venerdì 9 marzo 2012
mercoledì 7 marzo 2012
Sogno numero #8
Quella mattina di inizio marzo il paese si svegliò irrimediabilmente cambiato. Le donne, bimbe e vecchiette incluse, erano diventate lesbiche. La consapevolezza non fu immediata ma fin dalle prime ore del mattino e nei giorni seguenti tutti gli uomini sposati si trovarono messi alla porta e i fidanzati furono abbandonati al loro destino da donne che scoprivano un’improvvisa passione per quelle che erano state le loro migliori amiche, le cognate, le colleghe di lavoro o le compagne di studi. Persino il parroco rimase di sasso quando vide che le suore del convento se ne erano andate a due a due lasciandolo solo a celebrare i vespri e a far le pulizie di chiesa.
Gli opinionisti della domenica in TV sbraitavano contro il femminismo che aveva istigato il risentimento verso gli uomini fino alle estreme conseguenze, ci fu chi incolpò la società troppo permissiva e la perdita del ruolo maschile nella famiglia. I più moderati dissero che era causa l’incomunicabilità tra i sessi mentre medici e scienziati considerarono il fenomeno una conseguenza della sovrappopolazione. “Siamo 7 miliardi e la cosa biologicamente più sensata è quella di smettere di riprodurci: l’umanità risponde così ad un bisogno del pianeta.” Disse un noto genetista.
In realtà il fenomeno era inspiegabile. Donne che erano vissute per l’amore e l’ammirazione degli uomini non solo avevano scoperto di poterne fare a meno ma sentivano che questo cambiava anche i rapporti tra loro. Quelle che prima erano delle fanatiche del lavoro, che si sarebbero ammazzate di straordinari per dimostrare di valere più di un uomo, si erano accorte che da questo non dipendeva la loro vita e le vedevi passeggiare mano nella mano durante le pause pranzo, riappacificate con le ex rivali. Suocere e nuore che avevano passato le domeniche e le feste comandate a contendersi l’ammirazione del figlio-marito pomiciavano allegramente e si scambiavano ricette di cucina. Ragazze che avevano vissuto in dieta perenne per paura di rimanere zitelle uscivano dalle pasticcerie imboccandosi a vicenda cassatine e beignet al cioccolato.
Finalmente sicure di sé si rivelarono gentili, spiritose e totalmente inaccessibili. Vivevano accanto agli uomini, se occorreva li ascoltavano ma ogni tentativo di avvicinarle, di farle affezionare, di ottenere la loro dedizione veniva accolto con un sorriso imbarazzato e salutato facendo spallucce e girando i tacchi.
Gli opinionisti della domenica in TV sbraitavano contro il femminismo che aveva istigato il risentimento verso gli uomini fino alle estreme conseguenze, ci fu chi incolpò la società troppo permissiva e la perdita del ruolo maschile nella famiglia. I più moderati dissero che era causa l’incomunicabilità tra i sessi mentre medici e scienziati considerarono il fenomeno una conseguenza della sovrappopolazione. “Siamo 7 miliardi e la cosa biologicamente più sensata è quella di smettere di riprodurci: l’umanità risponde così ad un bisogno del pianeta.” Disse un noto genetista.
In realtà il fenomeno era inspiegabile. Donne che erano vissute per l’amore e l’ammirazione degli uomini non solo avevano scoperto di poterne fare a meno ma sentivano che questo cambiava anche i rapporti tra loro. Quelle che prima erano delle fanatiche del lavoro, che si sarebbero ammazzate di straordinari per dimostrare di valere più di un uomo, si erano accorte che da questo non dipendeva la loro vita e le vedevi passeggiare mano nella mano durante le pause pranzo, riappacificate con le ex rivali. Suocere e nuore che avevano passato le domeniche e le feste comandate a contendersi l’ammirazione del figlio-marito pomiciavano allegramente e si scambiavano ricette di cucina. Ragazze che avevano vissuto in dieta perenne per paura di rimanere zitelle uscivano dalle pasticcerie imboccandosi a vicenda cassatine e beignet al cioccolato.
