mercoledì 10 ottobre 2012

Il male oscuro


"La maggiore incidenza della depressione sulla popolazione femminile, a prescindere dalle cause biologiche e ormonali di pertinenza della medicina, dal mio punto di vista di psicoterapeuta, rimanda a diversi fattori che hanno inevitabili ripercussioni sul piano psicologico.
Innanzi tutto, perché le donne attualmente non dovrebbero sentirsi deluse, insoddisfatte, scoraggiate? Se sono depresse, sono realiste. Malgrado l’equiparazione sulla carta dei diritti civili, nella pratica sono più che mai emarginate e risospinte in un ruolo subalterno. E’ un dato evidente: il ruolo femminile non si è evoluto secondo le attese degli anni delle grandi contestazioni. Le nuove generazioni, salvo qualche recente lodevole sussulto, sembrano avere abbassato le aspettative e rinunciato ad affermare aspirazioni più che legittime.
Un altro fattore predisponente alla depressione è quello che io chiamo “l’approccio sentimentale“ alla realtà, tipicamente femminile. Le donne vanno in depressione per eccessiva “partecipazione alla vita”: tutto ciò che fanno lo caricano di un investimento emotivo persino troppo intenso e un eccesso di dedizione. Questa attitudine a investire senza risparmiarsi genera un enorme dispendio di energie, da cui il rischio di ritrovarsi periodicamente svuotate. E, nella vita delle donne sempre così in affanno, manca spesso la possibilità di ricaricarsi andando alla ricerca di compensazioni gratificanti.
Infine, credo si sia alquanto persa di vista la dimensione collettiva, vissuta dalle generazioni passate con notevole passione e maggiore spirito di solidarietà, lasciando il posto a un individualismo disgregante. 

Prima di parlare di guarigione o prevenzione conviene considerare il fatto che la condizione umana e gli stati d’animo che la caratterizzano sono, per loro natura, variabili e altalenanti: la nostra emotività riflette gli alti e bassi della vita. Dobbiamo accettare il principio che la stabilità affettiva si fonda su un‘alternanza di esperienze felici e di altre insoddisfacenti o propriamente dolorose. Gli stati di crisi vanno comunque accolti perché, senza vissuti di sofferenza, di fallimento e di delusione, saremmo esseri incompleti. Oltre tutto, la depressione, dal momento che ci induce a un temporaneo ripiegamento su noi stessi e alla riflessione interiore, può essere utilizzata per accrescere la nostra consapevolezza, presupposto indispensabile per operare scelte più aderenti ai nostri bisogni .
Più che prevenire la depressione, dunque, occorre imparare a governarla quando si presenta, cercando di arginarne gli effetti più molesti e insidiosi. A tale scopo, conviene applicarsi con costanza alla ricerca di metodi di cura, non necessariamente farmacologici (escludendo naturalmente i casi di psicosi depressive o disturbi bipolari). Vale a dire: conviene adottare strategie correttive di comportamento, di abitudini di vita e di stile relazionale, puntando sui fattori che favoriscono il nostro benessere e la riconciliazione con la singolarità del nostro destino.
Le donne sanno essere particolarmente creative in questo programma di rinnovamento. Da questo sforzo di riorganizzare la propria vita, confidando nelle proprie risorse personali, deriverà una condizione di equilibrio dinamico che è tutto ciò in cui possiamo sperare per stare bene al mondo.  
Attraversare una crisi depressiva può costituire una sorta di vaccinazione che, in qualche modo, ci immunizza per il futuro. E, nel corso di eventuali ricadute, il malessere ci farà meno paura perché avremo a disposizione strumenti acquisiti nel corso della passata esperienza."


tratto da questo articolo scovato oggi su Repubblica on line.

martedì 9 ottobre 2012

Quando tutto cambia

Eccomi, finalmente! Vi ho trascurati tutti, sciagurata che sono! Devo ancora rispondere ai commenti del fantastico trio di ultimi carissimi amici che mi hanno scritto nel post precedente: lo farò quanto prima, giuro! Per ora li saluto qui: Ambra, Bruno, Sandra, vi mando tutto il mio autentico affetto!


E' che sono stata molto occupata con una mia nuova idea che mi ha assorbito completamente, data la bambina che sono.



Leggo oggi il bellissimo (al solito) post di Martina  e penso al mio voltare di pagina.

