Dall'inizio di quest'anno è una decimazione: illustri personaggi, protagonisti della storia e delle cronache del secolo scorso, nel bene e nel male, di terza o quarta età, che passano uno dopo l'altro a miglior vita.
Alcuni, come Videla e Thatcher, lasciandosi dietro una scia di sangue, morte e dolore.
Altri, come Don Gallo, un'eredità di vita, umanità, anarchica giovinezza e opere feconde.
Altri ancora un grosso punto interrogativo, un mistero scuro più della tomba in cui sono stati rinchiusi i loro resti mortali.
Poi c'è sempre quello di cui né l'ineleggibilità, né una condanna processuale passata in giudicato, né l'interdizione dai pubblici uffici, né la morte, né un leone, né il napalm riuscirà ad avere ragione...
Analisi negative, ultimo spettacolo del Quirino, ieri sera, meno peggio del solito, casini familiari per oggi contenuti, piatti lavati, panni sistemati, ansia scemata, sole che fa capolino dopo l'ennesimo acquazzone: anche questa settimanaccia densa di nubi è passata, e il cielo è sempre più blu.
Perciò ora spengo e mi rimetto a leggere, e a pensare alle cose che mi piacciono. Si va ad ore, a minuti, ad istanti. E in questo istante non c'è niente che non vada, dunque godiamoci quest'effimera quiete.
Tiriamo avanti così.
Buon fine settimana.
(Santiddio, Rino era un poeta e un profeta)
Chi vive in baracca, chi suda il salario
chi ama l'amore e i sogni di gloria
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio
chi vuole l'aumento, chi gioca a Sanremo
chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno
Chi ama la zia, chi va a Porta Pia
chi trova scontato, chi come ha trovato
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi gioca coi fili, chi ha fatto l'indiano
chi fa il contadino, chi spazza i cortili
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi è assunto alla Zecca, chi ha fatto cilecca
chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
chi legge la mano, chi regna sovrano
chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
chi gli manca la casa, chi vive da solo
chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
chi vive in Calabria, chi vive d'amore
chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta
chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi è assicurato, chi è stato multato
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
chi è morto di invidia o di gelosia
chi ha torto o ragione, chi è Napoleone
chi grida "al ladro!", chi ha l'antifurto
chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri
chi reagisce d'istinto, chi ha perso, chi ha vinto
chi mangia una volta, chi vuole l'aumento
chi cambia la barca felice e contento
chi come ha trovato, chi tutto sommato
chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo
chi è stato multato, chi odia i terroni
chi canta Prévert, chi copia Baglioni
chi fa il contadino, chi ha fatto la spia
chi è morto d'invidia o di gelosia
chi legge la mano, chi vende amuleti
chi scrive poesie, chi tira le reti
chi mangia patate, chi beve un bicchiere
chi solo ogni tanto, chi tutte le sere
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Scemenzuola rubata ad un milanese contatto biondo (che non è la 17n Bionda) su FB
E' un tautogramma: usa la prima lettera del tuo nome per rispondere alle domande. Devono essere reali, non inventate!
E' più difficile di quanto non sembri!
Copia in una nuova nota, cancella le mie risposte, inserisci le tue e tagga venti persone (fate conto che l'abbia fatto), tra cui la Bionda, alla quale hai promesso pan per focaccia coi giochini di feisbucche ormai da più di una settimana.
Non puoi usare le parole due volte e non puoi usare il tuo nome per la domanda del nome maschile/femminile.
1. Il tuo nome: Cri
2. Una parola di quattro lettere: caro
3. Un nome maschile : Carlo
4. Un nome femminile : Chiara
5. Una professione : cicisbeo
6. Un colore: celeste
7. Qualcosa da indossare: casacca
8. L'incipit d'una poesia o di un testo letterario: Col mare/mi sono fatto/una bara/di freschezza
9. Un cibo: Coppa Fassi (chi non sa cos'è si documenti)
10. Qualcosa che si trova in bagno: cumuli di calzini zozzi dei maschi di casa
11. Un luogo: Collevalenza
12. Un motivo per essere in ritardo: centinaia
13. Qualcosa che urleresti: cazzo!
14. Il titolo di un film: Centochiodi
15. Qualcosa da bere: Chinotto
16. Un gruppo musicale: Cars, The
17. Un animale: civetta
18. Il nome di una via: Cristoforo Colombo (viale, a Roma, ma vabbé)
19. Un tipo di macchina: Carrera (Porsche)
20. Il titolo di una canzone: Cathedral song, Tanita Tikaram
(E grazie per la luminosa mattinata, Bionda. Alla prossima. Baci! )
Perché mi fate questo? Perché mi stuzzicate nel punto sensibile?
I-po-con-dria-ca, io sono ipocondriaca. Come, pare, conseguenza delle mie tendenze narcisistiche combinate con le mie ossessive pulsioni di controllo.
Solo che non sono un'ipocondriaca classica, di quelle che si acconciano con entusiasmo a fare un migliaio di esami e di ricerche, traendone un godimento di cui non si saziano mai. Io sono un'ipocondriaca che chiede solo una cosa: essere rassicurata che le sue sono solo ubbie. Senza prescriverle alcunché, perché il gesto verrebbe da lei interpretato come corroborante delle sue preoccupazioni.
Avevo un medico, da ragazza, che non mi pigliava mai sul serio. Una volta mi cacciò dallo studio urlando: finiscila! Vattene!
Era il medico perfetto per me.
