosa/2

Adesso, novella Gulliver di ritorno da una delle sue avventure in paesi remoti e favolosi, riprendo a scrivere qui sotto in ordine sparso a mo' di appunti di viaggio altre ovvietà che per me sanno di epocali scoperte.

L'aria di Londra non è affatto inquinata come me l'aspettavo, forte delle reminiscenze di descrizioni dickensiane di coltri di fumo e nebbia; anzi, è alquanto respirabile, ben diversa da quella di Roma: in parte grazie al già menzionato vento freddissimo ed impetuoso che spazza via ogni scoria come quello che in Mary Poppins fa volar via le aspiranti governanti davanti alla casa dei Banks, in parte grazie alla mancanza di congestione della circolazione stradale. L'onda di traffico scorrevole e non isterico, composta principalmente da file di cab multicolori - il nero prevale ancora, ma non egemonizza - affiancate ad intermittenza dal veloce passaggio sulle corsie preferenziali dei famosi bus rossi a due piani, si snoda ordinatamente lungo i grandi viali e non si accalca agli incroci. Consentendo così ai pedoni di praticare senza danni lo sport universale: attraversare col rosso. In moto perpetuo piccole carovane passano col rosso incessantemente, ritualmente, signorilmente, senza bisogno di accelerare il passo. Però sempre badando, senza darlo a notare, di non intralciare con la loro infrazione il flusso dei veicoli. Perché il pedone, a Londra, è signore e padrone delle strade: tuttavia, emulando il contegno della maestà che lo sopravanza per simbolica autorità, egli non fa sguaiati abusi della propria supremazia.

Del re pedone il ciclista è il primo vassallo. Vuoi di proprietà personale, vuoi prelevate dalle rastrelliere del noleggio allocate ad ogni angolo di strada (per questo sempre vuote) le bici sono ovunque, da Belgravia alla City, da Piccadilly a Westminster a Southwark, lietamente lanciate in libertà su chilometri (meglio, miglia) di piste ciclabili di un colore blu di piacevole effetto visivo che ravviva l'austerità di certe grosse arterie di scorrimento.

Assenti quasi del tutto i ciclomotori (si assiste sporadicamente al transito di qualche moto isolata), dopo la doverosa menzione d'ossequio alla mitica London underground che collega, intersecandosi nella trama delle duecentocinquanta miglia delle sue molteplici linee, a tutti gli altri ogni punto della città e, grazie agli scambi con le stazioni ferroviarie, dell'intera Inghilterra, si passa direttamente alla sottocategoria dei veicoli con più di due ruote, all'interno della quale l'autovettura privata è senza dubbio il mezzo meno valutato, un gradino sotto i trasporti pubblici, che in grandi e piccole mandrie colorate battono senza sosta reticoli di percorsi, e persino sotto i pullman turistici. In una metropoli dove si espongono cartelli sui cancelli antistanti i  portoni che invitano (non vietano: la locuzione not allowed non è diffusa) a non assicurare la catena della bici alle sbarre per evitare la rimozione della medesima, l'auto sente di essere una mal tollerata sorvegliata speciale, e si adegua a mantenere perciò un basso profilo, scivolando disciplinatamente su e giù per i dolci pendii del centro città senza mai strombettare, senza superare i limiti di velocità, senza fare manovre spericolate, e soprattutto senza mai, mai, mai osare sostare in doppia fila, che lì dev'esser considerato esecrabile reato quasi al pari del pigliare la metro senza pagare il biglietto (atto, quest'ultimo, che può costare, se ho decifrato bene i manifesti esplicitanti, una macchia sulla fedina penale).

Il pedone, re delle strade, a Londra è tutelato come un bimbo. All'altezza di ogni attraversamento, nelle municipalità del centro, scendendo il marciapiede si mettono i piedi sulle scritte : "LOOK RIGHT" e "LOOK LEFT" in successione, replicate con minuzia certosina: certo per sventare investimenti a ripetizione (e infatti mi sono state ben giovevoli, perché nell'eternità che avrebbe impiegato motu proprio il mio poco reattivo cervello ad applicarsi nel decostruire l'allerta pavloviana di "guardaprimaasinistraepoiadestra" e invertire il movimento dei muscoli del collo avrei fatto in tempo a farmi tirar sotto cinque o sei volte ad ogni incrocio). Ma, essendo con ogni evidenza dedicate agli stranieri adusi alla cultura dell'opposto senso di marcia - i tre quarti degli altri abitanti del globo, in pratica -, anche in concessione allo snobismo elitario di chi, nell'atto stesso di  piegarsi a scendere a patti con l'evidenza della propria minoritaria diversità, in realtà, con elegante alterigia, la sottolinea e la rivendica. Quelle scritte, visibili ovunque, dipinte in ogni verso con un'attenzione che sa di ostinazione e tenacia valgono come un'affermazione di fierezza per l'unicità di essere in controtendenza, caratteristica attribuita al popolo britannico anche nelle storielle come quella che vuole gli inglesi favellare, commentando il maltempo, "nebbia sulla Manica, il Continente è isolato".

Circondati da tutta questa cura, e noncuranti di essa come se fosse nell'ordine naturale delle cose, i londinesi per strada camminano spediti, leggeri, decisi, concentrati, talvolta frettolosi, ma senza l'urgenza di chi è in ritardo, i più parlando tra loro velocemente con voce bassa, controllata, senza gesticolare. Anche i bambini. Le poche volte che ho incrociato sul mio tragitto un bambino urlante o bizzoso, costui si rivelava immancabilmente essere un bambino italiano.

L'integrazione, che lì è comunque avanti anni luce alla nostra, ingloba, tra i più pazienti e cortesi esponenti di una popolazione cortese e paziente, copiose schiere di indiani e pachistani inseriti in ogni ganglio della vita produttiva della città, pur se prevalentemente in ruoli subordinati: dipendenti delle ferrovie, commessi nei negozi, cassieri nei supermarket, custodi nei musei: i più empatici, anche, difettando in loro quella punta di fredda riservatezza british che marca il discreto ma fermo distacco tra ogni inglese autoctono e il resto del mondo.

Ah, i custodi dei musei! Quanto sono, per un'italiana, esemplari di una fauna affascinante! Così come gli addetti alla subway o i conducenti di bus. Specie animali sconosciute nell'italico territorio, forse estinte, forse mai giunte a calpestare i nostri suoli, costoro lavorano nel pubblico, rappresentanti e mediatori tra lo Stato e i cittadini, e lo fanno con tale spontanea dignità, competenza, contegno e impegno che per i nostri occhi ha del miracoloso.

