domenica 2 novembre 2014

E la vita, la vita

A una settimana di distanza da un evento mai abbastanza celebrato e condiviso sui blog, su FaceBook, su Google + e su altre varie piattaforme dell'etere, finalmente anch'io riesco a trovare il modo di entrare qua dentro per partecipare alla gioia collettiva, e far partecipare gli altri della mia gioia personale.
La cronaca delle due gloriose giornate è stata egregiamente ed efficacemente narrata a parole da Sandra ed Ambra,  e con le grandiose immagini di Stefano  - due delle quali rubo per corredare il mio post, facendole ammirare qui sotto - ed Erika; uno splendido commento, mirabilmente contrappuntato dallo sfavillante e famoso Valzer di von Weber, è stato offerto in lauto pasto alle nostre menti e ai nostri cuori da Annamaria.
Con tanta grazia divina che mi ha preceduta, che mi resta da dire o da fare?
Solo tentare di catturare - come la versione della canzone qua sotto, cantata dal romano Baglioni e dal milanese Jannacci durante una memorabile puntata di Anima mia, programma TV che mi aiutò non poco a superare l'ansia e la fatica degli ultimi mesi della mia seconda gravidanza, quella da cui sarebbe saltata fuori, annunciandosi al mondo con una capriola, la giacobina - la scintilla scoccata tra una romana e dei milanesi: la quale, smaliziata, ironica e soavemente disincantata, ha dato luce e impulso a due giorni di vera vita, dove c'è "chi soffre soltanto d'amore", chi "continua a sbagliare il rigore", c'è "chi un giorno invece ha sofferto e allora ha detto io parto, ma dove vado se parto (sempre ammesso che parto)" ; dove "basta avere un ombrello che ti pari la testa", e tanto a noi nemmeno è servito, in una Milano agghindata di un sole fulgido come quello della più bella ottobrata romana. Dove c'è chi in fondo al suo cuore ha una pena, c'è chi invece ci ha un altro problema, e c'è sempre lì quello che parte, ma dove arriva se parte. Ciao!
(Alla prossima)







General hospital


Ciascuno ha gli amici che si merita.
Io ne ho pochi ma molto buoni, e tutti eccezionali ed originali.
Anche io, anche io, diranno tanti: l'affermeranno, son certa, pressappoco tutti quelli che passeranno di qui.

Ma un amico che se gli vai in casa tutta giuliva per raccontargli nei minimi dettagli e con molti "Ah!" e "Oh!" la cronistoria del felice incontro con un gruppo di comuni amici poi ti offre in contraccambio un triage come al Pronto Soccorso, schiaffandoti un dito dentro la macchinetta che illustra il responso sul tuo battito cardiaco e la tua ossigenazione, sfido chiunque sul punto!, scommetto che ce l'ho solo io.

venerdì 24 ottobre 2014

La piccola principessa

"Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso - la più ardua - è stata quella della libertà di assentire. Io volevo lo stato in cui ero; durante gli anni in cui dipesi dagli altri, la mia sottomissione perdeva il suo contenuto amaro, e persino indegno, se mi adattavo a considerarla un esercizio utile. Ciò che avevo, ero stato io a sceglierlo costringendomi soltanto a possederlo totalmente, e ad assaporarlo quanto più possibile. I lavori più aridi li eseguivo agevolmente, solo che mi sforzassi a prenderci gusto. Se un soggetto mi ripugnava, ne facevo argomento di studio; avevo l'accortezza di ricavarne motivo di gioia. Di fronte a un caso imprevisto, o disperato, un'imboscata, un fortunale - una volta prese tutte le misure concernenti gli altri - facevo del mio meglio per rallegrarmi del caso, per godere dell'imprevisto che mi si offriva, e l'imboscata o la tempesta s'inserivano senza fatica nei miei progetti o nei miei sogni. Persino immerso nella sciagura più tremenda, ho percepito l'istante in cui lo sfinimento le sottraeva un poco del suo orrore, in cui la facevo mia accettando di accettarla. Se mi capiterà mai di subire la tortura - e s'incaricherà la malattia, senza dubbio, d'impormela - non sono assolutamente certo di ottenere da me stesso, a lungo, l'impassibilità d'un Trasea, ma avrò almeno la risorsa di rassegnarmi ai miei lamenti. E in questo modo, con un misto di riserva e di audacia, di sottomissione e di rivolta ben concertate, di esigenze estreme e di concessioni prudenti, ho finito per accettare me stesso."