Invece, se tu, specialista pure amica di famiglia, a cuor leggero mi inviti a fare ulteriori indagini mirate in maniera inquietante dicendomi "non ti preoccupare, è routine, io lo so che sono negative", scusa, ti meriteresti che ti spezzassi una ad una le ossicine delle falangi di tutte e due le mani. Perché tu non dai peso alla cosa, lo fai per pararti il culo e perché un'analisi del sangue tanto non è invasiva e non si nega a nessuno - a nessun laboratorio convenzionato, intendo - ma a me stai togliendo mesi di vita per l'ansia che mi hai provocato.
Perché, se sai che sono negative, che cazzo me le fai fare a fare?
E intanto parte la danza del mio cervello che dice "te l'ha detto per tranquillizzarti, ma se te le fa fare, e oltretutto è pure un'amica, si vede che un sospetto ce l'ha." Laddove so benissimo che, dieci volte su undici, il dottore non guarda in faccia a nessuno, e largheggia in richieste di ulteriori accertamenti, melium abundare quam deficiere, così, di default, con leggerezza e superficialità, perché così fan tutti, e poi nessuno ha voglia di pigliarsi responsabilità inutili quando si può agevolmente ottenere una controprova sostanziale della propria diagnosi, sia mai che gli si spremano troppo le meningi con un superlavoro di deduzione a questi cervelloni cuor di leone. Che ti verrebbe anche da ribattere: "ma se devo fare tutto sto po'po' di controlli per ottenere un responso, vuol dire che te non mi servi proprio a niente. La prossima volta cerco i sintomi su google e mi auto prescrivo i test da effettuare."
Poi dice come mai l'omeopatia, nonostante sia paragonabile ad un bicchiere d'acqua fresca, stia andando così forte: perché l'omeopata è uno che ti fa un sacco di domande, che ti ascolta, e alla fine ti dice con un'aria da vate lungimirante "è di sicuro questo e quest'altro, pigliati trenta di queste gocce sei volte al giorno, sciogli quattro di queste pastiglie sotto la lingua alla mattina e alla sera, e prima di dormire fai questo cataplasma e applicalo sul piede, e guarirai". Tu gli obietti: "ma se mi fa male il fegato che c'entra il piede?" e lui ti attacca in replica una pappardella di mezz'ora sulla riflessologia plantare.
Insomma, pare che tenga conto del fatto che tu non sei una macchina, sei un essere umano.
Invece questo modo cool di praticare la medicina di oggi io lo trovo di gelida, asettica violenza. Mi sento abusata. Come una bambina indifesa, si approfitta della mia paura per fare di me ciò che si vuole, frugandomi senza rispetto, senza sensibilità.
Come se fossi un oggetto.
Un oggetto piccolo e solo in mezzo ad un mondo di orchi.
Slot machine nel retro di un bar
spendi inutilmente anche l'ultimo gettone
per l'oggetto piccolo (a) che non uscirà
mangia niente e vomita anche l'ombra di se stessa
l'anoressica piccola (a) ma non basterà
succhia fino al filtro ficca il fumo nei polmoni aspira
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)
dov'è che cosa fa chissà come sta
quali nuovi abiti abitudini e in quali occhi sorriderà
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)
guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto
guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove
Oggi, giorno dedicato alla consumistica festa della mamma, il rullo compressore di FaceBook mi ha irritato più del solito.
"Auguri alle mamme!"
Auguri de che? In Italia, poi? Di questi tempi?
Che è, una presa pel culo? L'estrinsecazione ennesima dell'ipocrisia nostrana? Oppure un corroborante alla causa dell'orribile Marcia per la vita che ha sfilato anche quest'anno per le vie di Roma?
La botta decisiva è stata opera della mia amica Carmela, donna appassionata e sensibile, che ha creduto di farmi cosa grata lasciandomi in bacheca questa cosa qui:
"Essere Mamma non è un mestiere..
non è nemmeno un dovere...
E' solo un diritto fra tanti diritti. ( Oriana Fallaci..da Lettera a un bambino mai nato)"
Ora: tanto per cominciare, se c'è una che mi è sempre stata sommamente sui coglioni è proprio Oriana Fallaci. La trovo un'insopportabile spocchiosa fascista. Mi basta leggere il suo nome per andare in bestia.
Poi questo suo aforisma è di una malafede intollerabile.
Sono stata a rodermi il fegato per un paio d'ore. Infine ho deciso di risponderle:
"Sai, Carmela, ci ho pensato e ho deciso di essere sincera con te: non sono d'accordo con Oriana Fallaci (non lo sono mai, del resto...): essere mamma non è un diritto. Dire che è un diritto è qualcosa di paurosamente vicino ad una mistificazione.
E' spalancare la porta dell'anticamera alle manifestazioni per la vita, che non hanno nulla né di cristiano né di umano.
Senza contare che, in una società come la nostra, e in Italia in special modo, affermare una cosa del genere è un'odiosa presa in giro collettiva; e quando è fatto dalle donne è un volersi alimentare illusioni le une con le altre.
Essere madri è un accidente della vita: si nasce, si cresce, si genera, si muore.
"I vostri figli non sono i figli vostri", dice Gibran, e lì mi attesto. E la sperimento ogni giorno questa verità. L'accetto, la vivo.
Se i figli non sono miei, ne consegue che essere madre non è un diritto.
Essere madre non è un diritto, né una scelta. Una scelta presuppone la conoscenza delle conseguenze di essa.
Se una madre - un genitore in generale - conoscesse le conseguenze del suo atto generativo, non lo compirebbe mai, manco a pagamento.
Si può generare solo per incoscienza. O per l'illusione di avere qualcuno da amare. Che in realtà nasconde l'illusione di avere qualcuno che ci ami.
Sbagliatissimo. Ma naturale.
Ha ragione Laura: quando ti nasce un figlio la società è convinta che tu debba perdere l'identità. E tante di noi sono disposte a cessioni di quote di se stesse in cambio dell'illusione di aver dato un senso alla propria vita diventando "madri".