Gli autisti di bus ad ogni fermata staccano le mani dal volante, si girano di novanta gradi verso il vetro che alla loro sinistra li separa dai passeggeri, si mutano per un paio di minuti in impiegati di sportello, e in tal guisa, udite udite, controllano i biglietti, peraltro (a buon diritto, vista la qualità del servizio) cari assai, dei viaggiatori che salgono, esclusivamente e correttamente, dalla porta anteriore (a nessun abitante di Londra verrebbe mai in mente di contravvenire a questa disposizione: dal che è facile immaginare le perplessità di quelli di loro che, a loro volta turisti in vacanza a Roma, si debbano misurare con quell'assalto alla diligenza che accompagna qui ogni arrivo di autobus.)! Da noi, se si decretasse una soluzione del genere, ci sarebbe una levata di scudi da parte di tutti i comparti, conducenti, controllori e passeggeri: scenderebbero in piazza i Cobas, l'UGL minaccerebbe blocchi del traffico, la CGIL promuoverebbe un inutile referendum tra gli iscritti, e CISL e UIL tenterebbero di monetizzare il monetizzabile firmando un accordo con l'amministrazione dei trasporti per la creazione di una nuova figura di "autista controllore" con salario individuale accessorio maggiorato ad hoc - qualifica che diverrebbe perciò all'istante ulteriore strumento di iniquità quale ennesimo privilegio disponibile pei raccomandati imboscati dietro una scrivania.

Tra il personale della subway spiccano gli strani personaggi col cartellino "assistenza agli utenti", palesemente incaricati, tra le altre incombenze, anche di prestare aiuto ai viaggiatori impantanati nella complessa operazione di impostazione del biglietto a costo giusto (con una dozzina di linee di metropolitana intrecciate in decine e decine di coincidenze e tariffe modulate in base a nove diverse zone di percorrenza un neofita può, persino se madrelingua, incorrere in qualche piccola oggettiva difficoltà). Disponibili, pratici ed efficienti, costoro possono, incredibile visu, arrivare a schiacciare i pulsanti ed inserire i tuoi soldi nella buchetta dell'emettitrice in tua vece, esercitando una discrezionalità di svolgimento dei loro compiti con un'autorità che è manifesta, espressiva emanazione dell'autorevole e rigorosa potestà dello Stato in nome e per conto del quale essi stanno operando. Il contrario esatto, in pratica, della discrezionalità ad minchiam degli addetti ai pubblici servizi (lo dico da impiegata addetta a un pubblico servizio), esercitata in nome e per conto degli esclusivi cavoli propri,  in cui si ha la sventura di incappare, diciamo con una certa frequenza, in Italia.

Ma sono i custodi dei musei i più interessanti, i più magnificenti da osservare.
(Sui custodi dei musei, e sui musei in generale, ho troppo da raccontare. Lo farò nel prossimo post. Continua...)

giovedì 2 maggio 2013

For your eyes only

Interrompo la narrazione delle mie esaltanti avventure fuori patria per condividere il post di Aldo il Monticiano , col quale organizzo ogni tanto delle piccole monellerie, come si usa tra ragazzini.
Siccome l'anno scorso ci siamo molto divertiti quest'anno ci riproviamo.
E' coinvolta nel post di Aldo anche l'incolpevole Luz (cara Luz!) che, al pari di altre magnifiche donne mie "amiche" di blog, non vedo l'ora di riabbracciare.
(Chiedo scusa ai maschi che transiteranno di qui: prometto che non mi sottrarrò, se richiesta, allo scambio di abbracci anche con loro.)
Sul testo, opera integrale della mente di Aldo, declino ogni responsabilità. Ma il primo giugno a mezzogiorno ci sarò, ad accogliervi, al centro esatto del parco di Piazza Vittorio (e speriamo non faccia troppo caldo ché lì il sole ci squaglia!)

Aggiungo che, ove non fossimo stremati oltremisura dal confronto con le impegnative pietanze, io mi terrò libera anche nel dopopranzo per una passeggiata ad libitum (al Colle Oppio o dovunque altro eventualmente si deciderà). 
A presto, dunque!

IL TRIO A.LU.CRI. ORGANIZZA UN INCONTRO BLOGGER A ROMA

Ieri di prima mattina, saranno state le 12-12.30, si è riunito attorno ad un tavolo dell'osteria di Nando er bujaccaro il Trio A- che sta per Aldo, Lu - che sta per Luz e Cri - che sta per Cri, per decidere di organizzare qui a Roma un secondo incontro tra blogger per sabato 1° giugno p.v. Data l'ora in cui si svolge questa riunione il Trio all'unanimità ha deciso di consumare un antipastino a base di rigatoni con la pajata e, a seguire, coda alla vaccinara.
Seguendo un preciso e dettagliato O.d.G. al primo punto occorre decidere il luogo e l'orario del primo approccio per coloro che parteciperanno e, a maggioranza, io mi sono astenuto, il Trio ha deciso lo stesso del primo incontro del 5 maggio dell'anno scorso e cioè al centro del Parco di Piazza Vittorio Emanuele II che ha quattro ingressi sud-ovest-nord-est, alle ore 12 a.m.
Come la volta precedente, dopo il pranzo fissato per le ore 13, ogni partecipante sarà libero di dedicare il resto della propria permanenza a Roma a tutto ciò che più gli aggrada.
Pranzo al RISTORANTE LE CAVEAU – VIA CONTE VERDE 6 – ROMA vicinissimo al parco www.ristorantelecaveau.com/. (lo stesso del primo incontro).
La partecipazione è aperta a single, coppie, terzetti, quartetti ecc.
E andiamo alle cose concrete:
1) il menù:
  • antipasto rustico
  • due mezzi primi: rigatoni alla matriciana e pappardelle al castrato
  • abbacchio al forno. (Per eventuali vegetariani) fritto all'italiana
  • insalata e patate
  • vino della casa e acqua minerale
  • caffé
  • ammazzacaffé
  • tiramisu della casa.
  1. il costo del pranzo: Euro 25 (venticinque) a testa
  2. la scadenza del termine entro il quale inviare le adesioni dei partecipanti è il 25 maggio 2013.
Mauro, il proprietario del Ristorante, ha aggiunto che qualsiasi variazione al menù può essere richiesta al momento del pranzo.
Ci sembra opportuno indicare, per chi desidera ulteriori particolari, due indirizzi email e dueURL:"aldo.accardo@tiscali.it"www.viadellapolveriera.blogspot.com

martedì 30 aprile 2013

L'isola misteriosa


Santi numi, quant'è che non scrivo una riga dentro il mio blogghino!
Non avevo mai passato un tempo di latitanza così lungo.