Finalmente sicure di sé si rivelarono gentili, spiritose e totalmente inaccessibili. Vivevano accanto agli uomini, se occorreva li ascoltavano ma ogni tentativo di avvicinarle, di farle affezionare, di ottenere la loro dedizione veniva accolto con un sorriso imbarazzato e salutato facendo spallucce e girando i tacchi.
La vita segreta delle parole
"Noi siamo le parole": così recita il titolo del post di oggi dell'Araba fenice.
Un titolo quantomai azzeccato, rispondente a verità, soprattutto qui dentro.
E in questo suggestivo gioco di rimandi virtuali mi è venuta voglia di associarlo a un post che ho scritto l'estate scorsa, a cui negli ultimi mesi mi capita di pensare e ripensare con una certa costanza.
Che per questo ricopio qui sotto.
Non sono una ragazza d'azione, io. Sono una seguace della parola.
Un titolo quantomai azzeccato, rispondente a verità, soprattutto qui dentro.
E in questo suggestivo gioco di rimandi virtuali mi è venuta voglia di associarlo a un post che ho scritto l'estate scorsa, a cui negli ultimi mesi mi capita di pensare e ripensare con una certa costanza.
Che per questo ricopio qui sotto.
Non sono una ragazza d'azione, io. Sono una seguace della parola.
Chiacchierona enfatica, come tutte le persone timide, perché non reggo i silenzi, non solo parlo a raffica, mangiandomi le sillabe, ma pure grido. Mi accaloro talmente tanto nel parlare che la mia voce sale sempre di più di tono e volume. Gesticolo anche parecchio, in modo piuttosto scomposto, rischiando di urtare cose e persone, farmi schizzar via le cose di mano, rovesciare eventuali bevande o buttarmi addosso il gelato.
Mi piace ascoltare il suono della mia voce, che so essere udita dall'esterno stridula e un poco roca, con un retrogusto di impercettibile melodiosa mitezza.
Sono un'aspirante affabulatrice, mi diletto a seguire i fili dei miei processi logici, a narrare episodi drammatizzandoli come fossero miti archetipici, risalendo alle origini della notte dei tempi, facendo sospensioni, digressioni, parafrasi.
E, a parte le sofferte circostanze in cui divengo afasica per la vergogna o lo scoramento, di solito in una discussione non mollo mai.
Mi piace ascoltare il suono della mia voce, che so essere udita dall'esterno stridula e un poco roca, con un retrogusto di impercettibile melodiosa mitezza.
Sono un'aspirante affabulatrice, mi diletto a seguire i fili dei miei processi logici, a narrare episodi drammatizzandoli come fossero miti archetipici, risalendo alle origini della notte dei tempi, facendo sospensioni, digressioni, parafrasi.
E, a parte le sofferte circostanze in cui divengo afasica per la vergogna o lo scoramento, di solito in una discussione non mollo mai.
Ma non è solo questo, non è tutto qui.
Non so bene perché, per me la verità raccontata dalle parole assume concretezza con una forza che sopravanza, potenzialmente, quella della realtà fattuale. Forse l'essere stata in contatto simbiotico dalla nascita e per tutti i lunghi anni dell'infanzia e della giovinezza con una persona priva di vista, che mi costringeva a relazionare costantemente su ogni immagine che vedevo, ogni atto a cui mi accingevo, ogni evento a cui assistevo, perché dovevo portarle il mondo sulle ali della parola acciocché esso acquisisse per lei validità e significato, mi ha modificata, rendendo diversa la mia concezione della comunicazione negli approcci e nei rapporti con le cose e con gli individui.
