La mia terapeuta, con aria disinvolta e normalizzatrice: "Cri, non c'è niente di male nei tuoi comportamenti. Solo l'eccessiva enfasi che ci metti" (soffocando uno sbadiglio).
Io, dentro di me: "Vero. E se ora mi alzassi e ti pigliassi a sberle? Così, tanto per darti soddisfazione."
sabato 11 giugno 2011
giovedì 9 giugno 2011
La candela e la falena
Io ti canto dolce candela
che tu sia di tua luce amante
sono la fiamma e la falena
come verità ed amore
sono la fiamma e la falena
come verità ed amore
Per amore danzo nel fuoco,
per te l'amo, non ho altro amore
La mia passione si spegnerà
nella fiamma che consuma
Nella luce io danzo per il fuoco d'amore
Amo il fuoco per te altro amore non ho
Ora danzi nel nulla le tue nozze d'amore
in quel volo insensato brucerai le tue ali
Io ti canto bella falena
che tu sei di mia luce amante
tu non conosci la verità
tu non conosci la verità
il tuo volo è un 'illusione
Amo me stessa e la mia morte
Amo me stessa e la mia morte
con me arde il fuoco, non io nel fuoco
Quando all'alba mi spegnerò
Quando all'alba mi spegnerò
di me traccia non resterà.
Afghanistan 1600
Mirza Khan Ansari
Poeta e mistico di etnia Pashtun
Afghanistan 1600
Mirza Khan Ansari
Poeta e mistico di etnia Pashtun
Stare in grazia di Dio
Alibech diviene romita, a cui Rustino monaco insegna rimettere il diavolo in inferno: poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.
Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire:Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò, senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo dì ragionato avete, io il vi vo' dire: forse ancora ne potrete guadagnare l'anima avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere più volenteri che le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta esso fra' folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire: il perché comprender si può alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano che più delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de' diserti di Tebaida andati se n'erano. La giovane, che semplicissima era e d'età forse di quattordici anni, non da ordinato disidero ma da da un cotal fanciullesco appetito, senza altro farne ad alcuna persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l'appetito, dopo alcun dì a quelle solitudini pervenne, e veduta di lontano una casetta, a quella n'andò, dove un santo uomo trovò sopra l'uscio, il quale, meravigliandosi di quivi vederla, la domandò quello che essa andasse cercando. La quale rispose che, spirata da Dio, andava cercando d'essere al suo servigio, e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli si conveniva.Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo non il dimonio, se egli la ritenesse, lo 'ngannasse, le commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri, e bere acqua, le disse: "Figliuola mia, non guari lontano di qui è un santo uomo, il quale di ciò che tu vai cercando è molto migliore maestro che io non sono: a lui te n'andrai"; e misela nella via.Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata più avanti, pervenne alla cella d'uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico, e quella domanda gli fece che agli altri aveva fatta; il quale, per volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la mandò via o più avanti, ma seco la ritenne nella sua cella: e venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le disse si riposasse.Questo fatto, non preser guari d'indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui: il quale trovandosi di gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti voltò le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall'una delle parti i pensier santi e l'orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei 'ncominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s'accorgesse lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato primieramente con certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe, e così essere semplice come parea: per che s'avvisò come, sotto spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a' suoi piaceri. E primieramente con molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio, e appresso le diede ad intendere che quello servigio che più si poteva fare grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio l'aveva dannato.La giovinetta il domandò come questo si facesse; alla quale Rustico disse: "Tu il saprai tosto, e perciò farai quello che a me far vedrai"; e cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti che aveva, e rimase tutto ignudo, e così ancora fece la fanciulla; e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e dirimpetto a sé fece star lei.E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella,venne la risurrezione della carne; la quale riguardando Alibech e maravigliatasi, disse: "Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l'ho io?""O figliuola mia" disse Rustico, "questo è il diavolo di che io t'ho parlato; e vedi tu? ora egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire."Allora disse la giovane: "Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho cotesto diavolo io."Disse Rustico: "Tu dì vero, ma tu hai un'altra cosa che non la ho io, e haila in scambio di questo."Disse Alibech: "O che?"A cui Rustico disse: "Hai il ninferno; e dicoti che io mi