venerdì 12 aprile 2013

L'anno che verrà

Cara amica ti scrivo così mi distraggo un po', e siccome sei anni luce lontana più forte ti scriverò.

Scrivo a te in qualità di emblema della nutrita schiera di persone che mi hanno scocciata prima virtualmente, poi nel mondo reale, per assaggiarmi, gustarmi, divertirsi un po' con me e poi accantonarmi, senza scrupoli o rimpianti, come un pezzetto di torta che non entra più in una pancia satolla o un giocherello di cui si è stufi e allora si lascia per uno nuovo.

Ce n'è parecchia, nel non luogo feisbucchiano, di gente così. E' inutile che continui a negare l'evidenza: l'ho toccato con mano, senza possibilità di fraintendimento, constatando le reazioni, anzi, le non-reazioni del novantanove virgola novantanove per cento dei miei contatti di fronte all'evento concreto che mi ha colpita. Però tu ti ergi al di sopra di quella massa per molti motivi:
1), la calda simpatia che m'hai dimostrato.
2), la tua apparente originalità e vivacità intellettuale.
3), la tua cultura. E la mia innata debolezza per essa.
4), la stima che all'inizio m'hai suscitata anche in virtù della tua età e della tua professione.
5), la profondità delle confidenze che ci siamo scambiate e la frequenza dei nostri incontri "dal vivo": tu facendomi un fischio ed io correndo ad accoglierti ogni volta che passando per Roma scendevi da un treno e a salutarti ogni volta che vi risalivi, servendoti da chaperon per tutti gli angoli della città tu manifestassi desiderio di visitare, talvolta anche includendo nella mia disponibilità la scorta e guida a tuoi amici e compagni di viaggio, tra consumazione di permessi o giorni di ferie dal lavoro, declino di altri impegni, sottrazione di spazi al mio privato, tanto che, in fondo, avrei potuto attribuire valore al nostro rapporto solo in virtù di questo mio affaccendarmici intorno: com'è che dice de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe? "È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
6), l'insieme di tutte queste cose.
Perciò tu svetti esemplare e preminente su tutti gli altri più anonimi e scialbi "contatti".

Ti scrivo per salutarti, perché io e te non ci vedremo più. Hai cominciato a mollarmi, in modo inversamente proporzionale al mio lasciarmi andare, proprio mentre io invece cominciavo a fidarmi che noi due avessimo davvero qualcosa a che spartire: forse una comune sensibilità, un'eccentricità lieve e innocua che lasciava scie profumate del nostro passaggio, un simile e singolare sguardo sulla vita, e un'invincibile giovinezza del cuore riflessa sui nostri volti sorridenti, al di là e malgrado i nostri dolori, le nostre amarezze e disillusioni. Invece no, erano fantasie: proiezioni su cui avevo investito per darti rilevanza nella mia testa. E dire che ce ne avevo pure messo del bello e del buono per persuadermene.

Perché, amica cara, ti confesso che, quando mi hai proposto per la prima volta di incontrarci dopo poche settimane in cui avevamo scambiato sì e no dieci commenti pseudo spiritosi sulle bacheche di contatti comuni, io ho accettato per acquiescenza, per imperizia nel sottrarmi. Il mio masochismo non mi fa mai declinare un invito che non mi attira e non mi convince.

