sabato 20 settembre 2014

Cinquanta sfumature di Cri

1. Fa di preferenza le cose all'ultimo momento.
2. Si mangia le unghie da quando aveva cinque anni.
3. Scrive con tre dita, appoggiando la penna sull'anulare.
4. A quattro anni le viene ricucito con quattro punti il mento.
5. Ad otto con tre punti la tempia sinistra.
6. A quattordici con due punti la testa.
7. A trentadue e mezzo si taglia via la punta dell'anulare sinistro mentre tenta di aprire con un coltello da macellaio una confezione di latte in polvere per la giacobina.
8. A quarantatré si ustiona un braccio facendosi scoppiare in mano una bottiglia di alcool spruzzando il quale aveva appena finito di attizzare il fuoco nel camino della casa di campagna.
9. E' molto disordinata e disorganizzata.
10. Patisce moltissimo il disordine e la disorganizzazione.
11. Ha sofferto di attacchi di panico.
12. Ha sofferto di attacchi di panico prevalentemente alla guida di autoveicoli imbottigliati nel traffico.
13. Nel corso di ogni attacco di panico occorsole alla guida in un autoveicolo imbottigliato nel traffico è sempre stata in grado di uscire dalla fila, parcheggiare o accostare la macchina al bordo della strada, prelevare gli effetti personali dall'abitacolo e chiudere a chiave lo sportello, in preda alla follia e contemporaneamente alla lucida cautela di evitare, qualora fosse sopravvissuta, ulteriori spiacevoli conseguenze (ossia le funeste ire materne per accidentale furto dell'autoveicolo o di qualcosa in esso contenuto).
14. Mulina le braccia mentre parla, facendo spesso volare bicchieri dai banconi di bar, fogli dalle mani degli interlocutori, occhiali dalla sua faccia.
15. Non parla, grida.
16. Se deve spiegare qualcosa, la complica.
17. Parla da sola a voce alta.
18 Se vede qualcuno parlare da solo a voce alta pensa che sia pazzo.
19. A dodici anni ha scritto col cuore spezzato una lettera alla se stessa adulta per pregarla di guardare per amor suo le future repliche dello sceneggiato appena terminato.
20. Non riesce a resistere, iniziando un libro, a non sbirciarne subito la fine.
21. Se va a vedere un film di norma si premunisce di conoscerne la trama, e soprattutto il finale.
22. Non sopporta la tensione di quando, in un racconto o in un film, le cose si mettono male, per cui spesso si alza in preda alle ambasce e se ne va, in attesa di tempi migliori, o salta le pagine penose.
23. Ha avuto una smodata passione per le telenovelas, patendo pertanto moltissimo gli ingarbugliamenti durati parecchie puntate.
24. Ha avuto per un breve periodo della vita una buona padronanza dello spagnolo scritto e parlato.
25. Tale periodo ha coinciso col suo innamoramento per Juan del Diablo, pirata messicano della telenovela Corazon Salvaje.
26. S'è infatuata di moltissimi uomini nella sua vita, la maggioranza dei quali non se n'è nemmeno accorta.
27. S'è innamorata di soli altri tre uomini nella sua vita, oltre al summenzionato Juan Del Diablo.
28. Il primo dei tre era il chierichetto di due anni maggiore di lei che serviva Messa nella cappella delle suore quando era bambina. Praticamente l'unico maschio che frequentasse. Ricambiata, a sua insaputa, dai cinque ai tredici anni (ha scoperto da adulta).
29. (Da adolescente il chierichetto non l'amò più, o forse sì, non fu molto chiaro: ad ogni modo si è fatto prete.)
30. Ha fatto sesso tutta la vita con un uomo solo.
31. Il quale non è uno dei tre (o dei quattro, contando anche Juan Del Diablo).
32. Si sta gradatamente attenuando la sua dipendenza dalla cioccolata: lo prende per il segno che il suo corpo, finalmente, sta riuscendo a produrre endorfine.
33. Va pazza per gli spaghetti di riso alla piastra con verdure e gamberi di Sonia, la sua ristoratrice cinese.
34. Si ubriaca ogni volta che supera la soglia di bevuta di mezzo bicchiere.
35. Quando si ubriaca di (buon) vino rosso piange.
36. Mangia con gioiosa voracità. Adora mangiare.
37. Detesta cucinare.
38. E' squilibrata (ci credereste?).
39. Non ha nel suo guardaroba pantaloni.
40. Non ha nel suo guardaroba gonne lunghe oltre la metà coscia.
41. E' stata una bambina decisamente bella sino agli otto anni di età.
42. E' stata deturpata a nove anni da catastrofici interventi correttivi (occhiali di tartaruga e apparecchio per i denti)
43. Ha sempre avuto nelle gambe il suo punto di forza.
44. Gambe che, diventate budinose con la vecchiaia, le piacciono ancora di più.
45. Come dice il suo maestro jedi, soffre di un dissidio interiore: col cervello disprezza la gente ma col cuore non può fare a meno di amarla.
46. Pur riconoscendo la bontà dell'asserzione soprastante, non può fare a meno di rilevare l'esistenza di persone nei confronti delle quali questo suo dissidio mente/cuore non si attiva: perché le viene spontaneo o disprezzarle non amandole, o amarle non disprezzandole affatto.
47. E' profondamente grata e affezionata al suo maestro jedi, che il cielo lo conservi e gli dia lunghissima vita.
48. E ad un piccolo, preziosissimo gruppo di persone a lei infinitamente care.
49. E adesso deve chiudere perchè sta per andare a cena in Toscana
50. Perché oggi questa cifra d'oro è il numero degli anni che compie. Auguri!

