sabato 15 ottobre 2011

Piazza della Repubblica, 15 ottobre

Oggi vado in piazza.
Come tante altre volte in passato, e come forse tante anche in futuro.
Per non essere sola.

Le città e gli scambi. 2

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane con i capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all'altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena; un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

venerdì 14 ottobre 2011

Innamorarsi

Io pensavo alla fanciulla. La mia carne aveva dimenticato il piacere, intenso, peccaminoso e passeggero (cosa vile) che mi aveva dato il congiungermi a lei, ma la mia anima non aveva dimenticato il suo volto, e non riusciva a sentire perverso questo ricordo, anzi palpitava come se in quel volto risplendessero tutte le dolcezze del creato.
Avvertivo, in modo confuso e quasi negando a me stesso la verità di quanto sentivo, che quella povera, lercia, impudente creatura che si vendeva (chissà con quanta proterva costanza) ad altri peccatori, quella figlia di Eva che, debolissima come tutte le sue sorelle, aveva tante volte fatto commercio della propria carne, era tuttavia un qualcosa di splendido e mirifico. Il mio intelletto la sapeva fomite di peccato, il mio appetito sensitivo l'avvertiva come ricettacolo di ogni grazia. E' difficile dire cosa provassi. Potrei tentare di scrivere che, ancora preso dalle trame del peccato, desideravo, consapevolmente, di vederla apparire a ogni istante, e quasi spiavo il lavoro degli operai per scrutare se dall'angolo di una capanna, dal buio di una stalla, apparisse quella figura che mi aveva sedotto. Ma non scriverei il vero, oppure tenterei di porre un velo alla verità per attenuarne la forza e l'evidenza. Perché la verità è che io "vedevo" la fanciulla, la vedevo nei rami dell'albero spoglio che palpitavano leggermente quando un passero intirizzito volava a cercarvi rifugio; la vedevo negli occhi delle giovenche che uscivano dalla stalla, e la udivo nel belato degli agnelli che incrociavano il mio errare. Era come se tutto il creato mi parlasse di lei, e desideravo, sì, rivederla, ma ero pur pronto ad accettare l'idea di non rivederla mai più, e di non congiungermi mai più con lei, purché potessi godere del gaudio che mi pervadeva quel mattino, e averla sempre vicina anche se fosse stata, e per l'eternità, lontana. Era, ora cerco di capire, come se tutto l'universo mondo, che chiaramente è quasi un libro scritto dal dito di Dio, in cui ogni cosa ci parla dell'immensa bontà del suo creatore, in cui la umile rosa si fa glossa del nostro cammino terreno, tutto insomma, di altro non mi parlasse se non del volto che avevo a mala pena intravisto nelle ombre odorose della cucina. Indulgevo a queste fantasie perché mi dicevo (o meglio non mi dicevo, perché in quel momento non formulavo pensieri traducibili in parole) che se il mondo intero è destinato a parlarmi della potenza, bontà e saggezza del creatore, e se quel mattino il mondo intero mi parlava della fanciulla che (per peccatrice che fosse) era pur sempre un capitolo del gran libro del creato, un versetto del grande salmo cantato dal cosmo - mi dicevo (ora dico), che se questo avveniva non poteva non far parte del grande disegno teofanico che regge l'universo, disposto a modo di cetra, miracolo di consonanza e di armonia. Quasi inebriato, godevo allora della presenza di lei nelle cose che vedevo, e in esse desiderandola, nella vista di esse mi appagavo. E pure sentivo come un dolore, perché al tempo stesso soffrivo di un'assenza, pur essendo felice di tanti fantasmi di una presenza. Mi riesce difficile spiegare questo mistero di contraddizione, segno