venerdì 9 marzo 2012

All things must Pass.

Passerà. "Mi passa sempre."
Tutto passa.



“Sunrise doesn’t last all morning
A cloudburst doesn’t last all day
Seems my love is up and has left you with no warning
It’s not always going to be this grey

All things must pass
All things must pass away

Sunset doesn’t last all evening
A mind can blow those clouds away
After all this, my love is up and must be leaving
It’s not always going to be this grey

All things must pass
All things must pass away
All things must pass
None of life’s strings can last
So, I must be on my way
And face another day

Now the darkness only stays the night-time
In the morning it will fade away
Daylight is good at arriving at the right time
It’s not always going to be this grey

All things must pass
All things must pass away
All things must pass
All things must pass away”

Traduzione.

“L’alba non dura tutta la mattina
un acquazzone non dura tutto il giorno
sembra che il mio amore sia pronto
e ti abbia lasciato senza avvertimento
non è stato sempre così grigio

Tutte le cose devono andare avanti
tutte le cose devono morire

Il tramonto non dura tutto il pomeriggio
la mente può soffiare via quelle nuvole
dopo tutto questo il mio amore è pronto
e dev’essere lasciato andare
non è sempre stato così grigio

Tutte le cose devono andare avanti
tutte le cose devono morire

Tutte le cose devono andare avanti
nulla può durare fra le corde della vita
così, devo fare la mia strada
affrontare un altro giorno

Ora l’oscurità rimane solo di notte
la mattina essa scomparirà via
la luce del giorno è bella
nell’arrivare al momento giusto
non è sempre stato così grigio

Tutte le cose devono andare avanti
tutte le cose devono morire
tutte le cose devono andare avanti
tutte le cose devono morire”.

Prova tecnica N.2

Caro internet puoi far funzionare il blog della Cri peppiacere? *-*

mercoledì 7 marzo 2012

Sogno numero #8

Quella mattina di inizio marzo il paese si svegliò irrimediabilmente cambiato. Le donne, bimbe e vecchiette incluse, erano diventate lesbiche. La consapevolezza non fu immediata ma fin dalle prime ore del mattino e nei giorni seguenti tutti gli uomini sposati si trovarono messi alla porta e i fidanzati furono abbandonati al loro destino da donne che scoprivano un’improvvisa passione per quelle che erano state le loro migliori amiche, le cognate, le colleghe di lavoro o le compagne di studi. Persino il parroco rimase di sasso quando vide che le suore del convento se ne erano andate a due a due lasciandolo solo a celebrare i vespri e a far le pulizie di chiesa.

Gli opinionisti della domenica in TV sbraitavano contro il femminismo che aveva istigato il risentimento verso gli uomini fino alle estreme conseguenze, ci fu chi incolpò la società troppo permissiva e la perdita del ruolo maschile nella famiglia. I più moderati dissero che era causa l’incomunicabilità tra i sessi mentre medici e scienziati considerarono il fenomeno una conseguenza della sovrappopolazione. “Siamo 7 miliardi e la cosa biologicamente più sensata è quella di smettere di riprodurci: l’umanità risponde così ad un bisogno del pianeta.” Disse un noto genetista.

In realtà il fenomeno era inspiegabile. Donne che erano vissute per l’amore e l’ammirazione degli uomini non solo avevano scoperto di poterne fare a meno ma sentivano che questo cambiava anche i rapporti tra loro. Quelle che prima erano delle fanatiche del lavoro, che si sarebbero ammazzate di straordinari per dimostrare di valere più di un uomo, si erano accorte che da questo non dipendeva la loro vita e le vedevi passeggiare mano nella mano durante le pause pranzo, riappacificate con le ex rivali. Suocere e nuore che avevano passato le domeniche e le feste comandate a contendersi l’ammirazione del figlio-marito pomiciavano allegramente e si scambiavano ricette di cucina. Ragazze che avevano vissuto in dieta perenne per paura di rimanere zitelle uscivano dalle pasticcerie imboccandosi a vicenda cassatine e beignet al cioccolato.

Finalmente sicure di sé si rivelarono gentili, spiritose e totalmente inaccessibili. Vivevano accanto agli uomini, se occorreva li ascoltavano ma ogni tentativo di avvicinarle, di farle affezionare, di ottenere la loro dedizione veniva accolto con un sorriso imbarazzato e salutato facendo spallucce e girando i tacchi.

La vita segreta delle parole

"Noi siamo le parole": così recita il titolo del post di oggi dell'Araba fenice.
Un titolo quantomai azzeccato, rispondente a verità, soprattutto qui dentro.
E in questo suggestivo gioco di rimandi virtuali mi è venuta voglia di associarlo a un post che ho scritto l'estate scorsa, a cui negli ultimi mesi mi capita di pensare e ripensare con una certa costanza.
Che per questo ricopio qui sotto.

