“Chi è stato torturato rimane torturato... chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”
mercoledì 10 aprile 2013
lunedì 8 aprile 2013
Brassed off (Grazie, signora Thatcher!)
E' proprio periodo di scomparse, questo: pubbliche e private, alcune che cagionano dolore, altre per fortuna quasi sollievo.
Dopo vari addii sofferti oggi mi è data pertanto l'occasione di celebrarne uno con assai meno rimpianto, anzi, oserei dire, quasi con letizia, se potesse essere umanamente dignitoso rallegrarsi della morte di un individuo (in astratto io credo di sì, e anzi sempre legittimamente si registra, in occasione di dipartite di tiranni, aguzzini, detentori di potere esercitato per fini indegni, criminali dell'umanità e ogni sorta di esseri in qualsiasi maniera minacciosi del benessere se non addirittura della mera sopravvivenza dei propri simili, un senso collettivo di liberazione e di giusto risarcimento per la "livella" che non risparmia nessuno e rimette a posto ogni cosa, annichilendo buoni e cattivi senza favoritismi), e se al contempo non fosse inutile gioire della morte di una persona ormai non più in grado di nuocere, posto che tutto il male che poteva compiere l'aveva portato ad effetto da un pezzo con conseguenze devastanti non solo per il suo Paese ma per il mondo intero (come hanno ricordato molti giornalisti e politici nella giornata odierna) che si dispiegano da trent'anni a questa parte con sempre maggiore ampiezza e con una forza che pare irreversibile.
Sto parlando, ovviamente, di Margaret Thatcher.
Condivido perciò qui con voi un frammento di un film che fa parte da anni della mia videoteca, sovente rivisto con rinnovata empatia e partecipazione, che nel pomeriggio mio figlio ha avuto l'idea di re-visionare insieme a me in onore della fausta circostanza odierna, e che costituisce una delle tante manifestazioni della veemente opposizione alla sua spietata politica, uscendo quasi all'apice della sua impopolarità, l'anno precedente alle dimissioni a cui ella fu costretta dall'ondata di malcontento civile, a tragedia dunque ormai quasi completamente compiuta; ed è una sorta di suggello di anni di lotte e di contrasti per la strenua rivolta di una cospicua e importante parte del mondo artistico e culturale contro di lei, dai tanti musicisti - Pink Floyd, Iron Maiden, Elvis Costello, Paul Weller, Clash - agli scrittori e pensatori ai cineasti, Ken Loach in testa su tutti come fulgido esponente di un cinema arrabbiato più che impegnato, crudo, documentaristico, che ha sfornato, insieme ai suoi e a questo, anche altri piccoli capolavori come Billy Elliot o The Full Monty.
Avrei voluto evitare di spoilerare la scena clou e postare invece il finale: con la banda che suona sommessamente in notturna, sul bus che la porta in giro per Londra, Pomp and circumstance, mentre in sovrimpressione all'espressione impietrita di dignità e dolore del grandissimo Pete Postlethwaite, cifra e morale dell'intera vicenda, scorrono i terribili dati risultanti dalle politiche neoliberiste della lady di ferro: centinaia di miniere di carbone, ancora produttive, chiuse, duecentocinquantamila minatori rimasti disoccupati, un dramma sociale di proporzioni impressionanti. Ma non l'ho trovato.
Beccatevi perciò il prefinale di questa storia esemplare, colle immortali parole del protagonista, minatore in pensione e in fin di vita che ad ogni accesso di tosse non sputa sangue ma carbone, e insieme sacerdote laico di offici musicali di ottoni smaglianti e lucidi piatti quale magistrale e fervente direttore della banda della miniera di Grimley, una delle migliori bande del Paese per una delle tante miniere dismesse con l'inganno, l'oppressione e l'umiliazione dei lavoratori.
Goodbye, mistress Thatcher. Nessuno ti ricorderà con rimpianto, con gratitudine. Non ci mancherai, impegnati come siamo a soffrire gli effetti della diabolica dottrina da te propagandata, e a lottare con i moderni tuoi discepoli e adepti, che hanno continuato a cuor leggero a predicare il verbo dell'economia senza regole tributandole sacrifici umani fino alla catastrofe con cui stiamo facendo i conti in questi giorni.
