lunedì 4 luglio 2011

Legami

"Credete, Jane, di avere una sorta di parentela con me?"
Non osavo rispondere in quel momento: avevo il cuore gonfio.
"Perché" disse "qualche volta, soprattutto quando mi siete vicina, come ora, ho nei vostri confronti una sensazione strana: mi sembra di avere una corda, sotto le costole, a sinistra, strettamente, inestricabilmente annodata a una corda analoga situata nella stessa zona del vostro corpo esile. E se quel tempestoso tratto di mare e tre, quattrocento chilometri di terra si metteranno con tutta la loro vastità tra noi, ho paura che quella corda che ci unisce verrà spezzata; e allora temo che comincerei a sanguinare internamente."

giovedì 30 giugno 2011

Friends

Stanotte, con l'ausilio di belle creature a me care, ho riflettuto sui legami.
Io, suggestionata dai miei bisogni emotivi, sostenevo non si può essere liberi da ogni legame, e che in ogni caso i legami autentici e profondi non si spezzano mai. 
Oggi il diciottenne che amo di più al mondo dà una festa, organizzata e pubblicizzata dalla scorsa settimana, a cui ha invitato un po' di conoscenti (tra i quali si aspetta anche qualche defezione, ci sta, non ne farà una tragedia) e quelli che considera i suoi amici più cari, con cui divide da quattro anni la sua vita, gioie e dolori, bene e male, nonché, spesso, i posti letto della sua casa di campagna e di città e parecchie mangiate (l'ultima sabato scorso, grigliata di salsicce alla brace sul terrazzo con cooptazione della mamma  per l'approvvigionamento e del babbo per la cottura sul barbecue delle medesime).
Di tre di questi quattro amici, olandese volante a parte, non aveva notizie dalla domenica. Cellulari staccati, risposte evasive dai familiari contattati.
Poi stamane lo smartphone di uno dei tre transfughi è tornato raggiungibile, e lui ha scoperto la realtà: sono tutti e tre insieme, due di loro ospiti nella casa di campagna del terzo. Lui non è stato invitato né avvisato.
E' tempo di rivedere il mio stolido ottimismo sui legami autentici e profondi.