E' che sono stata tanto, tanto male, dopo il week end conseguente al mio ultimo post. Tornare a casa di mio padre, per mille ragioni, è stato un autentico massacro. Sono rientrata alla base la domenica pomeriggio inoltrata con un mal di testa feroce, il cuore spezzato e lo stomaco sottosopra. Per rilassarmi mi sono sdraiata sul letto e ho infilato nel lettore DVD Come in uno specchio di Ingmar Bergman, che mi attendeva da settimane. "Tanto" mi sono detta "già sto sul depresso spinto, forse è meglio cavarsi questo dente quando si è già di malumore, facciamo conto che sia una cura omeopatica." A metà film, quando lei mostra i più evidenti segni di pazzia, mi sono talmente immedesimata che mi è venuto da vomitare. Letteralmente.
Da lì è partita una settimana di supplizio: gastroenterite complicata da una metrorragia, durante la quale ho ributtato fuori da ogni orifizio del mio corpo tutti i detriti di quello che era il padre che avevo dovuto conoscere, che avevo dovuto imparare ad amare, emersi durante il sopralluogo a casa del mio genitore defunto, la cui assenza incongrua e insostenibile aleggiava, marcata e pressante, in ogni stanza, ogni angolo: ogni sua miseria, ogni sua contraddizione, ogni nauseante ambiguità dentro la quale io ho ritrovato, con strazio immenso, il padre che ho conosciuto da ragazzina, con immenso orrore e altrettanta immensa, malsana tenerezza.
Il mercoledì non riuscivo nemmeno a stare in piedi, ero sfinita: mi sono messa a letto all'una di pomeriggio, mi sono rialzata alle dieci del giorno successivo.
Nel quale dovevo partire per Londra.

Prendere per la prima volta nella vita l'aereo.
Stare per la prima volta nella vita fuori dall'Italia.
Senza sapermi esprimere in inglese, e comprendendolo in maniera alquanto insoddisfacente.
Senza i figli, oltretutto. Che per me sono qualcosa di molto più simile a due figure genitoriali. 
Una prospettiva che in quelle condizioni mi faceva tremare i polsi.

Il mio smarrimento era talmente grande che ad un certo punto non l'ho sentito più.
"Basta" mi sono detta ergendomi calmissima dal mio letto di dolore. "Ti stai sabotando da sola, Cri.  Non sei abituata alle cose belle, a veder realizzati i tuoi desideri. Se non stai male non ti riconosci e ti spaventi. Ti turba essere contenta, vivere delle piccole felicità. Ma così non va bene! Smettila. Ora partiamo. Non sei moribonda. Vedrai che tutto questo è largamente psicosomatico e svanirà non appena metterai piede sul suolo britannico. Forza, alzati, fa' la valigia, saluta la prole ingrata, esci di casa con quel pover'uomo del tuo consorte, vai all'aeroporto, piglia questo cazzo di aereo e concediti di goderti la vacanza a Londra a cui tenevi tanto!"
A testa bassa mi sono obbedita.
Quelle che seguono sono considerazioni essenziali di questo viaggio.

Queste in via preliminare:
1) io, donna ansiosissima, soggetta in passato ad attacchi di panico, affetta da decine di fobie diverse, ho scoperto di non nutrire, a paragone dei terrori ancestrali che ho per le malattie mie o dei miei cari o per la scomparsa dei medesimi, paura alcuna di volare degna di questo nome. A parte un lieve senso di claustrofobia, poco più di un fastidio, al pensiero di essere imprigionata in una supposta gigante a migliaia di chilometri di altezza senza poter uscire fino al ritorno sulla terraferma, il viaggio mi ha quasi divertita. Niente spaventi al decollo, solo la sensazione, una punta irritante, di compressione dovuta alla pressurizzazione, e nessun timore all'atterraggio
Sarà l'incoscienza, mi sono detta. La pagherò al viaggio di ritorno. Invece, macché: al ritorno sono riuscita a guadagnare posto accanto al finestrino, sopra l'ala, e ho passato il tempo a scattare foto e a rincuorare la ragazza della fila avanti alla mia che invece era in piena crisi, chiacchierando come una gazza per distrarla (e intontirla. Ha funzionato meglio che se si fosse drogata.)
2) io, uccello di nido, ho scoperto di essere capace di stare tre notti e quattro giorni lontana da casa e dai presunti affetti senza provare il malessere che mi perseguitava nei pochi viaggi che ho fatto da ragazza, e poi anche da giovane mamma coi figli piccoli. Sono stata in posti anche molto amati rovinandomeli quasi sempre per i pensieri ossessivi, completamente estranei al contesto, che venivano a scavarmi come tarli nel cervello, oppure per la mia incapacità di reggere la tensione davanti a qualsiasi minima contrarietà venisse a turbare il ruolino di marcia stabilito, che sempre dava la stura a reazioni drammatiche, le quali innescavano le controreazioni del coniuge, in una tempesta crescente di angosce e furori, coi bambini che ci guardavano ammutoliti (oppure ci imitavano, prendendo ad accapigliarsi tra loro). Stavolta, invece, sono stata sul posto con tutti gli spiriti, naturalmente concentrata, osservatrice, sperimentatrice curiosa, interessata. Non volevo, come spesso all'epoca mi era capitato, che volassero le ore, non spasimavo per tornare a casa: non mi sono interessata nemmeno alle condizioni di salute del mio corpo, non ho dato retta a sintomi e segnali, e come volevasi dimostrare sono stata bene. E me la sono goduta.
3) io, animaletto abitudinario, ho scoperto che di molte consuetudini posso fare volentieri a meno, se è per esplorare un modo nuovo e diverso di vivere. Al cibo italiano, per esempio, di cui pure sono ghiotta e che non di rado mi ha ispirato conforti molto simili, se non proprio all'amore, almeno alla tenerezza, ho detto ciao senza rimpianti già dalla prima mattina, davanti ai caldi toast di pane scuro ricoperti di uno strato di burro giallo e leggero, saporoso, diverso dal nostro, e di marmellata. Non ero in grado, essendo convalescente, di fare l'esperienza somma della colazione all'inglese con uova e bacon (né il mio albergo la proponeva), ma mi è piaciuto tutto il resto (burro, burro ovunque: che goduria sfrenata!). E dal cibo inglese mi sono congedata con affetto e nostalgia l'ultima sera della mia permanenza da Perkin Reveller, ristorante sotto la torre di Londra dove, a prezzo tutto sommato contenuto, ho mangiato, presentate in stile haute cuisine, scelte coraggiosamente a caso dal menu dove capivo una parola su dieci, una serie di prelibatezze tipicamente british, dolci compresi.
4) io, essere logorroico, impossibilitata dalle circostanze ad esprimermi in maniera acconcia, inibita nel manifestare all'ancora ignorante universo mondo il mio corredo fornitissimo di pippe mentali, perifrasi, parafrasi e giri vari di parole, ho scoperto di non andare nel panico per questo. Anzi, di provare un gusto nuovo e insolito nell'ascoltare, essendo costretta al silenzio. Alla fine dei tre giorni non capivo quasi niente come quando ero appena arrivata: ma quel suono musicale delle sillabe sonore, quel sontuoso poggiare la lingua tra i denti e zufolare consonanti, quell'accento sibilante e pomposo insieme, mi è rimasto nelle orecchie come una familiare, piacevolissima armonia di sottofondo che mi stupisco di non sentirmi  più attorno.