E nonostante tutto noi restiamo umani. Non così possiamo dire di te e di quelli come te, forse.
Goodbye, mistress Thatcher. Nessuno ti ricorderà con rimpianto, con gratitudine. Non ci mancherai, impegnati come siamo a soffrire gli effetti della diabolica dottrina da te propagandata, e a lottare con i moderni tuoi discepoli e adepti, che hanno continuato a cuor leggero a predicare il verbo dell'economia senza regole tributandole sacrifici umani fino alla catastrofe con cui stiamo facendo i conti in questi giorni.
E nonostante tutto noi restiamo umani. Non così possiamo dire di te e di quelli come te, forse.
domenica 7 aprile 2013
Cristina got married
La tenerezza della mortalità
di hollygoli
Feedback: 1367 | altri commenti e recensioni di hollygoli
venerdì 16 luglio 2010
Un film di delicatezza ed intensità quasi insostenibili, che nello spettatore "giusto" può far scattare uno straziante processo di identificazione con Peggy Sue. Una storiella da cinema tipicamente americano che nelle mani del mostro sacro Francis Ford Coppola diventa un'opera d'arte, un gioco di specchi (non solo figurato), non surrealista ma iperrealista, ricco di sottotesti, ambiguità, inquietudini, simile a certi sogni lucidi che fondono realtà vissute e proiezioni dell'inconscio che in Shakespeare assurgono a folgorante metafora della vita in Misura per Misura: "tu non hai né giovinezza né vecchiaia, ma un sonnellino pomeridiano nel quale sogni di entrambe". Peggy Sue si ritrova proprio così, non più diciottenne né quarantenne, sospesa in un "sonnellino" a metà tra il bel sogno e l'incubo, in cui cammina, abita e sfiora la vita di persone di cui è consapevole che non sono più così, o non sono più affatto. Lungi dall'apparentarsi minimamente ai banali classici dell'operazione nostalgia, il film non scivola però nemmeno in una sorta di dramma parapsicologico grazie ad un'intrinseca sincerità sentimentale, che è di Peggy Sue - una mai più così grande Kathleen Turner -, il cui amore struggente, ma venato di ironia e per ciò mai patetico, per le cose e le persone della sua memoria, ma soprattutto per la se stessa diciottenne, è l'energia che anima il teatrino della sua rappresentazione onirica, insieme ad un sottilmente sotteso senso di incertezza sulla sua condizione, sospesa tra l'essere ancora viva e momentaneamente intrappolata nei ricordi o, viceversa, esser morta e divenuta lei stessa ombra tra le ombre; ma prima ancora è di Coppola, qui autenticamente commosso ed ispirato forse dai propri drammi personali, che compie egli per primo il viaggio di Peggy Sue e che, per trovare scampo e sollievo ad un grande dolore, si rifugia, non col sogno ma con il magico mezzo del cinema, in un mitico eden perduto, quando ancora il futuro era tutto da scrivere, gravido delle ingenue speranze della giovinezza, consapevole però, nel momento stesso in cui attua il suo gioco, della vanità di esso. Peggy Sue non non riesce a modificare il tracciato della sua vita di ragazza, perché sa di non averne la possibilità: non è davvero la Peggy Sue di allora, è un'abusiva che non vive, ma fantastica solo di un passato che non esiste più, se non come impronta nel suo cuore, eco pulsante di qualcosa che è finito, come la scia di luce delle stelle spente milioni di anni fa sul firmamento del cielo; e perché infine comprende che nel riuscire ad accettare questa fatalità di esseri mortali, effimeri, sta la tenerezza dell'essere umano. Per questo "Peggy Sue got married", tra immagini di raggelante bellezza e un'opprimente, a tratti, sensazione di deja vu ai limiti della claustrofobia, è, alla fine, uno di quei film da cui si emerge diversi da come ci si era entrati, intristiti, ma illuminati dalla condivisione di una smagliante serenità superiore, luminosa come la luce che pervade tutta la pellicola. Non un capolavoro, ma certo un piccolo gioiello.