Perché questo mi è successo in questi giorni, ad andare da mercoledì scorso in poi.
"Volta la pagina, la puoi voltare": Martina la racconta, questa sua e forse anche altrui esortazione a se stessa,  per qualcosa di profondamente serio, profondamente incidente sulla sua vita.
Io questa esortazione me la sono fatta per mesi per una faccenda molto meno importante, molto più risibile di qualsiasi concreto vissuto. Ma non meno dolorosa. Perché, pur riguardando un avvenimento in sé inconsistente, è stata in grado di riattivare tutti i dolori pregressi della mia vita. 
(La causa di questo effetto: solo questo mi resta da capire. Ma sarà un percorso che farò autonomamente, per me stessa, perché riguarda solo me e non coinvolge nessun altro.)
Ho sofferto tanto, ormai è di pubblico dominio, per una persona, che è entrata nella mia vita prepotentemente, attaccandosi a me per sua necessità temporanea, e poi ne è uscita, altrettanto prepotentemente, senza preavviso.
Una persona che ho conosciuto sul web e poi ho frequentato anche nella realtà.
Fino a che non mi ha mollata.
Sì, signori. Sono stata mollata. Non ho vergogna ad ammetterlo.
E ho patito la sua mancanza stando male come un cane per tanto, tanto tempo.
Tutti mi dicevano "volta pagina!"; io stessa avrei dato l'anima per farlo: ma non mi riusciva. Ho pianto, spinto, tirato, riflettuto, cercato di farmene una ragione, argomentato, protestato, ingiuriato, poi ho pure taciuto, tentando di chiudere i contatti, di fare tabula rasa. Ma ero impaludata in una melassa vischiosa che mi aveva avviluppato e mi faceva soffocare, sprofondandomi sempre più giù in un abisso di malinconia, desolazione e disperazione.
Finché, improvvisamente, in occasione del mio compleanno, questa persona si è rifatta viva, in qualche minima maniera. Che era solo un manierismo. Ma a me lì per lì è sembrato di rinascere, per la speranza che quest'occasione pareva offrirmi di riappropriarmi del suo affetto. 
Forse c'era stato solo un brutto equivoco, tra noi, come diceva lei, che attribuiva a me la rottura. Incomprensioni che potevano sanarsi.
Nel giro di pochissimi giorni ho finalmente capito la verità. L'ho assorbita dai pori della pelle, mi è penetrata nella carne, non solo nella testa, dove avevo cercato di conficcarla invano per tutti questi mesi addietro.
L'ho captata da una sua telefonata, mercoledì scorso. Una telefonata fatta per prassi, per buona creanza. Dove si sentiva dalla sua voce il fastidio, l'assenza di interesse e di ogni minimo sentimento in lei per me.
E' stato come se finalmente mi cadesse un velo dagli occhi. E mi sono liberata.
Questa persona non esiste. E' aria. La relazione tra noi due, il suo bene, sono state tutte proiezioni della mia mente riflesse sullo spazio bianco che costituisce tutta la sua essenza.
E' vuota. E' un fantasma. Uno dei tanti che circolano qua dentro, e che si alimentano della vita degli altri, arraffando quello che trovano, senza manco stare ad andare per il sottile, senza discernere, senza nemmeno vagliare in base ad un proprio gusto.
Sono capitata io, poteva essere un'altra. Lei non mi ha mai manco vista davvero, non sa chi sono, non si è mai curata di saperlo. Perché tutto ciò che rientra nella sua sfera di interesse è il proprio basico, angusto benessere al grado zero dell'umanità, da procacciarsi in modo lucido e asettico, coattivo, senza odio né amore per l'individuo che va a colonizzare per ottenerlo.
Può una iena uccidere per cattiveria? Per rancore verso la sua preda? Certo che no. Semplicemente, ha necessità di nutrirsi. E' il cerchio della vita. Così va il mondo.
Non aveva dunque intenzione di farmi del male, no no. Non prevede, nelle sue azioni ed intenzioni, conseguenze in bene o in male. Doveva solo soddisfare le sue necessità. Nulla di personale: si è semplicemente nutrita di me in mancanza di pasti più appetitosi. Pure i leoni, quando non trovano carne, mangiano gli insetti. Mi ha assecondato perché non le costava niente. Ha continuato a frequentarmi come ultima spiaggia fino a che non ha trovato qualcosa che fosse meglio - meglio per i suoi standard, ovvio. E quando ha scovato chi era in grado di gratificarla di più nei suoi bisogni primari ha girato i tacchi ed è sparita senza manco darmi il tempo di rendermene conto.
E' una delle tante entità ectoplasmatiche che popolano questi luoghi virtuali. Gente che rovista nel mare della rete come in un cassonetto della spazzatura, sfoglia collezioni di esseri umani come fossero figurine, piglia e lascia le persone come i bambini al supermercato le cose sugli scaffali: vedono le caramelle, prendono quelle. Poi, se trovano i cioccolatini, lasciano cadere le caramelle. Senza riflessione, senza responsabilità. Dei Gurdulù che vanno appresso alle farfalle guidati esclusivamente dall'impulso, dalla volatile voglia del momento. Che passa repentinamente quando è soppiantata da un'altra, e allora si abbandona la precedente senza rimpianti né rimorsi.
Gente che non ha persistenza né consistenza. Che asseconda solo i propri stimoli finché li percepisce, senza scrupoli come può esserlo un neonato, incapace di distinguere il suo sé dal mondo circostante.
E lì ho avuto una folgorazione. Mi son detta, alla maniera di Pirandello: ma allora non è una cosa seria!
Così, dopo tanto penare, mi è venuta la benedetta ispirazione di scherzarci su. Di non pigliarla, e non pigliarmi, sul serio. Che c'è di meglio per ridimensionare una situazione che vederla con umorismo? Con l'umorismo si fa fronte anche alla morte. Campanile docet.
L'idea mi è venuta da una compagna di sventura, diciamo, che giovedì sera, su Twitter, in seguito ad una mia battuta spiritosa ha lanciato un cosiddetto hashtag, ossia, un argomento su cui chiacchierare: "DilloallaCri".
La mattina dopo, assecondando quell'improvvisa ispirazione, ho aperto una pagina su FB che si chiama giustappunto così: DilloallaCri. E ci ho messo come frase di lancio quel piccolo scambio di battute che mi era stato rivelatore, al telefono. (La mia risposta in realtà non m'era venuta subito. Ho dovuto ritelefonarle il giorno dopo per controreplicare.)
- Come va?
- Non mi posso lamentare.
- Ecco perché non mi cerchi più!