Streets of Philadelphia

Ah, la musica, che cosa si farebbe se non esistesse. Circola spesso su FaceBook un adagio che dice: ringrazio la musica perché c'è stata quando non c'era nessun altro.
Ed è una grande verità, questa.
Così accade che io, più di un anno fa, in uno dei miei momenti down, nei quali una nostalgia di qualcosa di mai esistito mi riagguanta e stringe il cuore in una morsa penosamente intollerabile, sento a un tratto scorrere nella radio l'onda ruvida e vellutata di una canzone sommessa, cantata quasi per scommessa, che come un velo impalpabile di tulle si distende, si distende fino a coprire tutto l'orizzonte. Non me ne avvedo subito: persa nella mia malinconia sulle prime non ci faccio caso, mi perdo le battute. Ma poi, pian piano, comincio a distinguerla, la sua melodia prende ad esser colta dal mio orecchio, a fissarsi nella mia mente. E mi penetra dentro, e mi gocciola nelle ferite di nuovo scucite come miele, come unguento balsamico, e mi calma, e mi dilata, e mi apre di nuovo alla vita, e ad una gioia quieta, ad una rassegnazione dolce e colma d'amore. Mai sentita prima, o forse sì, ma senza riceverne una impressione così vivida come oggi.
La cerco per un anno, questa canzone. Passa assai raramente sulla radio, ma ogni tanto la afferro. Mai presentata, mai citata nel titolo, accidenti, che jella. Il mio inglese è assolutamente primitivo, e poi il tizio che canta biascica talmente (il che dovrebbe costituire un primo indizio atto a rintracciarla) che sarebbe comunque quasi impossibile captare qualche parola. Io catturo un termine qua e là, mi precipito su Youtube con un "like stone" prima di dimenticarmene, ma - ovviamente - da una traccia così esile non cavo nulla.
Una sera del giugno scorso sono in solitaria attesa di entrare al cinema per l'ultimo spettacolo a vedere un film bello e dolorosissimo, Alabama Monroe (che mi farà riflettere e rimettere in squadra a lungo), e dagli altoparlanti posti all'esterno la filodiffusione attacca, in poco più di un sussurro, la fatidica canzone (e anche lì, dal fatto che esce dagli altoparlanti di una multisala, dovrei cogliere un indizio, ma io, macché). Vado in orgasmo, mi avvicino il più possibile agli apparecchi, mi tendo, quasi, per carpire finalmente quella melodia inafferrabile, ma è inutile, stringo solo aria, quella mi sfugge come una farfalla che schiva il retino. E dentro di me mi ammonisco: Cri, se sei così impedita da non avere la faccia di entrare e chiedere alle maschere che canzone è, sai che ti dico, peggio per te, tieniti lo spasimo e ben ti sta. Tornata a casa mi replico: ok, è andata così. Ma sono sicura che se avrò pazienza e smetterò di farmene ossessionare io 'sta canzone la troverò, prima o poi. E' solo questione di tempo. Le cose accadono. Bisogna avere fiducia.
E accade così che martedì notte, tornando da Villa Borghese e dal Globe Theatre dove ho ascoltato cascate di diamanti sciorinate dalle bocche dei giovani protagonisti in guisa di versi del Grande Bardo in Pene d'amor perdute, io accenda la radio e la ascolti di nuovo, questa canzone.
Passa su Radio M100, che ha un sito streaming dove si possono rintracciare i brani della sequenza della playlist sino a un paio d'ore prima.
Mi precipito a casa, accendo il pc, apro il sito, la cerco, la trovo.
E scopro che ha gli anni di mio figlio, ventuno. E che è a dir poco famosissima.
Ma per me, che detesto Tom Hanks, non amo the Boss e mi son sempre accuratamente tenuta lontana dal film per evitarmi strazi troppo pesanti da fronteggiare, è stata sconosciuta fino a un anno prima.
Ora non più.
E allora la mente mi parte, e mi comincia a vorticare su un delirio di corrispondenze, di ulteriori aspettative, di interpretazioni speranzose del "segno".
Però mi governo, e mi impongo: basta, Cri. Non ci saranno altre belle sorprese oltre a questa. Attestati qui, e goditi la soddisfazione e la quiete del momento. Che è già tanto. E' già tutto.
E allora mi placo, senza dispiacermene eccessivamente. Fa niente, mi dico. Me la farò bastare, la musica. Che c'è stata quando non c'era nessun altro, ora come allora, mentre anch'io percorro le strade della mia città, della mia vita.
E me la regalo qui, per il mio cinquantesimo compleanno.
Bisogna avere fiducia.