Tu mi avrai presunta una disinvolta, innocua buffa picchiatella bramosa di novità, una finta svagata (parte in commedia a cui tu stessa ti applichi con tale dedizione ed accuratezza da far supporre quanto apprezzi vederla recitata anche dagli altri) insoddisfatta e curiosa; quando invece io sono molto più basica e sostanziale di quanto voglia dar ad intendere. Cristo, tu ti reputi chissà quanto interessante, ma la verità è che sei un'estranea, quattro parole di pixel su un network, ed hai un passato, un'esistenza e, già sospettavo dal principio, anche opinioni e gusti alquanto distanti dai miei: pur con tutte le moine di sofisticata e discreta incantatrice che tu poni in essere quando ti approcci, che gusto potevi pretendere io avessi nel vederti? A parti invertite, se avessi aspettato che ti agganciassi io, campa cavallo!
(Mah. In realtà sarebbe potuto accadere anche il contrario: che mi scappasse di bocca un improvvido "quando passi per Roma avvisami, ci prendiamo insieme un caffè!" senza che quasi me ne rendessi conto... Quando mi pigliano certi impulsi, certi fugaci momenti di entusiasmo, divento incapace di tener a freno la lingua. Mi è così ostico sentirmi in sintonia con un essere umano che quando ne capto un'eco anche lontana, un miraggio, un abbaglio, non resisto, la gratitudine mi piglia la mano al punto di farmi prostrare servilmente dinanzi a colui che me l'ha ispirata; e teniamo pure conto della mia smodata inclinazione ad ingraziarmi la gente, a corteggiarla, flirtarci vezzosamente, compresa quella di cui mi frega poco o niente, persino quella che non mi piace, per il mio bisogno patologico di essere vista e benvoluta, per cui ogni lasciata è persa, ogni sguardo stornato dopo essermisi posato addosso diventa una lacerazione nel mio essere, una disfatta... Una volta glielo dissi al casumano che ero come un cane randagio, che te lo compri già se non lo pigli a calci e con un tozzo di pane)

E' che io non sono stata chiara e aperta con te. Ti ho fatto credere che mi importasse di vederti, che ci tenessi.
Non era vero.

Non lo sono quasi mai, chiara e aperta, con gli altri. Mi costa troppa energia psichica, mi esaurisce, e prima ancora mi atterrisce. Tranne gli isolati casi in mi disinibisco - quando sono proprio disperata, o fuori controllo per la rabbia - in circostanze ordinarie devo sentire proprio molta molta confidenza con qualcuno, oppure un eccezionale trasporto nei suoi confronti, per assumere il rischio mortale di svelarmi. Che significa anche, semplicemente, concedermi il diritto di rispondere con schiettezza e sincerità "sì" o "no" a domande del tipo "sei stanca, vuoi che ci fermiamo? Giriamo da quella parte? Entriamo in quel bar lì? Hai ancora fame? Facciamo quattro passi? Stai comoda su questa panchina? Preferisci quell'altra, così il sole non ti viene in faccia?": quesiti che abbraccino uno spettro di possibilità di molto preliminare al ben più impegnativo "passo per Roma, ti va di vederci?" e che giunga poi fin lì e oltre. E di norma, anche quando interagisco con qualcuno nelle eccezionali condizioni descritte a inizio paragrafo - la confidenza o il trasporto - non può apprezzarsi comunque nel mio comportamento una percettibile differenza: perché in casi tanto fausti e rari la mia adesione acritica e aprioristica ai voleri altrui non è più forzata, anzi, diventa fonte della mia gioia; e poiché in quel frangente mente e cuore sbrigliati oltrepassano, volandoci sopra, l'intoppo della penosa ambivalenza che sempre pesa sulle mie relazioni interpersonali, sicché con uno così mi vedrei sempre volentieri, non si porrebbe proprio il problema di rifiutare un suo invito, anzi, in talune circostanze potrei persino spingermi a sollecitarlo io.

Tu invece rientri nella tipologia comune, e mi sono prestata ad assecondarti per mera acquiescenza, perché mi era più sopportabile il disagio di passare qualche ora in tua compagnia che quello di dirti apertamente che non avevo voglia o tempo, anche solo una volta; perché era più auspicabile tollerare il tribolo di perdere un pomeriggio appresso a te che paventare il timore che tu, ad un mio "stavolta non posso, scusami", smettessi tout court di cercarmi nelle tue peregrinazioni su e giù per la penisola, ed io venissi esclusa anche da quella minima tangenzialità nella tua vita. Perché, ora che eri venuta ad importunarmi, se avessi smesso per me sarebbe stato un fallimento.