Leggo a spizzichi e bocconi - dopo una vita di scandalosa procrastinazione! - Memorie di Adriano; lo centellino, perché ad ogni incedere di pagina trovo nuove perle da serbare, altri ennesimi sunti imprescindibili sulla natura umana, la vita, le relazioni, e tutto ciò che lambisce o investe un individuo nel suo percorso terreno. Fermandomi, ogni tanto, per annotare una minima parte di quest'essenzialità che mi colpisce.
Oggi tocca a questi pensieri qua sopra, che io faccio miei in procinto di partire per Milano in vista d'un appuntamento - da me ardentemente agognato - con Ambra, Sandra e gli altri assieme a un'orticaria che si è stretta a me di tenerissima amicizia non dandomi requie da lunedì in simpatico sincrono a un doloroso reflusso gastro esofageo che dovrò tenere a bada alla stregua d'una domatrice di fiere per non farmi da esso rovinare il gusto delle prelibatezze che m'aspettano alla cena di sabato e al pranzo di domenica! Perché è solo accettando, incorporando, accogliendo gli imprevisti alla maniera degli eventi più fausti, per forgiarli, forgiando la mia propria esistenza, ch'io posso fungere, se non da imperatrice, almeno da piccola principessa di me stessa.

giovedì 16 ottobre 2014

The way we were

"!!! Pronto!!! Ma davvero sei tu??? Sei tu davvero???"
"Ciao, Cri. Ti disturbo?"
"Seeeeee! Certo che mi disturbi, e come no!"
"Sul serio, ti disturbo?"
"Ma che dici, tu disturbi? Tu? E poi come fai a disturbarmi? E' pomeriggio inoltrato e qui non c'è più nessuno, non sto facendo niente. Mica lavoro da un commercialista, io."
"Ahem. Ma è possibile che facciate tutti cinquant'anni? Vivo circondato da cinquantenni. Ma è proprio vero che hai fatto cinquant'anni anche tu?"
"Oddio, mi commuovi, te ne sei accorto solo dopo un mese. Ecco perché m'hai chiamato così all'improvviso! E com'è che ti viene in mente proprio adesso? Ah, ci so' arrivata! Ieri ha fatto cinquant'anni Fabio, tu gli hai fatto gli auguri e lui ti ha ricordato che anch'io... Oddio! Meno male che m'hai chiamata, mi sono dimenticata del compleanno di Fabio, come ho potuto!"
"Ahahah. E insomma, adesso sei una cinquantenne. Incredibile."
"Beh, tu sei un sessantenne, se è per questo. Ancora più incredibile."
"Mpf."
"Pensa, quando ci siamo conosciuti avevi trentun anni"
"Trentun anni? Cavolo."
"Sì, tu trentuno e io ventuno. Praticamente ti conosco da ben oltre metà della mia vita. E circa metà della tua."
"Era il 1985, allora?"
"No, il 1986. Aprile. Vabbé, tu ne facevi trentadue ad agosto, io ventidue a settembre. Il tempo vola, vero?"
"Accidenti. Impressionante. E quanto sei stata con noi?"
"Da aprile 1986 a febbraio 1989. Poco, no? Proprio poco, a paragone del segno indelebile che ho lasciato a studio in tutti voi."
"Eheh."
"Davvero, sai, senza scherzi, quello è stato il periodo più felice della mia vita. Della mia vita fino a quel momento, perlomeno. Non me ne dimenticherò mai, finché vivo. E quando avrai cent'anni e io novanta ti farò gli auguri per il compleanno anche allora..."
"Eh, stai fresca. Ce ne vole. Campa cavallo. Avoja!"
"Ahahahah, sì, hai ragione. Avoja!"
"Senti, quant'è che non vieni a trovarci?"
"Boh sarà un anno, più o meno."
"Perché non passi?"
"Perché avete sempre da fare! L'ho detto a Rosi: fatemi un fischio, e io arrivo con le paste, così festeggiamo assieme tutti i compleanni tondi di questo 2014."
"Con che arrivi?"
"Con un vassoio di paste! Ma tu tanto non ci sei mai, lo so. Conosco il tuo essere un po' orso, e lo rispetto."
"Ma non è vero, dai. E poi mica dev'essere un giorno che va bene solo a me. Dev'essere un giorno che va bene a tutti."
"Ah, le paste vanno bene a tutti sempre, lo sai. Non li conoscessimo, io e te! Organizziamo, allora?"