Fin qui le considerazioni su di me. Ora passo a quelle, sparse, su Londra e sui londinesi. (Non mi azzardo a dire "sugli inglesi", avendo frequentato solo la capitale, e per un raggio di non più di venti chilometri.)

Non è vero che a Londra piove sempre. Per lo meno in primavera - la primavera meteorologica, via -, piove, anche fitto, dieci minuti per dieci volte al giorno. Inframezzati da ore di uno sferzante vento di tramontana freddissimo che asciuga la pioggia in un baleno e continuamente, con ostinazione, squarcia le nubi in cielo, lasciando trapelare raggi di un sole insospettabilmente caldo.

Londra mi è sembrata per certi versi una Roma ingigantita ma topograficamente in certi punti davvero assai evocata. Per esempio, lo Strand, la stradona che lambisce Trafalgar Square, mi ha ricordato, nel suo snodarsi in salita, nei suoi incroci, persino nella tipologia di molti suoi negozi, via del Tritone. E finisce in un Crescent, Aldwych, che guarda caso ha una spiccata aria di famiglia con Via Veneto. Il lungo Tamigi in certi tratti somiglia in modo molto preciso a certi punti del Lungotevere (tutto più in grande, ovviamente). E la zona della City il sabato pomeriggio è desertica e smobilitata in modo molto simile al quartiere Ludovisi, per esempio, o a Parioli.

Non è vero che Londra è pulita come uno specchio. Ho visto angoletti di certe strade secondarie che parevano usciti dalle rappresentazioni dei luridi vicoli del Bronx di un telefilm poliziesco. Ogni tanto si incoccia in una bottiglia di birra vuota. O in un paio di contenitori di pizza sporchi. O in un tappetino di cicche.
La differenza è che lì questo costituisce un'eccezione.

Anche a Londra si otturano i tombini. Preciso come a Roma. Ne ho trovato uno allagatissimo proprio vicino al nostro albergo, alla fine del marciapiede che circondava il piccolo, curato giardinetto di St. George's Square.
Segnalato da una freccia disegnata a terra col gesso, però.

(Uh, come si è fatto tardi: spezzo questo post lunghissimo, e il resto lo scrivo domani. Buonanotte)

venerdì 19 aprile 2013

Tubthumping (I get knocked down)

Sono stanchissima, sudata, ma ancora elettrizzata. Che giornata fantastica, quella che è appena terminata. Dal principio alla fine. Che giornata!





We'll be singing when we're winning
We'll be singing

I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down

Pissing the night away
Pissing the night away

He drinks a whiskey drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the best times
Oh, Danny boy, Danny Boy, Danny Boy...

I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down

Pissing the night away
Pissing the night away

He drinks a whiskey drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the best times

Don't cry for me next door neighbor...

I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down

I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down
I get knocked down, but I get up again
You're never gonna keep me down

I get knocked down, but I get up again

mercoledì 17 aprile 2013

Wednesday 17


Ancora una deroga agli affari privati, ancora un excursus su quelli pubblici: perché esiste un "pubblico" che, nel suo inarrestabile e impersonale meccanicismo, nella sua superiore e volgare estraneità, disumanità, insensibilità, spietatezza, sul privato, sulla carne e nell'anima di moltitudini di uomini e donne, incide come nient'altro potrebbe fare, pesantemente e drammaticamente, proprio per queste sue nefande caratteristiche.
Come ogni altra volta in cui la Storia, come nel bellissimo e terribile libro della Morante, è male che incide, fino a stravolgerla, sulla piccola storia di ciascuno di noi, anche questo pezzo di Storia ha lasciato una ferita sanguinosa, profonda, ancora aperta, infetta, che invece di cicatrizzare continua ad estendersi suppurando da trent'anni a questa parte, il cui dolore con l'occasione della morte della sua artefice principale si è particolarmente riacutizzato.
Il pezzo di Leonardo Clausi di oggi,  sul suo blog "Onda d'urto" dell'Espresso, è talmente pieno di sacrosanto sdegno che non ho potuto fare a meno di ricopiarlo parola per parola.


« Everybody loves you when you’re dead* (Margaret Thatcher)


Questo funerale non s’era da fare.