Non aveva importanza che non fossi contenta senza se e senza ma di stare con te, che vivessi l'aspettativa delle ore da passare insieme con una bella dose di ambiguità, che ne cavassi sia parti di diletto che di fastidio, perlopiù in misura scompensata a vantaggio delle seconde. C'era sempre quella nota stonata che non mi quadrava, sul perché tu mi chiamassi quando passavi per Termini ma poi in realtà non cercassi la mia vicinanza al di fuori di quelle occasioni. Erano tante le cose che tu mi dicevi, o che era evidente ti aspettassi da me, che non mi piacevano, ma che rilievo può avere per una che è stata abituata ad accontentarsi di quello che passa il convento, a non fare storie, a reprimere i suoi moti di piacere e di malessere fino al punto di confonderli, non saperli più distinguere? Assecondare è il mio mestiere, e io diligentemente ti assecondavo, traendo proprio dal mio senso di disagio il mio profitto e la mia soddisfazione, la sicurezza di star facendo la brava bambina, di svolgere correttamente il servizio socialmente utile di far contente le persone che mi compete, come mi hanno inculcato da sempre, come mi hanno educato giorno dopo giorno da quello della mia nascita tramite il messaggio subliminale, iscritto nei gesti, pur dissimili tra loro, di mia nonna e mia madre e mio padre, che nel loro modo di tenermi, toccarmi, cambiarmi, lavarmi, allattarmi, costantemente ripeteva: tu sei al mondo per servire di supporto agli altri, non hai diritto ad un'esistenza indipendentemente da questo, non puoi pretendere di avere soddisfazione ai tuoi desideri, né di essere amata, a prescindere. Se vuoi affetto, considerazione, cure che ti assicurino la sopravvivenza, te li devi guadagnare: perciò forza, bambina, bocca chiusa e pedalare, altrimenti  sarai gettata via come qualsiasi altro oggetto inservibile.

E' questa la mia parte buia, malsana: quella che attira frotte di psicopatici che mi nasano come un cane il tartufo più pregiato.
Quel centro di comando che colonizza la mia mente e controlla dall'alto ogni mia azione e reazione.  Registrando ogni dettaglio con una lucidità disumana che è anteriore e superiore ad ogni mio slancio,  sensazione, sentimento.
Quella metavisione di cui parla il mio maestro jedi, una sorta di devastante e spietata registrazione in ultra consapevolezza di me stessa e di tutto ciò che mi circonda, un controllo a tappeto totale, un'impossibilità di abbandonarmi mai del tutto che da bambina mi è stata probabilmente indispensabile strumento di difesa ma che ora mi condiziona pesantemente la vita, anzi, me l'avvelena, impedendomi - se non appunto in casi estremi, e anche lì a un prezzo spropositato - di godermela, e anche nelle più sporadiche e felici circostanze costringendomi ad una perenne identificazione: un'assimilazione che è una sorta di cannibalismo irrefrenabile dove cose e persone esistono solo se le incorporo per poi ripartorirle, rimettendole al mondo, attraverso il canale uterino delle mie emozioni.