(...)

"Allora restiamo così."
"Grazie di avermi chiamato."
"Grazie a te. Un bacio."
"A te tanti. Tanti baci. Ciao, a presto!"
"Stammi bene, Cri. Mi raccomando. Dico davvero."
"Stammi bene anche tu. Tanto. Davvero davvero, caro boss."

Sono una donna di mezza età. Non ho più giovinezza, non ho la forza di un tempo, non ho più speranze né grandi sogni. Bellezza non ne ho avuta mai. Ho dispiaceri, invece. E ansie. E dolori.
Ma voglio bene da quasi trent'anni a una persona speciale che da quasi trent'anni mi vuol bene.
E se non fossero passati trent'anni non ne avrei avuta una così rotonda, esatta consapevolezza.
Perciò va benissimo così.
Non c'è nessuno al mondo più ricco di me.

About a boy

"Deliberatamente, da me non invitato, penetrasti nella mia sfera, usurpasti in essa un posto per il quale non possedevi né diritti né attitudini, ed essendo riuscito, con strana ostinazione e col rendere la tua stessa presenza parte d'ogni singolo giorno, ad assorbire l'intera mia esistenza, non sapesti far altro che ridurla a pezzi. Per quanto questo ti possa parere strano, era più che naturale un simile comportamento da parte tua. Se si dà ad un bimbo un giocattolo troppo bello per la sua piccola mente, troppo bello per i suoi occhi desti solo a metà, lui rompe il giocattolo, se è prepotente, o lo lascia cadere, se è apatico, e se ne va a cercare i compagni. Così è stato con te. Dopo esserti impadronito della mia vita non sapevi cosa farne. Non potevi saperlo. Era una cosa troppo stupenda per appartenerti. Avresti dovuto lasciarla cadere di mano e tornare ai tuoi amici, ai tuoi giochi. Ma, disgraziatamente, eri prepotente, e così l'hai fatta a pezzi. Questo, in definitiva, è l'unico segreto di tutto quanto è accaduto. Poiché i segreti son sempre più piccoli delle loro manifestazioni. Per lo spostarsi d'un atomo il mondo può crollare. E per non risparmiare me stesso più di quanto non t'abbia risparmiato, voglio aggiungere questo: per quanto fosse pericoloso per me l'incontrarti, diventò fatale per il particolare momento in cui t'incontrai. Poiché tu eri in quell'età della vita in cui tutto quel che si fa è solo gettare il seme, e io ero in quell'età della vita in cui tutto quel che si fa è raccogliere il frutto."
dal De Profundis
(Oscar Wilde, Dublino, 16 ottobre 1854 - Parigi, 30 novembre 1900)

sabato 4 ottobre 2014

Il cielo

Per uno di quei provvidenziali imprevisti che con una certa costante cadenza increspano lo stagno quieto delle mie giornate - ai quali mi assoggetto arbitrariamente a seconda dell'umore del momento, sconfortata e riottosa come dovessi affrontare un macigno piovuto dall'alto dinanzi allo stesso frangente che potrebbe suscitarmi l'entusiasmo di una bambina grata di una sorpresa inaspettata, e spesso in preda ad un'ambiguità di sentimento che ricomprende ambedue le reazioni - mi ritrovo, alle otto di sera dell'ultimo giorno di settembre, anziché nella vagheggiata pace della mia casa, errante in smagliante solitudine per lungotevere di Castello tra ponte Sant'Angelo e ponte Umberto. 

