mercoledì 20 luglio 2011

Mi pare un Dio

Ille mi par esse deo videtur
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

dulce ridentem; misero quod omnis
eripit sensus mihi, nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
(postmodo vocis,)

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinnant aures, gemina teguntur
lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est;
otio exultas nimiumque gestis;
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

giovedì 14 luglio 2011

Funeral party/2

Del secondo funerale si è occupata di darmi notizia e puntuali informazioni (evento luttuoso scatenante, chiesa, orario et cetera) quella che tra noi è storica factotum e trait d'union, organizzatrice di rimpatriate per ogni occasione lieta o dolente, truccatrice della mia faccia al mio matrimonio, madrina di battesimo di mia figlia. La quale (madrina, non figlia) non vedevo da un paio d'anni, e non sentivo dall'SMS di auguri di Pasqua. Mandato da lei.
Invece l'amica colpita dal lutto l'avevo incontrata l'ultima volta una sera di gennaio di otto anni or sono proprio ad uno dei raduni allestiti dalla nostra infaticabile event planner a casa sua.
(Il tempo vola. Ed il rassicurante luogo comune non basta ad alleviare il senso di vertigine che mi dà il suono di queste parole.) 
Dunque, pur sapendo che stavolta, placcata dall'organizzatrice, non avrei avuto lo spirito di cercare una scusa per esimermi dall'intervenire, d'altro canto mi ero fatta l'idea che se ero rimasta indifferente alla morte di venti giorni prima, figurarsi con che assoluta atarassia avrei assistito alle esequie funebri di un tizio a cui avevo parlato meno di dieci volte nel corso della mia adolescenza e con cui non avevo contatti da decenni.
Così nelle prime ore di una lustra mattinata di fine settimana, con un congruo anticipo sull'ora fissata per la cerimonia e nonostante questo già tampinata al cellulare dalla manager che voleva sapere dov'ero, se non m'ero persa, e anche quale delle letture avrei preferito leggere in chiesa (e io, presa in contropiede, figurandomi atterrita la visione delle mie morbide carni, scoperte dalla microgonna bianca, esposte sul pulpito davanti a tutti i convenuti e al morto nella bara, la sfangavo balbettando impedimenti nella vista per la mia presbiopia), ho parcheggiato l'auto in prossimità di un ampio ed ameno belvedere, e poi via a piedi per quella che mi si presentava come una passeggiata tra suoni e colori vivaci e una brezza carezzevole che avrebbe spazzato via il malumore accumulato nei giorni precedenti.
E invece non avevo fatto cento metri che già m'era salito un groppo in gola. E ho capito che questo s'avviava a diventare un funerale diverso da molti altri.
Sono arrivata davanti alla chiesa in orario perfetto, accolta dall'organizzatrice mestamente sorridente. L'ultima volta che l'avevo vista m'era parsa stanca, invecchiata, e invece ora la ritrovavo smagliante, ringiovanita, i bei capelli curati, i bellissimi occhi verdi che mi scrutavano affettuosi e un poco preoccupati.
Un minuto dopo sono arrivati il carro funebre e l'auto della famiglia del defunto, da cui è scesa l'altra mia compagna.
E' stato come se uscisse dalla fotografia che ne serbavo nella memoria: la stessa aria pulita ed ordinata, e tenera ed efficiente, le stesse labbra strette in quella tipica espressione di disapprovazione che tanto spesso mi aveva rivolto da ragazza, serrate, in quel momento, per non cedere al pianto, le stesse grandi pupille celesti chiarissime, spalancate come di candida meraviglia, gli stessi capelli biondi e fini appena spolverati di grigio, la stessa buffa vocetta cantilenante, un poco incrinata, che ripeteva "non bisogna piangere, non bisogna piangere", in un modo che scoprivo tanto familiare e perciò straziante, tanto da disubbidirle coscienziosamente, ora come allora, quando mi reputava una sorta di piccola selvaggia che la faceva stizzire con comportamenti inappropriati, e scoppiare in lacrime non appena arrivavo a toccarla.
Da lì mi sono abbandonata a braccia aperte, appassionatamente, allo spleen. Trascinata al secondo banco dalla premurosa organizzatrice, incuneata tra quella al fianco e l'altra davanti, in pieno déjà vu, mentre una dopo l'altra mi fluivano alle labbra, dopo un decennio in cui m'ero disabituata al loro suono, tutte le parole della liturgia, ho versato un delirio di lacrime, soffocando i singhiozzi, guardando la bara. Parevo affranta, inconsolabile, più dei familiari e dei parenti stretti.
E lo ero, in effetti.
Perché mi ero arresa, e mi accingevo a celebrare con tutti gli onori il funerale della mia giovinezza, e aprire lo spiraglio all'accoglienza della vecchiaia e alla rassegnazione della morte. O perlomeno all'idea di essa. E mi si schiantava il cuore.
Guardavo la bara, e in quella bara c'era il cadavere del tempo passato in un soffio, un salto fulmineo di vita che mi spauriva, l'ebbrezza della discrasia tra la percezione di uno ieri così lontano, perduto, e la sensazione che eppure fosse così ancora tanto vicino, circolante tra noi tre, che bastasse stendere una mano per toccarlo e riappropriarsene, e la disperazione della consapevolezza dell'illusione di tutto questo. 
Piangevo di dolcezza, e di dolore e di rabbia per l'ingiustizia di essere così drammaticamente scissa tra la me stessa concreta, con la mia età terrestre, e l'essenza di me, immutata, fresca, bella, piena di vita e di speranza e di fiducia nell'avvenire come in un attimo sfolgorante di infinito ed eterno presente.