Con meticolosità ci ho invitato tutti i miei contatti, ci ho aggiunto un po' di cogestori - un paio amati e assidui frequentatori di questo blogghino - e ho cominciato a scriverci dentro.
Ecco un assaggio dei primi status. Ma nella pagina c'è molto di più.

"Primi rudimenti di apprendistato di laCri: laCri è prevalentemente femmina. Si osservano solo occasionalmente esemplari di laCri maschio. In questi individui il fenomeno è in prevalenza transitorio; mentre una laCri femmina è per sempre, un laCri maschio è sovente interessato da una momentanea ed isolata perturbazione psichica che cesserà al cessare della causa scatenante (una figa di legno o una troia, quasi sempre). Esiste tuttavia una ristretta tipologia di soggetti di genere maschile dove si ravvisa una tendenza laCri radicata e connaturata con intensità pari a quella delle femmine della specie.
Poiché quella tra una laCri e un casoumano è a tutti gli effetti una relazione, occorre, perché la dinamica si dispieghi in tutta la sua armonia e potenza di fuoco, che si sprigioni tra i due attori casoumano e laCri corrispondente una tipica sorta di vischiosa, più (da parte dellaCri) o meno (da parte del casoumano) larvata e ambivalente attrazione. Si è riscontrato che le interazioni più idonee all'armonioso sviluppo della stessa sono quelle formate da una laCri femmina piuttosto maggiore di età del suo casoumano, e da un laCri maschio coetaneo della sua casoumano controparte, con la quale si è incaponito perché, pur essendo tanto bisognosa d'affetto, non gliela dà. Questo perché, laCri femmine o laCri maschi, si ricade comunque nella conditio sine qua non ricordata dal Magnani nel post precedente, peraltro inscritta nel DNA della natura della specie laCri, connotante significativamente il legame ch'ogni laCri instaura con l'esemplare della specie casoumano: laCri è tale solo se va in bianco."