In me la parola proferita può arrivare a sostituire il comportamento, nel bene e nel male. Per cui spesso mi illudo di aver espletato doveri sociali o familiari semplicemente per averne ragionato a voce, demandandone il compimento ad altri. Oppure che un'accalorata discussione speculativa possa efficacemente surrogare un'intera serie di gesti, di movimenti, di cui non riesco a sobbarcarmi la troppo semplice ed ordinaria fatica. Ma me ne servo anche per gestire i miei impulsi ad atti di violenza, gli scatti di rabbia che in me sono frequenti. Mi sfogo a parole, vomito minacce ed insulti terribili, descrivo nei dettagli intenzioni di crimini efferati e depotenzio così la mia carica aggressiva. Certo non è bello, ma è meno dannoso e socialmente più accettabile del mettersi a spaccare tutto e tutti caricando a testa bassa senza discriminazioni o riguardi per chicchessia.
Ma se mi appassiono alla parola detta, vengo letteralmente folgorata dalla parola scritta.
L'ho sempre amata, è stata nelle prime decadi della mia vita un'amica, la più fedele, sovente l'unica. Ho letto e scritto in sovrabbondanza, ricavandone il più grande conforto e piacere dell'esistenza.
Poi, col passare del tempo, le occupazioni materiali dell'età adulta hanno preso il sopravvento dentro di me, ed io mi sono come intorpidita. Sono entrata in letargo.
Vivo da molti anni con persone che alle parole preferiscono i fatti, ritenendo le prime un inutile orpello dei secondi.
Sul lavoro, poi, sono assediata da una semplicità culturale ed intellettuale che arriva nei non rari casi estremi alla povertà di spirito, alla grossolanità e rozzezza. Il livello di comunicazione orale è per lo più elementare, per cui è un continuo dover tarare al ribasso la complessità e vastità dei miei ragionamenti per entrare in rapporto con i miei simili. La produzione di documentazione scritta rispecchia ovviamente questa attitudine mentale, limitandosi ad un inanellamento di formule precodificate e nemmeno ben comprese, al confezionamento di una sorta di patchwork verbale fatto con ritagli raffazzonati. E per fortuna, ché in mancanza di una falsariga molti si producono in interpretazioni lessicali e sintattiche della lingua italiana a dir poco sconsolanti.
Però sbarcando nel mondo virtuale, che è mondo di parole, ho riscoperto qualcosa che era già, ma di cui non riuscivo più a rendermi pienamente conto.
Di come le parole scritte, certe parole scritte, hanno il potere di suscitarmi emozioni come poche altre cose al mondo.
Qualcuno potrebbe credere che l'espressione verbale, mancando del riscontro dei sensi, sia improntata ad una rassicurante asetticità. Un modo per esporsi mantenendo un diaframma protettivo tra il trasmettitore ed il recettore.
Invece per me è proprio il contrario: quando leggo qualcosa di intelligente, di profondo od arguto, di speciale per me, mi si attiva una potentissima carica d'affetto. Proprio nel senso dell'affezione. Come se mi ammalassi della più dolce delle malattie.
Si avverano in me, in maniera profana, le parole di Isaia: "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto".
Sono parole di cui mi nutro alla maniera di Ezechiele, a cui Dio dice "mangia questo rotolo" e lui lo mangia, "ed in bocca mi fu dolce come il miele".
Sono parole che danno senso alle cose, perché le nominano, le chiamano con un nome che forse nemmeno sempre è lo stesso che ho dato loro io, ma fa comunque parte di un linguaggio che io comprendo, che mi è familiare.
Sono parole che uniscono, una sorta di rewind della Torre di Babele, dove gli uomini tornano indietro al tempo primigenio in cui si capivano. O almeno ci provavano.
Per cui scrittori e bloggers vari sono avvertiti.
Poi, col passare del tempo, le occupazioni materiali dell'età adulta hanno preso il sopravvento dentro di me, ed io mi sono come intorpidita. Sono entrata in letargo.
Vivo da molti anni con persone che alle parole preferiscono i fatti, ritenendo le prime un inutile orpello dei secondi.