I was bruised and battered and I couldn't tell
What I felt
I was unrecognisable to myself
I saw my reflection in a window I didn't know
My own face
Oh brother are you gonna leave me
Wastin' away
On the streets of Philadelphia
I walked the avenue till my legs like stone
I heard the voices of friends vanished and gone
At night I could hear the blood in my veins
Black and whispering as the rain
On the streets of Philadelphia
Ain't no angel gonna greet me
It's just you and I my friend
My clothes don't fit me no more
I walked a thousand miles
Just to slip this skin
The night has fallen, I'm lyin' awake
I can feel myself fading away
So receive me brother with your faithless kiss
Or will we leave each other alone like this
On the streets of Philadelphia

venerdì 19 settembre 2014

Harry Potter and the philosopher stone

Non scrivo più, ho un blocco, non ci riesco proprio. Me ne scuso, perché l'unico modo per stare in contatto con voi, che amo e tengo nel cuore e nella mente, è scrivere, e dunque viene così a mancare l'essenziale. Penso tanto, invece: ma senza più ossessività, senza ansia, senza accanimento.
La verità è che qualche tempo mi sento ricolma di una sensazione di pienezza e appagamento che non avevo mai provato prima. Saranno le prime avvisaglie della incipiente maturità. Sono come Albus Silente davanti allo specchio dei desideri: con la sola differenza che lui ci vedrebbe un paio di calzini e io invece una pancia piatta...

domenica 17 agosto 2014

La marsigliese

Io (alla giacobina, in un momento di tenerezza materna): - Sappi che, per rispetto della tua privacy, e anche perché trovo che ti stia a pennello, tu sul web sei da me apostrofata La giacobina. 

La giacobina: - Sì, mi sono giunte all'orecchio voci lontane che tu m'appelli così, La giacobina qui, La giacobina là. Ma perché io sarei La giacobina?

Io: - Stai scherzando, vero?

La giacobina (sussiegosa): - No! Non ho le idee chiare su chi fossero i giacobini, alla Rivoluzione Francese non ci sono ancora arrivata a Storia.

Io: - Seeeee. Ad ogni modo, ti scoccia se ti chiamo La giacobina? Posso continuare a farlo?

La giacobina: - Sì, mi scoccia. No, non puoi.

Io: - Allora continuo.

La giacobina: - OK.