Non sono una ragazza d'azione, io. Sono una seguace della parola.

Chiacchierona enfatica, come tutte le persone timide, perché non reggo i silenzi, non solo parlo a raffica, mangiandomi le sillabe, ma pure grido. Mi accaloro talmente tanto nel parlare che la mia voce sale sempre di più di tono e volume. Gesticolo anche parecchio, in modo piuttosto scomposto, rischiando di urtare cose e persone, farmi schizzar via le cose di mano, rovesciare eventuali bevande o buttarmi addosso il gelato.
Mi piace ascoltare il suono della mia voce, che so essere udita dall'esterno stridula e un poco roca, con un retrogusto di impercettibile melodiosa mitezza.
Sono un'aspirante affabulatrice, mi diletto a seguire i fili dei miei processi logici, a narrare episodi drammatizzandoli come fossero miti archetipici, risalendo alle origini della notte dei tempi, facendo sospensioni, digressioni, parafrasi.
E, a parte le sofferte circostanze in cui divengo afasica per la vergogna o lo scoramento, di solito in una discussione non mollo mai.

Ma non è solo questo, non è tutto qui.

Non so bene perché, per me la verità raccontata dalle parole assume concretezza con una forza che sopravanza, potenzialmente, quella della realtà fattuale. Forse l'essere stata in contatto simbiotico dalla nascita e per tutti i lunghi anni dell'infanzia e della giovinezza con una persona priva di vista, che mi costringeva a relazionare costantemente su ogni immagine che vedevo, ogni atto a cui mi accingevo, ogni evento a cui assistevo, perché dovevo portarle il mondo sulle ali della parola acciocché esso acquisisse per lei validità e significato, mi ha modificata, rendendo diversa la mia concezione della comunicazione negli approcci e nei rapporti con le cose e con gli individui.
In me la parola proferita può arrivare a sostituire il comportamento, nel bene e nel male. Per cui spesso mi illudo di aver espletato doveri sociali o familiari semplicemente per averne ragionato a voce, demandandone il compimento ad altri. Oppure che un'accalorata discussione speculativa possa efficacemente surrogare un'intera serie di gesti, di movimenti, di cui non riesco a sobbarcarmi la troppo semplice ed ordinaria fatica. Ma me ne servo anche per gestire i miei impulsi ad atti di violenza, gli scatti di rabbia che in me sono frequenti. Mi sfogo a parole, vomito minacce ed insulti terribili, descrivo nei dettagli intenzioni di crimini efferati e depotenzio così la mia carica aggressiva. Certo non è bello, ma è meno dannoso e socialmente più accettabile del mettersi a spaccare tutto e tutti caricando a testa bassa senza discriminazioni o riguardi per chicchessia.

Ma se mi appassiono alla parola detta, vengo letteralmente folgorata dalla parola scritta.

L'ho sempre amata, è stata nelle prime decadi della mia vita un'amica, la più fedele, sovente l'unica. Ho letto e scritto in sovrabbondanza, ricavandone il più grande conforto e piacere dell'esistenza.
Poi, col passare del tempo, le occupazioni materiali dell'età adulta hanno preso il sopravvento dentro di me, ed io mi sono come intorpidita. Sono entrata in letargo.
Vivo da molti anni con persone che alle parole preferiscono i fatti, ritenendo le prime un inutile orpello dei secondi.
Sul lavoro, poi, sono assediata da una semplicità culturale ed intellettuale che arriva nei non rari casi estremi alla povertà di spirito, alla grossolanità e rozzezza. Il livello di comunicazione orale è per lo più elementare, per cui è un continuo dover tarare al ribasso la complessità e vastità dei miei ragionamenti per entrare in rapporto con i miei simili. La produzione di documentazione scritta rispecchia ovviamente questa attitudine mentale, limitandosi ad un inanellamento di formule precodificate e nemmeno ben comprese, al confezionamento di una sorta di patchwork verbale fatto con ritagli raffazzonati. E per fortuna, ché in mancanza di una falsariga molti si producono in interpretazioni lessicali e sintattiche della lingua italiana a dir poco sconsolanti.

Però sbarcando nel mondo virtuale, che è mondo di parole, ho riscoperto qualcosa che era già, ma di cui non riuscivo più a rendermi pienamente conto.
Di come le parole scritte, certe parole scritte, hanno il potere di suscitarmi emozioni come poche altre cose al mondo.