Sul lavoro, poi, sono assediata da una semplicità culturale ed intellettuale che arriva nei non rari casi estremi alla povertà di spirito, alla grossolanità e rozzezza. Il livello di comunicazione orale è per lo più elementare, per cui è un continuo dover tarare al ribasso la complessità e vastità dei miei ragionamenti per entrare in rapporto con i miei simili. La produzione di documentazione scritta rispecchia ovviamente questa attitudine mentale, limitandosi ad un inanellamento di formule precodificate e nemmeno ben comprese, al confezionamento di una sorta di patchwork verbale fatto con ritagli raffazzonati. E per fortuna, ché in mancanza di una falsariga molti si producono in interpretazioni lessicali e sintattiche della lingua italiana a dir poco sconsolanti.
Però sbarcando nel mondo virtuale, che è mondo di parole, ho riscoperto qualcosa che era già, ma di cui non riuscivo più a rendermi pienamente conto.
Di come le parole scritte, certe parole scritte, hanno il potere di suscitarmi emozioni come poche altre cose al mondo.
Qualcuno potrebbe credere che l'espressione verbale, mancando del riscontro dei sensi, sia improntata ad una rassicurante asetticità. Un modo per esporsi mantenendo un diaframma protettivo tra il trasmettitore ed il recettore.
Invece per me è proprio il contrario: quando leggo qualcosa di intelligente, di profondo od arguto, di speciale per me, mi si attiva una potentissima carica d'affetto. Proprio nel senso dell'affezione. Come se mi ammalassi della più dolce delle malattie.
Si avverano in me, in maniera profana, le parole di Isaia: "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto".
Sono parole di cui mi nutro alla maniera di Ezechiele, a cui Dio dice "mangia questo rotolo" e lui lo mangia, "ed in bocca mi fu dolce come il miele".
Sono parole che danno senso alle cose, perché le nominano, le chiamano con un nome che forse nemmeno sempre è lo stesso che ho dato loro io, ma fa comunque parte di un linguaggio che io comprendo, che mi è familiare.
Sono parole che uniscono, una sorta di rewind della Torre di Babele, dove gli uomini tornano indietro al tempo primigenio in cui si capivano. O almeno ci provavano.
Per cui scrittori e bloggers vari sono avvertiti.
martedì 6 marzo 2012
Amici miei
Ieri pomeriggio, un po' in ritardo rispetto all'ora convenuta, è arrivato Claudio in ufficio.
Lo aspettavo al varco con le orecchie tese e gli occhi pronti a inquadrarne la sagoma, e invece è riuscito a sgattaiolare in stanza in un momento in cui ero a testa bassa, distratta da non so quale occupazione, per cui ho percepito solo il lieve fruscio di uno spostamento d'aria, ho rialzato lo sguardo, e me lo sono già trovato lì alla scrivania come per un gioco di prestigio.
Gli ho fatto parecchie feste, era un pezzo che non lo vedevo e mi mancava.
Ha svolto il lavoro con la sua solita fulminea rapidità, ridendo parecchio fin quasi a strozzarsi, rosso peperone in viso, all'ascoltare gli ultimi capitoli della telenovela della mia vita, poi è diventato serio e grave per farmi una mezza paternale. Infine ha ripreso a divertirsi, affettuosamente esilarato dalle reazioni che mostravo.
E' un bel conforto stare con uno che, pur pigliandoti davvero sul serio, in tre minuti, con immensa tenerezza ed empatia, gridandoti "la dodicenne! La dodicenne!" ti depotenzia un sofferto travaglio interiore riportandolo ad un piano di manifestazione tragicomica di emotività, rassicurandoti sul fatto che non sei matta, non sei nociva, non sei cattiva, sei solo strana, buffa, ma degna, comunque degna, una a cui vale la pena tenere.