Ma il senso della vita non è lì. Quello, ribadisco, è solo un accidente.
Il senso della vita è vivere. In relazione con gli altri viventi. Figli compresi, ovvio.
Credere ad una sublime concezione della maternità significa esporsi a delusioni incredibili, a tentazioni di controllo, di manipolazione (inutili, quando non perniciose) degli individui che abbiamo partorito e che, accidentalmente, ci vivono vicino.
Significa alimentare una dipendenza, e vivere dipendenti.
Significa opporsi al flusso dell'esistenza, e star male, e far star male.
Io invece voglio stare bene. Ho fatto la mia parte di arco, le frecce non sono mie.
Ora posso finalmente esplorare il mio essere freccia, e scoccarmi lontano, nell'unico ruolo di madre che davvero nessuno mi potrà togliere: di me stessa."
Concludo il mio diario di impressioni londinesi dedicando l'ultimo corposo capitolo ai musei cittadini.
(Si nota tanto che cerco, almeno con la testa, di star fuori dall'Italia?)
Nel luogo dove, a detta di tutti, dovevo aspettarmi salassi per l'alto costo della vita, ho speso molto meno che nella maggior parte degli altri posti che ho visitato. Per la mera, specifica ragione che le mie mete prioritarie - i musei -, a Londra, sono gratis.
Sono gratis per legge da dieci anni soli, ho scoperto poi, per un'iniziativa del governo laburista che Cameron non ha finora avuto il coraggio di revocare, temendo negative ricadute nel consenso popolare.
Avvezza come sono a bazzicare, a Roma, Firenze, Siena, e in qualsiasi altra città d'arte italiana, grande o piccola, mostre, musei, chiese e monumenti dove si accede solo dietro esborsi che vanno dai dieci-dodici euro in su, avevo sepolto completamente in qualche recesso occulto nel bailamme della mia memoria la cognizione di questa informazione che pure m'era di straforo pervenuta.
Solo dopo aver varcato l'entrata del primo - il Tate British - e aver compiuto la grezza di dirigermi al prospiciente bancone delle informazioni ed assistenza ai visitatori scambiandolo per la biglietteria ha fatto cucù nella mia mente fuori tempo massimo la reminiscenza della preziosa notizia, suscitandomi il gaudio di quando metto le mani nelle tasche dei cappotti riposti per il cambio di stagione e ci trovo soldi dimenticati lì mesi prima.
La sorpresa è stata così grata da dissipare la vergogna per la figuraccia, e pure l'immane fatica fatta per decodificare la tirata con cui il gentilissimo impiegato ha rintuzzato le mie goffe ma ostinate pretese di deporre sul bancone dei soldi e ricevere in cambio un biglietto (le difficoltà di comunicazione rese più ardue e bizzarre dal suo modo sincopato di ripetere "free, free, it is free" con l'esatta straniante cadenza della canzonetta pop di Sting che catalizzava in maniera incongrua la mia attenzione, impedendomi di concentrarmi e carpire l'elementare significato del concetto espresso). E ha poi attenuato il mio dispetto nello scoprire come, causa inagibilità di un'intera ala del museo per ristrutturazione e impossibilità di stipare tutti i quadri esposti al pubblico nelle sale rimanenti, la direzione della Galleria, col fare laico e di sostanza tipico delle genti di là, avesse pigliato i suoi due piccioni - trovare provvisoria collocazione per un certo numero di tele in momentaneo esubero e al contempo ammortizzare i costi dei lavori - mediante la fava di sacrileghi prestiti a musei sparsi ai quattro angoli del globo di decine delle (da me) più ambite opere dei preraffaelliti: su tutte, l'Ofelia di Millais, Claudio ed Isabella di Hunt, la Beata Beatrix di Rossetti!, il desiderio di ammirare le quali aveva costituito uno degli incentivi più potenti a farmi metter piede in Inghilterra.
Comunque sia, ormai avevo capito l'antifona e mi ci ero già lietamente assuefatta; perciò, non appena messo piede nella splendida magione di Somerset Hall per ammirare la Courtauld Gallery, gestita da privati, sentirmi snocciolare in perfetto italiano da un'altera addetta impietosita, o forse inorridita, dai miei penosi grugniti di troglodita che se volevo vedere Manet, Van Gogh, Gauguin & Co. dovevo sborsare sei sterline è stato un brutto colpo alle mie aspettative (resta ad ogni modo che con quella somma contenuta, ben inferiore ai costi italiani, mi sono lustrata gli occhi non solo con la prevista ricca collezione di impressionisti francesi che pregustavo anche questa prima ancora di partire da Roma, ma anche con la tanto inaspettata quanto assai pregevole esposizione temporanea di un buon numero di tele giovanili di Picasso dagli esordi fino all'inizio del periodo blu).
Tutto è tornato nella norma all'ingresso della National Gallery, dove la parola FREE campeggiava ovunque e non c'era tema di capire male.
L'impresa si prospettava impegnativa: si appressavano le quattro di pomeriggio e io dovevo ancora accingermi ad affrontare una faccenda mastodontica all'incirca come gli Uffizi. Ma era venerdì, e il venerdì la National Gallery, come la maggior parte dei musei londinesi, resta aperta fino alle dieci di sera. Forte di questa freccia al mio arco, e anche di una baldanzosa ottimista fiducia sulle previsioni della mia resistenza fisica (destinata invece a scemare miserevolmente, mi sarei accorta in seguito, ben prima dell'orario di chiusura), ho varcato pimpante l'ingresso, oltrepassando il primo dei molti contenitori trasparenti colmi di monete e banconote.