Le fatali circostanze che mi costringono a concedermi all'opportunità di occupare quel repentino spazio d'ozio non cesseranno che di lì a un paio d'ore; e così per ora io non posso far altro che passeggiare svagata e tuttavia determinata, avvolta dalla soffice dolcezza del crepuscolo, sotto un cielo di un colore incredibile tra il viola e l'azzurro cupo, che sarebbe un mero grigio virato al nero senza l'ausilio dell'oro fluorescente della tersissima falce di luna spiccata al centro esatto della volta, senza i suoi bagliori amplificati nella replica di se stessa riflessa e rifranta nelle acque del fiume scintillante di luci, senza il torreggiare cupo e maestoso del grande mausoleo di pietra contrastante al nitore marmoreo dei palazzi stagliati nel panorama oltre la riva, e dei contorni verde cupo, perfettamente distinti ed emergenti dall'ombra, delle frondose chiome degli alberi a spezzare le squadrature monumentali degli antichi edifici, dei solenni ponti.
Una tristezza squisita si bilancia perfettamente nel mio spirito alla letizia in una tranquillità sublime, pacata e intensa. Finissime, l'una e l'altra: tenui ma esatte, disgiunte, armoniose, come gli accordi di una polifonia.

Con l'animo ostaggio e custode di questa duplicità che si replica all'infinito, passo dopo passo di colore alterno, ora bianco ora nero, ora somma dei colori ora totale assenza di colore, come avanzassi su una scacchiera, cedo all'intenzione e mi abbandono al caso di attraversare il fiume, camminare fino al ponte di Ripetta, arrivare ai piedi dell'Ara Pacis, restare brevemente ferma e ritta al centro del suo biancore, sentir fiorire nella mente un'idea di cimento che sarebbe stata una tentazione fino a ieri, e forse lo è ancora oggi, non c'è che provare, e anche provare è una tentazione, la tentazione di dire "proviamo", e infine accogliere un ricordo sinora accarezzato e respinto, non tollerato e rimpianto, e infine arrendermi, sedendomi quasi al sommo della sua scala esterna, poggiando contro il muro la spalla sinistra, replicando con buona approssimazione la postura di quel pomeriggio autunnale di tante stagioni fa, sovrapponendo la me stessa di oggi a quella di allora.
Non c'è che provare, e io ci sto provando. E improvvisamente provare non è più provare.
E' essere.
La me stessa di oggi si ricongiunge a quella di allora. Scoprendo che combaciano, quasi perfettamente. Lei, che oggi è così cambiata, è identica a quella. Inespressa, aerea, dove oggi invece è densa, compatta: però lei, sempre lei. Si riconosce. Si riunisce a se stessa.
Allora accanto a lei, accovacciata, affannata a tentare di contenerla e di calmarla, c'era una persona che oggi non c'è.
Non importa. Perché quell'assenza è talmente vivida, talmente bella oggi, depurata da ogni amarezza, da esser presenza. Come se l'alone di quella persona fosse rimasto qui ad aspettarla, a testimoniare l'evidenza, l'autenticità di un evento spartiacque della sua esistenza. Perché a compensare la mancanza di quella persona, al posto di quella persona oggi c'è lei tutta intera, nei suoi contorni. I contorni di lei.
I cui riflessi lei aveva creduto di intravedere specchiandosi in un altro essere umano.
Lei, che ora accarezza la memoria fragile, lacunosa, di quel pomeriggio, con tenerezza buona, sana.
Ha nostalgia di quel pomeriggio? Sì, tanta. No, per niente.
Quel pomeriggio lei soffrì. Soffrì molto, in quei giorni e dopo quei giorni, per lungo tempo. Oggi non soffre più. Il marasma di quel periodo si è coagulato nelle sue vene, si è riassorbito nella sua pelle, è tornato dentro di lei, la costituisce, la identifica. E' un segno irreversibile nella sua carne, un terzo occhio che mai più si chiuderà al centro della sua fronte, che le dona una visione di se stessa e degli altri, una compassione per se stessa e per gli altri, che è la sua più grande risorsa di energia vitale, la sua sorgente inesauribile.
Questo lei comprende, oggi, attraversando il suo tabù, toccandolo con mano, scoprendolo caldo, buono, rigoglioso di doni.