Andandosene, prima di godersi il mio abbraccio che sapeva stritolante, si è fatto un'ennesima risatina e poi guardandomi ha esclamato un po' sconcertato:
"Guarda, non avrei mai creduto di poter fare un giorno una cosa del genere. E' la prima volta da quando sono assunto che vengo al lavoro durante la malattia!"
Come mi sono sentita non lo dico, tanto si sa che son melensa.
lunedì 5 marzo 2012
Long Goodbyes
L'acuta e affezionata Kajsa entra in stanza mia, mi legge al volo in volto e mi domanda "sei pensierosa, Cri, vero?"
E' vero. Ho la fronte corrugata e le pupille un po' spaurite come hanno i bambini quando si presenta loro un qualche nuovo interrogativo sulla vita con cui fare i conti, che li costringa a tarare al ribasso la fiducia entusiastica nel loro egocentrismo, tipo la scoperta che quando da noi è notte in un'altra parte del mondo è giorno e la gente è sveglia mentre noi dormiamo. Solo che io non posso chiedere ad un adulto esaustive e rassicuranti spiegazioni, perché l'adulta qui sarei io.
Così non mi sento né esaltata né depressa, oggi, né serena né inquieta, né felice né sofferente. Svuotata, piuttosto, e con la mente immersa in una nebbia, tra le cui brume spunta la novità da affrontare.
Che si tratti del termine di un'esistenza, o della fine di un legame, di un'illusione, di un sentimento o di una concezione di se stessi, è uno sfibrante e dolcissimo stillicidio vivere il tempo sfilacciato dell'addio.
sabato 3 marzo 2012
Quel pazzo sabato
Alla mostra del Tintoretto alle scuderie del Quirinale, ore 19.10.
Io: "Due interi, per favore"
Bigliettaia: "Due interi?"
Io: "Sì, due interi"
Bigliettaia (indicando la Angie) : "Ma perché, scusi, la ragazza quanti anni ha?"
Nannì
Tu guarda se dev'essere una citta poliziana a dar le dritte ad una romana sulla meglio fraschetteria della su' città e a farle godere una magnata e una bevuta come mai prima nella vita.
giovedì 1 marzo 2012
Paper moon
Mi squilla il cellulare.
"Pronto, amore mio, come stai, tesoro bello?"
"Ciao, papà!"
"Pronto, amore mio, come stai, tesoro bello?"
"Ciao, papà!"
mercoledì 29 febbraio 2012
Il funambolo
Nella piena e totale coerenza della sua melensaggine ella amò tanto quel cantautore al tempo della sua giovinezza mancata. Sorda e muta alle relazioni umane, sociali e civili, per carenza di indispensabili esperienze dialettiche formative che le aveva inibito anche le già scarse capacità logiche e di buonsenso, fornita altresì in sovrabbondanza di una parossistica intelligenza emotiva, ella non era né femmina né maschio, ma una sorta di scoiattolino incompiuto di genere e di identità che viveva una vita scollata dalla realtà, raggomitolato nel fondo della tana in un buco di un albero altissimo, uscendone solo, e di continuo, con l'immaginazione, un'immaginazione meramente sentimentale. Lui, piccolo, infelice, appassionato, col suo intimismo rabbioso e tuttavia consolatorio per quel palliativo di umanità che le offriva, le era compagno perfetto in quel suo rosario di giornate inerti; la sua musica le implodeva fragorosamente nell'anima scuotendola di un furore amoroso sconosciuto, mai provato scambievolmente per alcuno, ma compreso per una sorta di intuizione superiore, e ardentemente bramato, ch'era inversamente proporzionale al silenzio ovattato della sua solitudine.