Man mano che scrivevo, ad ogni nuovo pensiero che formulavo, sentivo che mi lasciavo alle spalle un'ulteriore scoria, sedimento, incrostazione, che componeva un guscio di sozze squame le quali, via via che cadevano una dopo l'altra, andavano liberandomi una pelle liscia e vellutata, come stessi rinascendo. E aggiungendo dettaglio a dettaglio ci ragionavo come se fosse la prima volta, e me ne convincevo.
Così la mia paginetta, oltre ad essere un efficace diversivo ai miei pensieri ossessivi, è divenuta una sorta di autoterapia. Che ha contribuito a dare forza allle gambe su cui mi ero appena rialzata.
La dedico a tutte le donne che ho incontrato qui dentro che hanno patito storie simili alla mia. Sono tante. Alcune hanno subito esperienze molto più devastanti e difficili da archiviare. Altre non riescono ancora ad uscire dal gorgo.
Una di loro, domenica, mi ha detto "ti ringrazio, Cri. La pagina mi sta facendo tanto del bene."
Ecco, due cose ho imparato in questi due giorni. Una è che cambiare punto di vista può salvarti la vita. E che riuscire a ridere dei propri guai è un magnifico modo di mutare prospettiva.
L'altra è che sostenersi vicendevolmente moltiplica gli effetti benefici di qualsiasi azione.

Ah, ce ne sarebbe una terza.

Pensando che per contrastare un'attrazione potente occorresse la forza altrettanto potente di un'altra attrazione, disperavo di poter uscire da questa situazione anche per la mia scarsissima propensione a rificcarmi in un ginepraio di dipendenza con un'altra persona.
E invece è stata la creazione di questa pagina l'attrazione potente in grado di controbilanciare con piena efficacia l'altra. 
Un perfetto chiodo scaccia chiodo.
Solo che il chiodo sono io.
Ho finalmente sostituito nella mia testa l'immagine costantemente presente di quella persona con una molto più importante: la mia. Invece di appassionarmi ad un altro individuo, mi sono appassionata a me stessa. Invece di chiacchierare, passare il tempo, dedicarmi ad un altro ulteriore da me, ho chiacchierato, passato il tempo, mi sono dedicata a me. 
Ho riacquistato forma e dimensione. Le cose intorno a me hanno ripreso densità. Non sono più schiava. Sono libera, signora e padrona del mio cuore e della mia mente. Dove, ho scoperto, c'è un sacco inesauribile di roba interessante, divertente, stimolante.
Che meravigliosa sensazione. Dà senso alla vita, quel senso che temevo di avere perduto.
La auguro a ciascuno di voi, con tutta l'anima.


(Scusate la pessima impaginazione: blogger fa i capricci, e non ho più un amico che mi aiuti a districarmi tra i codici HTML...)

giovedì 4 ottobre 2012

Felicità tà tà

Ti ricordi, Cri? Di quando a cinque anni fosti spedita in prima elementare?
La classe, le compagne collegiali in divisa, i brutti grembiuli di nailon verde bottiglia, quei banchi neri, antichi, con il buco per il calamaio, troppo alti per una bambina tanto piccola. Suor Maria Rosaria, severa, brusca e distaccata come un sergente maggiore, ma rassicurante nella sua mancanza di tenerezza che ti risparmiava vischiosità emotive. L'indipendenza di sentirti lì una persona, un minuscolo individuo compiuto e autonomo. La meraviglia, la sorpresa, le scoperte. Il sillabario, le letterine da staccare, e da pescare nel grande sacco di riserva al centro dell'aula quando ti erano finite...
E quelle più usate di cui tutte facevano costantemente incetta, e per questo scarseggiavano, e allora tu eri costretta ad alzarti in continuazione e passare mezze mattinate immersa a testa in giù nel mare di cartoncini a rovistare, rivoltare tutti quei quadratini bianchi come chi cerca un ago in un pagliaio, borbottando.
"La mutolina, dov'è la mutolina? Uff, questa mutolina che va dappertutto, serve sempre e non si trova mai!"