Capisco sia difficile star dietro al funzionamento contorto del mio cervello, eh. Non ti biasimo, se non hai voluto o potuto capire. Soprattutto una come te, le cui intenzioni erano invece trasparenti sin dall'inizio: divertirti in mia compagnia, giocare spensierata, e basta. Senza serietà, senza inutili moralismi, senza reale contatto, senza investimento di sentimenti. Per il tuo narcisismo (ancora quello, sempre quello!). Per quella tua pigrizia morale, la stessa che ti ispira prudenza nell'esprimere le tue opinioni politiche, ad esempio, e che ti fa barcamenare nelle discussioni dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Per quella tua ostentata tepidezza spirituale che non ti fa affezionare a nessuna causa e ti evita di metterti in gioco. Per quella tua indulgenza all'egocentrismo che occulta la disperazione velata dietro la tua superficiale leggerezza, nello sfoggio di un'indolente (manco così tanto sagace ed elegante come credi) ironia che marca con ostentazione manieristica il tuo distacco dalle passioni autentiche, col simulacro delle quali però ti piace immensamente trastullarti, eroina delle tue fantasie di fiaba assolute e totalizzanti alla tua augusta età. Per non vedere, ovviamente, la paura, lo smarrimento, lo sconcerto, il dolore che ti renderebbero persona, valida, concreta, restituendoti a te stessa, e con cui invece eviti il più possibile di fare i conti, anzi, di percepirli proprio, anche per sbaglio, di sguincio, da lontano.
Io invece li sentivo, il tuo dolore e la tua paura. Sentivo che stare con me ti distraeva. Che la mia ostinata energia vitale, il mio sfrenato entusiasmo, il mio ottimismo ottuso incurante di tutto ti ricaricavano le batterie, consentendoti il riassestamento di quel bel tuo sorriso seducente, enigmatico e beffardo, costantemente in pericolo, impedendo il minacciato cedimento di quell'impalcatura fittizia su cui si regge il tuo finto disincanto della vita.
Per questo, sotto l'ambiguità, la falsità e la malsanità delle mie paranoie, è emerso quasi subito per te, dono gratuito e bello e integro e luccicante come un pacco sotto l'albero di Natale di un bambino, il moto della parte buona e genuina del mio cuore: tenerezza per quel topino arruffato e sofferente che sei, saltimbanco in precario equilibrio tra i lustrini dei tuoi lazzi e frizzi e l'aggraziato cinismo di donna di mondo che al mondo sa stare (ma dove: manco per niente, amica mia). Umana comprensione, calore, affetto.
Siccome tu non ti volevi bene, te ne ho voluto io.
Fingendo di credere a come me la raccontavi, ma intuendo la verità intrinseca. E sapendo che tu sapevi.
Non infrangendo per questo mai, da donna d'onore, la regola non scritta del silenzio, dell'elusione.
Esercitando, io sempre così sfacciata e indiscreta, la forma più suprema di discrezione.
Come sempre.
Ma essendoci ogni volta, per te. Accorrendo ai tuoi richiami, rispondendo ai tuoi messaggi spiritosi e sognanti, ascoltando le tue sciocche frivolezze di ragazzina fuori tempo massimo, offrendoti la mia complicità per ricompattare le continue crepe di questo tuo castello in aria di illusioni.

E così siamo andate avanti per un pezzo, con te che ricevevi e per ricambiare mi gratificavi, con un tono tenero e ironico, di sentenze che erano insieme amabili ed offensive, sempre sospese tra il serio e il faceto, nell'indistinto, nella non chiarezza, non linearità. Era un gioco, un gioco gentile, beffardo e un po' impietoso, anche quello.
Per me invece, da un certo punto in poi, è stata realtà. Nell'allora mia assoluta ingenuità sono fatta influenzare dalla tua necessità di vedermi svolazzare come una falena sventata per riscaldarti la mente e il cuore con la mia immagine così viva, così movimentata. Ed è anche a causa tua che mi sono bruciata. La mia imprudenza emotiva non è nata dall'acquiescenza: lì ero andata oltre, rimbambita, rintronata dalle tue belle parole che mi schiudevano rosei scenari, spingendomi ad assecondare a capofitto la lusinga di poter recuperare scampoli della mia mancata adolescenza illudendomi poi, oltretutto, di non doverne pagare il prezzo.
Tutto per corroborare le tue, di illusioni. Per sostentare la tua ricerca di estasi decadenti.
Perché tu sapevi di non poterci credere. Per questo ti beavi del fatto che ci credessi io.
E non ti sei preoccupata di cosa mi sarebbe successo al risveglio.

