"E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza; e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile."
Ieratico non-luogo, è il Gianicolo l'Olimpo che con le eteree geometrie monumentali dei suoi marmi introduce alla visione gli spettatori extradiegetici - fra cui, in sala, ieri sera, al Barberini, me in quinta fila e Lucia Annunziata in prima - e diegetici: comitiva di turisti giapponesi con pullman, autista e guida. E con sidereo distacco assiste "dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale", all'improvvisa morte di uno di loro, fulminato da un infarto mentre fotografa il panorama sottostante, il cuore esploso per il sovraccarico di tanta oceanica, oscena, insostenibile bellezza.
Ha quest'inizio folgorante l'ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza. Che è un film su Roma, girato a Roma, nonostante Roma, grazie a Roma, millenario crocevia di arrivi e partenze, meta ambita almeno una volta nell'esistenza da tre quarti della popolazione mondiale, che un colpo d'ala del genio creativo del regista vuole assurta a naturale, simbolica e ideale galea di quel viaggio universale che è la vita.
Si presta bene a quest'interpretazione, Roma. Roma brodo primordiale, gigantesco calderone, serbatoio brulicante di prototipi di destini presenti e passati. Roma flutti sempiterni dove le cose più impensabili, nella finzione cinematografica come nella realtà, possono accadere a chi vi naviga dentro a vista: incontrare per strada di notte, emersa dalle brume di un sogno o di un mito, un'attrice che per un istante diviene incarnazione del fascino più impalpabile; assistere ai miracoli di una santa centenaria che hanno l'eccentricità e la grazia assurda di incantesimi; immedesimarsi rapiti e coinvolti nella fissità di una foto anziché nel contatto con una persona; straziarsi in modo imprevisto il cuore di pena e tenerezza per il funerale di una gioventù che non è la propria, ma la rievoca con ancora più struggente precisione, destando disperate nostalgie fuori tempo massimo, e poi scrollarsi di dosso quel patimento come niente fosse stato, incastonarlo nelle pieghe del volto, stuccarlo nell'espressione di disincanto che è assenza, e somma, di ogni sentimento. A Roma tutto può succedere perché tutto è già successo, dalla notte dei tempi - orrori e meraviglie, grottesche mostruosità e celesti armonie, intrecciate, declinate in ogni possibile sfaccettatura, in un prisma infinito di facoltà e contraddizioni. Roma ambigua e trasparente, Roma esposta e nascosta, Roma che sorprende e non è mai sorpresa, Roma che sconcerta e mai si sconcerta. Roma caotica e lucida. Roma barocca, dove ogni dettaglio non si amalgama, ma si affastella, a tutti gli altri, come gli strati che ne compongono le fondamenta, sotto i palazzi rinascimentali le case medioevali, e sotto ancora le insule romane, e sotto ancora le catacombe. Roma che non è né cinica, né "de core", ma solo indolente, indifferente e impietosa, poiché questa, e questa sola, è la sua pietas. Roma stregata, avvolgente, di fulgidezza così grandiosa da tracimare nella tenebra, di magnificenza tanto corrusca da risultare spaventosa. Roma viscere di madre amorosa e carnivora. Roma vampira, sonnacchiosa di giorno e desta di notte, l'utero dei suoi palazzi fuori dal tempo che biancheggia nel buio, nido conturbante e accogliente. Roma che è modo di essere, esperienza, arco teso tra passato e presente che annulla vertiginosamente distanze di secoli. Roma dove tutto è re-ligioso, legato da un senso, e dove niente sembra avere senso.
La grande bellezza, unico titolo possibile, ne contiene, evoca e rilegge altri, da La dolce vita a La grande abbuffata, in modo antico e nuovo, unico e originale. Sorrentino è un incantatore di serpenti, un mago che con le sue inquadrature a volo d'uccello e i suoi scorci obliqui dal taglio impossibile spiazza, stordisce, denuda lo spettatore come fa coi protagonisti del film, facendoli entrare, l'uno e gli altri, dentro quest'idea nucleare di Roma arcana, fiabesca, terrificante, mistica e misterica, eterna e mortale, brulicante di sacre meschinità e di banalità profane, ermetica sequela di porte (reali e riconoscibili) che per una felice idea di sceneggiatura si aprono su squarci (reali e riconoscibili) di altre dimensioni, e fa entrare Roma dentro di loro.
Il film, lunghissimo, ridondante, eccessivo, cattura la verità di una gran parte dell'anima di Roma per mezzo di un caleidoscopio di suggestioni che tengono col fiato sospeso, un'infilata di inquadrature su inquadrature che saziano fino a scoppiare come un pranzo pantagruelico di cui non si riesce a dire basta. Ed è un incanto, una stregoneria, che restituisce intatta la sensazione ancestrale che spesso dà a chi ci vive la città, in bilico fra un tempo che non è più e uno che non è ancora, mai presente a se stessa, sempre stornata dal quotidiano per quell'atmosfera incongrua, volgarissima e sacra, infima e opulenta, ambivalente al massimo grado, attraversata da deserti di languore interrotti da attimi di intensità fulminante, sepolta sotto strati di vacuità, che ne fa coerente metafora della vita.
Uscire dal cinema di notte in pieno centro mi ha accresciuto, sortilegio nel sortilegio, la percezione di quell'atmosfera che io ho peraltro autonomamente avvertito sin da bambina, e così mi sono ritrovata ad ascoltare, nella prospettica fuga dei palazzi, nell'elevazione degli obelischi stagliati contro il cielo, la voce dello spirito di Roma, il sussurro del suo confuso e lineare enigma, che è l'enigma stesso della realtà.
A cui Sorrentino risponde, per bocca del suo alter ego Servillo, con la frase che ho copiato all'inizio di questo post.
A coronamento di due ore e un quarto fatate di immersione in un film che non propone esegesi degli splendori e miserie di una città unica al mondo, ma solo la contempla come (im)perfetto paradigma dell'esistenza, colmo di tutta la (poca, tanta) umanità e tenerezza possibile e per ciò di autentica, incompiuta, mortale/immortale bellezza, metafora della grande bellezza della vita che si coglie solo nell'istante dello scarto, quando ormai è già sfuggita.
Un film davvero di rara - intollerabile, indigesta - irresistibile, grande bellezza.