E ti ricordi la tua erre moscia? Ti ci pigliavano in giro parenti e amici di famiglia da quando avevi cominciato a parlare. E tu, gran chiacchierona, ti ci irritavi e demoralizzavi, ma non riuscendo ad azzittirti mai non eri nemmeno in grado di sottrarti a quel gioco dove fungevi da zimbello.
"Cri, dai, diccelo ancora: giardino zoologico"
"GiaVdino zoologico"
"Ahahahahah!"
"GiaVdino, giaVdino, giaVdino!"
"Muahahahahah. Rrrosa, rrruota, rrrosso"
"Vvvosa, Vvvuota, Vvvosso!"
"Ihihihih. Dai, non ti dare per vinta, riprova!"
"Viprovo? Vvvvvvosa!..."
E giù risate.

Il dispetto e l'avvilimento per questo tuo difetto si era acuito a dismisura quando avevi dovuto cominciare a compitare il tuo nome e cognome gonfi di erre in classe, davanti a tutti.
"MaVia CVistina VecchiaVelli" avevi sbuffato, rossa in faccia per lo sforzo e la vergogna.

Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. E finalmente eri esplosa. Decidendo di risolvere il problema una volta per tutte.

"Perdindirindina" pensasti, perché nella tua mente la erre era sonora e perfetta "se gli altri sanno dire la erre posso farlo anch'io. Che sarà mai? Ci dev'essere un segreto, qualcosa che sbaglio. Voglio capire cosa"

Passasti così all'azione.

La prima operazione fu darsi ad una attenta e insistita osservazione dei movimenti facciali delle tue compagne mentre pronunciavano le parole incriminate. Scopristi così in breve che la criticità si annidava in una differenza di impostazione della lingua: mentre tu la appoggiavi all'arcata superiore dei dentini (ancora da latte), loro invece la ponevano a vibrare all'inizio del palato.

Il passaggio successivo fu sperimentare nella pratica ciò che avevi visto.

E come una logopedista consumata cominciasti di slancio tentativi di autocorrezione, badando bene a posizionare in modo ortodosso quel tuo piccolo e vivacissimo organo fonetico.

Ci riuscisti quasi al primo colpo.

Così, un pomeriggio di ottobre, tornasti a casa da scuola cresciuta di una spanna, fierissima, giubilante di felicità, e ti piazzasti davanti a tua madre per il tuo momento di gloria.

"Mamma, senti: GiaRRRRRdino zoologico! RRRosa, RRRuota, RRRosso! MaRia CRistina!!!!"

Persino tua madre strabiliò. Venne chiamata tua nonna, e strabiliò anche lei. E per una settimanella parenti ed amici dovettero ascoltare, come pena del contrappasso per i loro pregressi sbeffeggiamenti, schiocchi argentini, assordanti e prolungati, di rotonde e perfette erre ad ogni piè sospinto.

Passata la prima settimana di euforia, ti venne nostalgia della tua vecchia erre blesa. E una certa inquietudine nell'averla persa. Questa nuova Cri, diversa da quella di prima, un po' sconosciuta a se stessa, ti turbava.

Perciò tentasti di recuperarla. Che ci voleva? Non dovevi far altro che tornare indietro, rimettere la lingua al posto di prima e ripigliarti il tuo vecchio difetto di pronuncia. Era una cosa che potevi controllare, pronunciare la erre così o cosà. Questo pensiero ti rassicurò subito. E cominciasti a provare a far fare alla bocca il movimento di prima, a ritroso.

Solo che, per quanto ti sforzassi, non ci riuscivi più. Avevi compiuto un passo che pareva irreversibile. La Cri piccina era cresciuta, non poteva più decrescere.

"Mi piacevo di più prima" ti lamentasti, spaurita. Ma poi anche questo piccolo malessere passò. Rimase la tua bella erre sonora, testimonianza di una tua piccola grande impresa andata a buon fine senza l'aiuto di nessuno, solo con la forza, la capacità e la tenacia di una bambina di cinque anni.

Ora è uguale ad allora. Quello che hai capito ieri, quasi folgorata, il decisivo passo avanti che hai compiuto, è irreversibile. Non si può e non si deve fare retromarcia. Il velo che sei riuscita a toglierti dal viso non potrai più riappiccicartelo. Ancorarti a nostalgie, a vagheggiati rimpianti di affetto per un difetto non ti serve, è un tiro mancino, un dispetto che ti fa la tua mente. Non aver paura di essere cresciuta, e vai sfoggiando per il mondo a testa alta la felicità e la fierezza che ti senti dentro: la rotonda e sonora erre di "libertà".









martedì 2 ottobre 2012

I treni a vapore


Questo post l'ho scritto a luglio 2011.
Lo riposto perché mi è ricapitata oggi la stessa cosa, para para.