(Recensione scritta da me su Mymovies esattamente un anno prima di aprirmi il profilo FaceBook, quando già il magma ribollente del passato cominciava a rendermi irrequieta, e la visione di questo film mi aveva rotto gli argini di un pianto irrefrenabile, scossa da singulti tali da spaccarmi le costole. Me lo sono rivisto la settimana prima della morte di mio padre, sollecitata da un amico di mio figlio, ragazzo particolare, raffinato, entusiasta e delicato cinefilo, studente di cinema alla facoltà di Lettere dell'università di Tor Vergata, a cui l'avevo consigliato e con cui avevo avviato sul film specifico un gran bel dibattito. In questi giorni è ricomparso ancora a tradimento qua dentro, e mercoledì o giovedì sera, quando davvero mi sentivo sola al mondo, mi sono rimessa forse venti volte di seguito la colonna sonora. Stasera mi sa che lo riguardo: non è terapeutico, anzi. Però contiene una pietas, una tale struggente e straziante tenerezza per un passato impossibile da rivivere e tanto meno da modificare, e un tale amore per l'unica possibilità che ci è concessa riguardo ad esso, e cioè l'accettazione generosa ed accogliente di ciò che siamo stati, che risulta davvero utile, se non imprescindibile, vederlo e rivederlo. Tanto più in occasione del compleanno del suo, umanissimo, grandioso, regista, che lo girò colpito dal gran dolore per la morte di suo figlio. Auguri, caro Francis, e che Dio ti benedica)
Pane e tulipani
"Marì. Siamo qui per abitudine. Probabilmente se avessimo saputo prima manco ci saremmo iscritte. Abbiamo perso tempo e tante altre cose belle che avremmo potuto fare nella vita nel tentativo (inutile peraltro) di riempire i nostri vuoti e rendere meno dolorose le nostre défaillance. Io per me butterei tutto, eccezion fatta il mio piccolo manipolo di "eletti" con i quali ci si intende senza manco parlarsi e che mai avrei potuto conoscere senza Fb.
Per il resto, ci sono momenti in cui per motivi oggettivi tutte le vacche ci sembran nere e tutto ci appare più pesante di quello che è. Questa sensazione si attenuerà con il tempo anzi, dinanzi alle difficoltà ed ai dolori - quelli veri - della vita, inevitabilmente ci trasformiamo pure noi il nostro modo di vedere le cose cambia.
Come donne siamo state educate a pensare all'amore come forza rigeneratrice in grado di cambiare situazioni e persone. Nulla è più sbagliato secondo me perché non esiste niente così capace di trasformarci quanto la sofferenza. E quando lo "stampo" è buono questo cambiamento si traduce in saggezza e in bellezza d'animo: in qualità, in poche parole."
Pensieri cari, belli e giusti donatimi ieri su FaceBook da La dolce eutirossina
sabato 6 aprile 2013
Twist in my sobriety
Furore e dolore mi hanno raggrumato, indurito, resa un monolite.
Un megalito eretto in un deserto.
Troppa delusione, troppa crudeltà nel disincanto: per i comportamenti inauditi del frutto dei miei lombi, per la trascuratezza di certuni, per l'indifferenza, l'assenza, la lontananza di certaltri.
Togliersi il velo di Maya dagli occhi fa più male di un lutto.
"per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso."
Dura come pietra, e impenetrabile, e compatta. Dove l'incapacità, l'insensibilità altrui non mi tocchi più.
Non più di una impercettibile scossa nella mia lucidità.
All God's children need travelling shoes
Drive your problems from here
All good people read good books
Now your conscience is clear
I hear you talk girl
Now your conscience is clear
In the morning I wipe my brow
Wipe the miles away
I like to think I can be so willed
And never do what you say
I'll never hear you
And never do what you say
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
We just poked a little pie
For the fun people had at night
Late at night don't need hostility
The timid smile and pause to free
I don't care about their different thoughts
Different thoughts are good for me
Up in arms and chaste and whole
All God's children took their toll
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
Cup of tea, take time to think, yea
Time to risk a life, a life, a life
Sweet and handsome
Soft and porky
You pig out 'til you've seen the light
Pig out 'til you've seen the light
Half the people read the papers
Read them good and well
Pretty people, nervous people
People have got to sell
News you have to sell
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
Un megalito eretto in un deserto.