Pian piano mi sono acquietata, e il parossismo di sofferenza s'è spento in una tristezza che mi s'è posata sul petto come un coltello, tanto da farmi male a respirare.

Poi finalmente, fuori dalla chiesa, abbiamo trovato un momento per ritrovarci insieme. Le mie amiche, quasi dimentiche della tragica circostanza, mi fissavano attente, incuriosite. 
Io ho chiesto scusa per i miei eccessi, ho spiegato che già da qualche tempo ero malinconica, che non sapevo che caspita m'era preso, che dovevano essere gli ormoni, o i figli cresciuti, o l'incapacità di accettare l'idea del tempo che era passato, dei trent'anni che erano caduti addosso alla nostra gioventù come un macigno staccatosi dal costone di una montagna.

E nello spiegare m'animavo, gesticolando, come al mio solito. Finché la compagna colpita dal lutto ha sorriso di un sorriso grande, carnivoro, e ha detto con forza, e con una sorta di gioiosa ferocia nella voce, come se con quelle parole avesse voluto azzerare il tempo e, almeno per un istante, tornare indietro, riavvolgere il nastro del film a quando eravamo insieme a scuola, e il nostro futuro era tutto da scrivere, e niente di doloroso e faticoso ci era ancora stato calato sulle spalle, e il suo papà era ancora un papà vivo, giovane, infaticabile, e aveva cura delle sue figlie ancora spensierate: "Cri è sempre la nostra Cri: un'adolescente. La stessa di trent'anni fa."

E' stato un colpo di fulmine che lì per lì mi ha lasciato a bocca aperta. Poi ho sorriso anch'io, e mi sono lasciata trasportare dal magico auspicio di quelle parole, e dalla richiesta che a quelle parole era sottesa: "Tu che puoi crederci ancora, tu che ce la fai, torna ad essere quella che eri, e, ti prego, portaci con te."

Così, piena di gratitudine, l'ho accontentata. Ho annuito, ho chiuso gli occhi e, abbracciandole forte, le ho portate con me.  


Da ultimo ci siamo ritrovate sole, io e la madrina organizzatrice, sotto il sole del belvedere.


"Davvero, Cri, sei sempre uguale a quando eravamo al liceo" ha detto carezzandomi con lo sguardo. Il pensiero peregrino di vivere circondata da glaucopidi senza mai essermene resa conto mi ha attraversato in un lampo la mente. Anche questa era glaucopide, come l'altra. Lo era sempre stata, lo era ancora. E aveva davvero degli occhi meravigliosi. 


"E tu sei bellissima, Pà" mi sono emozionata. "Sei la stessa bellissima ragazza di allora."


Lei ha abbassato appena la testa, nascondendo un sorrisetto malizioso e un po' commosso.


"Tutta pittura."

martedì 12 luglio 2011

Funeral party/1

Qualche giorno fa sono stata al funerale del papà di una mia antica compagna di liceo.

E' stato il secondo di un conoscente defunto all'improvviso in meno di venti giorni.
Officiato, come l'altro, in una cittadina dei Castelli Romani.