martedì 28 giugno 2011

Una ragazza

Tonino abitava nella seconda viuzza dopo il penitenziario: ma quel breve tratto di strada fu sufficiente perché Mara si bagnasse da capo a piedi. Lo sdrucciolo si era addirittura mutato in un torrente.
Salì di corsa gli scalini e arrivata al secondo pianerottolo spinse la porta ed entrò. Dalla cucina le venne subito incontro la moglie di Tonino:
"Misericordia Mara in che stato sei! Non potevi aspettare che spiovesse?"
"Sì, stai fresca prima che spiova. E poi è tardi, sennò non faccio in tempo alla corriera."
"Non vorrai mica andartene con questo tempo. E bagnata fradicia."
"Per forza Vilma bisogna che vada: domattina devo essere al lavoro."
"Ma appunto: che torni a fare a casa, se domattina devi essere di nuovo a Colle... E' meglio che ci vai direttamente da qui."
"Ma mamma, se non mi vede, sta in pena."
"Se non ti vede, capirà che ti sei fermata a dormire da noi. Con questa stagione, ad andare in giro, c'è da prendersi un malanno. E poi è tanto che ce lo prometti, che una volta ti fermi..."
Mara finì con l'acconsentire: Vilma le diede la sua vestaglia e un paio di ciabatte, e le mise il vestitino e le calze ad asciugare sopra la cucina a legna.
"Ora preparo il tè; così ti riscaldi lo stomaco."
"E Danilo?" domandò Mara.
"E' da questa famiglia di sopra."
"Da quei siciliani?"
"Sì, da loro. Buona gente, non dico mica: ma cosa vuoi, noi toscani non ce la diciamo troppo con quelli della Bassa. Però, meglio loro di quegli altri lassù." "Lassù", per Vilma, voleva dire Piacenza, dove s'era sempre trovata spaesata. "Credi, Mara, che anch'io contavo i giorni quando sapevo che dovevi venire. Almeno per un'ora avevo la compagnia di una delle mie parti..."
"E' stata una fortuna per me che ci foste voi a Piacenza" disse Mara. "Mamma mia! Se ripenso a quei viaggi... Ora almeno son vicina."
Vilma apparecchiò con una tovaglia di nylon e mise in tavola le tazze, lo zucchero e un piattino su cui erano già state disposte le fette di limone. Benché anche lei, come Tonino, fosse di umile famiglia, pure ci guardava a queste cose; e teneva la casa sempre in ordine, che era un piacere vederla.
"Tu Vilma la tua casina la tieni proprio come uno specchio." "Ma che dici!" Però si vedeva che era contenta. "Certo anche qui siamo un po' sacrificati... In camera a fatica ci si rigira... Ma cosa vuoi, con quello che prende Tonino non possiamo mica permetterci il lusso di pagare un affitto più alto."
Dopo aver bevuto il tè, Mara accese una sigaretta; e Vilma si affrettò a metterle davanti un portacenere.
"Te però non è mica tanto che fumi."
"No" rispose Mara sorridendo. "E' un vizio che ho preso in fabbrica." E le spiegò che alla mensa c'erano parecchie che dopo mangiato accendevano la sigaretta, e così, aveva finito con l'abituarcisi anche lei. "Ma ne fumo poche: una dopo la mensa, una dopo cena... A volte, la sera, anche due o tre: quando si va a vedere la televisione, fumo per tenermi sveglia."
"Perché? Ti ci annoi?"
"Non è che mi ci annoi; ma la sera sono stanca e mi fa fatica uscire. Preferirei andare a letto a leggere un libro. Ci vado tanto per far svagare un po' mamma... Lì nella bottega, si dà convegno tutto il paese... Perché anche a mamma, mica le faceva bene stare sempre sola."
"Tu sei proprio un angelo, Mara" disse Vilma con tono di profonda convinzione.
Mara rise, imbarazzata:
"Ma che dici? E' che, povera mamma, lo so soltanto io quello che ha sofferto. Anche per me, cosa credi? magari ne parla di rado, ma ci pensa sempre. Meno male che c'è Vinicio" aggiunse dopo un momento: "lui per lo meno le ha dato solo soddisfazioni" e si mise a ridere. Quando le veniva fatto di ridere così, all'improvviso, sembrava sempre la Mara di un tempo.
"Tua mamma non ha più avuto quei disturbi?" domandò di lì a poco Vilma.
"Per fortuna no. Perché mi ero spaventata proprio. Quella volta che la trovai svenuta... Ma ora s'è capito da che dipendeva: dal carbone. E' bastato che mettessimo anche noi la cucina a legna perché non avesse più capogiri. Ma certo, povera mammina, comincia ad avere i suoi anni."
"E tuo padre come sta?"
"Oh, lui sta bene. Sembra sempre un giovanotto, se lo vedessi! Di spirito, però, non è più lo stesso."
"Cosa intendi dire?"
"Da che non lavora più al Partito. Non credeva proprio che gli avrebbero fatto una parte simile.  E cosa vuoi, di rimettersi a fare il boscaiolo o il manovale non se la sente mica più... a parte che il lavorare di braccia non è mai stato il suo forte" e di nuovo scoppiò in una delle sue risate da monella. "Povero babbo" aggiunse tornando seria "anche lui l'ha avuta la sua parte di delusioni nella vita..."
Non ci si vedeva più nella stanza: accesero la luce. Vilma andò a chiamare il bambino, che aveva ancora da fare le lezioni; e, mentre Vilma lavorava, "zia Mara" aiutò Danilo a far le somme e a imparare a memoria una poesia.
Tonino tornò dopo le sette, anche lui bagnato. "Brava, hai fatto bene a fermarti" le disse. "Bube, come lo hai trovato?"
"Bene" rispose Mara. "Non c'è confronto com'è sollevato di spirito da quando era lassù."
"Eh, che vuoi, qui a San Gimignano, soltanto le visite che riceve... Te l'ha detto che l'altra domenica è venuto Lidori?"
"Sì, me l'ha detto." E dopo un momento aggiunse: "Sono contenta che gli sia passato il risentimento che aveva contro di lui. Perché Lidori, per Bube, è stato più che un amico: è stato come un fratello. Per questo mi dispiaceva quando Bube faceva quei discorsi..."
"Tutti i detenuti si fissano in qualche idea" disse Tonino. "E così Bube si era fissato nell'idea che erano stati gli altri a rovinarlo... Ma poi gli è passata. Ha capito che non era giusto incolpare gli altri."
"La colpa, se lo vuoi sapere, non è di nessuno" disse Mara recisa. "Io figurati quante volte ho ripensato a quel giorno maledetto. Non ho fatto altro che ripensarci, in tutti questi anni. E mi sono convinta che la colpa non è stata di nessuno..."
"Certo, se il maresciallo non avesse sparato..." cominciò Tonino; ma lei lo interruppe:
"Io invece non accuso nemmeno il maresciallo. Nessuno ebbe colpa... fu solo un male. Ma cosa credono di aver fatto mettendo in galera Bube e Ivan? Giustizia, forse? No, hanno fatto dell'altro male: a Bube, a Ivan, alle loro famiglie; e a me... Tutto quello che ci hanno fatto soffrire, che ci faranno soffrire ancora, è servito forse a rimediare qualcosa? Io glielo vorrei proprio domandare, ai giudici: facendo soffrire noi, avete forse alleviato il dolore di qualche altro? Quel povero Ivan" aggiunse dopo un momento: "io me lo ricordo al processo, era un pezzo di giovanotto con due spalle così: e ora è tisico, e pare che stia per morire".
"Bube per fortuna di salute sta bene."
"Sì" disse Mara, rasserenata. "Di salute sta bene, e anche come morale, è molto più sollevato. Oggi s'è parlato del nostro avvenire. Abbiamo deciso che avremo due figli, un maschio e una femmina..." Si rivolse a Vilma che aveva smesso di lavorare e la guardava: "Non saremo mica così vecchi da non poter avere due figlioli. Io avrò trentadue anni e Bube trentasei... tanta gente si sposa anche più anziana." Vilma volle dir qualcosa, ma si trattenne o non ne fu capace. Mara se ne accorse: "Ti sembra stupido che si faccia dei progetti quando quel tempo è ancora tanto lontano?".
Vilma scosse energicamente il capo:
"No, ti capisco Mara... solo non so come fai ad avere tanto coraggio."
"E allora Bube, che è chiuso là dentro? Eppure anche lui si fa forza e sopporta con rassegnazione... Vero?" aggiunse rivolta a Tonino. "I primi tempi sono i più terribili" disse poi. "ma, in seguito, ci si fa quasi l'abitudine... Sono passati questi sette anni, passeranno anche questi altri sette. E poi, io cerco di non pensarci. Conto solo i giorni che mi separano dal colloquio. Perché è una tale gioia quando lo rivedo..."
"E anche lui fa così" disse Tonino. "Non pensa che al momento in cui ti potrà rivedere. La mattina del colloquio è agitato, non riesce a stare un momento fermo... Perché bisogna capirli come son fatti. Una piccola cosa che per noi non sarebbe nulla, per loro diventa un avvenimento. Il colloquio, la lettera, il pacco... non c'è mica altro nella loro vita."
Per alcuni minuti rimasero in silenzio. Poi Vilma si alzò e disse:
"Su, prepariamo cena. Domattina Mara si deve alzare presto."
"Oh, ci sono abituata" fece Mara. "La mattina l'autobus mi parte alle sette meno dieci, sicché vedi bene che la differenza è poca."
Insieme prepararono cena e apparecchiarono. Dopo che ebbero mangiato, Vilma rigovernò e Mara la aiutò ad asciugare. Tonino mise il bimbo a letto, e poi tornò in cucina.
Stettero un altro po' alzati. Il discorso a un certo punto cadde sul prete Ciolfi, che era morto poco dopo il processo; e i fascisti dicevano che era stato in conseguenza delle botte che gli aveva dato Bube, ma era una calunnia; perché era morto di cancro, invece.
"E ti dico di più" fece Tonino "per Bube fu un dispiacere quando seppe della morte di Ciolfi. Vedi un po' com'è cattiva la gente a dire certe cose."
"E' cattiva la gente che non ha provato il dolore" disse Mara. "Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno."
"E' proprio così" fece Tonino. "E noi che ci si vive accanto alla gente che soffre, lo sappiamo meglio di chiunque altro."
E venne l'ora di andare a dormire. Mara li salutò; e li ringraziò, anche.
"Ma non dirlo nemmeno per scherzo!" esclamò Vilma di rimando. "Tu dovresti fermarti tutte le volte. Perché per noi è un piacere..."
Mara era stata messa a dormire sul divano del salottino: ci stava comoda, ma non le riusciva di prender sonno. Il fatto di essere in un letto nuovo, e il tic tac della sveglia, e il rumore della pioggia, e il vento che s'ingolfava nel vicolo e scuoteva l'intelaiatura della finestra, tutto contribuiva a tenerla desta. Udì dieci rintocchi: venivano dal penitenziario. E l'angoscia la prese, al pensare che Bube era là tra quelle mura, e ci sarebbe rimasto altri sette anni.
Ma non fu che un momento: perché ancora una volta quella forza che l'aveva assistita in tutte le circostanze dolorose della vita, la sorresse e le ridiede animo. Mara rimase a lungo sveglia, con gli occhi aperti, e pensava che aveva fatto la metà del cammino, e che alla fine della lunga strada ci sarebbe stata la luce...