Qualcuno potrebbe credere che l'espressione verbale, mancando del riscontro dei sensi, sia improntata ad una rassicurante asetticità. Un modo per esporsi mantenendo un diaframma protettivo tra il trasmettitore ed il recettore.
Invece per me è proprio il contrario: quando leggo qualcosa di intelligente, di profondo od arguto, di speciale per me, mi si attiva una potentissima carica d'affetto. Proprio nel senso dell'affezione. Come se mi ammalassi della più dolce delle malattie.
Si avverano in me, in maniera profana, le parole di Isaia: "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto".
Sono parole di cui mi nutro alla maniera di Ezechiele, a cui Dio dice "mangia questo rotolo" e lui lo mangia, "ed in bocca mi fu dolce come il miele".
Sono parole che danno senso alle cose, perché le nominano, le chiamano con un nome che forse nemmeno sempre è lo stesso che ho dato loro io, ma fa comunque parte di un linguaggio che io comprendo, che mi è familiare.
Sono parole che uniscono, una sorta di rewind della Torre di Babele, dove gli uomini tornano indietro al tempo primigenio in cui si capivano. O almeno ci provavano.

Per cui scrittori e bloggers vari sono avvertiti.

martedì 6 marzo 2012

Amici miei

Ieri pomeriggio, un po' in ritardo rispetto all'ora convenuta, è arrivato Claudio in ufficio.
Lo aspettavo al varco con le orecchie tese e gli occhi pronti a inquadrarne la sagoma, e invece è riuscito a sgattaiolare in stanza in un momento in cui ero a testa bassa, distratta da non so quale occupazione, per cui ho percepito solo il lieve fruscio di uno spostamento d'aria, ho rialzato lo sguardo, e me lo sono già trovato lì alla scrivania come per un gioco di prestigio.
Gli ho fatto parecchie feste, era un pezzo che non lo vedevo e mi mancava.
Ha svolto il lavoro con la sua solita fulminea rapidità, ridendo parecchio fin quasi a strozzarsi, rosso peperone in viso, all'ascoltare gli ultimi capitoli della telenovela della mia vita, poi è diventato serio e grave per farmi una mezza paternale. Infine ha ripreso a divertirsi, affettuosamente esilarato dalle reazioni che mostravo.
E' un bel conforto stare con uno che, pur pigliandoti davvero sul serio, in tre minuti, con immensa tenerezza ed empatia, gridandoti "la dodicenne! La dodicenne!" ti depotenzia un sofferto travaglio interiore riportandolo ad un piano di manifestazione tragicomica di emotività, rassicurandoti sul fatto che non sei matta, non sei nociva, non sei cattiva, sei solo strana, buffa, ma degna, comunque degna, una a cui vale la pena tenere.
Andandosene, prima di godersi il mio abbraccio che sapeva stritolante, si è fatto un'ennesima risatina e poi guardandomi ha esclamato un po' sconcertato:
"Guarda, non avrei mai creduto di poter fare un giorno una cosa del genere. E' la prima volta da quando sono assunto che vengo al lavoro durante la malattia!"
Come mi sono sentita non lo dico, tanto si sa che son melensa.

lunedì 5 marzo 2012

Long Goodbyes

L'acuta e affezionata Kajsa entra in stanza mia, mi legge al volo in volto e mi domanda "sei pensierosa, Cri, vero?"
E' vero. Ho la fronte corrugata e le pupille un po' spaurite come hanno i bambini quando si presenta loro un qualche nuovo interrogativo sulla vita con cui fare i conti, che li costringa a tarare al ribasso la fiducia entusiastica nel loro egocentrismo, tipo la scoperta che quando da noi è notte in un'altra parte del mondo è giorno e la gente è sveglia mentre noi dormiamo. Solo che io non posso chiedere ad un adulto esaustive e rassicuranti spiegazioni, perché l'adulta qui sarei io.
Così non mi sento né esaltata né depressa, oggi, né serena né inquieta, né felice né sofferente. Svuotata, piuttosto, e con la mente immersa in una nebbia, tra le cui brume spunta la novità da affrontare.
Che si tratti del termine di un'esistenza, o della fine di un legame, di un'illusione, di un sentimento o di una concezione di se stessi, è uno sfibrante e dolcissimo stillicidio vivere il tempo sfilacciato dell'addio.


sabato 3 marzo 2012

Quel pazzo sabato

Alla mostra del Tintoretto alle scuderie del Quirinale, ore 19.10.
Io: "Due interi, per favore"
Bigliettaia: "Due interi?"
Io: "Sì, due interi"
Bigliettaia (indicando la Angie) : "Ma perché, scusi, la ragazza quanti anni ha?"

Problema risolto :)

:)

Nannì

Tu guarda se dev'essere una citta poliziana a dar le dritte ad una romana sulla meglio fraschetteria della su' città e a farle godere una magnata e una bevuta come mai prima nella vita.

giovedì 1 marzo 2012

Paper moon

Mi squilla il cellulare.
"Pronto, amore mio, come stai, tesoro bello?"
"Ciao, papà!"