Dopo un felice periodo di forza e positività che mi aveva indotto un fin troppo eccessivo ottimismo, ecco, sull'onda lieve della mia bonaccia, riaffiorare dal fondo del mio oceano interiore i relitti, la punta dell'iceberg della catastrofe sottomarina, del Titanic inabissato nell'imo del mio baratro col suo oscuro, inesplorato carico di morte e distruzione.
La terapia sta coraggiosamente facendo il suo effetto: supportata da quell'euforica sensazione di fortezza, ho trovato il fegato di scandagliare sotto il pelo dell'acqua, di rimestare nel torbido, forse nemmeno ancora davvero alle giuste profondità. E subito è stato come destare il can che dorme, far esplodere un bubbone pestilenziale.
Oggi sento il cuore che mi fa male. Fisicamente, proprio. E dato che questo è un dolore ancestrale, preverbale, legato a qualcosa di talmente lontano che è probabilmente pregresso persino alla mia capacità di formulare pensieri e avere una cognizione di me stessa, il mio inconscio, forse in un estremo tentativo di proteggermi, lo dirotta su circostanze e persone incongrue, che fungono da diversivo totem della mia tragedia esistenziale, da transfert difensivo. Così da stamane ho una nostalgia disperante di un terrazzino inondato dal sole, un ricordo assolutamente impertinente e del tutto irrilevante fino a questo momento, e la sofferenza mi lacera, l'ansia, il terrore infantile mi paralizza e mi squarcia a metà. E il lamento straziante si fa canto. Già da qualche giorno, al primo emergere dei lontani e sordi echi di questo mio dolore all'inizio percepiti come un mero senso di smarrimento, mi sono sentita risuonare in testa la canzone eterna di Mia Martini. Però non cantata da lei, che la indirizzava, rabbiosa e lucidamente desolata, ad un uomo, come un'invocazione già disillusa in partenza. Ma nella versione, discreta e sommessa, di Elisa, che in un sussurro gentile la storna da sofferenze contingenti e la eleva triste e serena al di sopra di ogni singola storia o dramma, rendendola corale, davvero universale.
E mentre la canticchiavo mi sono detta che in certi momenti, in questi momenti, davvero avrei tanto, tanto bisogno di abbandonarmi a qualcuno a cui chiedere queste cose. Qualcuno in cui credere, che mi porti e mi supporti. Che sopporti per me, in vece mia, per farmi rinfrancare un poco. Ma per quanto mi sforzi, per quanto aneli al piacere e al sollievo che me ne deriverebbe, io non riesco a crederci, in un Dio. Il mio sconforto è superiore al mio desiderio, alla mia necessità.
E allora, ho concluso, la canterò a me stessa. Al mio cuore.
Al mio cuore, che sia la mia ancora salda e forte. Che mi dia coraggio e speranza. Che mi salvi dall'errore e dalla confusione. Che sia tutto, per me, il centro del mio essere, il fulcro del mio equilibrio, della mia esistenza, del mio bene, del mio amore, attraverso cui possa fluire, libero e benefico, il flusso della vita. Così come dev'essere, dovrebbe essere, per ciascuno di noi.
Tu, tu che sei diverso
almeno tu nell'universo
un punto sei che non ruota mai intorno a me, un sole
che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore, tu
tu che sei diverso
almeno tu nell'universo
non cambierai, dimmi che
per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero
di più, di più, di più