che l'animo umano è assai fragile e non procede mai dirittamente lungo i sentieri della ragione divina, che ha costruito il mondo come un perfetto sillogismo, ma di questo sillogismo coglie solo proporzioni isolate e sovente disconnesse, donde la nostra facilità a cadere vittima delle illusioni del maligno. Era illusione del maligno quella che quella mattina mi rendeva così commosso? Penso oggi che lo fosse, perché ero novizio, ma penso che l'umano sentimento che mi agitava non fosse cattivo in sé, ma solo in riferimento al mio stato. Perché di per sé era il sentimento che muove l'uomo verso la donna affinché l'uno si congiunga con l'altra, come vuole l'apostolo delle genti, ed entrambi siano carne di una sola carne, e insieme procreino nuovi esseri umani e si assistano mutuamente dalla gioventù alla vecchiaia. Solo che l'apostolo così parlò per coloro che cercano il rimedio alla concupiscenza e a chi non voglia bruciare, ricordando però che ben più preferibile è lo stato di castità, a cui io monaco mi ero consacrato. E quindi io pativo quella mattina ciò che era male per me, ma per altri forse era bene, e bene dolcissimo, per cui ora capisco che il mio turbamento non era dovuto alla pravità dei miei pensieri, in sé degni e soavi, ma alla pravità del rapporto tra i miei pensieri e i voti che avevo pronunciato. E quindi facevo male a godere di una cosa buona sotto una certa ragione, cattiva sotto un'altra, e il mio difetto stava nel tentare di conciliare con l'appetito naturale i dettami dell'anima razionale. Ora so che soffrivo del contrasto tra l'appetito elicito intellettivo, dove avrebbe dovuto manifestarsi l'imperio della volontà, e l'appetito elicito sensitivo, soggetto delle umane passioni. Infatti actus appetitus sensitivi in quantum habent transmutationem corporalem annexan, passiones dicuntur, non autem actus volutatis. e il mio atto appetitivo era per l'appunto accompagnato da un tremore in tutto il corpo, da un impulso fisico a gridare e ad agitarmi. Ma la mia anima razionale era in qual mattino sopita dalla stanchezza la quale teneva a freno l'appetito irascibile, che si rivolge al bene e al male in quanto termini di conquista, ma non l'appetito concupiscibile, che si rivolge al bene e al male in quanto conosciuti. A giustificare la mia irresponsabile leggerezza di allora dirò oggi, e con le parole del dottore angelico, che ero indubbiamente preso di amore, che è passione ed è legge cosmica, perché anche la gravità dei corpi è amore naturale. E da questa passione ero naturalmente sedotto, perché in questa passione appetitus tendit in appetibile realiter consequendum ut sit ibi finis motus. Per cui naturalmente amor facit quod ipsae res quae amantur, amanti aliquo modo uniantur et amor est magis cognitivus quam cognitio. infatti io ora vedevo la fanciulla  meglio di quanto l'avessi vista la sera prima, e la capivo intus et in cute perché in essa capivo me e in me essa stessa. Mi chiedo ora se quello che provavo fosse l'amore di amicizia, in cui il simile ama il simile e vuole solo il bene altrui, o amore di concupiscenza, in cui si vuole il proprio bene e il mancante vuole solo ciò che lo completa. E credo che amore di concupiscenza fosse stato quello della notte, in cui volevo dalla fanciulla qualcosa che non avevo mai avuto, mentre in quella mattina dalla fanciulla non volevo nulla, e volevo solo il suo bene, e desideravo che essa fosse sottratta alla crudele necessità che la piegava a darsi per poco cibo, e fosse felice, né volevo chiederle più nulla ma solo continuare a pensarla e vederla nelle pecore, nei buoi, negli alberi, nella luce serena che avvolgeva di gaudio la cinta dell'abbazia.