martedì 12 agosto 2014

Di sole e d'azzurro

Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come mi capita ormai da qualche anno per motivi non tanto economici quanto familiari e personali. 
(Familiari: figli per ora persi poiché ormai, se non ancora in via ufficiale, di fatto mentalmente e fisicamente autonomi e mentalmente e fisicamente pigri in maniera irriducibile oltre ogni immaginazione, e dunque impossibili da convincere o vincere nella battaglia di svellerli dal nido e dalle carabattole di cui l'hanno infarcito e ostruito in favore di un periodo di vacanza, in nostra o in altrui compagnia.
Personali: l'indolente volontà di testimoniare a me stessa - corroborata anche grazie a quel loro così manifesto ed ostinato disinteresse alla questione - l'anarchia del non rispetto dei costumi borghesi in me da sempre latente, e sotto a quella l'affrancazione dalla palude del mio inconscio di bambina che, condizionato all'epoca dal malessere di vivere nel misero e doloroso isolamento di una famiglia squisitamente disfunzionale avvalorato dall'oggettiva circostanza del divenire il mio quartiere di residenza, per almeno tre delle quattro settimane del mese di agosto, un vero e proprio deserto, mi faceva patire l'insostenibile acutezza di un senso di abbandono, come di un punitivo esilio dal consesso civile, ad un segno tale da farmi considerare l'odiosa e coatta migrazione in caotici e scomodi luoghi di villeggiatura una benedizione, pur di allontanarmi da quella condizione penosa che aggravava la mia già penosa esistenza di prigioniera, separata dal mondo delle persone libere e, io allora immaginavo, felici e contente di campare divertendosi allegramente).
Sono a Roma a ridosso del Ferragosto, come già, dicevo, è accaduto nelle tre o quattro estati precedenti a questa: quando, anno dopo anno, ho potuto assistere all'inversione di tendenza sempre più marcata dal vuoto al pieno, dalla serrata totale di tre settimane dei negozi al progressivo prolungamento dell'apertura sulla chiusura, da venti giorni a quindici a dieci a sette, dalla sfilata di palazzi con le finestre sbarrate alla visione di panni stesi e di porte finestre aperte prima su dieci, e poi su venti, e poi su cinquanta balconi per l'intero mese senza interruzione, dall'immobilità post atomica del paesaggio rotta solo dall'abbaiare di un cane invisibile all'orizzonte al marciapiede che anno dopo anno si rianima del transito di una persona all'ora, e l'anno dopo di dieci, e l'anno dopo ancora di venti, trenta, sessanta, cento.
Ma a vedere quello che ho visto ieri non c'ero ancora arrivata. Ieri intorno all'ora di pranzo, quando sono rientrata dal mio week end lungo e tonificante in campagna (quello sì, in beata, beatissima solitudine) e ho scoperto assieme al marito guidatore di non poter posteggiare la macchina sotto casa per scaricare le quintalate di provvigioni di cui ci siamo riforniti (ci hanno costretti a rifornirci). No no.
No, perché, contrariamente a tutti gli anni precedenti, nessuno escluso, lungo tutto il perimetro del mio palazzo, l'undici di agosto, non c'era un solo posto auto libero.
Bisognava accostare, come in un'ordinaria domenica sera qualunque di autunno inoltrato, scaricare e poi parcheggiare più lontano, oppure nel nostro box. 
Nel nostro box, uno delle centinaia di box auto fioriti sotto l'instabile suolo del nostro quartiere improvvisamente crivellato di trincee scavate ai tempi gloriosi dell'approvazione del P.U.P.: formicai sotterranei costruiti, alimentando un business facile e famelico, grazie a corsie preferenziali di permessi grandi come autostrade, da piccoli e grandi squali del cemento sventrando viali e svellendo alberi dai giardini e devastando oratori parrocchiali (preti e suore furono i primi a gettarsi nell'affare concedendo i loro terreni al miglior offerente) perché, questa era la giustificazione data dall'amministrazione cittadina (di centro sinistra), così si sarebbero risolti i problemi di intasamento degli innumerevoli veicoli, divenuti, per il sopraggiunto benessere, due o tre per famiglia, in misura assai superiore al numero di posti di superficie disponibili.
Quei box che, svenduti uno ad uno da tanti proprietari in difficoltà, hanno adesso risputato le macchine sulla strada. Macchine che ieri, e anche oggi, assieme a quelle di coloro che non sono andati ancora - o non andranno proprio - in ferie, ho trovato allineate in fila davanti ai marciapiedi del mio palazzo e di quelli limitrofi, ad occupare tutti i posti disponibili.
Chi gliel'avesse detto, ai sessanta cipressi abbattuti sotto i miei occhi inorriditi la mattina del 23 dicembre 2002 nel sottostante giardino della mia scuola elementare (che le monache si erano affrettate a cedere al costruttore di turno a scopo di lucro, fregandosene di dove di lì alla primavera sarebbero andati a giocare durante la ricreazione i loro scolaretti), che dopo dodici anni al posto loro sarebbero spuntati in ogni angolo multicolori cartelli di "Vendesi". Chi gliel'avesse detto, che il loro sacrificio sarebbe stato vano, perché i possessori dei box si sarebbero venduti a prezzo ribassato, o avrebbero tentato di farlo, dopo poco più di un decennio, il box medesimo, e magari anche una delle due o tre macchine, se ne avessero potuto cavare qualcosa, restando a godersi, invece del sole e dell'azzurro di Punta Ala o di San Benedetto del Tronto o anche solo di Passoscuro, il grigio sporco del cielo sopra al quartiere Prenestino Labicano.
Mentre i box invenduti restano vuoti, inutilizzati, come le cabine degli stabilimenti balneari.
Ma nonostante questo, nonostante tutto, c'è chi dice agli italiani di stare sereni. E poi, lui sì, si va a godere il sole e l'azzurro.