L'autorimessa era aperta, ma non avevano ancora tirato fuori la corriera. Anche il caffeuccio di fronte era aperto ma la macchina era sotto pressione: e Mara dovette aspettare una diecina di minuti per avere il suo caffé.
Poiché il locale era sempre vuoto, ne approfittò per fumare. Ma si affrettò a spegnere la sigaretta quando entrarono i primi avventori.
Erano operai, diretti come lei a Colle. Mentre aspettavano di essere serviti, parlavano e ridevano, e ogni tanto le lanciavano un'occhiata. Ognuno che sopravveniva, era salutato da un'esclamazione e da qualche botta amichevole sulla schiena. Poi arrivarono anche il fattorino, col berretto di traverso, e l'autista, con la giubba sulle spalle. Dopo aver preso il caffè, rimasero appoggiati al banco a discorrere con gli operai: finché uno di questi disse all'autista:
"Muoviti, vai a tirar fuori il macinino."
L'autista fece l'atto di tirargli un pugno, e quello, a sua volta, abbozzò la parata. Due minuti dopo la corriera usciva lentamente dall'autorimessa e si disponeva di traverso. I viaggiatori montarono senza fretta: Mara andò a mettersi nel primo sedile.
Finalmente montò anche il fattorino, sbatté lo sportello e disse all'autista: "Andiamo". La corriera si mosse, passò sotto la porta, percorse un tratto del viale alberato lungo le mura; poi affrontò la prima discesa.
Alla prima curva, si scoprì la Valdelsa. C'era un mare di nebbia, laggiù: da cui emergevano come isole le sommità delle collinette. Ma il sole, attraversando coi suoi raggi obliqui la nebbia, accendeva di luccichii il fondovalle. Mara non distoglieva un momento gli occhi dallo spettacolo della vallata che si andava svegliando nel fulgore nebbioso della mattina.