credo che Iddio t'abbia qui mandata per la salute della anima mia, per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu voglia aver di me tanta pietà e sofferire che io in inferno il rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in queste parti venuta sè', che tu di'."La giovane di buona fede rispose: "O padre mio, poscia che io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà." Disse allora Rustico: "Figliuola mia, benedetta sia tu! andiamo dunque e rimettiamlovi sì che egli poscia mi lasci stare."E così detto, menata la giovane sopra uno de' loro letticelli, le 'nsegnò come starsi dovesse a dovere incarcerare quel maladetto da Dio.La giovane, che mai più non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta sentì un poco di noia, per che ella disse a Rustico: "Per certo, padre mio, mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ché ancora al ninferno, non che altrui, duole quando egli v'è dentro rimesso." Disse Rustico: "Figliuola, egli non avverrà sempre così."E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel non si movessero, ve 'l rimisero, tanto che per quella volta gli trasser sì la superbia del capo, che egli si stette volentieri in pace.Ma ritornatagli poi nel seguente tempo più volte e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si disponesse, avvenne che il giuoco le cominciò a piacere, e cominciò a dire a Rustico: "Ben veggio che il ver dicevano que' valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce cosa; e per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra io ne facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimettere il diavolo in inferno; e per ciò io giudico ogn'altra persona, che ad altro che a servire a Dio attende, essere una bestia"; per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea: "Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno." La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta: "Rustico, io non so perché il diavolo si fugga del ninferno; ché, s'egli vi stesse così volentieri come il ninferno il riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai."Così adunque invitando spesso la giovane Rustico, e al servigio di Dio confortandolo, sì la bambagia del farsetto tratta gli avea che egli a tal ora sentiva freddo che un altro avrebbe sudato; e per ciò egli incominciò a dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere in inferno se non quando egli per superbia levasse il capo: "e noi per la grazia di Dio l'abbiamo sì sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace"; e così alquanto impose di silenzio alla giovane.La qual, poi che vide che Rustico più non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno: "Rustico, se il diavolo tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno non lascia stare: per che tu farai bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare la rabbia al mio ninferno, com'io col mio ninferno ho aiutato a trarre la superbia al tuo diavolo."Rustico, che di radici d'erba e d'acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe ciò che per lui si potesse. E così alcuna volta le sodisfaceva, ma era così di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al leone: di che la giovane, non parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no.Ma mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno di Alibech era, per troppo disidero e per men potere, questa quistione, avvenne che un fuoco s'apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre d'Alibech con quanti figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa Alibech d'ogni cosa sua rimase erede. Laonde un giovane chiamato Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala avanti che la corte i beni stati del padre, sì come d'uomo senza erede morto, occupasse, con gran piacere di Rustico e contra al volere di lei la rimenò in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran patrimonio divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel diserto servisse a Dio, non essendo ancora Neerbale giaciuto con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno e che Neerbale aveva fatto gran peccato d'averla tolta da così fatto servigio.Le donne domandarono: "Come si rimette il diavolo in inferno?" La giovane, tra con parole e con atti, il mostrò loro; di che esse fecero sì gran risa che ancor ridono, e dissono: "Non ti dar malinconia, figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene con essoteco Domeneddio."Poi l'una all'altra per la città ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il più piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno: il qual motto, passato di qua da mare, ancora dura. E per ciò voi, giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ciò che egli è forte a grado a Dio e piacer delle parti, e molto bene ne può nascere e seguire.
mercoledì 8 giugno 2011
Infinita letizia della mente candida
Ogni tanto, quando mi costringono ad abbandonare l'angoletto accanto al focolare, io, spaurito ed accidioso animaletto da cuccia, sono anche capace di apprezzarle, certe sporadiche sortite all'esterno.
Ieri sera è stata una di quelle circostanze. Avevo avuto una giornata emotivamente pesante, e non mi è dispiaciuto ritrovarmi, verso mezzanotte, all'aperto, ad attraversare una fettina sudorientale di Roma in compagnia di due bei autentici diciassettenni.