E' mai ripassata di qui, quella persona? Quella reale, quella di carne e sangue? Si è mai riseduta, anche lei, su questi scalini? Ha mai ripensato a quel tragicomico, buffo, imbarazzante, struggente pomeriggio?
No, lei crede di no. Per le circostanze di allora, per quelle di oggi, è assai verosimile di no.
Certe cose hanno smosso solo lei. Hanno valore solo per lei.
Anche se le riesce difficile crederlo, che abbiano toccato così in profondità lei e non l'altro, sa di non sbagliare. E di non doversene avere a male. E di non aversene, in effetti, a male.
Perché è questa, solo questa, la misura che conta. Se hanno valore per lei, hanno valore per l'altro. Hanno valore per tutti.
Perché lei ha trovato i confini del suo spazio.
Perché lei ci è arrivata, ad avere il cielo.

sabato 27 settembre 2014

Il maestro e Margherita


"Sai, la gente ha bisogno di verità. Si dice sempre che le persone hanno bisogno di amore, di comprensione. Ed è vero, certo. Ma, prima ancora che di amore e comprensione, le persone hanno un estremo bisogno di verità."
Il mio maestro jedi le sa tutte.

sabato 20 settembre 2014

Cinquanta sfumature di Cri

1. Fa di preferenza le cose all'ultimo momento.
2. Si mangia le unghie da quando aveva cinque anni.
3. Scrive con tre dita, appoggiando la penna sull'anulare.
4. A quattro anni le viene ricucito con quattro punti il mento.
5. Ad otto con tre punti la tempia sinistra.
6. A quattordici con due punti la testa.
7. A trentadue e mezzo si taglia via la punta dell'anulare sinistro mentre tenta di aprire con un coltello da macellaio una confezione di latte in polvere per la giacobina.
8. A quarantatré si ustiona un braccio facendosi scoppiare in mano una bottiglia di alcool spruzzando il quale aveva appena finito di attizzare il fuoco nel camino della casa di campagna.
9. E' molto disordinata e disorganizzata.
10. Patisce moltissimo il disordine e la disorganizzazione.
11. Ha sofferto di attacchi di panico.
12. Ha sofferto di attacchi di panico prevalentemente alla guida di autoveicoli imbottigliati nel traffico.
13. Nel corso di ogni attacco di panico occorsole alla guida in un autoveicolo imbottigliato nel traffico è sempre stata in grado di uscire dalla fila, parcheggiare o accostare la macchina al bordo della strada, prelevare gli effetti personali dall'abitacolo e chiudere a chiave lo sportello, in preda alla follia e contemporaneamente alla lucida cautela di evitare, qualora fosse sopravvissuta, ulteriori spiacevoli conseguenze (ossia le funeste ire materne per accidentale furto dell'autoveicolo o di qualcosa in esso contenuto).
14. Mulina le braccia mentre parla, facendo spesso volare bicchieri dai banconi di bar, fogli dalle mani degli interlocutori, occhiali dalla sua faccia.
15. Non parla, grida.
16. Se deve spiegare qualcosa, la complica.
17. Parla da sola a voce alta.
18 Se vede qualcuno parlare da solo a voce alta pensa che sia pazzo.
19. A dodici anni ha scritto col cuore spezzato una lettera alla se stessa adulta per pregarla di guardare per amor suo le future repliche dello sceneggiato appena terminato.