lunedì 27 giugno 2011

Nightmare - dal profondo della notte

Il mio ex capo coniglio, vestito di un buffo pigiamino, è nella mia camera da letto e mi sta dicendo che ha già predisposto le carte per il mio trasferimento, perché senza di me non può stare. Io lo guardo nei suoi occhi chiarissimi, vitrei, affascinata ed orripilata, e lo ascolto, bloccata da un'ambivalenza di repulsione ed attrazione. Poi ci infiliamo a letto e lui mi bacia coi profondi baci della sua bocca e io per l'agitazione sento scendermi il sangue dall'origine del mondo, vado in bagno ed è un sangue che non è color sangue, ma inchiostro, nero e acquoso, che lascia cadere ovunque la sua scia inarrestabile di gocce grosse come lacrime, e io penso che dovrò andare all'ospedale.
Mi sveglio atterrita. Dal sangue, dall'inchiostro e dal pigiamino. E pure incazzata. Cribbio, che castigo esemplare  m'hanno inflitto, per uno stupido SMS, gli implacabili giudici pop-up della mia mente.

sabato 25 giugno 2011

Silly simphonies

Il mio ufficio, punta di diamante dell'amministrazione regionale, dipende dalla Direzione Agricoltura, e difatti, in linea con le sue competenze istituzionali, è popolato di animali da cortile come nella canzoncina de La Vecchia Fattoria del Quartetto Cetra buonanima.

Ci si incontrano papere iperattive starnazzanti, vecchie galline ché fan sempre buon brodo, una covata di imberbi pulcini appena usciti dall'uovo, qualche maiale, svariati asini, certi che si credono tori e invece sono tuttalpiù pii bovi, un paio di gatte costantemente occupate a leccarsi il pelo e affilarsi le unghie, due o tre topi di fogna, parecchi struzzi, conigli, pecore e capre in gran quantità; e ci sarei pur'io, che, dopo essermi a lungo creduta un'aquila - non tanto per l'acume, quanto per le grida acute e stridule emesse, anche in assenza di mia volontà, dalle mie corde vocali quando mi agito (il che capita spesse volte al giorno) -, solo di recente mi son scoperta mangusta, animaletto minuto ma tenace, capace di uccidere i serpenti.