L'aria pulita e fredda della notte, la quiete sfatta delle strade finalmente deserte, l'evidente tripudio della mia pandina scassata lanciatasi festosa per la via come un cavallino sbizzarrito con la lingua di fuori, hanno stimolato in noi tre, e tra noi tre, un'affettiva circolazione e condivisione di meditazioni filosofiche, anche in assenza di supporto di bevute o fumate preventive.
Così non avevamo ancora coperto metà percorso che già io e uno dei due diciassettenni, l'adorabile cagacazzi amico di mio figlio, litigavamo di brutto.
Partiti dalla critica al divertimento di Pascal, si è finiti a fare a capelli sul concetto di (guarda tu) frustrazione. Io, sostenendo la bontà del pensiero pascaliano circa il fatto che gli uomini vogliono distrarsi per non pensare alla morte (pur senza condividere l'accezione negativa di tale enunciato, e la conseguente conclusione della primazia divina) son giunta a dire che la vita è un'esperienza di continue frustrazioni - biologiche, psicologiche e sociali -, ossia di costanti scostamenti tra il desiderio e l'effettiva realizzazione del desiderio, cagionati dalla finitezza dell'essere umano; e che anzi la vita medesima nasce e progredisce, psichicamente ed intellettualmente, dalla tensione tra le frustrazioni e le risposte del soggetto, in un continuo gioco di riverberi e rimandi che rende ogni individuo unico e determinato proprio dalle sue specifiche frustrazioni, e dalle sue conseguenti specifiche reazioni, le quali innescano altre frustrazioni, e così via; e per corroborare le mie affermazioni ho citato situazioni personali anche recenti in cui mi sono trovata a dover fare i conti con fattori di piacere simultaneamente rivelatisi nell'anima mia, in tutta la loro gloriosa ambivalenza, anche di frustrazione. Lui (con quella sua tenera e innocente presunzione che io conosco tanto bene e che me lo fa amare e detestare allo stesso tempo), sentendosi forte, oltre che della sua gioventù, pure, per la metà di sangue olandese che gli scorre nelle vene, di una presunta osmosi con Spinoza ed Erasmo da Rotterdam, mi ha ribattuto col dito alzato che ciò che stavo dicendo, e per estensione pure quanto diceva Pascal, era quanto mai confutabile in quanto all'umana esistenza non è affatto preclusa la possibilità di una piena e perfetta felicità perché, se c'è gente palesemente frustrata in quasi ogni frangente della sua vita, ce n'è altrettanta che non soffre frustrazioni di sorta; e che se io volevo ascrivermi alla prima categoria, ebbene, avevo sotto gli occhi in carne ed ossa un insigne rappresentante della seconda, nella persona di colui che giustappunto mi stava parlando. Io mi sono fatta una risata, e poi gli ho citato episodi di cui egli era stato protagonista che contraddicevano le sue asserzioni; lui ha replicato appassionatamente a quel mio tentativo di prendere terreno; e il battibecco via via s'è animato, le voci si sono alzate e sovrapposte, finché, per buona sorte, dopo esser arrivati a sparare nomi a caso - lui Cartesio, io Lacan -, siamo arrivati anche al civico di casa sua.
Il diciassettenne rimasto in macchina ha guardato sospirando l'amico che entrava nel portone, ancora concionante, con quel suo bel timbro di baritono che gli vale una distinta permanenza nel coro della scuola, e poi si è girato verso di me.
"Mamma, io non so come ti va di dargli corda così, ché lo sai com'è fatto. Che poi, tra te e lui, non vi si può sentire, per come argomentate alla cazzo di cane."
"Sì, scusami, lo so che poi ti fa innervosire fino al punto che ci litighi. E' che oggi sono agitata."
Silenzio fino al semaforo di Via Tuscolana. Rosso. Mi sento bene, adesso, finalmente. Poi mio figlio non pare arrabbiato, mi ha parlato pacato. Così mi viene di continuare la conversazione.
Verde. Passo. Giro a sinistra con disinvoltura.
"Vabbè, dai, non mi pare di aver detto cose assurde sulla frustrazione. Io poi ne faccio esperienza di continuo, tu sai come sono fatta, i miei problemi li conosci."