La città, militarizzata. Il Funeralone di stato, a spese dei contribuenti. “Privatizziamo il suo funerale”, ha detto Ken Loach, il commento più acuto e appropriato in questa vicenda. L’ex-Primo Ministro viveva in una suite del Ritz hotel, a Mayfair: un posto da seimila euro a notte. Si tratta davvero di una figura rappresentativa di tutto il Paese?
È di cattivo gusto scrivere queste note mentre il feretro scivola in mezzo alle fanfare? Siamo davvero tutti uguali davanti alla morte? I personaggi cosiddetti storici lo sono proprio perché trascendono non certo la propria mortalità, come pensava Foscolo, ma la propria umanità: per cui lasciamo da parte i discorsi da parrocchia sul rispetto per i defunti eccetera. Basta con quest’ipocrisia comoda che vede scendere a comando la pietà dall’alto di un attico postmoderno. Le azioni storiche di questo leader, eletto da alcuni, bruciano ancora la pelle, la carne e la memoria di mezzo Paese. Quello più debole. A piangere la madre, la figlia, la moglie, la sorella e la nonna siano i membri della famiglia. E chi ha beneficiato delle sue azioni.
Oggi, davanti alle telecamere di tutto il mondo, la Gran Bretagna ripropone per l’ennesima volta la mitologia della disuguaglianza, a base di galloni, uniformi da parata, cavalli, cannoni, chiese, arcivescovi e compunti telecronisti. In fondo è uno dei talenti riconosciuti universali di questo Paese. Nessuno sa inscenare matrimoni, incoronazioni, battesimi e funerali meglio dei dignitari di Sua Maestà. Sta diventando un po’ noioso, un canovaccio logoro, soprattutto perché sai già perfettamente l’argomento delle prossime scene.
Ma per questo livido primo ministro bottegaio e guerrafondaio, amico dei ricchi, dei dittatori, razzista e omofobo, concentrato di una grettezza piccolo-borghese al cui complesso d’inferiorità l’establishment in declino ha dovuto consegnarsi (garantendo l’arricchimento bulimico dei parvenu della finanza durante gli anni dell’ingordigia al potere) pur di mantenere i poveri a distanza di sicurezza – ebbene, sarebbe stato opportuno evitare.
La cosa veramente triste è che sia stato Brown, il cancelliere dello scacchiere che ha presieduto al patto faustiano del New Labour con i bricconi della City a volere questo costoso e tronfio funerale proprio sul ciglio della crisi del 2008. A riprova del fatto che si pensava che ormai la storia fosse davvero finita, che – in palese contraddizione con il principio del terzo escluso del vecchio Aristotele (non Onassis), si fosse rimasti diversi ma diventati anche uguali: noi e loro, Tories e Labour, uniti sulla diagnosi (più mercato, meno stato) e divisi sulla terapia (più mercato e più stato, una scommessa perduta in partenza del New Labour che ha ridistribuito i dindi della finanza -  finché c’erano – nel welfare ora in via di smantellamento).
Thatcher ha vinto perché è diventata l’ideologo di riferimento di tutte le maggioranze governative d’Europa. Anzi ha trionfato, perché lei, una specie di casalinga di Treviso, ha cantato per prima un mantra che da noi avrebbe prodotto dei leader della sinistra formatisi leggendo Topolino e Dylan Dog.
Lei e Churchill, gli unici che abbiano avuto tanto onore. Tutti e due di una destra trucida perché fintamente moderata, monarchica. Ma Churchill, nonostante tutto, era Churchill. Uno senza il quale, per intenderci, questo pezzo sarebbe probabilmente stato scritto in tedesco. Uno che ha unito, da destra ma ha unito. Uno che ha guidato una resistenza militare a capo di una coalizione.
Thatcher ha diviso. Incrementato il golfo Sud-Nord, condannando alla disperazione intere comunità, ree di vivere in zone limitrofe dove l’economia aveva girato pagina. Ha distrutto l’importanza d’ideali non monetizzabili, come quello di società e di solidarietà, senza i quali non siamo che merce sugli scaffali di un supermercato. Ha contagiato una società in sofferenza economica con un virus maledetto: quello del conoscere il prezzo delle cose prima del loro valore, pessima abitudine americana, (lasciatemelo dire che è vero, a scanso di sterili polemiche pro/antiatlantiste). Questo virus sta ora dettando le politiche economiche di tutto l’occidente.
Oggi tutta Europa assiste a questo funerale come a uno degli ultimi eventi ancien régime. È il ricordo di un “come eravamo”. Dubito che al resto del mondo interessi, al di là della sapiente coreografia. Tra le molte altre cose che simboleggia c’è l’unica grande capacità di esportazione del Paese ex-officina del mondo diventato forza propulsiva di servizi, cultura pop e denaro virtuale: quella della riproducibilità tecnica dell’ingiustizia. Altri matrimoni, battesimi e funerali seguiranno, in uno stanco ripetersi che non mancherà di riempire le pagine di riviste nei parrucchieri, nelle case di riposo e nelle sale d’aspetto dei medici di periferia.
La storia, una volta di più, la scrivono i vincitori. Una funzione autenticamente positiva, quest’evento di oggi, forse l’avrebbe: avviare un dibattito sull’abolizione dei funerali di stato.
Ci lamentiamo tanto del nostro caos nazionale, e facciamo bene. Ma a guardare la frattura socioculturale oltremanica, una frattura sud-nord anziché il contrario, dove la gente balla e brinda alla morte di un primo ministro, c’è davvero poco da invidiare. Grazie a Margaret Thatcher questo è un Regno Disunito: e io mi ben tengo stretto il mio settarismo destra-sinistra, in barba ai becchini – ideologici – delle ideologie.


domenica 14 aprile 2013

La coscienza di Cri

Alla faccia della Tazza, che mi esorta a blablaleare di meno, io continuo a seguire qua sopra i percorsi delle mie pippe mentali perché mi fa bene per chiarirmi le idee. E  anche perché voglio farmi i complimenti da sola, quando me li merito.

Questo post è dunque rivolto da me a me stessa, e dice testualmente così: cara Cri, sappiamo tutte e due che stai attraversando un bosco di rovi e spine, dove non è il confronto con gli ascendenti morti a crearti sofferenza, ma quello coi discendenti vivi.
(Tanto un genitore che è uno praticamente non ce l'avevi manco prima, c'è stata solo la certificazione bollata di una condizione preesistente, a parte il corollario di tormenti vari simbolici e concreti che la sistemazione dei casini lasciati dal defunto si porta dietro.)
Sappiamo che ti muovi a tentoni, che fai quel che puoi e riesci a fare, che ne sbagli e sai di sbagliarne due su tre, che anche quella che fai giusta poi magari te la rovini sul più bello con uno sbrocco improvviso che non riesci a trattenere, come quando con l'ultima carta del mazzo fai cadere tutto il castello faticosamente sistemato in equilibrio.

Però di una cosa devo darti atto.