E poi c'è pure (come poteva mancare ?) il cane da guardia. Un rozzo cubo di donna sessantenne dalle dimensioni di un metro per un metro per un metro, con quattro fili di stoppa giallastri sulla testa pelata, gli occhietti da faina e la bocca da mastino napoletano, di temperamento aggressivo e tracotante, fornita per beffa di un nome che, associato al cognome, evoca la dolcezza di giornate all'insegna del supremo sentimento che muove il cosmo, e a cagione di questa imbarazzante incongruenza familiarmente apostrofata coll'avulso e ben più idoneo appellativo di Cerbero.

Il Cerbero in questione alloggia in una cuccia di fronte alla porta d'ingresso - accanto alla postazione del vigilante pistolero che credo tenga l'arma scarica al mero scopo di evitare di esser tentato di usarla contro di lei - assicurata alla medesima da una catena di lunghezza tale da consentirle una fin troppo eccessiva libertà di movimento. Vero è che, pigra e sfatta com'è, e di scarsa fantasia, passa la più parte del tempo a vegetare nei pressi della tana: sfasciata su una sedia, lamentandosi delle correnti d'aria se è inverno e del caldo se è estate, schiavizzando il ritardato mentale dell'ufficio (funzionario apicale, essendo stato ai suoi tempi raccomandato dai buoni amici del padre generale) per imporgli ogni genere di commissioni, terrorizzando e molestando gli sventurati utenti sui quali è convinta di avere diritto di vita e di morte (come se avesse sospeso sulla testa un cartello colle terzine del padre Dante: Per me si va nella città dolente, per me si va nell'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente... lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate) e sparlando di tutto e di tutti, sarebbe arduo stabilire se con più protervia o più livore. Ma siccome, similmente a quando i raggi di sole penetrano talvolta a sorpresa in una cantina polverosa, anche nella sua mente angusta ogni tanto fa breccia un barlume di noia, o un fremito di smania, ecco dunque che, spezzando la piatta monotonia della sua esistenza, in quei frangenti prende a perseguitare qualcuno che le sta a tiro; purché sia molto vicino e molto visibile, posto che la sua accidia e la limitatezza della catena non le consentono di spingersi oltre l'orizzonte del corridoio tra la porta del piano e la stanza del dirigente, quattro passi più avanti del gabinetto. Di norma le sue torture hanno dunque come destinatari privilegiati: i già summenzionati utenti; le donne delle pulizie, verso le quali si atteggia a kapò; e in generale le persone che il suo bizzarro criterio di interpretazione del mondo le fa percepire detentrici di un potere che ostacoli il suo: fra cui colei che del dirigente è segretaria (che sarei io), verso la quale rivolge, con tipica italica codardia, anche gli strali diretti al superiore.