20. Non riesce a resistere, iniziando un libro, a non sbirciarne subito la fine.
21. Se va a vedere un film di norma si premunisce di conoscerne la trama, e soprattutto il finale.
22. Non sopporta la tensione di quando, in un racconto o in un film, le cose si mettono male, per cui spesso si alza in preda alle ambasce e se ne va, in attesa di tempi migliori, o salta le pagine penose.
23. Ha avuto una smodata passione per le telenovelas, patendo pertanto moltissimo gli ingarbugliamenti durati parecchie puntate.
24. Ha avuto per un breve periodo della vita una buona padronanza dello spagnolo scritto e parlato.
25. Tale periodo ha coinciso col suo innamoramento per Juan del Diablo, pirata messicano della telenovela Corazon Salvaje.
26. S'è infatuata di moltissimi uomini nella sua vita, la maggioranza dei quali non se n'è nemmeno accorta.
27. S'è innamorata di soli altri tre uomini nella sua vita, oltre al summenzionato Juan Del Diablo.
28. Il primo dei tre era il chierichetto di due anni maggiore di lei che serviva Messa nella cappella delle suore quando era bambina. Praticamente l'unico maschio che frequentasse. Ricambiata, a sua insaputa, dai cinque ai tredici anni (ha scoperto da adulta).
29. (Da adolescente il chierichetto non l'amò più, o forse sì, non fu molto chiaro: ad ogni modo si è fatto prete.)
30. Ha fatto sesso tutta la vita con un uomo solo.
31. Il quale non è uno dei tre (o dei quattro, contando anche Juan Del Diablo).
32. Si sta gradatamente attenuando la sua dipendenza dalla cioccolata: lo prende per il segno che il suo corpo, finalmente, sta riuscendo a produrre endorfine.
33. Va pazza per gli spaghetti di riso alla piastra con verdure e gamberi di Sonia, la sua ristoratrice cinese.
34. Si ubriaca ogni volta che supera la soglia di bevuta di mezzo bicchiere.
35. Quando si ubriaca di (buon) vino rosso piange.
36. Mangia con gioiosa voracità. Adora mangiare.
37. Detesta cucinare.
38. E' squilibrata (ci credereste?).
39. Non ha nel suo guardaroba pantaloni.
40. Non ha nel suo guardaroba gonne lunghe oltre la metà coscia.
41. E' stata una bambina decisamente bella sino agli otto anni di età.
42. E' stata deturpata a nove anni da catastrofici interventi correttivi (occhiali di tartaruga e apparecchio per i denti)
43. Ha sempre avuto nelle gambe il suo punto di forza.
44. Gambe che, diventate budinose con la vecchiaia, le piacciono ancora di più.
45. Come dice il suo maestro jedi, soffre di un dissidio interiore: col cervello disprezza la gente ma col cuore non può fare a meno di amarla.
46. Pur riconoscendo la bontà dell'asserzione soprastante, non può fare a meno di rilevare l'esistenza di persone nei confronti delle quali questo suo dissidio mente/cuore non si attiva: perché le viene spontaneo o disprezzarle non amandole, o amarle non disprezzandole affatto.
47. E' profondamente grata e affezionata al suo maestro jedi, che il cielo lo conservi e gli dia lunghissima vita.
48. E ad un piccolo, preziosissimo gruppo di persone a lei infinitamente care.
49. E adesso deve chiudere perchè sta per andare a cena in Toscana
50. Perché oggi questa cifra d'oro è il numero degli anni che compie. Auguri!