Perché questa storia dei musei gratis è frutto di un gentlemen's agreement stretto tra governanti e cittadini profondamente consono alla mentalità, al carattere e alle tradizioni nazionali, ed espressivo di un grado di civiltà persino commovente per chi viene da contesti tanto lontani culturalmente. Crea un circolo virtuoso, un sistema filantropico che vuole, in cambio della liberalità dello Stato nell'aprire, in senso metaforico e concreto, i suoi centri d'arte e di cultura al popolo, così che esso nella sua globalità, e non solo in una sua ristretta elite, sia messo in condizione di fruirne senza ostacoli, nutrirsene, venirne educato (e non sarebbe questo il fine ultimo e naturale dell'arte e della cultura?), il popolo a sua volta impegnato a donare, come può, un contributo per il sostentamento di quei luoghi, divenendone patrono. Il tutto senza vincoli, nella reciproca fiducia delle due parti contraenti.
Da questa nobile filosofia discende una serie di felici corollari.
Il primo è, ovviamente, il significativo accrescimento dell'affluenza, e dunque della fruizione delle opere d'arte. Un pubblico assai più vasto e diverso dagli usuali frequentatori del circuito costituisce il fiume in piena che, già gonfio della babele di stranieri provenienti da ogni parte del globo, rimpolpato da plotoni di cittadini di ogni ceto sociale, inclusi quelli delle classi più svantaggiate che difficilmente ne varcherebbero le soglie dietro canonico pagamento di un biglietto d'ingresso, si riversa, spettacolo nello spettacolo, nella National Gallery o nel British Museum, trasformandoli - secondo corollario - da meri spazi relegati all'osservazione silenziosa ed accademica ad agorà rivitalizzate, luoghi d'incontro a tutti gli effetti vissuti al pari delle altre strade e piazze della città, ma differenti ed unici perché intrisi di cultura.
Dove, 3), frotte di adolescenti, allettati dalla prospettiva di svagarsi gratuitamente, impiegano le loro ore di libertà concedendosi un'esperienza incomparabilmente più costruttiva e feconda del vegetare davanti ai videogiochi o dello struscio per le vie del centro senza meta e senza costrutto.
Dove, 4), abolite le congestioni e le code per le soste al botteghino, non si fanno le cinque ore di fila che bisogna mettere in conto per entrare agli Uffizi o ai Musei Vaticani.
Dove, 5), si viene accolti da un personale di vigilanza cospicuo ma discreto, più ospitale che deterrente.
Dove, 6), il transito è fluido, il va e vieni non costretto o limitato, senza metal detector da oltrepassare.
Dove, 7), il guardaroba è un luogo a disposizione del visitatore, che vi si reca per sua comodità, e non una costrizione offensiva, allusiva di un clima di sospetto e diffidenza, come in troppi musei italiani dove si è obbligati a depositare tutto per poi girare spogliati ed inermi in ampie sale dove non ci sarebbe nulla da rubare, secondo una prassi che lancia un messaggio negativo, e provoca, esorta, invoca, quasi, l'operato di borseggiatori e malfattori generici.
Dove, 8), pullulano decine di quegli esemplari mitologici già accennati: i custodi.
Essi compongono un piccolo esercito di individui assai variegato. Alti, bassi, simil albini o color caffellatte, dall'aspetto di giovani hostess competenti o di esperti vecchi maggiordomi, esili, obesi, austeri o eccentrici. Tutti individuabili dall'unico distintivo dettaglio: la divisa; armatura di cavalieri di un Ordine particolare sotto le insegne della tutela delle arti e dei loro amanti.
Sono ovunque, uno in ognuna di quelle innumerevoli sale. Talvolta, spostandosi in quelle successive, ci si imbatte perplessi due, tre volte, sempre nella stessa faccia. Perché i custodi dei musei londinesi, tra le tante peculiarità che li rendono difformi dai loro colleghi italiani dal culo pesante, fanno, ogni tot tempo, una cosa che è una via di mezzo tra una ronda, una staffetta e il gioco dei quattro cantoni: ciascuno lascia la sua postazione per andare ad occupare quella appresso. Vedendolo sopraggiungere, quello stanziato in precedenza gli passa le consegne, smonta, e a sua volta va a rilevare la posizione di quello immediatamente successivo. In sincrono, come il meccanismo di un orologio di precisione. Date queste premesse, il loro lavoro non può certo dirsi sedentario. Alla fine della giornata avranno macinato chilometri.
Altra singolarità sbalorditiva: forse anche a causa di tutto questo movimento che li mantiene svegli non ostentano l'aria annoiata/assente/sofferente stampata sulla faccia dei nostri. Anzi, sono tonici, disinvolti, composti ma vigili, cortesi ma attenti.
Non sembrano capitati lì per caso, controvoglia. Sono a proprio agio, si muovono con sicurezza. Non si crede alle proprie percezioni, constatando la dimestichezza ch'essi hanno con tutto quello che è contenuto nello sterminato spazio dove prestano servizio, e come sappiano perciò utilmente guidare i visitatori che chiedono lumi. Devono aver seguito dei corsi di preparazione. Forse sono in possesso di titoli specifici. Magari hanno superato prove di selezione. Hanno l'aria di specialisti formati, non di generici uscieri.
La mattina dopo, al British Museum, ho fatto tanto d'occhi, quando ho persino pizzicato uno di loro - una ragazza - intento ad ammirare i pezzi esposti nella sala dove stava lavorando.
Finisce qui il mio resoconto oceanico su due giorni e due manciate di altri due giorni passati nella capitale della perfida Albione. Dove già alla fine del primo - come si vede dalla foto - mi ero fatta persuasa che Londra è la città che fa per me: e che, se non fosse per il clima - non per il cibo, a cui ho scoperto di potermi assuefare facilmente, non per la mancanza del bidet, che potrei comunque farmi installare - potrei viverci proprio come una regina.