Già ad incattivirla, nell'ultimo anno, erano intervenuti diversi fattori destabilizzanti: in primis il fatto che, nel restringersi dei nostri spazi a seguito del forzato trasferimento dal primo al quarto piano, aveva perso l'uso dello stanzino alle spalle della sua postazione dove sbafava a pranzo vivande come fosse stata all'osteria, i piedi sotto il tavolone con la tovaglia di plastica a quadretti, i rivoli di sugo che scendevano ai lati della bocca, la TV accesa, e il fornello da campo sul quale era adusa scaldarsi le pietanze, tra le quali i broccoli del cui odore spesse volte impestava tutto l'ufficio, con disdoro del personale e sconcerto dell'utenza (anche se forse l'appartenenza alla Direzione Agricoltura dava un che di folkloristico alla circostanza, che sarebbe risultata probabilmente ancora più bizzarra in una struttura della Direzione Personale, o Cultura, o Sanità). Ma la situazione si è aggravata con l'avvicendamento dei vertici avvenuto a metà dello scorso aprile, quando al precedente dirigente coniglio che abbassava le orecchie al suo cospetto è subentrato l'attuale, più tendenza gattomammone incrociato con volpe e cane bulldog, davanti al quale ha dovuto riottosamente abbassare le orecchie lei. La situazione si è così fatta sempre più incandescente di pari passo con il montare del suo dispetto - sgarbi, musi lunghi, complotti alle spalle, risposte sfrontate, verso cui ho ostentato indifferenza e anche una certa dose di snobistico distacco -, fino ad esplodere due giorni fa.
E' quasi l'una di pomeriggio di un giovedì, il capo è fuori in missione come i tre quarti dei funzionari tecnici, siamo quattro gatti in un ufficio insolitamente tranquillo e io pregusto già l'incipiente week end (per il mio part time ad abbattimento verticale il giovedì è l'ultimo giorno lavorativo della settimana), quando mi si para davanti d'improvviso un giovanotto a me non sconosciuto, dipendente di un patronato che segue parecchi nostri utenti, con un sorriso incerto e un po' implorante sulle labbra e una pila di richieste di partecipazione al corso propedeutico all'ammissione all'esame per l'ottenimento dell'autorizzazione all'acquisto ed all'uso di presidi fitosanitari di I e II classe. Un fascio di domande, almeno una ventina, se non più.
"Scusa, Cri, se sono entrato, non sapevo delle nuove disposizioni. Domenica m'ha fatto provare, ché magari tu me le prendevi lo stesso le domande al protocollo... M'ha detto che mi faceva passare, che vedessi io, se per caso tu non ti arrabbiavi e me le accettavi lo stesso, per stavolta."
Io lì per là non connetto. Poi ricordo l'ordine di servizio, da me scritto su incarico del capo, che recita "a partire dal 1° di giugno, per motivi organizzativi, la documentazione recapitata a mano verrà accettata per la protocollazione solo nei giorni di apertura al pubblico, lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore etc alle ore etc."
Mi monta il sangue alla testa. Cerbero è una che non fa entrare manco la Vergine di Fatima fuori orario. L'ha fatto passare, questo qui, perché sua figlia lavora nella stessa organizzazione, perché il capo non c'è e perché vuol mettermi davanti al fatto compiuto, per far capire al giovanotto chi comanda.
Cerco di star calma, perché non voglio prendermela col ragazzo, con cui ho sempre avuto ottimi rapporti. Ad aggravare il mio disagio c'è il fatto che, come del resto la maggioranza della gente che si rivolge a noi, lui è venuto da fuori Roma, dalla provincia. Si sarà fatto, boh, almeno trenta o quaranta chilometri sotto al sole, e ora sono io quella che deve dirgli che se li è fatti per niente. Doveva essere respinto alla porta - l'avviso ha motivazioni molto fondate, è stato affisso da molto prima del primo giugno non solo all'entrata ma in ogni curva del corridoio e ribadito anche oralmente a chiunque si sia presentato ogni volta proprio per evitare situazioni incresciose di questo tipo, il suo patronato sicuramente ne era avvertito, e se si deroga con uno poi lo si dovrà fare con tutti. Ma lui ora è davanti a me, e io devo dirgli che dovrà tornare domani. E non doveva arrivare da me. Non doveva proprio varcare la soglia, Cerbero sta lì per quello, per quell'unico motivo piglia lo stipendio.
"Scusami, sai, non è che dipende dal fatto che io mi arrabbi o meno. E' che, se adesso ti accetto queste venti e passa domande, sarà il capo ad arrabbiarsi con me. Non posso disattendere un ordine d'ufficio, tanto più in sua assenza."
Stiamo in un penoso impasse per una decina di minuti, poi mi viene un'idea. Gli faccio portare le domande sulla scrivania del funzionario competente, che lo conosce. Poi lui domani le porterà al protocollo, e la consegna sarà stata rispettata senza che il ragazzo abbia dovuto rifarsi tutta la strada un'altra volta.
Poi però, perché questo non accada più, e chi ha orecchi per intendere intenda, citofono a Cerbero, e le dico con tranquillità ma anche con severità che lei non doveva farlo passare questo ragazzo, e che il fatto non si ripeta, altrimenti sarò costretta a dirlo al dirigente.
Lei mi chiude il telefono in faccia. Faccio per richiamarla, ma non mi risponde più. Sto per alzarmi e andarglielo a dire di persona, ma non faccio in tempo a girare intorno alla scrivania che me la trovo davanti. E' venuta lei da me, e urla e fa gestacci, attirando l'attenzione di tutti i colleghi che si precipitano dalle varie stanze in mezzo al corridoio.
E' un fiume in piena: grida che non mi devo permettere di dirle quello che deve e non deve fare, che me la tiro, che non sono nessuno, che lei fa entrare chi le pare e piace perché tanto qui s'è sempre fatto così. Io mi altero e grido anch'io, le intimo di uscire dalla mia stanza. Lei risponde: "manco per niente! Esci tu!"
Il mio collega di protocollo osserva la scena tra l'incuriosito e lo stupefatto. Il ragazzo del patronato, che nel frattempo ha depositato come d'accordo le domande sul tavolo del mio collega, è imbarazzato e mortificato. Accorrono la mia amica Louisa, una dei responsabili dell'ufficio, e Adriana, la responsabile del personale.
Cerbero è un cane, io son mangusta. E' una lotta per la supremazia che ha davvero dell'animalesco. E se io adesso mi lasciassi trasportare, come mi è successo molte volte in passato, verrebbe fuori una piazzata dove l'avrebbe vinta il più volgare, il più arrogante, il più feroce: lei. Che, nella confusione, potrebbe pure alleggerirsi di torti, ed ammantarsi di ragioni. Quando si urla in due, è come nelle constatazioni amichevoli di incidente, quando le Assicurazioni, per non sbagliare, penalizzano tutti e due i contendenti.