Ti ricordi di quando, anni ed anni fa, hai cominciato a prendere coscienza dei condizionamenti in cui era impastoiata la tua esistenza, e a proclamare solennemente a te stessa e a tutti che stavi stilando un metaforico quaderno di appunti di tutte le stronzate che tua madre diceva e faceva per schiavizzarti, atti ed espressioni verbali, per stampartele a fuoco nella memoria, acciocché, sapendo quanto avevano fatto e facevano del male a te, quando ti fosse toccato interagire coi tuoi figli nelle medesime circostanze non ti venisse mai e poi mai il ghiribizzo di emularle manco per sbaglio?

(Oddio, all'inizio l'avevi pensato per quelle di tua suocera nei confronti del tuo allora fidanzato: si vede sempre prima la pagliuzza negli occhi del fratello anziché la trave nel nostro...)

Ebbene, adesso che l'ora è giunta, e che i frutti dei tuoi lombi ti stanno dando matasse di fili da torcere, sappi che io l'ho notato, che quel quaderno ti è servito e ti serve. Perché le tue reazioni saranno anche opinabili una volta su due, anzi, due su tre, ma sono le tue, assolutamente lontane e distinte dallo scimmiottamento delle cazzate inaccettabili, per egoismo, malsanità e infantilismo, di tua madre.

Sei libera, Cri. Sei diversa da lei. Sei grande.

E' come dice Zeno Cosini: "la vita non è difficile, è originale". Scoprirlo e viverlo è segno di maturità.

Sono fiera di te. 

venerdì 12 aprile 2013

L'anno che verrà

Cara amica ti scrivo così mi distraggo un po', e siccome sei anni luce lontana più forte ti scriverò.

Scrivo a te in qualità di emblema della nutrita schiera di persone che mi hanno scocciata prima virtualmente, poi nel mondo reale, per assaggiarmi, gustarmi, divertirsi un po' con me e poi accantonarmi, senza scrupoli o rimpianti, come un pezzetto di torta che non entra più in una pancia satolla o un giocherello di cui si è stufi e allora si lascia per uno nuovo.

Ce n'è parecchia, nel non luogo feisbucchiano, di gente così. E' inutile che continui a negare l'evidenza: l'ho toccato con mano, senza possibilità di fraintendimento, constatando le reazioni, anzi, le non-reazioni del novantanove virgola novantanove per cento dei miei contatti di fronte all'evento concreto che mi ha colpita. Però tu ti ergi al di sopra di quella massa per molti motivi:
1), la calda simpatia che m'hai dimostrato.
2), la tua apparente originalità e vivacità intellettuale.
3), la tua cultura. E la mia innata debolezza per essa.
4), la stima che all'inizio m'hai suscitata anche in virtù della tua età e della tua professione.
5), la profondità delle confidenze che ci siamo scambiate e la frequenza dei nostri incontri "dal vivo": tu facendomi un fischio ed io correndo ad accoglierti ogni volta che passando per Roma scendevi da un treno e a salutarti ogni volta che vi risalivi, servendoti da chaperon per tutti gli angoli della città tu manifestassi desiderio di visitare, talvolta anche includendo nella mia disponibilità la scorta e guida a tuoi amici e compagni di viaggio, tra consumazione di permessi o giorni di ferie dal lavoro, declino di altri impegni, sottrazione di spazi al mio privato, tanto che, in fondo, avrei potuto attribuire valore al nostro rapporto solo in virtù di questo mio affaccendarmici intorno: com'è che dice de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe? "È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
6), l'insieme di tutte queste cose.
Perciò tu svetti esemplare e preminente su tutti gli altri più anonimi e scialbi "contatti".

Ti scrivo per salutarti, perché io e te non ci vedremo più. Hai cominciato a mollarmi, in modo inversamente proporzionale al mio lasciarmi andare, proprio mentre io invece cominciavo a fidarmi che noi due avessimo davvero qualcosa a che spartire: forse una comune sensibilità, un'eccentricità lieve e innocua che lasciava scie profumate del nostro passaggio, un simile e singolare sguardo sulla vita, e un'invincibile giovinezza del cuore riflessa sui nostri volti sorridenti, al di là e malgrado i nostri dolori, le nostre amarezze e disillusioni. Invece no, erano fantasie: proiezioni su cui avevo investito per darti rilevanza nella mia testa. E dire che ce ne avevo pure messo del bello e del buono per persuadermene.

Perché, amica cara, ti confesso che, quando mi hai proposto per la prima volta di incontrarci dopo poche settimane in cui avevamo scambiato sì e no dieci commenti pseudo spiritosi sulle bacheche di contatti comuni, io ho accettato per acquiescenza, per imperizia nel sottrarmi. Il mio masochismo non mi fa mai declinare un invito che non mi attira e non mi convince.

Tu mi avrai presunta una disinvolta, innocua buffa picchiatella bramosa di novità, una finta svagata (parte in commedia a cui tu stessa ti applichi con tale dedizione ed accuratezza da far supporre quanto apprezzi vederla recitata anche dagli altri) insoddisfatta e curiosa; quando invece io sono molto più basica e sostanziale di quanto voglia dar ad intendere. Cristo, tu ti reputi chissà quanto interessante, ma la verità è che sei un'estranea, quattro parole di pixel su un network, ed hai un passato, un'esistenza e, già sospettavo dal principio, anche opinioni e gusti alquanto distanti dai miei: pur con tutte le moine di sofisticata e discreta incantatrice che tu poni in essere quando ti approcci, che gusto potevi pretendere io avessi nel vederti? A parti invertite, se avessi aspettato che ti agganciassi io, campa cavallo!
(Mah. In realtà sarebbe potuto accadere anche il contrario: che mi scappasse di bocca un improvvido "quando passi per Roma avvisami, ci prendiamo insieme un caffè!" senza che quasi me ne rendessi conto... Quando mi pigliano certi impulsi, certi fugaci momenti di entusiasmo, divento incapace di tener a freno la lingua. Mi è così ostico sentirmi in sintonia con un essere umano che quando ne capto un'eco anche lontana, un miraggio, un abbaglio, non resisto, la gratitudine mi piglia la mano al punto di farmi prostrare servilmente dinanzi a colui che me l'ha ispirata; e teniamo pure conto della mia smodata inclinazione ad ingraziarmi la gente, a corteggiarla, flirtarci vezzosamente, compresa quella di cui mi frega poco o niente, persino quella che non mi piace, per il mio bisogno patologico di essere vista e benvoluta, per cui ogni lasciata è persa, ogni sguardo stornato dopo essermisi posato addosso diventa una lacerazione nel mio essere, una disfatta... Una volta glielo dissi al casumano che ero come un cane randagio, che te lo compri già se non lo pigli a calci e con un tozzo di pane)

E' che io non sono stata chiara e aperta con te. Ti ho fatto credere che mi importasse di vederti, che ci tenessi.
Non era vero.