Adesso, novella Gulliver di ritorno da una delle sue avventure in paesi remoti e favolosi, riprendo a scrivere qui sotto in ordine sparso a mo' di appunti di viaggio altre ovvietà che per me sanno di epocali scoperte.
L'aria di Londra non è affatto inquinata come me l'aspettavo, forte delle reminiscenze di descrizioni dickensiane di coltri di fumo e nebbia; anzi, è alquanto respirabile, ben diversa da quella di Roma: in parte grazie al già menzionato vento freddissimo ed impetuoso che spazza via ogni scoria come quello che in Mary Poppins fa volar via le aspiranti governanti davanti alla casa dei Banks, in parte grazie alla mancanza di congestione della circolazione stradale. L'onda di traffico scorrevole e non isterico, composta principalmente da file di cab multicolori - il nero prevale ancora, ma non egemonizza - affiancate ad intermittenza dal veloce passaggio sulle corsie preferenziali dei famosi bus rossi a due piani, si snoda ordinatamente lungo i grandi viali e non si accalca agli incroci. Consentendo così ai pedoni di praticare senza danni lo sport universale: attraversare col rosso. In moto perpetuo piccole carovane passano col rosso incessantemente, ritualmente, signorilmente, senza bisogno di accelerare il passo. Però sempre badando, senza darlo a notare, di non intralciare con la loro infrazione il flusso dei veicoli. Perché il pedone, a Londra, è signore e padrone delle strade: tuttavia, emulando il contegno della maestà che lo sopravanza per simbolica autorità, egli non fa sguaiati abusi della propria supremazia.
Del re pedone il ciclista è il primo vassallo. Vuoi di proprietà personale, vuoi prelevate dalle rastrelliere del noleggio allocate ad ogni angolo di strada (per questo sempre vuote) le bici sono ovunque, da Belgravia alla City, da Piccadilly a Westminster a Southwark, lietamente lanciate in libertà su chilometri (meglio, miglia) di piste ciclabili di un colore blu di piacevole effetto visivo che ravviva l'austerità di certe grosse arterie di scorrimento.
Assenti quasi del tutto i ciclomotori (si assiste sporadicamente al transito di qualche moto isolata), dopo la doverosa menzione d'ossequio alla mitica London underground che collega, intersecandosi nella trama delle duecentocinquanta miglia delle sue molteplici linee, a tutti gli altri ogni punto della città e, grazie agli scambi con le stazioni ferroviarie, dell'intera Inghilterra, si passa direttamente alla sottocategoria dei veicoli con più di due ruote, all'interno della quale l'autovettura privata è senza dubbio il mezzo meno valutato, un gradino sotto i trasporti pubblici, che in grandi e piccole mandrie colorate battono senza sosta reticoli di percorsi, e persino sotto i pullman turistici. In una metropoli dove si espongono cartelli sui cancelli antistanti i portoni
che invitano (non vietano: la locuzione not allowed non è diffusa) a non assicurare la catena della bici alle
sbarre per evitare la rimozione della medesima, l'auto sente di essere una mal tollerata sorvegliata speciale, e si adegua a mantenere perciò un basso profilo, scivolando disciplinatamente su e giù per i dolci pendii del centro città senza mai strombettare, senza superare i limiti di velocità, senza fare manovre spericolate, e soprattutto senza mai, mai, mai osare sostare in doppia fila, che lì dev'esser considerato esecrabile reato quasi al pari del pigliare la metro senza pagare il biglietto (atto, quest'ultimo, che può costare, se ho decifrato bene i manifesti esplicitanti, una macchia sulla fedina penale).
Il pedone, re delle strade, a Londra è tutelato come un bimbo. All'altezza di ogni attraversamento, nelle municipalità del centro, scendendo il marciapiede si mettono i piedi sulle scritte : "LOOK RIGHT" e "LOOK LEFT" in successione, replicate con minuzia certosina: certo per sventare investimenti a ripetizione (e infatti mi sono state ben giovevoli, perché nell'eternità che avrebbe impiegato motu proprio il mio poco reattivo cervello ad applicarsi nel decostruire l'allerta pavloviana di "guardaprimaasinistraepoiadestra" e invertire il movimento dei muscoli del collo avrei fatto in tempo a farmi tirar sotto cinque o sei volte ad ogni incrocio). Ma, essendo con ogni evidenza dedicate agli stranieri adusi alla cultura dell'opposto senso di marcia - i tre quarti degli altri abitanti del globo, in pratica -, anche in concessione allo snobismo elitario di chi, nell'atto stesso di piegarsi a scendere a patti con l'evidenza della propria minoritaria diversità, in realtà, con elegante alterigia, la sottolinea e la rivendica. Quelle scritte, visibili ovunque, dipinte in ogni verso con un'attenzione che sa di ostinazione e tenacia valgono come un'affermazione di fierezza per l'unicità di essere in controtendenza, caratteristica attribuita al popolo britannico anche nelle storielle come quella che vuole gli inglesi favellare, commentando il maltempo, "nebbia sulla Manica, il Continente è isolato".
Circondati da tutta questa cura, e noncuranti di essa come se fosse nell'ordine naturale delle cose, i londinesi per strada camminano spediti, leggeri, decisi, concentrati, talvolta frettolosi, ma senza l'urgenza di chi è in ritardo, i più parlando tra loro velocemente con voce bassa, controllata, senza gesticolare. Anche i bambini. Le poche volte che ho incrociato sul mio tragitto un bambino urlante o bizzoso, costui si rivelava immancabilmente essere un bambino italiano.