domenica 3 agosto 2014

White flag


Quando si ama è facile essere vinti. In un rapporto di coppia, tra genitori e figli, in un'amicizia, quello che ama, quello che ci tiene, è il più debole, coinvolto, dipendente, destinato a soccombere a quello che è amato, fra i due l'invulnerabile. Si può lottare quanto si vuole contro questa sconfitta: accettarla negoziando concessioni sul sentimento e sul conseguente fallimento; accanirsi nella lotta oltre ogni ragionevole rischio; disperarsi; riderci su, ribellarsi, finanche tentare di strapparselo dal petto facendo violenza a se stessi, di disprezzarlo, di rinnegarlo; è tutto vano. Arriva sempre il momento in cui ci si deve arrendere. Senza condizioni. The winner takes it all.

Ed è proprio lì, nella resa incondizionata, che si scopre che arrendersi è il solo modo per diventare invincibili.



I know you think that I shouldn't still love you
I'll tell you that
But if I didn't say it
Well, I'd still have felt it
Where's the sense in that?
I promise I'm not trying to make your life harder
Or return to where we were 
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I know I left too much mess
And destruction to come back again
And I caused but nothing but trouble
I understand if you can't talk to me again
And if you live by the rules of "It's over"
Then I'm sure that that makes sense
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
And when we meet
As I'm sure we will
All that was then
Will be there still
I'll let it pass
And hold my tongue
And you will think
That I've moved on
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
Well I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be
I will go down with this ship
And I won't put my hands up and surrender
There will be no white flag above my door
I'm in love and always will be

Portami il girasole

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


(Rari girasoli, quest'anno, in Valdichiana. Tornata su due settimane fa, percorrendo la panoramica Sarteano-Cetona, che l'anno scorso m'aveva regalato glorie di distese di questi fiori regali intervallate a vigneti e a cipressi che sembravano aver fatto da modello a Dio per la creazione del Paradiso terrestre, ho dovuto far fronte al piccolo dispiacere di dovermi rammentare, io che nell'agricoltura ci bazzico da più di vent'anni e queste cose le dovrei tenere ben presenti, la rotazione colturale dei seminativi, nel cozzare contro la delusione di trovare in luogo di girasoli tappeti brunastri di grano già mietuto. Dovendo così, dopo aver scoperto questa poesia di Montale nella sua strofa di centro, apposta come didascalia ad un dipinto della preziosa mostra di Lawrence Alma-Tadema con cui mi son lustrata gli occhi la primavera scorsa nel Chiostro del Bramante, associandola subito a quel paesaggio agreste idilliaco, ridimensionare i miei epici furori.
Ma uno splendido girasole superstite, la mattina del mio rientro a Roma, son riuscita a scovarlo e a fotografarlo, in un campo nei pressi di quello che è il più pittoresco casello d'Italia, quello di Chiusi. E, sarà stato per la vivida esperienza che ancora mi riempiva gli occhi e l'anima, due sere di fila al Castello di Sarteano a correr dietro ad una Alice sempre uguale e sempre diversa nell'incredibile, prodigiosa, davvero meravigliosa versione di "Alice - fuori dal paese delle meraviglie" allestita e messa in scena con indicibile bravura e soprannaturale talento e amore dalla formidabile Compagnia degli Arrischianti, quel maestoso girasole solitario mi è sembrato racchiudere egregiamente tutta la poesia di Montale, tutta la bellezza del mondo.
Portami il girasole ch'io lo trapianti, portami il girasole impazzito di luce: stasera, di nuovo in quelle terre benedette, avrò la gioia e la grazia di tornare ad assistere ad un altro incanto teatrale, e a cercare altri girasoli.)