Troppa delusione, troppa crudeltà nel disincanto: per i comportamenti inauditi del frutto dei miei lombi, per la trascuratezza di certuni, per l'indifferenza, l'assenza, la lontananza di certaltri.
Togliersi il velo di Maya dagli occhi fa più male di un lutto.
"per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso."
Dura come pietra, e impenetrabile, e compatta. Dove l'incapacità, l'insensibilità altrui non mi tocchi più.
Non più di una impercettibile scossa nella mia lucidità.
All God's children need travelling shoes
Drive your problems from here
All good people read good books
Now your conscience is clear
I hear you talk girl
Now your conscience is clear
In the morning I wipe my brow
Wipe the miles away
I like to think I can be so willed
And never do what you say
I'll never hear you
And never do what you say
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
We just poked a little pie
For the fun people had at night
Late at night don't need hostility
The timid smile and pause to free
I don't care about their different thoughts
Different thoughts are good for me
Up in arms and chaste and whole
All God's children took their toll
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
Cup of tea, take time to think, yea
Time to risk a life, a life, a life
Sweet and handsome
Soft and porky
You pig out 'til you've seen the light
Pig out 'til you've seen the light
Half the people read the papers
Read them good and well
Pretty people, nervous people
People have got to sell
News you have to sell
Look my eyes are just holograms
Look your love has drawn red from my hands
From my hands you know you'll never be
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
More than twist in my sobriety
sabato 30 marzo 2013
E la vita la vita
Stamane, insieme a Jannacci, è morto anche mio padre.
Speriamo che andando su insieme si facciano compagnia.
Ciao, papà.
Speriamo che andando su insieme si facciano compagnia.
Ciao, papà.
venerdì 29 marzo 2013
The passion
"Il ghiottone è ridiventato un puro," mi disse Guglielmo. "Ma è questa la purezza?" domandai inorridito. "Ce ne sarà anche di un'altra sorta," disse Guglielmo, "ma, quale che sia, mi fa sempre paura."
"Cosa vi terrorizza di più nella purezza?" chiesi.
"La fretta," rispose Guglielmo.
"Cosa vi terrorizza di più nella purezza?" chiesi.
"La fretta," rispose Guglielmo.
mercoledì 27 marzo 2013
Il pescatore di asterischi
Leggo su Repubblica il post di Barbara Spinelli, come sempre molto alto, fin troppo forse, fuori dalla mischia, dalle contese meschine di quaggiù, e per un attimo mi libro in volo anch'io sopra questa palude nauseabonda, su, su, sulle ali delle metafore, delle parole poetiche che tentano di descrivere con diversa prospettiva la caotica realtà di questi giorni, e di tenerla tutta insieme, anche, possibilmente, e tra tante suggestioni e pure qualche passaggio aulico di troppo che non condivido mi colpisce il discorso sulla paralisi di chi "imbocca viuzze" per tenersi stretto il potere, che significa "starsene immobili", e dunque "congela" il cambiamento, ma anche di chi, per la troppa ostinazione nel perseguirlo ad ogni costo, si blocca nel braccio di ferro del "tutto e subito, senza se e senza ma" in una sorta di "trono-postazione":
"L'Italia fa questo, da anni: ha congelato Mani Pulite, e ogni chiarimento, correzione, pur d'evitare la trasformazione di sé. Anche il movimento Cinque Stelle, che pure ha vinto chiedendo una mutazione della società e dei partiti, è preda di una sorta di paralisi. Ilvo Diamanti ha spiegato, lunedì su Repubblica, l'impasse di una convivenza tra anime contrarie, innovative e conservatrici. L'uscita dal sistema prevale su ogni miglioramento concreto, ottenibile subito, svigorendo la forza stessa che fece nascere, attorno al bene pubblico, il movimento. È il rischio del M5S: occupare un trono-postazione, in attesa dei tempi in cui il Messia verrà col suo Regno. Non lo sfiora il sospetto che il Regno sia già qui, che l'attesa sia un escamotage. Che le vie non siano due ma una: rinunciare all'isolamento splendido del trono, aprire un varco, proporre a chiare lettere il nome di un suo papa Francesco. Altrimenti ti chiamerai movimento ma vecchio partito rimarrai: con le sue abitudini da recinto, con la sua sconnessione dalla cittadinanza attiva che ti ha fatto re"; questo dice in un (per me) bellissimo passaggio la Spinelli, e mi convince, e mi commuove (si sa che a me basta poco, soprattutto quando si sanno allestire voli pindarici di traiettorie così elevate al misticismo sentimentale che è rimasto in certa misura parte portante della costituzione del mio spirito).
