martedì 11 dicembre 2012

L'aprés-midi d'un faune

Di tanto in tanto, quasi tutti noi giungiamo a un punto di sopraffazione, dove l'impulso vitale si trasforma in fatica e la gioia di vivere in un senso di apatia che deriva da una pressione psicologica. Poi, una volta o l'altra, ecco arrivare la goccia che fa traboccare il vaso: sperimentiamo il repentino passaggio dall'ancora sopportabile all'insopportabile, dall'impulso alla pressione, quasi come un'espressione del destino. 
(...)
Non è forse naturale che, da uno specifico momento in poi, le cose ci sembrino insopportabili, l'impulso vitale ristagni e qualcosa di forte ci opprima, non soltanto in situazioni di dolore, ma anche in situazioni piacevoli? A tutto questo c'è soltanto una risposta indiretta: possiamo continuare a rimandare il momento in cui l'impulso si trasforma in pressione, l'affermazione in ansia. Possiamo proseguire, anche dal punto in cui ci siamo sempre fermati e arrivare dove non siamo mai arrivati. Dioniso è più forte di quanto crediamo possibile.
Rimanere nell'impulso: questo è il punto cruciale di ogni momento.
(...)
Ciò che conta è rimanere nella vita che ci resta, non anticipare la morte. In questo atteggiamento fondamentalmente dionisiaco di identità emozionale fluente arriviamo a percepire, in modo misterioso e profondo, persino l'umiliazione e il dolore come piacere, essenzialmente poco diversi dalla gioia, da un abbraccio, dalla dedizione. Non resta più nulla dello stoico atteggiamento freudiano: "Il primo dovere di ogni essere vivente è, nonostante tutto, quello di tollerare la vita". Se intendiamo la vita come un dovere, la vita diventa pressione alla quale è necessario sottomettersi. Al contrario, il principio di energia, che sta sotto il segno di Dioniso, riunisce piacere e realtà nel "sì" a un'esistenza che non abbiamo più bisogno di dividere mediante effimeri giudizi. E' importante evitare il dolore, ma è altrettanto importante diventare tutt'uno con esso quando il dolore diventa inevitabile e determina la nostra vita.


10 commenti:

  1. Cri, regalami un sorriso!!! Un abbraccio per un sereno divenire

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    1. Ma Simo, io te ne regalo tanti, di sorrisi, tutti quelli che vuoi! Ho imparato a sorridere tra le lacrime, è una splendida sensazione, dopotutto...
      Grazie dell'abbraccio e dell'auspicio. Sei molto cara. :*

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  2. più che evitare il dolore,beato chi ci riesce, direi che bisogna imparare a dargli una forma accettabile che ci permetta di continuare a vivere, io cerco sempre di aggrapparmi a qualche "pensiero felice" ....funziona

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    1. Ah, cara Pat, io sono ancora nella fase squilibrata: ci sono giorni che trovo un migliaio di motivi per pensieri felici, altri nei quali sprofondo nella nera palude dove non ne raccatto nessuno... Devo ancora armonizzarmi, chissà se ci riuscirò mai. Per adesso sono nella fase che tu premetti così bene: della palestra per riuscire a dargli una forma accettabile che mi permetta di continuare a vivere :)

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  3. Oppure convincersi che il domani può essere migliore dell'oggi o di ieri oppure dell'altro ieri andando indietro nel tempo passato.
    Chi può dire che ciò non possa accadere?

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    1. Nessuno, sicuro: dipende solo da me. Questo domani non mi pioverà mai dal cielo, comincerà solo quando io mi renderò conto di stringerlo nelle mani e potergli dare inizio:)

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  4. Nietzsche e Spinoza si stringono la mano, e prendono accordi per dare insieme un meritatissimo calcio in culo a Freud.

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    1. Con loro due al mio fianco mi sento invulnerabile :D

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  5. Su una cosa sono completamente d'accordo che si possa "percepire, in modo misterioso e profondo, persino l'umiliazione e il dolore come piacere, essenzialmente poco diversi dalla gioia".
    Sono d'accordo perché l'ho provato un dolore così feroce e così intenso da confondersi per associazione con un altrettanto intenso momento di felicità. Difficile provarlo, può capitare solo in un momento particolare dove tutte le energie dentro e fuori di te si concentrano in te, creandoti una sensibilità "disumana".

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    1. L'ho provato anch'io, Ambra: ed è esattamente come dici tu. Si potrebbe anche definire "sovrumana", quella particolare sensibilità? Perché davvero viene fuori quando la gioia è così intensa da toccare il dolore, e il dolore così assoluto da raggiungere la gioia: i momenti d'infinito in cui bene e male si toccano e allora si sperimenta la suprema integrità, qualcosa di mistico, di ineffabile: tu ti apri a stella, ti condensi e ti dissipi allo stesso tempo, e tutta l'energia dell'universo ti attraversa.
      E al contempo sono gli attimi di accettazione del flusso dell'esistenza in cui si è davvero semplicemente, meravigliosamente, pienamente umani. Come quando io in sala travaglio ho smesso istintivamente di oppormi all'ennesima contrazione, facendo così cessare istantaneamente il dolore che mi squassava e, contemporaneamente, venir fuori mia figlia...

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