venerdì 26 dicembre 2014

Still Wie Die Nacht

Non ho mai amato il Natale. Non tanto perché da bambina i regali me la portava la Befana (nella mia famiglia disfunzionale i danni venivano accresciuti dalla schizofrenia affettiva dell'esser, sì, maltrattata come una bambola di pezza, trovando però poi sempre il 6 gennaio il tavolo della sala da pranzo stracolmo di doni), com'era usanza romana ai miei tempi non consumistici, quando ancora Babbo Natale risultava, assieme alla Coca Cola, una roba americana, e la festa di Halloween manco si sapeva che esistesse. Non l'ho mai amato perché è una festa meravigliosa e impietosa, che per essere goduta presuppone la condivisione di un sentimento collettivo di serenità e sicurezza che viene dalla certezza di essere benvoluto e di avere un posto nel mondo: certezza che mi è stata preclusa sin dai miei primissimi anni di vita.
Ho invece sempre amato tantissimo Bruno Bettelheim, psicoterapeuta naturalizzato americano, direttore della Chicago Orthogenic School per bambini psicotici, pioniere delle cure della sofferenza psichica dell'infanzia, che ho conosciuto attraverso il suo libro Il mondo incantato durante il seminario sulle fiabe facente parte dell'esame di psicologia dell'età evolutiva (voto: trenta e lode), il mio primo e unico sostenuto in quella facoltà.
Divenuta madre ho spesso consultato, tra tutti i suoi, Un genitore quasi perfetto, celeberrimo testo che esplora con semplicità, saggezza, delicatezza ed ottimismo, le gioie ed i problemi che sorgono nel rapporto quotidiano con i figli. Credo di averne prestate - e mai recuperate - almeno dieci copie, ogni volta ricomprate nell'ennesima ristampa.
Tra i vari capitoli, gli ultimi tre, dedicati alle feste, mi hanno sempre commosso, come mi commuove qualsiasi cosa di cui intuisco e quasi sfioro la bellezza senza riuscire ad accedervi.
Il terzultimo si intitola "Giorni incantati".
"(...) La cosa straordinaria della magia buona dei giorni di festa è il suo potere di conferire sicurezza per tutto l'anno, quando più se ne ha bisogno, nelle situazioni più buie. I bambini lo sanno e, lasciati a se stessi, ricorrono alla forza simbolica che emana dallo spirito della festività per ricevere sostegno morale nei momenti di disperazione. Ce lo dimostra il seguente episodio, riferito dalla psicoanalista svedese Stefi Pedersen.
Quando i nazisti occuparono la Norvegia, la Pedersen fece da guida a un gruppo di profughi, tra i quali molti ragazzini, in fuga nel cuore dell'inverno attraverso le alte montagne che dividono la Norvegia dalla Svezia. Poiché la scalata era difficoltosa ed era vitale compierla nel più breve tempo possibile, tutti avevano dovuto portare con sé solo il poco bagaglio che erano in grado di reggere sulle spalle. (...) Guardando per caso nel sacco di uno dei bambini, Stefi Pedersen vide tra le poche povere cose che vi erano contenute una stellina d'argento, di quelle che si appendono all'albero di Natale. (...) Guardò anche negli altri zaini, e in tutti trovò decorazioni natalizie da pochi soldi, stelle e campane di cartone ricoperto di carta argentata. Erano quelle le cose che quei bambini (perlopiù di religione ebraica, ma di famiglie assimilate, che nel Natale non celebravano un evento religioso, ma una festa della famiglia e soprattutto una festa dei bambini) avevano scelto di portare con sé dalla Norvegia, a preferenza di qualunque altro bene: per il resto, avevano soltanto i vestiti che portavano indosso. Stefi Pedersen ne concluse che si erano portati via quei simboli di un passato felice perché essi soltanto avrebbero potuto irradiare una luce di speranza dentro la buia angoscia di un viaggio verso l'ignoto."
(---) "Le persone che da bambine hanno passato dei Natali particolarmente infelici, tendono per tutta la vita a soffrire di gravi depressioni intorno al periodo natalizio, mentre quelle che da bambine hanno vissuto esperienze felici a Natale non soffriranno in seguito di depressioni in quel periodo, neppure se hanno una vita dura e sono soli."
Insomma, la ricorrenza del Natale - che è festa religiosa e pagana, rito ancestrale di speranzosa evocazione della luce nel cuore della notte più lunga, del buio più profondo, dell'inizio dell'inverno, gioiosa celebrazione del sole che torna a salire sopra la linea dell'orizzonte e della conseguente rinnovata promessa della rinascita della vita e della terra nella prossima primavera - è un evento non neutro, con cui fa i conti l'inconscio collettivo, perché tocca corde essenziali della nostra umanità e del nostro rapporto con i nostri simili e con gli altri esseri viventi, con l'universo che ci circonda e ci sovrasta, con lo scorrere del tempo. 
Ma nei bambini, che ancora nulla sanno delle fatiche e delle angosce della vita, che cosa simboleggia quella luce di speranza, da dove attinge la sua fiamma?
Bettelheim lo spiega quasi alla fine del libro, nelle ultime pagine dell'ultimo capitolo.
" (...) tutti i bambini si domandano che effetto abbia fatto il loro arrivo ai loro genitori, se sia stato accolto con gioia oppure no. Perciò, qualunque festività che celebri la natività ha un effetto rassicurante, e tale appunto è l'evento che più evidentemente il Natale festeggia. La gioia con la quale il Cristo bambino viene accolto nel mondo, la felicità non solo dei suoi genitori ma anche dei pastori e dei tre Re Magi, viene assunta dal bambino come segno che la sua nascita fu un avvenimento gioioso per i suoi genitori e per la collettività, visto che tutti festeggiano il Natale."
Ecco qual è la luce del Natale per i piccoli: la certezza che la loro venuta al mondo sia stata una festa. Una festa talmente importante che ha segnato il corso della storia e che anno dopo anno ricomincia: una festa che li riguarda, poiché, se è Gesù che nasce, i regali in realtà li ricevono loro, ed è dunque evidente la loro associazione a quella nascita: è chiaro che è anche la loro nascita, insieme a quella di un dio bambino, che si festeggia.
Ecco, a me è mancata del tutto questa certezza fondamentale. Ogni giorno della mia esistenza recava un messaggio contrario a questo, un messaggio che mi si imprimeva nel cervello e nell'anima ogni volta con più chiarezza. Per cui per me il Natale è sempre stato un periodo dolceamaro, qualcosa di cui afferravo echi, strappavo briciole argentate, senza diritto a parteciparne. Fare il presepe, l'albero scintillante, camminare sotto le luminarie delle strade, in mezzo alle melodie sfumate delle carole suonate dalle zampogne era solo un'occasione di rimpianto per un eden da cui ero stata estromessa, un banchetto dove m'ero sempre sentita fuori della porta, non invitata, mentre gli altri all'interno si divertivano ed erano felici.
Quest'anno, invece, per la prima volta, io lo sento, il Natale. Lo comprendo, oltre ad intuirlo.
Quest'anno non ho fatto presepi né alberi addobbati. Perché non ho bisogno di luci, intorno a me.
Perché quest'anno la luce la sento dentro, mi si è accesa nel cuore.