Poi leggo l'articolo del vergognoso sit-in organizzato dal sindacato di polizia Coisp sotto l'ufficio di Patrizia Moretti, finalmente e doverosamente assolta dal reato di diffamazione. Di come persino il sindaco di Ferrara, sceso a chiedere agli agenti di spostarsi per rispetto, sia stato spintonato e aggredito verbalmente da Potito Salatto, europarlamentare pdl. E di come, allora, lei sia scesa in mezzo a loro e abbia mostrato in piazza la foto del figlio ucciso. Restando silenziosa. Immobile, anche lei. Una statua di dignità e dolore.
Troppe coincidenze, troppi rimandi ad immobilità così diverse, così lontane tra loro, così opposte per valore e significato.
In tutto questo mi viene naturale infilarci a mezzo il sorprendente post di Gap di stamane, che mi è rimasto impresso: quell'immagine di un'altra immobilità: quella di una tomba chiusa, sigillata, in balia delle intemperie, degli sguardi e degli atti, di pietà o vandalici, dei vivi, inerme, eppure inscalfibile nella sua invulnerabilità di scrigno del termine di un'esistenza umana che, nel bene e nel male, ha cessato di patire, di poter essere ferita, piegata, corrotta.
E penso a come mi tenta, in questi giorni convulsi, quest'immagine di immobilità che è quiete, che è pace. E mi viene in mente Foscolo, ma più che i Sepolcri il suo sonetto In morte del fratello Giovanni: un dì, s'io non andrò sempre fuggendo... E dal neoclassicismo al romanticismo il salto stilistico per me, temerario canguro che zompa con spericolata incoscienza da un argomento all'altro, letteratura cronaca musica fatti privati discorsi sui massimi sistemi, è assai breve. Ed ecco, dunque, quello che vorrei essere io, piuttosto, allora, più che una tomba: vagheggio di diventare l'Urna greca di Keats, di sperimentare la sensazione di contenere quella rappresentazione delicata, marmorea, di una scena di vita trattenuta all'ultimo istante, di una possibilità di amore non realizzata, nella perfezione incorruttibile, drammatica e serenamente lontana che è anche dell'Apoxiomenos, o del Ratto di Proserpina o dell'Apollo e Dafne del Bernini, dove si può solo contemplare verità e bellezza, non vivere, perché vivere comporterebbe fatalmente compiere quell'atto, raggiungere l'amore, contaminarsi, perdere quella perfezione, quella verità e bellezza, per entrare nel flusso del tempo, e accadere, e poi finire.
"E tu, amante audace, non potrai mai baciare
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l'amerai per sempre, per sempre così bella.": John mi perdonerà se oggi la dedico come una carezza a Pierluigi Bersani, a cui in questo momento sento di voler bene.
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l'amerai per sempre, per sempre così bella.": John mi perdonerà se oggi la dedico come una carezza a Pierluigi Bersani, a cui in questo momento sento di voler bene.
THOU still unravish'd bride of quietness,
Thou foster-child of Silence and slow Time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flowery tale more sweetly than our rhyme:
What leaf-fringed legend haunts about thy shape 5
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy? 10
Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to the sensual ear, but, more endear'd,
Pipe to the spirit ditties of no tone:
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave 15
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal—yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair! 20
Ah, happy, happy boughs! that cannot shed
Your leaves, nor ever bid the Spring adieu;
And, happy melodist, unwearièd,
For ever piping songs for ever new;
More happy love! more happy, happy love! 25
For ever warm and still to be enjoy'd,
For ever panting, and for ever young;
All breathing human passion far above,
That leaves a heart high-sorrowful and cloy'd,
A burning forehead, and a parching tongue. 30
Who are these coming to the sacrifice?
To what green altar, O mysterious priest,
Lead'st thou that heifer lowing at the skies,
And all her silken flanks with garlands drest?