Il primo, quello del collega deceduto in circostanze assurde dopo un mese e mezzo d'ospedale, l'avevo lisciato, adducendo problemi di salute fisica e psichica.
(Conseguenze del posto fisso: la vita lavorativa di un impiegato della pubblica amministrazione coincide per un così ampio tratto col percorso della sua vita privata, ufficializzato in ogni tappa - lauree, matrimoni, nascite di figli e così via fino alla pensione - dai certificati e permessi che vanno man mano ad ingrossare la scarna cartella personale degli inizi, che a volte, tra altri vari accidenti ed accadimenti, giunge ad includere l'esperienza della morte; anche se non abbastanza spesso quanto gioverebbe al risanamento delle casse dell'INPS.)
Questo collega era ancora relativamente giovane, e non affetto da alcuna patologia che facesse presagire la sua fine, prima di contrarre l'infezione che l'ha spento in sei settimane.
Ricordo l'ultima volta in cui ne ho sentito la voce - che già non era più quell'allegro latrato da cagnone con la lingua di fuori, e aveva invece assunto un irriconoscibile tono flebile e fesso che mi era subito parso foriero di malaugurio - quel sabato mattina di maggio in cui mi aveva chiamata al cellulare per avvertirmi che era uno straccio, che la febbre non gli passava, che stava cercando di farsi ricoverare e che pertanto il lunedì successivo non avrebbe potuto essere presente in ufficio.
Fino a quel momento, dagli ultimi tre anni, aveva lavorato gomito a gomito con me, che fungevo da suo supervisore, vari giorni a settimana, in  principio urtandomi costantemente i nervi, abbondante, agitato, affettuoso, caciarone e pasticcioneMa poiché apparteneva a quella variegata umanità di semplici senza eccelse potenzialità né aspirazioni che volontariamente non avrei mai approcciato e che invece il mio lavoro mi ha costretto a frequentare, avevo dovuto ritagliargli nella mia vita uno spazio dove non fosse troppo d'ingombro, sì da permettermi di non detestarlo e magari anche consentirmi di affezionarmici almeno un poco; e così, nonostante le impuntature ch'egli di frequente prendeva su risibili questioni circa lo svolgimento dei suoi modesti compiti e ch'erano causa di aspri battibecchi tra noi, lui in un baleno fuori dai gangheri, io oscillante tra pena ed irritazione - e che comunque non mi infastidivano quanto il fervore che metteva in certi suoi improvvidi tentativi di ostentarsi capace di gestire questioni di lavoro oltre le sue competenze o anticipare le mie decisioni senza la misura né il giudizio per riuscirvi - m'ero infine rassegnata a volergli il piccolo ma sincero bene che si vuole ad un familiare suppellettile compreso nel proprio orizzonte, parte del paesaggio esistenziale.
Eppure nell'apprendere l'incredibile notizia della sua dipartita, mentre gli altri vagavano palesemente sgomenti per i corridoi d'ufficio, scuotevano la testa, piangevano, non mi sono minimamente scomposta. Non sentivo alcunché tranne un senso di nausea, certo dovuto alla mia ipocondriaca somatizzazione di sintomi della malattia che l'aveva ucciso piuttosto che all'effetto del dispiacere per la sua scomparsa. E a distanza di qualche settimana la straordinaria assenza di reazioni appropriate - nessun dolore, nessun senso di mancanza - persiste, accompagnata da bizzarre considerazioni piene di cinismo, del genere "beh, perlomeno ora gli altri suoi pari grado faranno meno storie, visto che potranno spartirsi quindici ore in più di straordinario al mese" che mi frullano in testa con serena noncuranza.


