Di tanto in tanto, quasi tutti noi giungiamo a un punto di sopraffazione, dove l'impulso vitale si trasforma in fatica e la gioia di vivere in un senso di apatia che deriva da una pressione psicologica. Poi, una volta o l'altra, ecco arrivare la goccia che fa traboccare il vaso: sperimentiamo il repentino passaggio dall'ancora sopportabile all'insopportabile, dall'impulso alla pressione, quasi come un'espressione del destino.
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Non è forse naturale che, da uno specifico momento in poi, le cose ci sembrino insopportabili, l'impulso vitale ristagni e qualcosa di forte ci opprima, non soltanto in situazioni di dolore, ma anche in situazioni piacevoli? A tutto questo c'è soltanto una risposta indiretta: possiamo continuare a rimandare il momento in cui l'impulso si trasforma in pressione, l'affermazione in ansia. Possiamo proseguire, anche dal punto in cui ci siamo sempre fermati e arrivare dove non siamo mai arrivati. Dioniso è più forte di quanto crediamo possibile.
Rimanere nell'impulso: questo è il punto cruciale di ogni momento.
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Ciò che conta è rimanere nella vita che ci resta, non anticipare la morte. In questo atteggiamento fondamentalmente dionisiaco di identità emozionale fluente arriviamo a percepire, in modo misterioso e profondo, persino l'umiliazione e il dolore come piacere, essenzialmente poco diversi dalla gioia, da un abbraccio, dalla dedizione. Non resta più nulla dello stoico atteggiamento freudiano: "Il primo dovere di ogni essere vivente è, nonostante tutto, quello di tollerare la vita". Se intendiamo la vita come un dovere, la vita diventa pressione alla quale è necessario sottomettersi. Al contrario, il principio di energia, che sta sotto il segno di Dioniso, riunisce piacere e realtà nel "sì" a un'esistenza che non abbiamo più bisogno di dividere mediante effimeri giudizi. E' importante evitare il dolore, ma è altrettanto importante diventare tutt'uno con esso quando il dolore diventa inevitabile e determina la nostra vita.