"Sì che li conosco."
"E sai che non mi godo niente delle cose divertenti della mia vita per pensare al senso di frustrazione che inevitabilmente so già che seguirà. Oltre al senso di colpa perché sottraggo tempo e pensieri alla mia famiglia... "
Lui si fa una risatina sommessa, dolce, indulgente. Non l'ho mai sentita prima.
"Senti, mamma, non preoccuparti, a me non importa di quello che fai. Ho quasi diciott'anni, la mia vita non dipende dalla tua. Stai tranquilla. Per me puoi fare tutto quello che ti fa piacere fare."
(Respiro di conforto, un po' commossa. Pure la macchinetta è sollevata, e imbocca agile e veloce il grande ponte che sale davanti a noi.)
"Però ora ti voglio dire una cosa che sembra una cattiveria, ma io non te la dico per quello."
"No, no, dì pure, lo so."
"Farsi gli amici è come imparare il latino: se non l'hai mai fatto prima dei vent'anni, dopo non ci riesci più."
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martedì 7 giugno 2011
Fuori forma
Cazzarola, ho il cuore tutto indolenzito.
So' duri i primi allenamenti per i muscoli fuori esercizio.
So' duri i primi allenamenti per i muscoli fuori esercizio.
domenica 5 giugno 2011
Abusare
Se nel tuo passato sei stato abusato...
Se si è abusato dei tuoi occhi, del tuo sguardo sul mondo. Se ti hanno costretto a vedere per altri cose che ti si sarebbero dovute risparmiare, che non ti avrebbero dovuto riguardare, che non ti potevano interessare.
Se si è abusato delle tue spalle. Se il peso delle esistenze altrui, noncurante della tua fragilità, ha preteso di gravare sulla tua fino a schiacciarla.
Se si è abusato delle tue gambe. Se altri le hanno obbligate ad un passo che non era il loro proprio; a camminare e correre quando volevano rallentare, o fermarsi; a stare innaturalmente inerti in spazi chiusi e limitati quando avrebbero potuto, e dovuto, muoversi, andare, portarti nel mondo, tra la gente.
Se si è abusato del tuo cuore. Se altri ne hanno sfruttato il bisogno di amore e tenerezza, negandoti il diritto ad averne se non come controparte di qualcosa che non avrebbero avuto il diritto di pretendere, e le emozioni, i sentimenti, gli slanci appassionati e innocenti, distorcendoli, deviandoli e veicolandoli nella loro esclusiva direzione, per imprigionarti in una immaginaria cella trasparente, da dove tu vedevi la vita tutto intorno a te ma non avresti mai osato neanche stendere una mano per toccarla.
Se si è abusato del tuo attaccamento, della tua devozione, della tua fiducia di bambino. Della semplicità. Dell'ingenuità. Della gioia di vivere. Dei tuoi sorrisi. Dell'allegria. Delle tue lacrime. Dei tuoi timori, dei tuoi sogni, dei tuoi incubi.
...Se sei fortunato, un giorno te ne accorgerai, e pretenderai che ti venga restituito ciò che ti è stato estorto ingiustamente.
Ma sarà tardi, comunque. Troppo tardi. I tuoi carnefici saranno ormai in disarmo, e i tuoi aneliti fuori tempo massimo. E non potrai tornare indietro a riprenderti ciò che è tuo.
Ad ogni modo, se sei particolarmente ostinato, qualcosa arrafferai. Con le unghie e coi denti. Affamato di bellezza, di calore, di languori, di dolcezze, surrettiziamente carpirai qualcosa a chiunque capiti sul tuo cammino. Come un ladro, uno sfruttatore, un vampiro.
E vivrai lo squisito struggimento di colui che da abusato è divenuto abusivo.
sabato 4 giugno 2011
Gaia scienza
Non s'era mai vista una creatura più allegra di lui. Tutto ciò che vedeva intorno lo interessava e lo animava gioiosamente. Mirava esilarato i fili della pioggia fuori della finestra, come fossero coriandoli e stelle filanti multicolori. E se, come accade, la luce solare, arrivando indiretta al soffitto, vi portava, riflesso in ombre, il movimento mattiniero della strada, lui ci si appassionava senza stancarsene: come assistesse a uno spettacolo straordinario di giocolieri cinesi che si dava apposta per lui. Si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali: ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito. Altrimenti non si spiegava come mai la scena miserabile, monotona, che la casa gli offriva ogni giorno, potesse rendergli un divertimento così cangiante, e inesauribile.