(1 - continua)

domenica 10 luglio 2011

Tentazioni

Presto o tardi, ad ogni modo, gli si presenterà chiara la vera natura dei suoi nuovi amici, e allora la tua tattica dovrà adattarsi all'intelligenza del tuo paziente. Se è uno sciocco abbastanza grosso farai in modo che comprenda il carattere dei suoi amici soltanto quando sono assenti. La loro presenza spazzerà poi via ogni critica. Se si riesce in ciò, lo si può indurre a vivere, come so che molti esseri umani vivono, due vite parallele, e per un periodo di tempo considerevole; non soltanto sembrerà ma sarà di fatto un uomo diverso in ciascuno dei circoli che frequenta. Se ciò non riesce c'è un metodo più sottile e più divertente. Lo si può indurre a godere positivamente nell'accorgersi che le due parti della sua vita sono contraddittorie. Ciò si ottiene sfruttando la sua vanità. Gli si può insegnare a godere di inginocchiarsi la domenica presso il suo droghiere proprio perché egli ricorda che il droghiere non ha neppure la possibilità di capire il mondo urbano scanzonato con il quale egli si è intrattenuto il sabato sera; e, al contrario, a godere quella conversazione pornografica e blasfema durante il caffé con i suoi amici con tanto maggior gusto in quanto consapevole di un mondo "più profondo", "spirituale", che c'è nel suo intimo, e che essi non comprendono. Tu capisci di che si tratta. I suoi amici mondani lo toccano da una parte e il droghiere dall'altra, mentre lui è l'uomo completo, equilibrato, complesso, che li comprende tutti a fondo. Così, mentre si comporterà da traditore in permanenza di almeno due gruppi di persone, proverà invece di vergogna, una continua segreta corrente di compiacimento di sé. Da ultimo, se tutto il resto non otterrà nessun effetto, lo potrai convincere, sfidando la coscienza, a continuare a frequentare i nuovi conoscenti, adducendo come pretesto che, in qualche modo non ben definito, egli sta facendo "del bene" a questa gente, per il solo fatto di bere i loro cocktail e di ridere alle loro arguzie, e che troncare questo modo di comportarsi sarebbe "far lo schizzinoso", essere "intollerante", e (naturalmente) "puritano".

venerdì 8 luglio 2011

Non amo che le rose che non colsi

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...

II.

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì... vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...

«Una cocotte!...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...
Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l'ultimo amante disertò l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state... Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
Fa ch'io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò; rifiorirà, nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.


(Grazie.)

C'è tempo



Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte 
e un altro di giorno                                                                                                                                teso come un lino a sventolare

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me, della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me

C'è un tempo d'aspetto, come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia

C'è un tempo bellissimo, tutto sudato,
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo, da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare

giovedì 7 luglio 2011

Direi che una dovrebbe imparare

E due.

Eppure lo sapevo già, che certi lussi costano cari, e che poi son dolori se non ce li si può permettere, quando non si ha un soldo bucato per pagarseli.


mercoledì 6 luglio 2011

Web killed the video star

Sono una diciassettenne degli anni sessanta del secolo scorso, venuta al mondo nell'anno di punta del decennio del baby boom, assieme alla minigonna, al linguaggio Basic, ai bombardamenti a tappeto in Vietnam, al golpe Borghese e alla prima radio pirata inglese.
Un mondo antico, lontano anni luce.
Un mondo di drammaticità consolatoria, scisso nettamente tra opposte fazioni, polarizzato dalla Guerra Fredda e dalle fedi nelle ideologie.
Pervaso dall'euforico ottimismo per l'altro boom, quello economico. 
Culturalmente arretrato, voglioso di modernità e progresso, e proiettato alla conquista di nuove frontiere, nello spazio come nei diritti civili, con il medesimo ambizioso, fiducioso, ostinato entusiasmo.
Influenzato dalla dottrina della Chiesa - soprattutto tra gli ampi strati di popolazione contadina divenuta operaia migrando in città, il cui attaccamento alle tradizioni formava con quello alla religione un tutto unico percepito imprescindibile alla conservazione della propria identità -, ma la Chiesa del Concilio Vaticano II, di Giovanni XXIII e di Paolo VI. La Chiesa con la faccia buona di padre Mariano e l'audace austerità evangelica di Don Milani.