Quando il palloncino si è bucato e io sono precipitata rompendomi la testa tu dapprima hai creduto che fosse una cosa momentanea: che avrei fatto un po' di storie e poi mi sarei di nuovo rialleata con te per una nuova avventura. In parte forse davvero non avevi capito la profondità e l'impegno con cui mi espongo, quando mi espongo. In parte forse speravi di recuperare la tua bambola da rivestire di un nuovo abito di gala, a cui far dire di nuovo sproloqui romantici, di cui veder di nuovo le gote rosse e gli occhi sognanti.
Così non è stato. Hai assistito al mio ripiegamento, al mio svilimento psichico. Al mio scivolare progressivo dentro il pozzo nero della depressione.
E tu, che avresti avuto anche gli strumenti per aiutarmi, hai invece deciso di girare la testa.
Hai cominciato ad allontanarti da me lì, proprio quando avrei avuto bisogno di te, come amica e come amica che poteva darmi una mano. Ero diventata cupa, avevo perso la porporina, non ti divertivo più.
Ti sei fatta un altro giro di spensierati disperati quanto e più di te, e pian piano, con discrezione, mi hai mollata.

Me ne sono accorta definitivamente solo nell'ultimo frangente, quello estremo, della morte di mio padre.
Da quando l'hai saputo, gratificandomi di un commentino imbarazzato e autoassolutorio sulla mia bacheca di FB, sono passati dieci giorni. Nei quali tu non mi telefonato, non hai mandato un messaggio, una mail, un sms.

Così da oggi tu non sei più mia amica. Ho cancellato il tuo contatto. Ti ho rimosso.
Dal mio cuore, invece, non devo rimuoverti. Per tua espressa volontà hai fatto in modo di non significare nulla, per me.
Mi scorderò presto di te, e sarà come se tu non fossi mai esistita. Non lascerai tracce, dentro di me.

Oggi ho un motivo in più per sentire pena per te. Che per fortuna mia svanirà quando ti avrò dimenticata.

Tu sei ferma nel tuo castello, prigioniera del tuo incantesimo falso. Io sono in cammino, ti ho oltrepassata, già non ti vedo più.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando: è questa la novità.


12 commenti:

  1. Risposte
    1. Per "lei" sì. Ma tanto era già una mezza schifezza di partenza, sono stata io a volerla vedere come non era :D

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  2. Non so se sento amarezza nel tuo lungo soliloquio. No, c'è la spietata analisi di un personaggio falso e deludente che lascia le labbra aride. Ma poi ci sono tante altre cose nelle tue parole, c'è la tua sensibilità esasperata, fa male sentirla, ma anche la forza che viene da un'intelligenza acuta e profonda che permette di andare avanti senza farsi travolgere, nonostante tutto.

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    1. Vorrei dire tante tante tante cose, ora, Ambra, ma non riesco proprio ad articolarle :)
      Per ora te ne dico solo una, la più pressante dentro di me: quanto, quanto, quanto sono contenta che tu sia tornata. :D

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  3. Tutto dipende dal fatto che qui ci si parla senza guardarci negli occhi. Come adesso. Io non vedo i tuoi e tu non vedi i miei. Buon fine settimana. Che almeno il tempo sembra si sia girato al bello.

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    1. Con questa ho parlato prevalentemente di persona, guardandola negli occhi. Che, per inciso, ha bellissimi, verdi. Ma non li usa nel modo giusto. Tu sei un fotografo, ho visto: cogli istantanee della realtà. E poi, certo, ne farai oggetto di riflessione per comprenderla. Ecco, lei invece voleva vedere un mondo secondo la sua visione, quella che ha nel cristallino, indotta dalle sue proiezioni. Me lo diceva di continuo che le piaceva vivere di proiezioni.
      Grazie, Alberto, è vero, è bello anche qui. Buon fine settimana.

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  4. Troppe parole per sfanculare qualcuno: meno bla bla e più sfanculamenti.

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    1. Ma mica le ho dette davvero a lei!

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    2. dovresti, invece, dovresti, Cri...

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    3. Che dici, le mando il post per mail?

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    4. Eheh. Come ho raccontato in un post successivo, lei m'ha ricercato, quando s'è accorta, dopo "soli" due mesi, di esser stata sfanculata: e io rivendico il diritto di non aver avuto voglia di risponderle, e di non aver dunque risposto, tout court. Lei è stata scaricata da me senza una parola, senza capirne niente: e viste le premesse non credo si meritasse alcunché più di questo...

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