mercoledì 12 ottobre 2011

La ragazza che giocava con il fuoco

E' inutile, non ce la possiamo fa'. Facciamoci un esame di coscienza, Cri, ed ammettiamo la nostra assoluta inadeguatezza in materia. Se uno nasce tondo non può morir quadrato. Accettiamoci, e accogliamo con serenità la presa d'atto della nostra penuria: questa potenzialità ci manca del tutto. Siamo fallate, orbe di alcuni utili accessori, siamo il modello base, il grado zero. 
Lo so, tu scalpiti, testarda, avida e volitiva come sei, anche perché tu le palle ce le avresti; ma dentro a questa donna dissociata ci sono pure io, che invece non so' nemmeno in grado di acchiappar farfalle col retino o granchi col secchiello, e ti intralcerei in maniera catastrofica. Rassegnati. Non è colpa mia se a te t'hanno rinchiuso e hanno mandato in giro solo me per tutta la vita. Mi dispiace, ahò, che te posso fa'? Ammazzarmi per farti un favore non posso, farei fuori anche te. E con l'occasione lo rammento pure a te, eh. Ti venisse qualche strana idea in testa.
Però, dai, su, ora non fare il muso. Dai, girati e, ahia, non mi graffiare. Mordermi non mi morderai, oggi, vero? Che oltretutto ti sei appena saziata, almeno in una delle tue golosità. Il nostro amico gelataio bengalese ci ha appena fatto da Fassi un cono da tre euro al prezzo di due: non ti pare già soddisfacente come forma di compensazione? Almeno un pochino?

Impiegati

Il mio nuovo collega è nato lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno di mio marito, e non gli somiglia manco un po', se non negli occhiali e negli occhi che mi osservano indulgenti e divertiti mentre mi distraggo, bamboleggio, mi incupisco, canto, mi agito, mi ricompongo, vado in cielo, ricasco a culo per terra, rido, piango, taccio, sproloquio, vado fuori di testa, rientro meditabonda in me stessa, do buoni consigli, cattivo esempio, e tra uno scompenso e l'altro lavoro pure.
E' calmo e comprensivo: davanti ad ogni dimostrazione della mia irrequietezza scoppia a ridere, e ci mette così tanta empatia da farsi rosso in viso per lo sforzo.
E' un uomo colto, sensibile, con interessi e legami stretti e molteplici col mondo dell'arte.
Gli piace la musica italiana degli anni '70. Ieri pomeriggio abbiamo fatto una scorpacciata dal tubo di Patty Pravo, Ron ed Ornella Vanoni. Quando siamo arrivati a Massimo Ranieri purtroppo si era fatto tardi. Ma ci rifaremo.
Mi fa anche un po' da psicoanalista. E' pure bravo.
Ascolta paziente e incuriosito i miei deliri, si gode l'espressione gloriosa e sofferta delle emozioni che mi passano sulla faccia in un quarto d'ora come in un cielo di marzo, ambivalenti, contraddittorie, bipolari.
Sempre ieri m'ha detto: ahahahahahah, Cri, in tanti anni non avevo mai incontrato una collega come te (e grazie, nota di Cri), altro che diciassettenne, qui stiamo ai dodicenni che scrivono a Cioè!
E m'ha schioccato un bacione in fronte.


martedì 11 ottobre 2011

Lascia stare

Eccoli, son tornati a trovarmi, i miei amici più stretti ed affezionati. I sensi di colpa.

"Stanco
tanto"
mi ha scritto qualche giorno fa il caro filibustiere che mi sta nel cuore (lo posso dire perché tanto non leggerà mai 'sto blog, perché se lo sapesse mi rimbrotterebbe per la mia melensaggine) e, Dio, quanto lo capisco.

Sono tanto stanca anch'io. Stanca di dover pagare un prezzo tanto alto per le mie insicurezze, per le mie indecisioni, per la mia incapacità di accettare amorevolmente le mie pulsioni e i miei slanci, che poi sarebbe l'unico modo per guidarli e contenerli.

Stanca di costruirmi un castello nella testa e di visitarlo in continuazione fino a scambiare quella vita per la realtà. Stanca di non riuscire a sovrapporre l'immagine anoressica che ho di me stessa con la me stessa reale. Stanca che ad ogni momento di gioia esaltante di bimba segua, inevitabilmente, lo sprofondo nell'abisso della riprovazione.

