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martedì 18 dicembre 2012

Signora per un giorno

Ieri è stata una giornata da dimenticare.
Oggi è una giornata da ricordare.
Non perché sia successo chissà cosa.
Perché sono stata, coi miei atti, col mio comportamento, io a far succedere delle cose.
Non sono stata, come al solito, una bambina maltrattata.
Oggi sono stata un'adulta. Ho perseguito verità e giustizia, ho difeso diritti, ho ripristinato l'etica calpestata nei rapporti, ordine, armonia e serenità smarriti nel mondo. Ho rimesso ogni cosa al suo esatto posto. Ho innalzato gli umili, ho confuso i prepotenti. E senza eccedere, senza farmi coinvolgere. Senza perdere la testa, senza investirci emotivamente, senza spaventarmi prima né commuovermi poi. Non mi sono fatta confondere dalle minacce, né blandire dalle lusinghe.
In soldoni, non mi sono fatta fregare come al solito.

Oggi sono stata una signora. Signora per un giorno.
E ho fatto tutto da sola!

Le colleghe, stasera, prima di uscire, quando ormai era tutto tranquillo, mi hanno timidamente chiesto un resoconto.
"Cri, puoi essere fiera di te" hanno concluso poi, felici per me e anche per loro, perché vedere realizzate certe piccole cose da una persona è sprone, incoraggiamento e segno di speranza per tutti. "Puoi andare a scrivere sul calendario alla data di oggi: è stata una bellissima giornata."
(Qualcuna ha azzardato ammirata: "ma questa terapia funziona davvero!")

mercoledì 25 maggio 2011

Piccole confessioni di una malandrina

In ufficio si è perso un documento importante pervenuto da un'altra amministrazione. E' arrivato, l'ho protocollato, il mio capo lo ha assegnato e puf, si è dissolto nell'aria.
Mi sono offerta di andare a reperire la copia conforme che una gentile dipendente dell'altra amministrazione si era detta disponibile a rilasciarci immediatamente.
Così sono stata spedita in servizio esterno al centro di Roma alle undici e mezza di mattina, sotto il sole caldo e luminoso di queste giornate di estate anticipata.
Sono andata con l'autista, ma non con la macchina di servizio, perché, dopo oltre un anno dalla richiesta formale, pare che il Comune non abbia ancora provveduto a rilasciare alla mia amministrazione (una pubblica amministrazione) il permesso per la ZTL per quella macchina. O forse il permesso è stato rilasciato, ma si è perso anche quello nei meandri di chi sa quale ufficio della mia amministrazione (stavolta non il mio).
Così, con il placet del mio capo, sono andata con la mia macchina, provvista di permesso ZTL per trasporto dell'invalida di famiglia. La quale, però, non era nella macchina ma a casa sua, ignara del fatto. In compenso in macchina c'era appunto l'autista, che però fungeva da passeggero, perché guidavo io, non volendo renderlo correo delle mie malefatte.
All'andata, tutto liscio. Per evitare di incappare in pattuglie di vigili ho circumnavigato la zona in modo da sbucare in una piazza usualmente abbastanza tranquilla, posta proprio di fronte alla sede della mia destinazione, dove avrei potuto sostare in doppia fila lasciando l'autista a far da palo.
Ho trovato la piazza transennata e presidiata dai vigili per una manifestazione di sordi che rivendicavano il diritto all'insegnamento del linguaggio dei segni a scuola e nelle università.
Facendo con aria svagata un calmo dietrofront ho abbandonato macchina ed autista in mezzo ad un parcheggino retrostante e mi sono avviata a piedi, fendendo la folla dei manifestanti.
Tra andata, permanenza in situ e ritorno (con in mano la preziosa copia conforme) ci avrò messo un quarto d'ora.
Ci ho messo un'ora abbondante, invece, per farmi i trecento metri di strada che mi separavano dall'uscita del labirinto di stradine. Più che incolonnata, inchiodata nel centro di Roma, sotto un sole cocente, al centro di un serpente di macchine e motorini senza capo né coda. L'autista, più che altro, immagino, per dare un senso alla sua inutile presenza, ogni tanto azzardava un commento del genere ma sarà successo qualcosa, non è normale questo imbottigliamento, e poi guardava le lancette dell'orologio che avanzavano verso l'orario di pranzo (fatale ed immutabile per il delicatissimo metabolismo degli impiegati pubblici).
Invece non era successo niente. L'ho scoperto quando, facendo l'ennesima effrazione - una svolta a sinistra - mi sono immessa sulla stradona più famosa della città e ho visto davanti a me piazza Venezia e il Vittoriano sonnolenti, incorniciati dal solito casino. Un tranquillo mercoledì di maggio nel centro di Roma.
Sono rientrata in ufficio stralunata, e ho pensato a quanto avrei voluto doverla cantare io, la canzoncina che oggi ho suggerito a Volpe.