E allora faccio una cosa mai fatta prima: e mi accorgo di stare per farla, e di volerla fare, per un senso di luminosa consapevolezza che mi accende il cuore e mi schiarisce la vista, mostrandomi la strada per il cielo: mollo.
Tatticamente, strategicamente, mollo.
Mi avvicino a Cerbero. Le poggio teneramente una mano sulla spalla, con calore, carezzevole. Le sorrido.
"Va bene. Ci siamo dette tutto. Adesso esci, Domenica. Va', cara."
Lei impazzisce, ed esplode. E nel momento in cui esplode so di aver vinto. Lo so, e lo sento pure, perché si gira, divincolandosi, mi guarda con occhi spiritati, mi stritola il braccio destro con la mano sinistra - a distanza di due giorni lì ora c'è un livido di qualche centimetro - e con la destra molla pure lei. Mi molla un ceffone che mi scardina quasi la mandibola.
Per un millisecondo il tempo si ferma, cristallizzato nell'assurdo. Tutti, compresa lei, sembriamo statue di sale. Mi ha percosso, non per difesa, davanti al capo del personale, a parecchi altri colleghi e ad un utente.
Mi riscuoto io per prima. La sorpresa, e l'intontimento della botta, mi fanno salire alle labbra un risolino che pare imbestialirla ancora di più.
Per fortuna si rianimano pure tutti gli altri. In una sequenza tragicomica Adriana, sconvolta ma pacata, le intima di smetterla, e la minaccia di una lettera di richiamo. Louisa cerca di farla ragionare. Ma soprattutto il ragazzo, disperato per sentirsi causa del trambusto, d'istinto le afferra le braccia e la tiene ferma per quanto può, sudando come una bestia per lo sforzo, mentre lei, come impazzita, mi vomita addosso un ammasso di ingiurie e cattiverie e appare evidente che nemmeno ce l'ha più con me, ma con qualche suo fantasma interiore che deve perseguitarla senza pace, e se non fosse trattenuta mi salterebbe addosso per spaccarmi le ossa. E io, per converso, più lei alza la voce più l'abbasso, sorridendo, e ripetendole solo ossessivamente: "tu stai male, Domenica, tu stai male."
La portano via, finalmente, piangente di rabbia e di un'angoscia che le trabocca dalle viscere e si riversa fuori, squassandola, mentre io mi strofino il mento con una serenità che non ho mai provato prima, e una bizzarra simpatia per il povero Cerbero, per quel cuore di cane prigioniero del suo dolore infantile ed animalesco, che io conosco e riconosco perché è stato anche il mio, ma da cui oggi, con un colpo d'ali, mi sono innalzata.


Ed è così che scopro, con stupore e commozione, che, alla mia tenera età, forse sto cambiando davvero.