What little town by river or sea-shore, 35
Or mountain-built with peaceful citadel,
Is emptied of its folk, this pious morn?
And, little town, thy streets for evermore
Will silent be; and not a soul, to tell
Why thou art desolate, can e'er return. 40
O Attic shape! fair attitude! with brede
Of marble men and maidens overwrought,
With forest branches and the trodden weed;
Thou, silent form! dost tease us out of thought
As doth eternity: Cold Pastoral! 45
When old age shall this generation waste,
Thou shalt remain, in midst of other woe
Than ours, a friend to man, to whom thou say'st,
'Beauty is truth, truth beauty,—that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.'
Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
Narratrice silvana, tu che una favola fiorita
Racconti, più dolce dei miei versi,
Quale intarsiata leggenda di foglie pervade
La tua forma, sono dei o mortali,
O entrambi, insieme, a Tempo o in Arcadia?
E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?
Sì, le melodie ascoltate sono dolci; ma più dolci
Ancora sono quelle inascoltate. Su, flauti lievi,
Continuate, ma non per l'udito; preziosamente
Suonate per lo spirito arie senza suono.
E tu, giovane, bello, non potrai mai finire
Il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli;
E tu, amante audace, non potrai mai baciare
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l'amerai per sempre, per sempre così bella.
Ah, rami felici! Non saranno mai sparse
Le vostre foglie, e mai diranno addio alla primavera;
E felice anche te, musico mai stanco,
Che sempre e sempre nuovi canti avrai;
Ma più felice te, amore più felice,
Per sempre caldo e ancora da godere,
Per sempre ansimante, giovane in eterno,
Superiori siete a ogni vivente passione umana
Che il cuore addolorato lascia e sazio,
La fronte in fiamme, secca la lingua.
E chi siete voi, che andate al sacrificio?
Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,
Conduci la giovenca muggente, i fianchi
Morbidi coperti da ghirlande?
E quale paese sul mare, o sul fiume,
O inerpicato tra la pace dei monti
Hai mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?
Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre,
E mai nessuno tornerà a dire
Perché sei stato abbandonato.
Oh, forma attica! Posa leggiadra! Con un ricamo
D'uomini e fanciulle nel marmo,
Coi rami della foresta e le erbe calpestate.
Tu, forma silenziosa, come l'eternità
Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!
Quando l'età avrà devastato questa generazione,
Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
Non più nostri, amica all'uomo, cui dirai
"Bellezza è verità, verità bellezza", questo solo
Sulla terra sapete, ed è quanto basta.
martedì 26 marzo 2013
L'insostenibile leggerezza dell'essere
Qualche tempo fa, mentre scorrevo sfatta e distratta il solito rullo di pappa indistinta di immagini di gattini o di bambini africani o leucemici moribondi (e già di qualche agnellino, dato il periodo prepasquale), dei mille rimbalzi fotocopia di battute satiriche originali sulla situazione politica ormai usurate dopo la terza condivisione, delle solite decine di bufale allarmistiche che ciclicamente riaffiorano per poi inabissarsi di nuovo senza colpo ferire fino al prossimo giro, proclami di indignados seduti comodamente col culo al caldo alla loro scrivania, minchiate più o meno salaci e mordaci e/o audaci di spiritosi a vario titolo, sono stata colpita dall'uppercut di uno di quegli aforismi che girano su FB, attribuito a Monica Vitti, che diceva pressappoco "Dicono che il mondo è di chi si alza presto. Non è vero. Il mondo è di chi è felice di alzarsi."
"Oooooh come c'ha ragione!!! Avrei potuto scriverlo io questo!!!" ho subito esclamato in cuor mio.
E' che in effetti, per quanto mi dica "animo!", mi incoraggi e mi sproni all'ottimismo, sono un po' esausta di svegliarmi due mattine su tre - ora per l'eco sorda di un caos di sogni brutti e bizzarri di cui non ricordo quasi nulla, ora per l'ansia per i figli, ora per la preoccupazione per i cupi giorni che stiamo vivendo - con una sensazione di malessere freddo e pesante come un macigno tra il cuore ed il cardias. Macigno che, a meno di propizi interventi di qualche deus ex machina occasionale, mi ci vuole poi una buona mezza mattinata per scrollarmi di dosso, e una tale dannata fatica da parermi che Atlante o Sisifo, comparati a me, portino sulle spalle uno zainetto vuoto al ritorno dalla gita, o spingano una palla da beach volley.