Tranne il fatto che in più c'è adesso per me la nuova consapevolezza di esser stata persa da due persone amate.
Due persone, un uomo e una donna, che ho amato più di me stessa. Dunque male.
Due persone che per me non scenderanno più da alcun treno.
Due paia di occhi scuri che oggi han lasciato il posto a due paia di occhi chiari. E da oggi in avanti.

Perché al loro posto, oggi, ne ho incontrate altre due. Un uomo e una donna - Silvia.
Occhi celesti lui, occhi verdi lei. Che mi hanno vista, oggi, e mi vedranno ancora.

Le cose cambiano. Non ci si può opporre al cambiamento.
E come i treni a vapore, di dolore in dolore, il dolore passerà.

Io la sera mi addormento e qualche volta sogno
perché so sognare...

Oggi sono andata alla Stazione Termini, ad accogliere la mia amica Silvia, che tornando dal sud verso il nord aveva quattro ore di buco che ha voluto dedicarmi.
Silvia è una donna speciale, una delle persone che ho conosciuto sul web, e che, senza questo ausilio, probabilmente nella vita non avrei mai incontrato. Perdendomi molto.

Sono un tempo fatato, per me, quelle brevi ore in cui persone invisibili che mi sfiorano con le dita su di una tastiera escono dallo schermo e diventano carne viva, palpitante. Con una voce, e un modo di camminare, e di guardarmi, di ridere, di mangiare un gelato.
E io che assaporo questi passaggi effimeri di vita, cercando di assorbirli, per ritirarli fuori da me quando quelle persone saranno di nuovo lontane.
Ad ogni incontro la confidenza si fa più naturale, l'affetto più caldo, il legame più profondo. E ogni incontro si sovrappone agli altri, e ad altri con altre creature che il mio cuore ha imparato ad amare e riconoscere come familiari.
Si cammina fianco a fianco, felici di essere insieme, di essersi ritrovati, e già proiettati nel prossimo distacco, e nella lunga lontananza che ne seguirà.

E ogni volta con l'ansia che, per i più svariati motivi, sia definitiva. 

E dopo l'addio si cammina verso casa, con un piccolo affanno nel petto, e quella separazione ne richiama altre, che pesano un po', ogni giorno, di un peso che al presente si rinnova, nel ripercorrere tragitti già percorsi, luoghi di appuntamenti passati, di incontri e di congedi, di sorrisi nel riconoscere i tratti di un volto che ci attendeva lì, in quel punto, quella volta, e invece oggi non c'è.

Quanto sono belli, i momenti in cui i miei sentimenti per amici di pixel si riscontrano con la realtà di un abbraccio forte, di due meravigliosi occhi verdi di una donna bellissima, di un dialogo di vita, tra un treno da cui si scende ed uno su cui si risale. E lo strappo finale, quando si riparte, e si aggiunge in un posto del cuore anche questo ricordo, accanto agli altri, che, subito ridestati, si fanno più vivi e più dolenti di nostalgia.


lunedì 1 ottobre 2012

The rime of the ancient mariner


Quando, dopo una lenta, estenuante agonia, a quasi novant'anni di età morì mia nonna, cupa e amara vecchia che aveva costituito l'unico mio possibile appiglio nella vita, lo choc fu immenso.
Era la mia prima esperienza di distacco: temuta e accarezzata ossessivamente nei miei incubi per tutto il tempo della mia infanzia e adolescenza.
Nulla poteva lenire il dolore, l'angoscia del vuoto nero che mi si apriva davanti. Nemmeno dolci ricordi. Lei non era mai stata una cara nonnina che leggeva favole, che preparava dolci, che carezzava amorevole, che consolava quando la mamma era severa. Era solo stata l'unico scoglio del procelloso mare dove mi era toccato in sorte di annaspare. Piccolo, scomodo, scabroso, tagliente. Ma non avevo altro a cui aggrapparmi per non affogare.
Mi ricordo che fin da piccolissima, per tenere a freno l'ansia, il terrore che mi provocava il costante pensiero della sua dipartita, avevo cercato più volte conforto in una solitaria fantasia in cui io mi sarei presa una sua sostituta per farle recitare la sua parte: una donna che avrei fatto vestire con i suoi vestiti, avrei fatto abitare nella sua casa, parlare come lei, agire come lei. Come se niente fosse stato.
Quest'illusione mi esaltava e mi acquietava per qualche minuto. Il tempo di sentire affiorare alla coscienza la consapevolezza, la desolazione, la disperazione della mascherata. Non c'era soluzione. "Ma chi voglio ingannare? Quella comunque non sarebbe mia nonna, e io lo saprei" mi diceva subito una voce interiore, ributtandomi nel gorgo nero della mia paura, più debole e atterrita di prima.