domenica 19 giugno 2011

L'Amore crea la Bellezza



A Fanny Brawne
Shanklin, Isola di Wight, giovedì 1 luglio 1819
Mia carissima signora,
Sono felice di non averti potuto spedire la Lettera che ti avevo scritto martedì notte, somigliava troppo a una lettera presa dall'Eloisa di Rousseau. Stamattina sono più ragionevole. La mattina è il momento più giusto per scrivere ad una bella Ragazza che amo così tanto: perché di notte, quando il giorno solitario si chiude, e la Camera solitaria, silenziosa, senza un suono, si apre ad accogliermi come un Sepolcro, allora credimi la mia passione prende interamente il sopravvento, allora non vorrei assolutamente che tu vedessi gli slanci a cui mai avrei creduto di potermi abbandonare, e di cui spesso ho riso vedendoli in un altro, perché temo proprio che penseresti di me che sono o troppo infelice o forse un po' folle. In questo momento sto alla finestra di un bellissimo Cottage, che dà su uno splendido paesaggio di collina, con sullo sfondo di sfuggita il mare; è una mattina molto bella. Non so quanto potrei adattarmi a questo posto, forse mi piacerebbe vivere qui e respirare quest'aria e passeggiare libero come un cervo lungo questa costa meravigliosa, se il ricordo di te non mi opprimesse tanto. Non ho mai conosciuto una Felicità che fosse pura e che durasse per tanti giorni uno dietro l'altro: la morte o la malattia di qualcuno hanno sempre guastato le mie giornate, e ora che nessun problema del genere mi opprime, è duro, devi ammettere, che un altro genere di dolore mi perseguiti. Chiediti amore mio se non sei troppo crudele ad avermi irretito così, ad aver distrutto così la mia libertà. Confessalo nella Lettera che devi immediatamente scrivermi, appena ricevi la mia; inventa tutto quello che puoi per consolarmi; fa' che la tua lettera sia inebriante come un filtro di papaveri e mi ubriachi; scrivi le parole più tenere e baciale perché io possa almeno posare le labbra dove si sono posate le tue. Per quanto mi riguarda non so come esprimere la mia devozione ad una creatura tanto bella: ci vorrebbe una parola più luminosa di luminosa, una parola più bella di bella. Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo solo tre giorni d'estate, tre giorni così con te li riempirei di tali delizie che cinquant'anni di vita normale non varrebbero a contenere.


Giovedì 8 luglio 1819
Mia dolce fanciulla,
La tua Lettera mi ha dato un piacere che niente al mondo all'infuori di te può darmi: e sono davvero sorpreso che una persona assente possa avere un potere tanto forte sui miei sensi come quello che sento. Anche quando non ti penso sento la tua influenza, una specie di natura più tenera che si insinua dentro di me. Tutti i miei pensieri, le mie notti e i miei giorni più infelici non mi hanno affatto curato, mi accorgo, dall'amore del Bello, ma l'hanno reso così intenso che sto male per il fatto che non sei con me: oppure vegeto in una sorta di pazienza passiva che non si può certo chiamare Vita. Non sapevo prima di adesso cosa fosse quell'amore che tu mi hai fatto provare; non ci credevo; la mia Fantasia ne aveva paura, che mi potesse bruciare. Ma se tu mi amerai completamente, anche se ci sarà del fuoco, non sarà così forte da non poterlo sopportare - se lo inumidiremo con la rugiada del Piacere. Parli di "gente orrenda" e mi chiedi se dipende da loro il poterti rivedere. Cerca di capirmi, amore. Ti ho così dentro il cuore che mi trasformerò in un tuo Guardiano se qualcuno dovesse farti del male. Non voglio vedere altro che Piacere nei tuoi occhi, e Felicità nei tuoi passi. Vorrei vederti tra quei divertimenti che più si addicono alle tue inclinazioni e al tuo carattere; così che il nostro amore sia una gioia in più tra tanti Piaceri, piuttosto che un rifugio dalle preoccupazioni e dagli affanni. Ma dubito che, nel caso peggiore, io sia all'altezza di quello che dico: se vedessi che la mia determinazione ti fa soffrire, vi rinuncerei subito. Perché non posso parlare della tua Bellezza, dal momento che senza di essa non ti avrei mai amato? Non riesco ad immaginare che un amore come questo avrebbe potuto cominciare senza la tua Bellezza. Ci sarà senz'altro, e non ho intenzione di ridicolizzarlo, un amore per il quale posso avere il massimo di rispetto e che posso ammirare negli altri: ma non ha certo la ricchezza, la freschezza, la pienezza, e l'incanto dell'amore che provo io. Dunque lasciami parlare della tua Bellezza, anche se a mio rischio e pericolo; perché potresti essere così crudele da provare su un altro il suo Potere. Dici che hai paura che io possa pensare che tu non mi ami, dicendo così mi fai soffrire ancora di più per il desiderio di esserti vicino. Sto cercando di usare con diligenza le mie doti, non passa giorno che non butto giù qualche verso e non affilo qualche rima. Devo confessare (visto che ne stiamo parlando) che ti amo ancora di più perché credo che ti sono piaciuto per me stesso e nient'altro. Ho incontrato donne che avrebbero voluto sposare una Poesia e si sarebbero date con tutto il cuore a un Romanzo. 
(...)
Per sempre tuo, amore, mio!
John Keats

The mean reds

"Listen...you know those days when you get the mean reds?"
"The mean reds? You mean like the blues?"
"No... the blues are because you're getting fat or because it's been raining too long. You're just sad, that's all. The mean reds are horrible. Suddenly you're afraid and you don't know what you're afraid of. Do you ever get that feeling?"
"Sure."