Il colore d'uno straccio, d'una cartaccia, suscitando innanzi a lui, per risonanza, i prismi e le scale delle luci, bastava a rapirlo in un riso di stupore. Una delle prime parole che imparò fu ttelle (stelle). Però chiamava ttelle anche le lampadine di casa, i derelitti fiori che Ida portava da scuola, i mazzi di cipolle appesi, perfino le maniglie delle porte, e in séguito anche le rondini. Poi quando imparò la parola dòndini (rondini) chiamava dòndini pure i suoi calzerottini stesi a asciugare su uno spago. E a riconoscere una nuova ttella (che magari era una mosca sulla parete) o una nuova dòndine, partiva ogni volta in una gloria di risatine, piene di contentezza e di accoglienza, come se incontrasse una persona della famiglia.
Le forme stesse che provocavano, generalmente, avversione o ripugnanza, in lui suscitavano solo attenzione e una trasparente meraviglia, al pari delle altre. Nelle sterminate esplorazioni che faceva, camminando a quattro zampe, intorno agli Urali, e alle Amazonie, e agli Arcipelaghi Australiani, che erano per lui i mobili di casa, a volte non si sapeva più dove fosse. E lo si trovava sotto l'acquaio in cucina, che assisteva estasiato a una ronda di scarafaggi, come fossero cavallucci in una prateria. Arrivò perfino a riconoscere una ttella in uno sputo.
giovedì 2 giugno 2011
Signs
Qualche giorno fa mi sono scoperta una nuova cicatrice sull'avambraccio sinistro, appena più su del polso (o più giù, a seconda della direzione dello sguardo, se dalla mano alla spalla, o viceversa).
Due chiare minuscole striscioline parallele, unite da un lato a formare un vertice arrotondato. Tipo il profilo della testa di un microscopico tirannosauro.
E mo' quando me la so' fatta questa?
Se rifaccio l'inventario dei miei segni:
1) le chiazze più scure di pelle, adesso appena distinguibili, sul polso destro, ricordo delle ustioni del 25 aprile di qualche anno fa, quando per attizzare la fiamma nel camino mi feci esplodere in mano la bottiglietta dell'alcool denaturato e il braccialetto d'oro arroventato dal fuoco mi mangiucchiò la carne;
2) la mezzaluna sulla punta dell'anulare sinistro, che mi tranciai di netto una notte di giugno di quattordici anni fa nell'incauto tentativo di tagliare con un coltellaccio da cucina l'involucro di una busta di latte in polvere per la pappa di mia figlia neonata;
3) il quasi impercettibile ricamo a rilievo dei tre punti sopra il sopracciglio sinistro, retaggio di una caduta nella tenebrosa lavanderia sotto strada dove le suore ci rinchiudevano a giocare nei dopopranzi invernali (el sòtano, lo chiamavano tra di loro le molte di origine spagnola, quella sorta di locale cantina senza finestre, senza arredi, senza pavimento, con una lampadina nuda che penzolava dal soffitto);
4) l'altro, ormai inavvertibile, dei quattro punti sul mento che, in un triste sabato pomeriggio d'inverno del mio quinto anno di vita, mi fu spaccato in due come una mela dallo scalino di marmo della portafinestra del terrazzo di casa sul quale si arrestò il volo causato da un ventaglio di lucidi e quanto mai scivolosi fascicoli di Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri Editori;
5) Il bozzetto cistoso sul mio cranio spuntatomi in seguito alla suppurazione di altri punti che mi diedero quando, a quattordici anni, alzando di slancio la testa per guardare in preda ad un impeto romantico le stelle fuori dalla finestra della camera da letto, mi conficcai la maniglia di ferro della medesima nel cuoio capelluto...
per quanto mi sforzi, a questo segnetto a forma di tirannosauro non riesco ad associare alcun ricordo.
Boh. Sarà una smagliatura.
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