Streets of Philadelphia

Ah, la musica, che cosa si farebbe se non esistesse. Circola spesso su FaceBook un adagio che dice: ringrazio la musica perché c'è stata quando non c'era nessun altro.
Ed è una grande verità, questa.
Così accade che io, più di un anno fa, in uno dei miei momenti down, nei quali una nostalgia di qualcosa di mai esistito mi riagguanta e stringe il cuore in una morsa penosamente intollerabile, sento a un tratto scorrere nella radio l'onda ruvida e vellutata di una canzone sommessa, cantata quasi per scommessa, che come un velo impalpabile di tulle si distende, si distende fino a coprire tutto l'orizzonte. Non me ne avvedo subito: persa nella mia malinconia sulle prime non ci faccio caso, mi perdo le battute. Ma poi, pian piano, comincio a distinguerla, la sua melodia prende ad esser colta dal mio orecchio, a fissarsi nella mia mente. E mi penetra dentro, e mi gocciola nelle ferite di nuovo scucite come miele, come unguento balsamico, e mi calma, e mi dilata, e mi apre di nuovo alla vita, e ad una gioia quieta, ad una rassegnazione dolce e colma d'amore. Mai sentita prima, o forse sì, ma senza riceverne una impressione così vivida come oggi.
La cerco per un anno, questa canzone. Passa assai raramente sulla radio, ma ogni tanto la afferro. Mai presentata, mai citata nel titolo, accidenti, che jella. Il mio inglese è assolutamente primitivo, e poi il tizio che canta biascica talmente (il che dovrebbe costituire un primo indizio atto a rintracciarla) che sarebbe comunque quasi impossibile captare qualche parola. Io catturo un termine qua e là, mi precipito su Youtube con un "like stone" prima di dimenticarmene, ma - ovviamente - da una traccia così esile non cavo nulla.
Una sera del giugno scorso sono in solitaria attesa di entrare al cinema per l'ultimo spettacolo a vedere un film bello e dolorosissimo, Alabama Monroe (che mi farà riflettere e rimettere in squadra a lungo), e dagli altoparlanti posti all'esterno la filodiffusione attacca, in poco più di un sussurro, la fatidica canzone (e anche lì, dal fatto che esce dagli altoparlanti di una multisala, dovrei cogliere un indizio, ma io, macché). Vado in orgasmo, mi avvicino il più possibile agli apparecchi, mi tendo, quasi, per carpire finalmente quella melodia inafferrabile, ma è inutile, stringo solo aria, quella mi sfugge come una farfalla che schiva il retino. E dentro di me mi ammonisco: Cri, se sei così impedita da non avere la faccia di entrare e chiedere alle maschere che canzone è, sai che ti dico, peggio per te, tieniti lo spasimo e ben ti sta. Tornata a casa mi replico: ok, è andata così. Ma sono sicura che se avrò pazienza e smetterò di farmene ossessionare io 'sta canzone la troverò, prima o poi. E' solo questione di tempo. Le cose accadono. Bisogna avere fiducia.
E accade così che martedì notte, tornando da Villa Borghese e dal Globe Theatre dove ho ascoltato cascate di diamanti sciorinate dalle bocche dei giovani protagonisti in guisa di versi del Grande Bardo in Pene d'amor perdute, io accenda la radio e la ascolti di nuovo, questa canzone.
Passa su Radio M100, che ha un sito streaming dove si possono rintracciare i brani della sequenza della playlist sino a un paio d'ore prima.
Mi precipito a casa, accendo il pc, apro il sito, la cerco, la trovo.
E scopro che ha gli anni di mio figlio, ventuno. E che è a dir poco famosissima.
Ma per me, che detesto Tom Hanks, non amo the Boss e mi son sempre accuratamente tenuta lontana dal film per evitarmi strazi troppo pesanti da fronteggiare, è stata sconosciuta fino a un anno prima.
Ora non più.
E allora la mente mi parte, e mi comincia a vorticare su un delirio di corrispondenze, di ulteriori aspettative, di interpretazioni speranzose del "segno".
Però mi governo, e mi impongo: basta, Cri. Non ci saranno altre belle sorprese oltre a questa. Attestati qui, e goditi la soddisfazione e la quiete del momento. Che è già tanto. E' già tutto.
E allora mi placo, senza dispiacermene eccessivamente. Fa niente, mi dico. Me la farò bastare, la musica. Che c'è stata quando non c'era nessun altro, ora come allora, mentre anch'io percorro le strade della mia città, della mia vita.
E me la regalo qui, per il mio cinquantesimo compleanno.
Bisogna avere fiducia.




I was bruised and battered and I couldn't tell
What I felt
I was unrecognisable to myself
I saw my reflection in a window I didn't know
My own face
Oh brother are you gonna leave me
Wastin' away
On the streets of Philadelphia
I walked the avenue till my legs like stone
I heard the voices of friends vanished and gone
At night I could hear the blood in my veins
Black and whispering as the rain
On the streets of Philadelphia
Ain't no angel gonna greet me
It's just you and I my friend
My clothes don't fit me no more
I walked a thousand miles
Just to slip this skin
The night has fallen, I'm lyin' awake
I can feel myself fading away
So receive me brother with your faithless kiss
Or will we leave each other alone like this
On the streets of Philadelphia

venerdì 19 settembre 2014

Harry Potter and the philosopher stone

Non scrivo più, ho un blocco, non ci riesco proprio. Me ne scuso, perché l'unico modo per stare in contatto con voi, che amo e tengo nel cuore e nella mente, è scrivere, e dunque viene così a mancare l'essenziale. Penso tanto, invece: ma senza più ossessività, senza ansia, senza accanimento.
La verità è che qualche tempo mi sento ricolma di una sensazione di pienezza e appagamento che non avevo mai provato prima. Saranno le prime avvisaglie della incipiente maturità. Sono come Albus Silente davanti allo specchio dei desideri: con la sola differenza che lui ci vedrebbe un paio di calzini e io invece una pancia piatta...