Non sono stanca di vivere cristallizzata nella mia fiaba di Bella Addormentata. Sono stanca, stanca, stanca di castrarmi rimproverandomelo continuamente.

Che poi è il modo migliore per continuare a farmici rifugiare, in un eterno loop senza speranza.

Sono stanca di stare male.



lunedì 10 ottobre 2011

Le mie parole

Ribadiamo il concetto.






Le mie parole sono sassi 
precisi aguzzi pronti da scagliare 
su facce vulnerabili e indifese 
sono nuvole sospese 
gonfie di sottointesi 
che accendono negli occhi infinite attese 
sono gocce preziose indimenticate 
a lungo spasimate e poi centellinate, sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare 
Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato 
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato 
sono foglie cadute 
promesse dovute 
che il tempo ti perdoni per averle pronunciate 
sono note stonate 
sul foglio capitate per sbaglio 
tracciate e poi dimenticate 
le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire 
lo ammetto 
strette tra i denti 
passate, ricorrenti 
inaspettate, sentite o sognate... 
Le mie parole son capriole 
palle di neve al sole 
razzi incandescenti prima di scoppiare 
sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare 
piccoli divieti a cui disobbedire 
sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo 
che non mi riesce di spiegare 
fanno come gli pare 
si perdono al buio per poi ritornare 
Sono notti interminate, scoppi di risate 
facce sovraesposte per il troppo sole 
sono questo le parole 
dolci o rancorose 
piene di rispetto oppure indecorose 
Sono mio padre e mia madre 
un bacio a testa prima del sonno 
un altro prima di partire 
le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire... 
strette tra i denti 
risparmiano i presenti 
immaginate, sentite o sognate 
spade, fendenti 
al buio sospirate, perdonate 
da un palmo soffiate

sabato 8 ottobre 2011

Lo strano caso di Benjamin Button

Accadono cose innaturali.
Mio figlio è maggiorenne.
Mia figlia è al liceo e piglia l'autobus da sola.
Io mi sono fatta i colpi di sole dal parrucchiere.

Quest'ultimo avvenimento è senz'altro il più inaudito. Anche perché erano quasi quindici anni che mi facevo tagliare i capelli in casa da qualcuno di buona volontà a scelta tra sorella o marito. Sono sempre stata una tipa "nature", molto snob nella mia semplicità tanto insistita e ricercata quanto subita per la superiore forma di accidia, un misto tra disinteresse, tedio e scoramento, che ha sempre connotato il mio rapporto con la mia femminilità, o perlomeno con l'esibizione di essa, e che probabilmente deriva dalla cristallizzazione dell'immagine interiore di me stessa in una bambina bloccata allo stadio edipico. Che è latrice di una sensualità lolitesca totalmente anacronistica, e perciò mette ancora, come quando aveva diciassette anni, le minigonne (sempre e solo quelle), indossa calze a disegni eccentrici e colori vivaci, calza vezzose ballerine a tacco basso o scarpette alla bebé col cinturino, ma non si cura di null'altro: per cui si mangia le unghie, non porta il reggiseno, non si trucca né si tinge la chioma brizzolata.
Quest'ultima cosa anche perché ho sempre pensato alla tintura come a qualcosa di posticcio. Come a voler dare una mano di colore malamente coprente su su un muro comunque sbreccato in modo irreparabile, o su una brutta carta da parati che non si riesce a grattar via. Il classico sepolcro imbiancato.

Molti hanno tentato di tentarmi, di indurmi a cambiare idea. "Ma prova, dai; poi se non ti piace cambi!", e io mi sono sempre schermita sorridendo. Mi ostinavo, oltretutto, nella convinzione di piacermi così.

Stavolta non so invece che m'è preso. 