L'integrazione, che lì è comunque avanti anni luce alla nostra, ingloba, tra i più pazienti e cortesi esponenti di una popolazione cortese e paziente, copiose schiere di indiani e pachistani inseriti in ogni ganglio della vita produttiva della città, pur se prevalentemente in ruoli subordinati: dipendenti delle ferrovie, commessi nei negozi, cassieri nei supermarket, custodi nei musei: i più empatici, anche, difettando in loro quella punta di fredda riservatezza british che marca il discreto ma fermo distacco tra ogni inglese autoctono e il resto del mondo.
Ah, i custodi dei musei! Quanto sono, per un'italiana, esemplari di una fauna affascinante! Così come gli addetti alla subway o i conducenti di bus. Specie animali sconosciute nell'italico territorio, forse estinte, forse mai giunte a calpestare i nostri suoli, costoro lavorano nel pubblico, rappresentanti e mediatori tra lo Stato e i cittadini, e lo fanno con tale spontanea dignità, competenza, contegno e impegno che per i nostri occhi ha del miracoloso.
Gli autisti di bus ad ogni fermata staccano le mani dal volante, si girano di novanta gradi verso il vetro che alla loro sinistra li separa dai passeggeri, si mutano per un paio di minuti in impiegati di sportello, e in tal guisa, udite udite, controllano i biglietti, peraltro (a buon diritto, vista la qualità del servizio) cari assai, dei viaggiatori che salgono, esclusivamente e correttamente, dalla porta anteriore (a nessun abitante di Londra verrebbe mai in mente di contravvenire a questa disposizione: dal che è facile immaginare le perplessità di quelli di loro che, a loro volta turisti in vacanza a Roma, si debbano misurare con quell'assalto alla diligenza che accompagna qui ogni arrivo di autobus.)! Da noi, se si decretasse una soluzione del genere, ci sarebbe una levata di scudi da parte di tutti i comparti, conducenti, controllori e passeggeri: scenderebbero in piazza i Cobas, l'UGL minaccerebbe blocchi del traffico, la CGIL promuoverebbe un inutile referendum tra gli iscritti, e CISL e UIL tenterebbero di monetizzare il monetizzabile firmando un accordo con l'amministrazione dei trasporti per la creazione di una nuova figura di "autista controllore" con salario individuale accessorio maggiorato ad hoc - qualifica che diverrebbe perciò all'istante ulteriore strumento di iniquità quale ennesimo privilegio disponibile pei raccomandati imboscati dietro una scrivania.
Tra il personale della subway spiccano gli strani personaggi col cartellino "assistenza agli utenti", palesemente incaricati, tra le altre incombenze, anche di prestare aiuto ai viaggiatori impantanati nella complessa operazione di impostazione del biglietto a costo giusto (con una dozzina di linee di metropolitana intrecciate in decine e decine di coincidenze e tariffe modulate in base a nove diverse zone di percorrenza un neofita può, persino se madrelingua, incorrere in qualche piccola oggettiva difficoltà). Disponibili, pratici ed efficienti, costoro possono, incredibile visu, arrivare a schiacciare i pulsanti ed inserire i tuoi soldi nella buchetta dell'emettitrice in tua vece, esercitando una discrezionalità di svolgimento dei loro compiti con un'autorità che è manifesta, espressiva emanazione dell'autorevole e rigorosa potestà dello Stato in nome e per conto del quale essi stanno operando. Il contrario esatto, in pratica, della discrezionalità ad minchiam degli addetti ai pubblici servizi (lo dico da impiegata addetta a un pubblico servizio), esercitata in nome e per conto degli esclusivi cavoli propri, in cui si ha la sventura di incappare, diciamo con una certa frequenza, in Italia.
Ma sono i custodi dei musei i più interessanti, i più magnificenti da osservare.
(Sui custodi dei musei, e sui musei in generale, ho troppo da raccontare. Lo farò nel prossimo post. Continua...)
Interrompo la narrazione delle mie esaltanti avventure fuori patria per condividere il post di Aldo il Monticiano , col quale organizzo ogni tanto delle piccole monellerie, come si usa tra ragazzini. Siccome l'anno scorso ci siamo molto divertiti quest'anno ci riproviamo. E' coinvolta nel post di Aldo anche l'incolpevole Luz (cara Luz!) che, al pari di altre magnifiche donne mie "amiche" di blog, non vedo l'ora di riabbracciare. (Chiedo scusa ai maschi che transiteranno di qui: prometto che non mi sottrarrò, se richiesta, allo scambio di abbracci anche con loro.) Sul testo, opera integrale della mente di Aldo, declino ogni responsabilità. Ma il primo giugno a mezzogiorno ci sarò, ad accogliervi, al centro esatto del parco di Piazza Vittorio (e speriamo non faccia troppo caldo ché lì il sole ci squaglia!) Aggiungo che, ove non fossimo stremati oltremisura dal confronto con le impegnative pietanze, io mi terrò libera anche nel dopopranzo per una passeggiata ad libitum (al Colle Oppio o dovunque altro eventualmente si deciderà). A presto, dunque!
IL TRIO A.LU.CRI. ORGANIZZA UN INCONTRO BLOGGER A ROMA
Ieri di
prima mattina, saranno state le 12-12.30, si è riunito attorno ad un
tavolo dell'osteria di Nando er bujaccaro il Trio A- che sta per
Aldo, Lu - che sta per Luz e Cri - che sta per Cri, per decidere di
organizzare qui a Roma un secondo incontro tra blogger per sabato 1°
giugno p.v. Data l'ora in cui si svolge questa riunione il Trio
all'unanimità ha deciso di consumare un antipastino a base di
rigatoni con la pajata e, a seguire, coda alla vaccinara.