Segnato dall'imprimatur della televisione di stato.
Una TV di spartano eppure scintillante bianco e nero, a due soli canali e senza telecomando, esclusivamente pomeridiana e serale, fatta di pause e tempi lenti, 
sigle lunghe dei telegiornali, 
tediose tribune politiche, 
varietà del sabato sera lustri di paillettes e professionalità di magnifici presentatori e ballerine in calze scure, 
telefilm polizieschi, 
grandi sceneggiati, 
spettacoli teatrali,
cartoni animati di Pippo Paperino e Topolino e Looney Tunes e Merrie Melodies e Popeye, 
e della mitologica TV dei ragazzi, di racconti a episodi - tra tutti, per me, Pippi Calzelunghe, Vacanze all'isola dei gabbiani, Il tesoro del castello senza nome - a cui affezionarsi al punto di separarsene con struggimento (guardando, in quell'epoca primordiale senza registratori né DVD,  l'ultima puntata col lutto nel cuore per un distacco di cui non si sapeva la durata, aggrappati alla sola speranza, incerta e nebulosa, di una messa in onda delle repliche)
ma anche dei documentari di Immagini dal mondo,
di Carosello, 
e persino del monoscopio, dell'Intervallo con le pecore, dell'Ora esatta, del colonnello Bernacca con le sue Previsioni del tempo, 
e della cornice che era la sigla d'apertura e chiusura dei programmi, con le magnifiche note del Guglielmo Tell in sottofondo, e quelle fantasmagoriche immagini di onde che solcavano le nuvole.


Quel mio mondo antico è finito. S'è frantumato sotto le spinte di simultanei mutamenti epocali - crollo delle ideologie, riassetto del nuovo ordine mondiale, aggressiva e inarrestabile espansione dei colossi asiatici, migrazioni di milioni di persone dai paesi più poveri della terra verso quelli più ricchi, globalizzazione - i cui processi il consesso civile si è andato scoprendo impotente a controllare.


Analogamente ai cambiamenti storici, ecco i cambiamenti televisivi: già nel successivo decennio di piombo, di pari passo con lo sgretolamento nei primi bagni di sangue delle stragi di Stato e del terrorismo nero e rosso dei residui dell'innocenza post bellica, prendeva piede il pionierismo anarcoide ed un po' sciatto delle tv locali.


Poi, negli anni ottanta, il ciclone. All'epoca del CAF, il nostro edonismo reaganiano in sedicesimo, è sbarcata sugli schermi, in tutta la sua potenza di fuoco, la televisione commerciale. La quale è  riuscita ad operare un regresso antropologico dei suoi fruitori per mezzo di un coacervo di vizi ed abusi tutti riconducibili alla mera sostituzione del termine in un complemento di specificazione: 
da TV di servizio (per tutti) a TV di profitto (per uno).


Ancorata al mio mondo perduto, io a questo ciclone ho resistito. Non così molti altri. Forse per paura, smarrimento, per lo smantellamento delle certezze nei valori del passato, gli anticorpi mentali di parecchi miei coetanei, ma soprattutto di quelli nati nel decennio successivo al mio,  esposti per meno tempo ai benefici influssi della "buona" TV, non sono stati in grado di scongiurare il dilagare dell'epidemia di degenerazione dei neuroni. 
Così, allettati da una visione affrancata dall'analisi, dalla riflessione, dall'elaborazione dei contenuti offerta da programmi sempre più scadenti e raffazzonati, atti a suscitare pianti e risate senza logica né pudore né rispetto, e fomentare i più bassi istinti di rabbia o arrapamento al di là di ogni limite di decenza, civiltà ed educazione, i contagiati hanno finito per accusare un danno cerebrale e psichico irrimediabile. 
E' su queste basi che, anno dopo anno, si è compiuto il progressivo smottamento della percezione della realtà dal piano della scomoda concretezza all'assai più comodo livello del miraggio e dell'allucinazione, fino all'inversione di rotta per cui non è stato più il mondo a fare la TV, ma la TV a fare il mondo. 
Qualsiasi avvenimento nazionale, mondiale o locale, è stato allora percepito o meno, indipendentemente dalla verità dei fatti, a seconda della rilevanza che gli è stata data in televisione. 
E' in questo quadro che il potere di una televisione con fini di lucro, e pertanto intrecciato inestricabilmente col potere economico, è diventato la spinta propulsiva del potere politico. E con la televisione a fare da mezzo di indottrinamento e condizionamento delle masse, la catastrofe democratica degli ultimi vent'anni in Italia può ben dirsi una catastrofe culturale, e prima ancora ontologica; persino, a giudicare dalle cronache di questi giorni, a livelli ancora più profondi ed inquietanti di quelli che potevamo immaginare.


Ma anche questo, come ogni altro fenomeno umano, ha avuto il suo andamento di nascita, crescita e tramonto. Come nell'apice più fulgido del Rinascimento già covavano i germi della corruzione del Manierismo, e nello splendore del pathos del Romanticismo era contenuta in nuce la depressione del Decadentismo, così pure il populismo mediatico ha allevato in seno sin dai primordi del suo trionfo la sua nemesi: gli stessi ragazzini nati sotto la sua egemonia.