Tutto originò da un dialogo di lunedì mattina scorso tra due personaggi: me ed il mio capo quasinuovo.

(Il mio capo quasinuovo non è un golfino che ha fatto pochi lavaggi. E' il mio nuovo dirigente - nuovo da aprile, avendo sostituito il precedente rudere della Magna Grecia, quello dagli occhi vitrei che con buffi pigiamini, tra una cosa e l'altra, s'è intrufolato variamente nei miei sogni oltreché nella mia vita per più di vent'anni, cedendo alle mie manovre di seduzione emotiva fuori tempo massimo e dovendo perciò ritrarsi nel suo cantone con rimpianto ed ignominia - che ugualmente da più di vent'anni conosco, anche se per lungo tempo è stato un collega e non un superiore. Da cui capo quasinuovo.)

Io e il capo quasinuovo non ancora capo abbiamo litigato non appena ci siamo conosciuti e da lì non abbiamo praticamente mai più cessato di farlo. Perché abbiamo lo stesso carattere impaziente, fumante ed affettuoso, ci stimiamo parecchio, ci facciamo sangue e ci capiamo al volo. 

E forse è giunto al momento giusto. Perché, quando lunedì mi ha detto perentorio, con un tono di voce che contrastava coi suoi occhi che il taglio curiosamente orientale (lui in realtà è romano de Roma) fa sembrare sempre ridenti, "Cri, tu hai da fa' qualcosa a 'sti capelli, anzi, due: tagliarli corti e fatte i corpi de sole. Devi sembra' più signora, più grande. Così nun sei credibbile, me pari la moglie de Frankenstein, quella del film, coi capelli a onde co' la frezza bianca" io, invece di far, come al solito, transitare queste esortazioni nella testa per il tempo necessario a farle entrare da un orecchio ed uscire dall'altro, non so com'è, ho cominciato a pensarci, e mi son convinta. 

Non abbastanza, comunque, da non tirar tardi la sera in ufficio.

La mattina dopo rifaccio il percorso in corridoio verso la mia scrivania, lui mi vede da lontano e mi fa a voce altissima: "niente, eh?"
"Fa', ho fatto tardi ieri sera..."
"Oggi ce vai, però!"
"Nun c'ho manco i soldi appresso..."
 Che è, un problema di soldi? Te li presto io, ma vacce!"
"No, no, per carità, esco presto, faccio il bancomat e vado".

E così sono andata obbediente verso il mio destino. 

Alle quattro e un quarto ho messo piede dentro il negozio della parrucchiera cinese davanti a casa. Atmosfera rilassata, serena. Pieno così di genti che via via sono finite sotto le mani di Anna, la giovane titolare, o di una delle sue tre ragazze che non ho capito bene se siano legate a lei da vincoli di parentela, o di amicizia, o siano solo semplici dipendenti.

Anna è il nome italianizzato di questa donna bella dal viso duro e un po' ermetico, sempre pacata, attentissima, pronta a qualsiasi richiesta delle sue clienti e dei suoi clienti, capace di far fronte a tutte le evenienze.

Sono entrate persone fino alle sette - oltre non so, perché avevo finito e me ne sono andata - chiedendo anche trattamenti lunghi e complicati, e lei non ha rifiutato nessuna.

Lei e le sue ragazze sembrano api operose, le mani sempre in movimento, via una sotto l'altra, senza riposare mai, senza un cenno di stanchezza né di cedimento. Il muro culturale che le separa dalle loro clienti italiane, costantemente reinnalzato da un loro modo di comunicare con gesti e suoni ora dolci ora gutturali che sistematicamente innescano vivaci e soavi scoppi di risa, viene ripetutamente trapassato, senza difficoltà, da poche parole pronunciate in un buon italiano ingentilito dall'assenza del rotacismo, a cui le donne autoctone rispondono timidamente ma con gratitudine.