Non lo sono quasi mai, chiara e aperta, con gli altri. Mi costa troppa energia psichica, mi esaurisce, e prima ancora mi atterrisce. Tranne gli isolati casi in mi disinibisco - quando sono proprio disperata, o fuori controllo per la rabbia - in circostanze ordinarie devo sentire proprio molta molta confidenza con qualcuno, oppure un eccezionale trasporto nei suoi confronti, per assumere il rischio mortale di svelarmi. Che significa anche, semplicemente, concedermi il diritto di rispondere con schiettezza e sincerità "sì" o "no" a domande del tipo "sei stanca, vuoi che ci fermiamo? Giriamo da quella parte? Entriamo in quel bar lì? Hai ancora fame? Facciamo quattro passi? Stai comoda su questa panchina? Preferisci quell'altra, così il sole non ti viene in faccia?": quesiti che abbraccino uno spettro di possibilità di molto preliminare al ben più impegnativo "passo per Roma, ti va di vederci?" e che giunga poi fin lì e oltre. E di norma, anche quando interagisco con qualcuno nelle eccezionali condizioni descritte a inizio paragrafo - la confidenza o il trasporto - non può apprezzarsi comunque nel mio comportamento una percettibile differenza: perché in casi tanto fausti e rari la mia adesione acritica e aprioristica ai voleri altrui non è più forzata, anzi, diventa fonte della mia gioia; e poiché in quel frangente mente e cuore sbrigliati oltrepassano, volandoci sopra, l'intoppo della penosa ambivalenza che sempre pesa sulle mie relazioni interpersonali, sicché con uno così mi vedrei sempre volentieri, non si porrebbe proprio il problema di rifiutare un suo invito, anzi, in talune circostanze potrei persino spingermi a sollecitarlo io.

Tu invece rientri nella tipologia comune, e mi sono prestata ad assecondarti per mera acquiescenza, perché mi era più sopportabile il disagio di passare qualche ora in tua compagnia che quello di dirti apertamente che non avevo voglia o tempo, anche solo una volta; perché era più auspicabile tollerare il tribolo di perdere un pomeriggio appresso a te che paventare il timore che tu, ad un mio "stavolta non posso, scusami", smettessi tout court di cercarmi nelle tue peregrinazioni su e giù per la penisola, ed io venissi esclusa anche da quella minima tangenzialità nella tua vita. Perché, ora che eri venuta ad importunarmi, se avessi smesso per me sarebbe stato un fallimento.

Non aveva importanza che non fossi contenta senza se e senza ma di stare con te, che vivessi l'aspettativa delle ore da passare insieme con una bella dose di ambiguità, che ne cavassi sia parti di diletto che di fastidio, perlopiù in misura scompensata a vantaggio delle seconde. C'era sempre quella nota stonata che non mi quadrava, sul perché tu mi chiamassi quando passavi per Termini ma poi in realtà non cercassi la mia vicinanza al di fuori di quelle occasioni. Erano tante le cose che tu mi dicevi, o che era evidente ti aspettassi da me, che non mi piacevano, ma che rilievo può avere per una che è stata abituata ad accontentarsi di quello che passa il convento, a non fare storie, a reprimere i suoi moti di piacere e di malessere fino al punto di confonderli, non saperli più distinguere? Assecondare è il mio mestiere, e io diligentemente ti assecondavo, traendo proprio dal mio senso di disagio il mio profitto e la mia soddisfazione, la sicurezza di star facendo la brava bambina, di svolgere correttamente il servizio socialmente utile di far contente le persone che mi compete, come mi hanno inculcato da sempre, come mi hanno educato giorno dopo giorno da quello della mia nascita tramite il messaggio subliminale, iscritto nei gesti, pur dissimili tra loro, di mia nonna e mia madre e mio padre, che nel loro modo di tenermi, toccarmi, cambiarmi, lavarmi, allattarmi, costantemente ripeteva: tu sei al mondo per servire di supporto agli altri, non hai diritto ad un'esistenza indipendentemente da questo, non puoi pretendere di avere soddisfazione ai tuoi desideri, né di essere amata, a prescindere. Se vuoi affetto, considerazione, cure che ti assicurino la sopravvivenza, te li devi guadagnare: perciò forza, bambina, bocca chiusa e pedalare, altrimenti  sarai gettata via come qualsiasi altro oggetto inservibile.

E' questa la mia parte buia, malsana: quella che attira frotte di psicopatici che mi nasano come un cane il tartufo più pregiato.
Quel centro di comando che colonizza la mia mente e controlla dall'alto ogni mia azione e reazione.  Registrando ogni dettaglio con una lucidità disumana che è anteriore e superiore ad ogni mio slancio,  sensazione, sentimento.
Quella metavisione di cui parla il mio maestro jedi, una sorta di devastante e spietata registrazione in ultra consapevolezza di me stessa e di tutto ciò che mi circonda, un controllo a tappeto totale, un'impossibilità di abbandonarmi mai del tutto che da bambina mi è stata probabilmente indispensabile strumento di difesa ma che ora mi condiziona pesantemente la vita, anzi, me l'avvelena, impedendomi - se non appunto in casi estremi, e anche lì a un prezzo spropositato - di godermela, e anche nelle più sporadiche e felici circostanze costringendomi ad una perenne identificazione: un'assimilazione che è una sorta di cannibalismo irrefrenabile dove cose e persone esistono solo se le incorporo per poi ripartorirle, rimettendole al mondo, attraverso il canale uterino delle mie emozioni.