Quando è morta mi sono spezzata dentro. Non perché le volessi bene, non era questo. Forse lo dico ora, dopo aver fatto i conti con la sua immagine per tanti anni, e aver capito tante, troppe cose. Forse allora mi pareva di averla amata talmente che il dolore era insopportabile.

Poi, dopo qualche giorno, mi sembrò di stare già meglio. Lei non viveva più a casa sua, vicino a noi, da molti mesi, e apparentemente non era dunque cambiato nulla. Io avevo ventun anni, da poco avevo preso a lavorare, avevo il mio ragazzo, sempre quello, quello che oggi è mio marito, e credevo anche di avere una vita davanti, occupazioni, progetti, speranze, sogni da coltivare, in cui immergermi.

Ma col passare dei mesi il dolore, anziché attenuarsi, si intensificò. Guardavo la sua stanza, le sue cose, che non avevamo avuto il coraggio ancora di riporre, il suo letto, i suoi abiti, e la mancanza di lei diventava così tangibile da togliermi il fiato.  La sera, quando andavo a dormire, in un lettino che avevo appoggiato al suo, in senso inverso, il mio sguardo errava sui muri di quella camera come quello di un carcerato in una cella senza finestre. Dovevo arrendermi all'orribile, inaccettabile realtà. Quei muri erano il simbolo concreto di quelli, invisibili, che la separavano da me per sempre. Potevo pigliarli a testate, ma non si sarebbero frantumati per aprirmi un varco verso di lei. Io non potevo abbatterli per andarle incontro, lei non poteva attraversarli per tornare da me.
Così mi familiarizzai gradatamente, inesorabilmente, sera dopo sera, coll'idea che lei non sarebbe tornata mai più, mai più. Non ero una bambina, lo sapevo che era morta, al suo funerale ero quasi svenuta, e al ritorno avevo avuto una metrorragia. Eppure quel dolore subitaneo nulla aveva a che vedere con il lutto infinito che mi devastò in quelle sere, quello stillicidio straziante che mi teneva il cuore stretto in un pugno e toglieva suono alle mie grida mute.

Durò un anno, questo tormento che si alzava come uno tsunami nella mia anima. La prima estate senza di lei. Il mio primo compleanno. Il primo Natale. La mia vita, senza di lei.

Poi, dopo un anno, come era venuto passò. La clessidra del tempo era stata rivoltata, portandosi via, risucchiati da un turbine di sofferenza, i più vivi ricordi, le più vive sensazioni. Allora riuscii pure a svuotare il suo armadio, i suoi cassetti, senza sentirmi sanguinare dentro il petto.

Forse un anno è il tempo minimo necessario a ricoprire i ricordi. Ogni giorno ripassi sopra allo stesso giorno dell'anno prima, ed è dilaniante la memoria di quello che ci hai vissuto al giro precedente, ne hai una nostalgia inaudita, ti si schianta il cuore nel constatare la differenza, la perdita. Poi, quando ci ripassi la seconda volta, non è più così. Ci hai perso l'abitudine. Ci hai frapposto, finalmente, un'intercapedine.

Prego con tutta l'anima che sia così anche stavolta. Perché allora sono, sì, appena entrata nel vivo di un'ulteriore eruzione del magma di sofferenza che ho dentro, ma ho speranza che tra qualche mese scivoli via. E io possa finalmente arrendermi ad un'altra orribile, inaccettabile, straziante realtà, e seppellire un altro morto. Senza rimpianti, senza più dolore.