Era ormai adulta quando, sentendosi come Cenerentola al ballo dopo l'intervento della fata madrina, andò ad un suo recital a teatro insieme ad uno sperso quanto e più di lei. Presero posto in piccionaia, dove avevano prenotato per risparmiare (tanto, aveva pensato lei, mica lo devo vedere, lo devo ascoltare!), e, in mezzo ad un sommesso ma vivace brusio, attesero in silenzio che il concerto cominciasse. Sì, in silenzio, a brutto muso, senza scambiarsi una parola, uno sguardo, un sorriso, perché avevano litigato già prima di arrivare per sciocchezze che i difetti di comprensione tra loro avevano contribuito a ingigantire; e il suo disgraziato compagno, ora, era brusco, di malumore, come sovente capitava, e perciò totalmente disarmonico, lontanissimo da lei, che si agitava a disagio sulla poltroncina scomoda, faticando a star seduta, pervasa da un turbamento scuro e triste, che dava un sapore cattivo di metallo raggelato alla sua emozione, togliendole ogni entusiasmo per lasciarle solo l'impulso di alzarsi, sottrarsi al contatto con quella persona distante, non cara né familiare, e con tutti quegli altri estranei inquietanti, e tornare sui suoi passi a rintanarsi di nuovo nel rassicurante buco che era la sua mesta prigione-rifugio.
Finalmente dal fondo lontanissimo del palcoscenico buio sbucò un omino minuto, che da quell'altezza pareva addirittura minuscolo; il quale, seguito da un unico occhio di luce, mosse alcuni passetti verso il centro della scena, fino ad arrivare di fianco ad un pianoforte a coda.
Ci fu un attimo di sospensione, un'attesa in cui tutto il teatro trattenne il respiro.
Poi si levò come un incantesimo il tintinnio lieve e scintillante delle prime note dell'introduzione di questa canzone.
La musica di struggente bellezza salì e salì leggera fino a lei, a carezzarle il centro del suo essere. Poi arrivò la voce, vibrante, dolorosa, affettiva, a ripararla, ad isolarla in una bolla di cristallo dalle miserie del quotidiano, dal dispiacere, dalla mortificazione, dalla fatica, dall'insoddisfazione. Istantaneamente il grumo di sofferenza che le opprimeva il petto si sciolse in due perfette lacrime che le scesero simmetricamente dagli occhi. Il dolore era amore. E lei, illuminata e protetta dal conforto di questa consapevolezza, non era più lì.
Oggi ha capito perché tra tante canzoni più pregnanti per erotismo, energia, intensità, proprio questa, così atipica nella sua produzione, abbia sempre significato così tanto. Perché parla di lei. Perché lei è un funambolo che vive perennemente in precario equilibrio sospesa a metri da terra, mentre passa il tempo e intacca l'involucro vuoto di un'anima inscalfibile:
passa il tempo e il tempo dimmi che cos'è
se il presente tiene dentro sè
ogni passato prossimo
come se non fossimo già qui
ancora immobili, così
con quei ricordi indistruttibili
quei sentimenti indivisibili
saremo lì,
fragili
e nasconderemo le armonie
di certe poesie...
Perché lei è un funambolo sospeso da terra, incapace di scendere se non quando la dolce zavorra dell'amore la tira giù in mezzo ai suoi simili rendendo la sua eterea incorporeità concretezza di carne e sangue; e allora, solo allora le pare di riuscire a vivere, di aver risolto la sua scissione, di riuscire a infilarsi nel suo involucro e a fare tutt'uno con esso. Fino a che non arriva, puntuale come la morte, la certezza dell'illusione, della sua fallacia, della sua inabilità alla pratica, della sua pretesa di vedere lanterne nelle lucciole, e quel peso allora le diventa insostenibile, e lei, confusa, straziata e oppressa, non trova altro di meglio da fare che scrollarselo di dosso, deporlo al suolo e tornare a vivere sul suo filo, staccata da tutti, protetta dalla tenerezza della sua malinconia, a guardare il mondo dall'alto come quella sera ha visto l'omino minuto dalla piccionaia, attendendo acquietata, atarassica, assorta nelle sue fantasticherie, la consumazione che il tempo che passa farà ancora della sua vita, a suo modo felice.
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