Capisco sia difficile star dietro al funzionamento contorto del mio cervello, eh. Non ti biasimo, se non hai voluto o potuto capire. Soprattutto una come te, le cui intenzioni erano invece trasparenti sin dall'inizio: divertirti in mia compagnia, giocare spensierata, e basta. Senza serietà, senza inutili moralismi, senza reale contatto, senza investimento di sentimenti. Per il tuo narcisismo (ancora quello, sempre quello!). Per quella tua pigrizia morale, la stessa che ti ispira prudenza nell'esprimere le tue opinioni politiche, ad esempio, e che ti fa barcamenare nelle discussioni dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Per quella tua ostentata tepidezza spirituale che non ti fa affezionare a nessuna causa e ti evita di metterti in gioco. Per quella tua indulgenza all'egocentrismo che occulta la disperazione velata dietro la tua superficiale leggerezza, nello sfoggio di un'indolente (manco così tanto sagace ed elegante come credi) ironia che marca con ostentazione manieristica il tuo distacco dalle passioni autentiche, col simulacro delle quali però ti piace immensamente trastullarti, eroina delle tue fantasie di fiaba assolute e totalizzanti alla tua augusta età. Per non vedere, ovviamente, la paura, lo smarrimento, lo sconcerto, il dolore che ti renderebbero persona, valida, concreta, restituendoti a te stessa, e con cui invece eviti il più possibile di fare i conti, anzi, di percepirli proprio, anche per sbaglio, di sguincio, da lontano.
Io invece li sentivo, il tuo dolore e la tua paura. Sentivo che stare con me ti distraeva. Che la mia ostinata energia vitale, il mio sfrenato entusiasmo, il mio ottimismo ottuso incurante di tutto ti ricaricavano le batterie, consentendoti il riassestamento di quel bel tuo sorriso seducente, enigmatico e beffardo, costantemente in pericolo, impedendo il minacciato cedimento di quell'impalcatura fittizia su cui si regge il tuo finto disincanto della vita.
Per questo, sotto l'ambiguità, la falsità e la malsanità delle mie paranoie, è emerso quasi subito per te, dono gratuito e bello e integro e luccicante come un pacco sotto l'albero di Natale di un bambino, il moto della parte buona e genuina del mio cuore: tenerezza per quel topino arruffato e sofferente che sei, saltimbanco in precario equilibrio tra i lustrini dei tuoi lazzi e frizzi e l'aggraziato cinismo di donna di mondo che al mondo sa stare (ma dove: manco per niente, amica mia). Umana comprensione, calore, affetto.
Siccome tu non ti volevi bene, te ne ho voluto io.
Fingendo di credere a come me la raccontavi, ma intuendo la verità intrinseca. E sapendo che tu sapevi.
Non infrangendo per questo mai, da donna d'onore, la regola non scritta del silenzio, dell'elusione.
Esercitando, io sempre così sfacciata e indiscreta, la forma più suprema di discrezione.
Come sempre.
Ma essendoci ogni volta, per te. Accorrendo ai tuoi richiami, rispondendo ai tuoi messaggi spiritosi e sognanti, ascoltando le tue sciocche frivolezze di ragazzina fuori tempo massimo, offrendoti la mia complicità per ricompattare le continue crepe di questo tuo castello in aria di illusioni.

E così siamo andate avanti per un pezzo, con te che ricevevi e per ricambiare mi gratificavi, con un tono tenero e ironico, di sentenze che erano insieme amabili ed offensive, sempre sospese tra il serio e il faceto, nell'indistinto, nella non chiarezza, non linearità. Era un gioco, un gioco gentile, beffardo e un po' impietoso, anche quello.
Per me invece, da un certo punto in poi, è stata realtà. Nell'allora mia assoluta ingenuità sono fatta influenzare dalla tua necessità di vedermi svolazzare come una falena sventata per riscaldarti la mente e il cuore con la mia immagine così viva, così movimentata. Ed è anche a causa tua che mi sono bruciata. La mia imprudenza emotiva non è nata dall'acquiescenza: lì ero andata oltre, rimbambita, rintronata dalle tue belle parole che mi schiudevano rosei scenari, spingendomi ad assecondare a capofitto la lusinga di poter recuperare scampoli della mia mancata adolescenza illudendomi poi, oltretutto, di non doverne pagare il prezzo.
Tutto per corroborare le tue, di illusioni. Per sostentare la tua ricerca di estasi decadenti.
Perché tu sapevi di non poterci credere. Per questo ti beavi del fatto che ci credessi io.
E non ti sei preoccupata di cosa mi sarebbe successo al risveglio.

Quando il palloncino si è bucato e io sono precipitata rompendomi la testa tu dapprima hai creduto che fosse una cosa momentanea: che avrei fatto un po' di storie e poi mi sarei di nuovo rialleata con te per una nuova avventura. In parte forse davvero non avevi capito la profondità e l'impegno con cui mi espongo, quando mi espongo. In parte forse speravi di recuperare la tua bambola da rivestire di un nuovo abito di gala, a cui far dire di nuovo sproloqui romantici, di cui veder di nuovo le gote rosse e gli occhi sognanti.
Così non è stato. Hai assistito al mio ripiegamento, al mio svilimento psichico. Al mio scivolare progressivo dentro il pozzo nero della depressione.
E tu, che avresti avuto anche gli strumenti per aiutarmi, hai invece deciso di girare la testa.
Hai cominciato ad allontanarti da me lì, proprio quando avrei avuto bisogno di te, come amica e come amica che poteva darmi una mano. Ero diventata cupa, avevo perso la porporina, non ti divertivo più.
Ti sei fatta un altro giro di spensierati disperati quanto e più di te, e pian piano, con discrezione, mi hai mollata.

Me ne sono accorta definitivamente solo nell'ultimo frangente, quello estremo, della morte di mio padre.
Da quando l'hai saputo, gratificandomi di un commentino imbarazzato e autoassolutorio sulla mia bacheca di FB, sono passati dieci giorni. Nei quali tu non mi telefonato, non hai mandato un messaggio, una mail, un sms.

Così da oggi tu non sei più mia amica. Ho cancellato il tuo contatto. Ti ho rimosso.
Dal mio cuore, invece, non devo rimuoverti. Per tua espressa volontà hai fatto in modo di non significare nulla, per me.
Mi scorderò presto di te, e sarà come se tu non fossi mai esistita. Non lascerai tracce, dentro di me.

Oggi ho un motivo in più per sentire pena per te. Che per fortuna mia svanirà quando ti avrò dimenticata.

Tu sei ferma nel tuo castello, prigioniera del tuo incantesimo falso. Io sono in cammino, ti ho oltrepassata, già non ti vedo più.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando: è questa la novità.