Oggi, giorno dedicato alla consumistica festa della mamma, il rullo compressore di FaceBook mi ha irritato più del solito.
"Auguri alle mamme!"
Auguri de che? In Italia, poi? Di questi tempi?
Che è, una presa pel culo? L'estrinsecazione ennesima dell'ipocrisia nostrana? Oppure un corroborante alla causa dell'orribile Marcia per la vita che ha sfilato anche quest'anno per le vie di Roma?
La botta decisiva è stata opera della mia amica Carmela, donna appassionata e sensibile, che ha creduto di farmi cosa grata lasciandomi in bacheca questa cosa qui:
non è nemmeno un dovere...
E' solo un diritto fra tanti diritti. ( Oriana Fallaci..da Lettera a un bambino mai nato)"
Ora: tanto per cominciare, se c'è una che mi è sempre stata sommamente sui coglioni è proprio Oriana Fallaci. La trovo un'insopportabile spocchiosa fascista. Mi basta leggere il suo nome per andare in bestia.
Poi questo suo aforisma è di una malafede intollerabile.
Poi questo suo aforisma è di una malafede intollerabile.
Sono stata a rodermi il fegato per un paio d'ore. Infine ho deciso di risponderle:
"Sai, Carmela, ci ho pensato e ho deciso di essere sincera con te: non sono d'accordo con Oriana Fallaci (non lo sono mai, del resto...): essere mamma non è un diritto. Dire che è un diritto è qualcosa di paurosamente vicino ad una mistificazione.
E' spalancare la porta dell'anticamera alle manifestazioni per la vita, che non hanno nulla né di cristiano né di umano.
Senza contare che, in una società come la nostra, e in Italia in special modo, affermare una cosa del genere è un'odiosa presa in giro collettiva; e quando è fatto dalle donne è un volersi alimentare illusioni le une con le altre.
Essere madri è un accidente della vita: si nasce, si cresce, si genera, si muore.
"I vostri figli non sono i figli vostri", dice Gibran, e lì mi attesto. E la sperimento ogni giorno questa verità. L'accetto, la vivo.
Se i figli non sono miei, ne consegue che essere madre non è un diritto.
Essere madre non è un diritto, né una scelta. Una scelta presuppone la conoscenza delle conseguenze di essa.
Se una madre - un genitore in generale - conoscesse le conseguenze del suo atto generativo, non lo compirebbe mai, manco a pagamento.
Si può generare solo per incoscienza. O per l'illusione di avere qualcuno da amare. Che in realtà nasconde l'illusione di avere qualcuno che ci ami.
Sbagliatissimo. Ma naturale.
Ha ragione Laura: quando ti nasce un figlio la società è convinta che tu debba perdere l'identità. E tante di noi sono disposte a cessioni di quote di se stesse in cambio dell'illusione di aver dato un senso alla propria vita diventando "madri".
Ma il senso della vita non è lì. Quello, ribadisco, è solo un accidente.
Il senso della vita è vivere. In relazione con gli altri viventi. Figli compresi, ovvio.
Credere ad una sublime concezione della maternità significa esporsi a delusioni incredibili, a tentazioni di controllo, di manipolazione (inutili, quando non perniciose) degli individui che abbiamo partorito e che, accidentalmente, ci vivono vicino.
Significa alimentare una dipendenza, e vivere dipendenti.
Significa opporsi al flusso dell'esistenza, e star male, e far star male.
Io invece voglio stare bene. Ho fatto la mia parte di arco, le frecce non sono mie.
Ora posso finalmente esplorare il mio essere freccia, e scoccarmi lontano, nell'unico ruolo di madre che davvero nessuno mi potrà togliere: di me stessa."