Questi neonati degli anni ottanta, così alieni dalla bambina ch'io ero stata.
Sradicati, immemori delle epoche storiche pregresse azzerate dalla fine dei blocchi granitici dell'URSS e degli USA contrapposti, il primo parcellizzato in una esplosione di micro Stati, con le geografie politiche stravolte di sei mesi in sei mesi.
Deprivati degli idealismi collettivi e delle aspirazioni alle battaglie di conquista di classe o di genere, tutte combattute prima del loro avvento, e forse anche per questo spesso intimisti, ripiegati all'ascolto delle loro soggettive solitudini.
Più liberi e disinvolti nei costumi come nei movimenti, ma per questo impossibilitati alla necessaria esperienza della trasgressione, e nostalgici di una purezza ed autenticità di rapporti di cui patiscono la penuria. Indipendenti, abituati a viaggiare, capaci di vivere al di fuori del recinto protettivo dei confini nazionali, eppure in certi momenti straordinariamente fragili, incerti, bisognosi di un nido e di cure e protezione. 
Meno costretti agli obblighi religiosi, ma condizionati dalla figura titanica, ingombrante, di un papa retrogrado che tuttavia si offriva nella sua sofferenza ai loro sguardi ammirati in eventi oceanici degni di una rockstar.
Vissuti nella cattività della tv berlusconiana, prima sotto l'angusto orizzonte di Bim Bum Bam e degli stranianti cartoni animati giapponesi propinati solo perché a basso costo e pure censurati senza criterio, e poi di Amici, Uomini e Donne, Grande Fratello.
Ma anche protagonisti, al contempo, del boom delle nuove tecnologie multimediali, e dunque via via sempre più dirottati nel loro tempo e nella loro energia vitale dalla televisione al computer e alla rete. Per cui più aperti, informati, reattivi, coinvolti e costretti a formarsi opinioni e visioni delle cose da una molteplicità di stimoli indiscriminati, senza alcun filtro e alcuna censura, semplicemente impensabile per i loro coetanei di vent'anni prima. 
Destinatari oggi, da adulti, del culmine delle conseguenze della catastrofe democratica avviata alla loro nascita: l'arretramento dei diritti civili e sociali, l'egoismo e l'avidità delle generazioni precedenti, la perdita di una prospettiva di futura realizzazione della propria vita. E nonostante questo ancora tenaci e capaci di vedere coi loro occhi nuovi e sentire colle loro orecchie sensibili, e di far librare i loro spiriti sulle ali dell'immaginazione, al di là del tunnel dove si trovano prigionieri.


E' sulle spalle di questi ragazzi di venti e trent'anni, definiti da un indegno rappresentante delle istituzioni "la parte peggiore dell'Italia", che poggiano le speranze del cambiamento che si è avviato. 


Sulle spalle di queste creature arruffate e belle, generose loro malgrado. Perché, lottando per loro stessi, stanno lottando per tutti. E a noi, che abbiamo dato loro in eredità un pugno di mosche, loro stanno prospettando e mettendo in mano un futuro che hanno dovuto inventarsi dal niente e che noi da soli, indegnamente, pur avendone i mezzi, non avremmo saputo mai più guadagnarci.


Il web ha ucciso la star del video, finalmente. E se pure non si sa ancora se questo sia l'inizio di una nuova era, o solo di un tempo di minimi aggiustamenti, si sa per certo che, in ogni modo, è solo merito loro.


lunedì 4 luglio 2011

Legami

"Credete, Jane, di avere una sorta di parentela con me?"
Non osavo rispondere in quel momento: avevo il cuore gonfio.
"Perché" disse "qualche volta, soprattutto quando mi siete vicina, come ora, ho nei vostri confronti una sensazione strana: mi sembra di avere una corda, sotto le costole, a sinistra, strettamente, inestricabilmente annodata a una corda analoga situata nella stessa zona del vostro corpo esile. E se quel tempestoso tratto di mare e tre, quattrocento chilometri di terra si metteranno con tutta la loro vastità tra noi, ho paura che quella corda che ci unisce verrà spezzata; e allora temo che comincerei a sanguinare internamente."