martedì 15 luglio 2014

Perfect simmetry

Se hai ragione, come senti d'aver ragione, nel non tollerare di dover rinunciare ad avere opinioni variegate sulle questioni del mondo in favore di una pretesa fedeltà ad un pacchetto all inclusive, allora ne consegue, acciocché questa ragione non sia inficiata in atti da te medesima, che devi a tua volta adoprare questo identico criterio nel rapportarti con le persone che ti stanno intorno, consentendo loro di esser variamente in accordo e disaccordo con te restando con te in proficua e felice relazione, e non invece provare simpatia per loro quando la pensano come te e antipatia quando la pensano all'opposto, cara Cri, non ti pare?

martedì 8 luglio 2014

Sorry seems to be the hardest word


"Sai, quella cosa lì, di farmi stare con la bocca spalancata a guardare il soffitto, giovedì scorso, mi ha tutta scombussolata. Venerdì pomeriggio, dopo il fatto che ti ho detto, dovevo andare da Ilaria a cena e in autostrada ho sbagliato due volte casello perché piangevo da schiantarmi il petto. Non può essere che sia "solo" quella la causa scatenante. Sicuramente questa faccenda, che ormai ho accettato nella mia vita come una sorta di Avanti e Dopo Cristo, riveste tanta importanza dentro di me perché, Dio solo sa perché, ha catalizzato con potenza dirompente un transfert della Madonna, tutto in un punto, come un Big Bang al contrario."
"Certo. Sicuramente. Ma insomma, diciamo che ti sei un po' rimescolata."
"Sì. Perché, ecco, piangevo da non riuscire a vedere la strada, ma piangevo di un misto di parti distinte: di dolore, ma anche di gioia, di tenerezza immensa. Non di sofferenza: non chiamerei più sofferenza quella che provo, quella sensazione bruciante, intollerabile che avevo dentro e addosso quando sono venuta qui al principio e che non mi faceva campare. Ora si è addensata in un dolore sordo, calmo, come un buco nel cuore. Ecco, è dolore. Dolore per essere davanti alla verità: che questa situazione non posso la cambiare. Dolore per qualcosa che ho perso e che non posso recuperare. Dolore di voler bene e non esser riuscita a farmi voler bene. Un dolore che mi crepa il cuore..."
"Siamo tutti incrinati, Cri."
"... Sì. E' la vita, lo so. E' un dolore buono, che mi fa sentire viva. Una pena dolce che mi porto dentro, che fa parte di me, in fondo alla quale trovo me stessa."
"E' che dentro di noi ci sono queste cisti di dolore che vanno sciolte una ad una, per arrivare alla pace e all'equilibrio. Perché credi che io, con tutti i miei limiti, oggi sia così? Perché anch'io sono passato in mezzo al mio dolore. E ora anche tu ci stai passando. Ora attraversi questo dolore antico, finalmente."
"Non mi importa come tu ci sia diventato, così. Sono solo contenta che tu ci sia diventato, perché è grazie a te che io ora sto così. Con questo dolore e con la fiducia, la consapevolezza che davanti a me, in fondo al dolore, c'è un bene, una ulteriore gioia di vivere."
"Sì. E sai perché ora lo provi, questo dolore? Perché ora te lo puoi permettere."
"Capisco quello che dici. E mi commuove. Sai, tanto tempo fa, all'inizio di questo cammino di rinascita, ho capito che avevo imparato ad amare - no, non imparato ad amare, avevo scoperto di saperlo fare - e che dentro l'amore c'è sempre il dolore. Ora ho scoperto anche il viceversa: che dentro il dolore c'è l'amore. E' la vita."


sabato 5 luglio 2014

Non c'è più niente/da fare


"L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso. Allora non sarà trascinato, ma trascinerà."
Leggo il due luglio su FaceBook questa citazione di Herman Hesse in bacheca di un'amica. Sono particolarmente sensibile al tema, in questi giorni, e la sento colpirmi con forza, trapassarmi come una lama di luce la mente, allentarmi la rigidità della della cassa toracica.

La condivido immediatamente sulla mia pagina di DilloallaCri, che negli ultimi mesi, perdendo causticità, è diventata più uno spazietto di autocoscienza meditativa.
La visualizzano, in tre giorni, cinquanta persone.

"Certi amori non finiscono, fanno dei puttantour immensi e poi ritornano".
Questa - una scemenza senza fine triste, una caduta di stile del tutto estemporanea e insignificante che probabilmente non avrei postato nemmeno nei giorni più foschi della mia rabbia depressiva, mesi e ormai anni fa - viene condivisa, il giorno successivo, sulla pagina da un'altra amministratrice della medesima.
La visualizzano, in due giorni, duecentoquarantaquattro persone.

E non c'è più niente da dire o da fare, mi pare.