The Mariner, whose eye is bright,
Whose beard with age is hoar,
Is gone: and now the Wedding-Guest
Turned from the bridgeroom’s door.

He went like one that hath been stunned,
And is of sense forlorn:
A sadder and a wiser man,
He rose the morrow morn.

domenica 30 settembre 2012

giovedì 27 settembre 2012

Pink flamingos/2

E adesso, per celebrare degnamente lo sconfinamento delle 25.000 visualizzazioni di questo blogghino, facendo un po' la vaga nella speranza che passi inosservato salvando il mio onore - ché ci vuole una bella spudoratezza ad osare tanto -, tiro fuori dal fondo della pattumiera l'altro mio rifiuto musicale del cuore.

Ooooooh. Questo, più che un rifiuto, è una discarica intera. E' l'apoteosi dell'immondizia. 

Venditti non è solo melenso, gregoriano come Baglioni - la cui tendenza madonnara è incarnazione di una specifico e precipuo aspetto dell'indole trash, "de panza", della romanità. 
Venditti è il vessillifero di un'altra corrente, ancora più caratteristica: la paraculaggine.
Dopo i primi albori diffusamente "impegnati" in coppia con De Gregori, difatti, egli - vuoi per sua naturale inclinazione, vuoi per la discreta influenza di qualche addetto ai lavori che nella sua vocalità forse intravede prospettive di rientri economici da hit parade - scivola progressivamente dall'ispirazione alla commercializzazione. Per cui, dopo essersi mantenuto in precario equilibrio tra arte e mercato fino a Sotto il Segno dei pesci (uscito nel 1979), negli anni ottanta, pregni di edonismo reaganiano, si sbraca senza pudore, diventando un idolo del pop melodico con un'offensiva a palle incatenate di tre LP di seguito, uno più scafato dell'altro: Cuore, Venditti e Segreti, e - badaboum badaboum! - il grande botto di In questo mondo di ladri.
Io, ovviamente, li adoro tutti e tre. Sono la colonna sonora della mia giovinezza, delle mie timide speranze, del mio aprirmi alla vita. Cuore, del 1984, sono i miei vent'anni. Con Venditti e segreti, 1986, comincio a lavorare in mezzo alla gente che lascerà un segno perenne nella mia esistenza, nel posto dove passerò i tre anni più faticosi e più stimolanti della medesima. Con In questo mondo di ladri, nel momento clou, che come tutte le vette di massimo fulgore già porta in sé i germi della decadenza, mi congedo in bellezza da quel mondo che rimpiangerò per sempre per andare a seppellirmi nella pubblica amministrazione.
Mi ricordo sabati e domeniche passati a studio, con il mio amato capo che si affacciava a dare uno sguardo, ancora più bello e cool nei vestiti informali del week end. Mi ricordo nottate passate a quadrare bilanci, o a lavorare per la verifica della Guardia di Finanza, intermezzate da certi pasticcini raffinatissimi che lui ci portava per confortarci e coccolarci un po', e da tanta musica. Questa.

E da In questo mondo di ladri, siore e siori, ecco la punta di diamante, la canzone più ruffiana che Venditti abbia mai scritto, che non a caso egli sostiene essere la sua preferita.
E' anche la mia.
E ogni volta che la risento la dedico nel mio cuore melenso a coloro che nel mio cuore dimorano.

Ricordati di me.


(Sniff. Questa musica mi rende sempre felice. Come sono banale...)

martedì 25 settembre 2012

È la fede degli amanti | come l'Araba Fenice | che vi sia ciascun lo dice | ove sia nessun lo sa

"Ci sono diversi tipi di amicizie. Io distinguo tra amici e amici stretti. L'amicizia stretta è sempre un impegno: non puoi avere un amico stretto se tu sei amico di qualcuno e quello non è amico tuo. Se hai un amico stretto hai fiducia incondizionata nell'altro e viceversa e questo tipo di amicizia si accompagna all'amore, a quel tipo di amore che può forse avere anche una dimensione erotica, sebbene non una dimensione sessuale. L'amicizia che non è amicizia stretta è qualcosa di diverso. Siamo amici perché siamo coinvolti nelle stesse cose, abbiamo interessi comuni, ci sentiamo molto vicini l'un l'altro ma non è lo stesso tipo di impegno assoluto che esiste nell'amicizia stretta."