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venerdì 7 dicembre 2012

Breakfast at Tiffany's

Oggi, grazie anche all'affetto e al supporto delle persone che amo di più al mondo, voi compresi, va molto molto meglio.
E vabbé, speriamo che la terapia, per quanto dolorosa e lancinante, mi aiuti ad addentrarmi nella melma del mio rimosso per recuperare sul fondale il mio tesoro sommerso da troppo, troppo tempo.
E che le mie due anime - quella perversa sofisticata raffinata narcisista aggressiva brillante audace selvaggia, e quella buona semplice naive entusiasta dolce affettuosa ingenua innocente neonata - che tirano da parti opposte perché hanno opposte visioni del mondo e opposte necessità finiscano per ricomporsi e armonizzarsi in una zona franca dove ci sia io, solo io, tutta io, serena, autosufficiente e appagata.
Nel frattempo, per ricaricarmi, posto il mio manifesto. Quello di sempre. Quello che, all'inizio della mia presa di coscienza, ho considerato, per un attimo, come un manierato cascame di sentimentalismo appartenente alla "vecchia" Cri, di cui la nuova non aveva più bisogno.
E invece, sarà la ricaduta, sarà la debolezza, ho scoperto che io ancora non posso smettere di identificarmi in Holly, scissa come me, orfana di se stessa e di se stessa elegante bluff, tremendamente sola in mezzo al rumore caotico, al rutilante scintillio, di un mondo che la irretisce e la atterrisce, che, canzonetta vivente replicata nel ruvido incanto dell'armonia di Henry Mancini, tra il termine di una nauseante nottata da dimenticare e la prospettiva delle brutture del giorno che verrà, si concede all'alba con aerea, disperata e principesca grazia un illusorio, struggente interludio di pace e di sicurezza scendendo da un taxi che emerge dalle brume di Central Park e percorre come in sogno la Fifth Avenue deserta per riflettersi e ristorarsi, in ogni senso, davanti alle lustre vetrine di Tiffany & Co..
Perciò, se mi chiamerete al cellulare, la suoneria sarà, per ora, sempre questa qui.