Io mi sono portata un libro, ma non riesco nemmeno ad aprirlo. Osservo e ascolto tutto, affascinata da quel ronzare ipnotico, suadente, rassicurante, e mi chiedo, quando arriverà il mio turno, come sarà essere manipolata da quelle piccole mani delicate e decise.

Tocca a me. Anna mi chiede di scegliere il colore delle mechés. Non ne ho idea, dico, voglio solo coprire i capelli bianchi, mi fido del tuo giudizio di esperta. Lei allora fa un gesto d'intesa e dice, in italiano perché io comprenda, ad una delle lavoranti: "allola biondo chialissimo. E fanne tante e sottili."

Dopo tocca al taglio. Arriva l'altra ragazza che mi volteggia intorno adoperando le forbici con una tale leggerezza e velocità che non si riesce a percepire il movimento delle punte.

Poi una terza mi asciuga e stiracchia i capelli per quello che mi pare un tempo infinito, che mi godo ad occhi chiusi per la carezza rilassante delle sue mani. Pare uno scultore, un cesellatore. Non è mai soddisfatta, aggiusta una ciocca qui, piglia le forbici e spunta là, mi tira la testa indietro, poi avanti, con dolce determinazione. In ultimo mi rifinisce con un tocco di gel, mi spruzza abbondantemente di lacca, si tira indietro e mi dice di guardare. E' fatta.

Tutto il negozio si ferma per un attimo. Le altre clienti si danno di gomito. "Guarda la signora! I colpi di sole! Che spettacolo! Non sembra più lei!"

Io sono bionda, adesso, in testa, e rossa come un pomodoro maturo sulle guance. Non riesco a guardarmi allo specchio, davvero non mi sembro più io.

Anna sorride della mia emozione. Mi fa lo scontrino e me lo porge dicendo "Dieci anni di meno".

Subisco per un paio di giorni la festosa accoglienza da parte di colleghi, parenti e amici, di questa nuova Cri mai vista prima. Una processione di gente in preda ad una buffa euforia commenta con toni coloriti il mio nuovo stato di donna rinnovata nell'immagine, dagli uscieri del palazzo dell'ufficio al ragazzo dei bagni, dall'amico di mio figlio ai miei amici virtuali. Molti accorrendo a lasciare le loro affettuosissime osservazioni nella mia bacheca di FB, molti in messaggio privato. Luz in tutti e due i posti, lì e qui (cara Luz)!

Il commento più bello lo fa Vincenzo, il mio amico sardo di pochissime parole: "è come se ti fossi ricordata di te, e ora guarda che risultati".

E da lì capisco che io, che non volevo tingermi perché non volevo diventare finta, invece ho tirato fuori qualcosa di autentico da me stessa. Che questa nuova Cri somiglia più a me di quella di prima.

Ad ogni modo molti ripetono le parole di Anna, cercando di convincermi di avere, ora, dieci anni di meno.

Dunque ora ne ho sette, e sono pressappoco così,




o così.




O magari così.




lunedì 3 ottobre 2011

Io come farò

Mi sento fuori posto
Faccio fatica a crescere
Ripeto la mia parte ma ormai
Non so più crederci
Questa bambina mi nasce dentro
Non ha pietà
Prende i miei giorni e li traduce
In fantasia
Un sorriso pagliaccio che canta
Posso inventarlo io
Una storia più ricca e felice
Posso inventarla io
Ma poi
Ma poi non lo so
Io come farò a inventarmi te 



Un interno con stelle di carta
Posso inventarmi io
La magia di un incontro rubato
Posso inventarmi io
Ma poi
Ma poi non lo so
Io come farò a inventarmi te 







Anche perché poi se no chi me li taglia i capelli, stasera?


:*

Woman


For largest Woman's Hearth I knew -
'Tis little I can do -
And yet the largest Woman's Heart
Could hold an Arrow - too -
And so, instructed by my own,
I tenderer, turn me to.


Per tutti i cuori di Donne speciali che ho sentito battere oggi.