Ieri però ho ripensato a quando ero ragazza: mi svegliavo molto più spesso felice, giubilante, direi. Perché avevo davanti tutto il giorno prima di angosciarmi di nuovo.
All'epoca funzionavo al contrario.
Soffrivo difatti di un'insonnia feroce, invincibile, che mi faceva passare lucida nottate d'inferno in preda alla disperazione più nera, col tormento di sentire avvicinarsi l'ora di alzarsi senza aver chiuso occhio e di dover affrontare un'intera giornata di studio, di impegni, di interazioni con le persone, intontita e come febbricitante, senza poter recuperare il sonno perduto.
Per cui, dopo qualche rara notte di insperato riposo, mi svegliavo in preda alla contentezza assoluta. Anche perché vivevo il momento della giornata più lontano da quello, odioso, che paventavo e rifuggivo.
Poi, man mano che le ore passavano, cominciavo ad inquietarmi e a deprimermi. Al calare delle prime ombre della sera l'ansia si era già trasformata in panico. Andare a letto in queste condizioni significava assicurarmi l'ennesima notte ad occhi spalancati, ovvio. Ero entrata in un circolo vizioso. Ogni tanto, poi, capitava appunto la notte in cui, sfinita, recuperavo facendomi, come si dice, tutto un sonno. Il mio organismo giovane si tutelava come poteva, e io, nonostante tutto, sono sempre stata una persona sana, con buone e forti risorse interiori. Ma questo disturbo, questa sofferenza, mi ha perseguitata per anni. E per anni sono andata a dormire con un peso sul cuore come un macigno.
Per cui oggi, che dormo quasi sempre con facilità e finanche col sollievo di aver deposto il peso della giornata trascorsa, ripensandoci, mi sono riconsolata: non sono peggiorata, mi sono solo ribaltata, diciamo. Si vede che vivere leggera non è il mio destino. Pazienza.
Per cui oggi, che dormo quasi sempre con facilità e finanche col sollievo di aver deposto il peso della giornata trascorsa, ripensandoci, mi sono riconsolata: non sono peggiorata, mi sono solo ribaltata, diciamo. Si vede che vivere leggera non è il mio destino. Pazienza.
venerdì 22 marzo 2013
You can never hold back spring
Stamane sono uscita di casa presto, a piedi.
Senza salutare nessuno.
Senza dire dove andavo.
Col mio libro in mano, gli occhiali al sommo della testa, protetta dalla nebbia del mio sguardo miope che scontornava tutto, e dal silenzio che invece marcava il mio contorno, delimitando il mio spazio vitale.
Come una figurina stagliata in primo piano nell'acquarello di un indefinito paesaggio di sogno.
Autosufficiente, sola, non intimorita di essere persona.
Con un vago sorriso sul volto.
Turbata e insieme serena, ho camminato assaporando in crescendo ad ogni piè sospinto la struggente sensazione di distacco nel non aver più bisogno di qualcuno. Quel senso, che mai era stato mio, di dolce fortezza, e di tenero dolore, per l'impossibilità di credere ancora alla nostalgica illusione di una fusione vagheggiata dall'inizio del mio tempo sulla terra e mai sperimentata.
Straziata e felice della scoperta della mia unicità.
Col cuore incrinato, le lacrime sul viso, il petto che mi si apriva, dilatato in respiri sempre più ampi, sempre più profondi.
Faceva freddo. Al ritorno ho alzato la testa, scoprendo la meraviglia della chioma verde di un pino immersa nel contrasto di un cielo così azzurro da parere un disegno coi pastelli a cera di un bambino.
Non si può trattenere la primavera.
You can be sure that I will never
Stop believing
The blushing rose will climb
Spring ahead or fall behind
Winter dreams the same dream
Every time
Baby you can never hold back spring
Even though you've lost your way
The world keeps dreaming
dreming of spring
So close your eyes
Open you heart
To one who's dreaming of you
You can never hold back spring
Remember everything that spring
Can bring
Baby you can never hold back spring
Baby you can never hold back spring
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