Seguendo
un preciso e dettagliato O.d.G. al primo punto occorre decidere il
luogo e l'orario del primo approccio per coloro che parteciperanno e,
a maggioranza, io mi sono astenuto, il Trio ha deciso lo stesso del
primo incontro del 5 maggio dell'anno scorso e cioè al centro del
Parco di Piazza Vittorio Emanuele II che ha quattro ingressi
sud-ovest-nord-est, alle ore 12 a.m.
Come la
volta precedente, dopo il pranzo fissato per le ore 13, ogni
partecipante sarà libero di dedicare il resto della propria
permanenza a Roma a tutto ciò che più gli aggrada.
Pranzo al RISTORANTE
LE CAVEAU – VIA CONTE VERDE 6 – ROMA vicinissimo al parco
www.ristorantelecaveau.com/.
(lo stesso del primo incontro).
La
partecipazione è aperta a single, coppie, terzetti, quartetti ecc.
E andiamo
alle cose concrete:
1) il menù:
antipasto
rustico
due
mezzi primi: rigatoni alla matriciana e pappardelle al castrato
abbacchio
al forno. (Per eventuali vegetariani) fritto all'italiana
insalata
e patate
vino
della casa e acqua minerale
caffé
ammazzacaffé
tiramisu
della casa.
il
costo del pranzo: Euro 25 (venticinque) a testa
la
scadenza del termine entro il quale inviare le adesioni dei
partecipanti è il 25 maggio 2013.
Mauro, il proprietario del Ristorante, ha aggiunto
che qualsiasi variazione al menù può essere richiesta al
momento del pranzo.
Santi numi, quant'è che non scrivo una riga dentro il mio blogghino!
Non avevo mai passato un tempo di latitanza così lungo.
E' che sono stata tanto, tanto male, dopo il week end conseguente al mio ultimo post. Tornare a casa di mio padre, per mille ragioni, è stato un autentico massacro. Sono rientrata alla base la domenica pomeriggio inoltrata con un mal di testa feroce, il cuore spezzato e lo stomaco sottosopra. Per rilassarmi mi sono sdraiata sul letto e ho infilato nel lettore DVD Come in uno specchio di Ingmar Bergman, che mi attendeva da settimane. "Tanto" mi sono detta "già sto sul depresso spinto, forse è meglio cavarsi questo dente quando si è già di malumore, facciamo conto che sia una cura omeopatica." A metà film, quando lei mostra i più evidenti segni di pazzia, mi sono talmente immedesimata che mi è venuto da vomitare. Letteralmente.
Da lì è partita una settimana di supplizio: gastroenterite complicata da una metrorragia, durante la quale ho ributtato fuori da ogni orifizio del mio corpo tutti i detriti di quello che era il padre che avevo dovuto conoscere, che avevo dovuto imparare ad amare, emersi durante il sopralluogo a casa del mio genitore defunto, la cui assenza incongrua e insostenibile aleggiava, marcata e pressante, in ogni stanza, ogni angolo: ogni sua miseria, ogni sua contraddizione, ogni nauseante ambiguità dentro la quale io ho ritrovato, con strazio immenso, il padre che ho conosciuto da ragazzina, con immenso orrore e altrettanta immensa, malsana tenerezza.
Il mercoledì non riuscivo nemmeno a stare in piedi, ero sfinita: mi sono messa a letto all'una di pomeriggio, mi sono rialzata alle dieci del giorno successivo.
Nel quale dovevo partire per Londra.
Prendere per la prima volta nella vita l'aereo.
Stare per la prima volta nella vita fuori dall'Italia.
Senza sapermi esprimere in inglese, e comprendendolo in maniera alquanto insoddisfacente.
Senza i figli, oltretutto. Che per me sono qualcosa di molto più simile a due figure genitoriali.
Una prospettiva che in quelle condizioni mi faceva tremare i polsi.
Il mio smarrimento era talmente grande che ad un certo punto non l'ho sentito più.
"Basta" mi sono detta ergendomi calmissima dal mio letto di dolore. "Ti stai sabotando da sola, Cri. Non sei abituata alle cose belle, a veder realizzati i tuoi desideri. Se non stai male non ti riconosci e ti spaventi. Ti turba essere contenta, vivere delle piccole felicità. Ma così non va bene! Smettila. Ora partiamo. Non sei moribonda. Vedrai che tutto questo è largamente psicosomatico e svanirà non appena metterai piede sul suolo britannico. Forza, alzati, fa' la valigia, saluta la prole ingrata, esci di casa con quel pover'uomo del tuo consorte, vai all'aeroporto, piglia questo cazzo di aereo e concediti di goderti la vacanza a Londra a cui tenevi tanto!"
A testa bassa mi sono obbedita.
Quelle che seguono sono considerazioni essenziali di questo viaggio.
Queste in via preliminare:
1) io, donna ansiosissima, soggetta in passato ad attacchi di panico, affetta da decine di fobie diverse, ho scoperto di non nutrire, a paragone dei terrori ancestrali che ho per le malattie mie o dei miei cari o per la scomparsa dei medesimi, paura alcuna di volare degna di questo nome. A parte un lieve senso di claustrofobia, poco più di un fastidio, al pensiero di essere imprigionata in una supposta gigante a migliaia di chilometri di altezza senza poter uscire fino al ritorno sulla terraferma, il viaggio mi ha quasi divertita. Niente spaventi al decollo, solo la sensazione, una punta irritante, di compressione dovuta alla pressurizzazione, e nessun timore all'atterraggio
Sarà l'incoscienza, mi sono detta. La pagherò al viaggio di ritorno. Invece, macché: al ritorno sono riuscita a guadagnare posto accanto al finestrino, sopra l'ala, e ho passato il tempo a scattare foto e a rincuorare la ragazza della fila avanti alla mia che invece era in piena crisi, chiacchierando come una gazza per distrarla (e intontirla. Ha funzionato meglio che se si fosse drogata.)
