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sabato 8 febbraio 2014

Faccio cose, vedo gente/3


Ad un tratto, come spesso capita a Londra, mi accorsi di una calma completa, di una totale sospensione del traffico. Nessuno passava per la strada. Una foglia si distaccò da un platano, all'angolo della strada, e cadde in mezzo a quella pausa e a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, qualcosa che indicava una forza trascurata e nascosta. Sembrava segnalare un fiume che scorreva in visibile lungo la strada e sollevava le persone e le portava via, così come il fiume a Oxbridge si era portato via lo studente nel suo battello, e le foglie morte. Ora il fiume portava, da un marciapiede all'altro, diagonalmente, una ragazza dalle scarpe lucide; poi un giovane dal cappotto marrone; e anche un tassì; tutti e tre s'incontrarono sotto la mia finestra; il tassì si era fermato, si fermarono la ragazza e il giovane, entrarono nella macchina, e poi questa si allontanò, come trascinata dalla stessa corrente.
Lo spettacolo era abbastanza comune; strano invece era l'ordine ritmico di cui la  mia immaginazione l'aveva investito; e il fatto che il comunissimo spettacolo di due persone che salgono su un tassì avesse il potere di comunicare in qualche modo la loro apparente soddisfazione. Vedere due persone che scendono per la strada e si incontrano all'angolo sembra liberare la mente da una tensione, pensavo, mentre vedevo scomparire il tassì. Forse il fatto di riflettere, come per due giorni avevo riflettuto, a un sesso indipendentemente dall'altro, significa una sforzo. Uno sforzo che nuoce all'unità della mente. Orbene, questo sforzo era finito, e quell'unità mi era stata ridata per il solo fatto di vedere due persone che si incontravano e salivano su un tassì. La mente è certo un organo assai misterioso, pensavo, allontanandomi dalla finestra, del quale non sappiamo assolutamente nulla, benché dipendiamo in tutto e per tutto da esso. Perché sento che ci sono divisioni e opposizioni nella mente, proprio come ci sono strappi, provocati da cause evidenti, nel corpo? Che cosa vuol dire "unità della mente"? mi domandavo, poiché è chiaro che la mente ha un così grande potere di concentrarsi in qualunque punto, in qualunque momento, che sembra non possedere un singolo stato di essere. Può separarsi dalla gente per strada, per esempio, e pensarsi come una cosa a parte rispetto a loro, che li guarda da una finestra al primo piano. Oppure può pensare spontaneamente con gli altri, come per esempio in mezzo alla folla, quando si aspetta la lettura di una notizia. Può pensare a ritroso, attraverso gli antenati o le antenate, come ho detto che una donna, che scrive, pensa a ritroso attraverso sua madre e la madre di sua madre. D'altronde se è una donna, spesso ci sorprende un improvviso spaccarsi della coscienza, per esempio quando si percorre Whitehall, e dall'erede naturale di quella civiltà che si era prima si diventa al contrario un estraneo deciso a criticarla. E' chiaro che la mente cambia costantemente di fuoco, e ci mostra il mondo sotto diverse prospettive. Ma alcuni di questi stati d'animo, anche quando vengono adottati spontaneamente, sembrano essere meno comodi degli altri. Per riuscire a mantenerci entro di essi, dobbiamo respingere inconsciamente qualcosa, e a poco a poco questa espressione diventa uno sforzo. Ma ci sarà qualche stato d'animo nel quale ci si possa mantenere senza sforzo, perché non c'è bisogno di respingere niente. E questo forse, pensavo, allontanandomi un po' più dalla finestra, è uno di quegli stati. Poiché certamente quando io vidi la coppia che saliva sul tassì, la mia mente si sentì come se dopo una lunga spaccatura si fosse naturalmente ricomposta in un insieme naturale. Il motivo più ovvio sarebbe che la cooperazione fra i sessi è perfettamente naturale. C'è in noi un profondo, benché irrazionale, istinto a favore della teoria che l'unione dell'uomo e della donna provoca la massima soddisfazione, la felicità più completa. Ma lo spettacolo di quelle due persone che salivano sul tassì, e la soddisfazione che questo mi provocava, mi induceva anche a domandarmi se i due sessi nella mente corrispondono ai due sessi nel corpo, e se anche questi due devono riunirsi per giungere alla completa soddisfazione e alla felicità. E dilettantescamente mi misi ad abbozzare uno schema dell'anima, secondo il quale in ognuno di noi presiedono due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell'uomo l'uomo predomina sulla donna, nel cervello della donna la donna predomina sull'uomo. Lo stato più normale e più comodo è quello in cui queste due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell'uomo la parte femminile del cervello deve comunque avere un suo effetto; e anche la donna deve cercare di andare d'accordo con l'uomo che c'è in lei. Forse voleva dire questo Coleridge, quando osservò che una mente superiore è androgina. Ed è appunto quando ha luogo questa fusione che la mente diventa pienamente fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente puramente maschile non può creare, e lo stesso vale per una mente puramente femminile, pensavo. Ma sarebbe bene indagare che cosa significa maschile-femminile, e inversamente femminile-maschile, soffermandomi a guardare qualche libro nella biblioteca.
Evidentemente Coleridge, quando disse che una mente superiore è androgina, non voleva dire che si tratta di una mente che sente una speciale simpatia per le donne; una mente che difende la loro causa, oppure si dedica a intepretarla. Forse la mente androgina è meno adatta a queste distinzioni di quanto non lo sia la mente unisessuale. Forse voleva dire che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette l'emozione senza ostacoli; che è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. Infatti subito pensiamo a Shakespeare, come prototipo di questa mente maschile-femminile, benché non si possa assolutamente dire che cosa pensava Shakespeare delle donne. E se è vero che una delle caratteristiche della mente pienamente sviluppata è quella di non pensare specialmente o separatamente al sesso, questo è assai più difficile da raggiungere adesso di quanto non lo fosse prima.

sabato 25 gennaio 2014

Una stanza tutta per sé

Oggi è l'anniversario della nascita di Virginia Woolf.