2) io, uccello di nido, ho scoperto di essere capace di stare tre notti e quattro giorni lontana da casa e dai presunti affetti senza provare il malessere che mi perseguitava nei pochi viaggi che ho fatto da ragazza, e poi anche da giovane mamma coi figli piccoli. Sono stata in posti anche molto amati rovinandomeli quasi sempre per i pensieri ossessivi, completamente estranei al contesto, che venivano a scavarmi come tarli nel cervello, oppure per la mia incapacità di reggere la tensione davanti a qualsiasi minima contrarietà venisse a turbare il ruolino di marcia stabilito, che sempre dava la stura a reazioni drammatiche, le quali innescavano le controreazioni del coniuge, in una tempesta crescente di angosce e furori, coi bambini che ci guardavano ammutoliti (oppure ci imitavano, prendendo ad accapigliarsi tra loro). Stavolta, invece, sono stata sul posto con tutti gli spiriti, naturalmente concentrata, osservatrice, sperimentatrice curiosa, interessata. Non volevo, come spesso all'epoca mi era capitato, che volassero le ore, non spasimavo per tornare a casa: non mi sono interessata nemmeno alle condizioni di salute del mio corpo, non ho dato retta a sintomi e segnali, e come volevasi dimostrare sono stata bene. E me la sono goduta.
3) io, animaletto abitudinario, ho scoperto che di molte consuetudini posso fare volentieri a meno, se è per esplorare un modo nuovo e diverso di vivere. Al cibo italiano, per esempio, di cui pure sono ghiotta e che non di rado mi ha ispirato conforti molto simili, se non proprio all'amore, almeno alla tenerezza, ho detto ciao senza rimpianti già dalla prima mattina, davanti ai caldi toast di pane scuro ricoperti di uno strato di burro giallo e leggero, saporoso, diverso dal nostro, e di marmellata. Non ero in grado, essendo convalescente, di fare l'esperienza somma della colazione all'inglese con uova e bacon (né il mio albergo la proponeva), ma mi è piaciuto tutto il resto (burro, burro ovunque: che goduria sfrenata!). E dal cibo inglese mi sono congedata con affetto e nostalgia l'ultima sera della mia permanenza da Perkin Reveller, ristorante sotto la torre di Londra dove, a prezzo tutto sommato contenuto, ho mangiato, presentate in stile haute cuisine, scelte coraggiosamente a caso dal menu dove capivo una parola su dieci, una serie di prelibatezze tipicamente british, dolci compresi.
4) io, essere logorroico, impossibilitata dalle circostanze ad esprimermi in maniera acconcia, inibita nel manifestare all'ancora ignorante universo mondo il mio corredo fornitissimo di pippe mentali, perifrasi, parafrasi e giri vari di parole, ho scoperto di non andare nel panico per questo. Anzi, di provare un gusto nuovo e insolito nell'ascoltare, essendo costretta al silenzio. Alla fine dei tre giorni non capivo quasi niente come quando ero appena arrivata: ma quel suono musicale delle sillabe sonore, quel sontuoso poggiare la lingua tra i denti e zufolare consonanti, quell'accento sibilante e pomposo insieme, mi è rimasto nelle orecchie come una familiare, piacevolissima armonia di sottofondo che mi stupisco di non sentirmi più attorno.
Fin qui le considerazioni su di me. Ora passo a quelle, sparse, su Londra e sui londinesi. (Non mi azzardo a dire "sugli inglesi", avendo frequentato solo la capitale, e per un raggio di non più di venti chilometri.)
Non è vero che a Londra piove sempre. Per lo meno in primavera - la primavera meteorologica, via -, piove, anche fitto, dieci minuti per dieci volte al giorno. Inframezzati da ore di uno sferzante vento di tramontana freddissimo che asciuga la pioggia in un baleno e continuamente, con ostinazione, squarcia le nubi in cielo, lasciando trapelare raggi di un sole insospettabilmente caldo.
Londra mi è sembrata per certi versi una Roma ingigantita ma topograficamente in certi punti davvero assai evocata. Per esempio, lo Strand, la stradona che lambisce Trafalgar Square, mi ha ricordato, nel suo snodarsi in salita, nei suoi incroci, persino nella tipologia di molti suoi negozi, via del Tritone. E finisce in un Crescent, Aldwych, che guarda caso ha una spiccata aria di famiglia con Via Veneto. Il lungo Tamigi in certi tratti somiglia in modo molto preciso a certi punti del Lungotevere (tutto più in grande, ovviamente). E la zona della City il sabato pomeriggio è desertica e smobilitata in modo molto simile al quartiere Ludovisi, per esempio, o a Parioli.
Non è vero che Londra è pulita come uno specchio. Ho visto angoletti di certe strade secondarie che parevano usciti dalle rappresentazioni dei luridi vicoli del Bronx di un telefilm poliziesco. Ogni tanto si incoccia in una bottiglia di birra vuota. O in un paio di contenitori di pizza sporchi. O in un tappetino di cicche.
La differenza è che lì questo costituisce un'eccezione.
Anche a Londra si otturano i tombini. Preciso come a Roma. Ne ho trovato uno allagatissimo proprio vicino al nostro albergo, alla fine del marciapiede che circondava il piccolo, curato giardinetto di St. George's Square.
Segnalato da una freccia disegnata a terra col gesso, però.
(Uh, come si è fatto tardi: spezzo questo post lunghissimo, e il resto lo scrivo domani. Buonanotte)