Me lo ha ricordato Carlo, il mio amico regista e letterato, postando forsennati omaggi al suo genio su FaceBook.
(Frattanto, mentre scrivo, sta andando in scena la prima del suo spettacolo sulla memoria della Shoah, I sommersi, che io vedrò in replica domani pomeriggio a Montepulciano: scrivo e penso a lui e alla compagnia, e lo sguardo mi si allarga alle belle vie medioevali del centro città, e poi al panorama fatato della Valdichiana, e non vedo l'ora che sia domani, che io parta per arrivare lì, e per ora incrocio le dita e mentalmente gli grido "merdamerdamerda!")
Ho letto poco e niente, colpevolmente, di Virginia Woolf, nata Stephen, una delle colonne portanti del Novecento, e devo recuperare. Impossibile prescindere dall'apporto di questa scrittrice ed attivista politica intorno alla quale ha ruotato il circolo di tutte le più grandi figure della scena sociale, culturale e politica del suo tempo, e che ha segnato per sempre un confine tra un "prima" e un "dopo" nella concezione della donna, sia col suo impegno che con la sua stessa vita. Fragile, sofferente, scissa interiormente da una malattia psichica che oggi si ipotizza fosse una sindrome bipolare ma per cui all'epoca non si potevano avere certezze di diagnosi né di cure, e allo stesso tempo volitiva e determinata a morire tanto quanto a vivere la vita nella massima intensità; amatissima dall'uomo che la sposò e ne condivise il destino cercando di carpirla, forse più che capirla, e trattenerla accanto a lui, nel suo orizzonte e nel mondo, vanamente, disperatamente, sino alla fine, quando l'ultimo e decisivo tentativo di suicidio di lei sancì l'irrevocabile arresto di quella corsa ad inseguimento, e al contempo impegnata in almeno tre profonde relazioni sentimentali con altrettante donne che influenzarono significativamente la sua vita e le sue opere, ella ha impresso su se stessa prima ancora che sulle pagine dei suoi libri l'irruzione incontenibile della modernità nella narrazione, e anche nella percezione, che l'uomo scrittore - e più precisamente, la donna, e la donna scrittrice e poetessa - fa e ha di se stesso/a e di ciò che lo circonda, e della relazione tra lui/lei e questo.


Qualche giorno fa, per coincidenza, ho visto The hours: il film, da cui è tratto lo spezzone che ho appuntato qua sopra, che intreccia momenti salienti e dolorosi dell'esistenza della Woolf con quelli di altre due donne, apparentemente senza un filo conduttore meno labile del pretesto di un libro della prima, Mistress Dalloway, che viene riferito alle altre due - la prima lo legge, la seconda viene apostrofata affettuosamente col nome della protagonista - in due diverse epoche. Solo nello scioglimento finale tutte le reti sotterranee verranno alla luce, in una maniera che mozza il fiato.

Io ho pianto tanto guardando questo film di rara intensità e bellezza, che parla di Virginia e attraverso Virginia, e attraverso Virginia parla di me, di noi, di tutte; come fossi spezzata a metà, per lunghi tratti, fino al finale, sommersa in egual modo da malessere e profonda emozione, invischiata nella melassa di una storia torbida, trasgressiva delle regole dell'onore e del decoro e della sobrietà e dell'obbligo che abbiamo di essere felici calzando pedissequamente i panni di cui ci rivestono l'ambiente sociale e familiare, che scandaglia nel fondo dell'anima delle donne emergendone col trofeo di intollerabili intimi segreti, ma lo fa con una semplicità e un'essenzialità miracolose, lasciandoti rimescolata a lungo, e infine arricchita. Perché, in qualche modo, io lo so come si sente Virginia, credo di saperlo. L'ho sentito anch'io, per un periodo della mia vita: per fortuna non lo sento più, lo contemplo da lontano come chi è fuggito da un incendio e si volta indietro a guardarlo, ormai al sicuro, ma rievocando senza sforzo l'impressione, il calore, il bruciore in gola, consapevole che basterebbe tornare sui propri passi per farsene riafferrare. Così credo di sapere come si sente Laura Brown, che tra la vita e la morte sceglie, in un'affermazione estrema di se stessa ai limiti del disumano, e tuttavia purissima come il canto di un usignolo, la vita, la sua vita, pagandone fino in fondo il prezzo, e come si sente Clarissa Vaughn, la dolcemente smarrita mistress Dalloway dei nostri giorni, costretta suo malgrado in un agone di lotta tra la genuinità del suo sentimento e la confusa complessità che sente turbinarle dentro, e piena di nostalgia per una felicità mai vissuta. Di sceneggiatura perfetta, implacabile, densa di pathos e di umana empatia, recitato in stato di grazia da tutti gli attori coinvolti, The hours è una thing of beauty che mi ha fatto tanto male e tanto bene. Inscindibili, nel film, così come nella vita, come afferma anche Virginia nel suo Una stanza tutta per sé:  "La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l'altro d'angoscia, e taglia in due il cuore."


Perché "non si può trovare pace sottraendosi alla vita."