Still wie die Nacht 
und tief wie das Meer, 
soll deine Liebe sein!
Wenn du mich liebst, 
so wie ich dich, 
will ich dein eigen sein.
Heiß wie der Stahl 
und fest wie der Stein 
soll deine Liebe sein!



martedì 23 dicembre 2014

Le invasioni barbariche

E' di oggi la notizia dell'interruzione del concerto alla Scala da parte del direttore d'orchestra Daniel Barenboim - non esattamente il primo che passa per strada, come si dice dalle mie parti - infastidito oltre ogni limite di sopportazione dall'incessante, esecrando e villano scrosciare del flash del cellulare di una signorina che invece di ascoltare con attenzione, compostezza e, direi, pudico rispetto, la delicatissima sonata di Schubert appena iniziata nella magia di un soffio di "pianissimo" e "moderato" si dava alla fotografia compulsiva. Di che, poi, non è dato intuire.

Io stessa ho assistito, nell'agosto del 2013, disorientata e poi pietrificata dallo choc, all'improvviso infrangersi della quarta parete da parte di un esasperato Maurizio Donadoni, precipitato bruscamente sulla terra assieme a tutto il pubblico dalla sospensione dell'incanto del Riccardo III a causa dell'improntitudine prossima alla bestialità di una cretina che, nell'arcano e fiabesco scenario del Globe Theatre, seduta in primissima fila proprio sotto l'attore, continuava imperterrita, nel bel mezzo del suo monologo più intenso e terribile, a messaggiare sul suo cellulare.

Di tante tragedie e minacce che ci circondano questa, che sembra così di poco conto, mi appare invece una delle più odiose e insidiose. Perché misura con impietosa esattezza l'ampiezza del vuoto cosmico dilagante nelle menti e negli animi di tanti membri del consesso umano.

L'incredibile progresso tecnologico sembra direttamente proporzionale al regresso antropologico. Gli effetti sono abnormi, le conseguenze difficilmente quantificabili.

Per ora assistiamo, spettatori inermi e impotenti, all'avanzata dei nuovi barbari: i quali, al posto della clava, agitano forsennati il telefonino. Non meno dotato di potenzialità distruttiva.

sabato 13 dicembre 2014

The age of innocence

Sono stata una bambina maltrattata e abusata. Non da estranei, ovviamente, ma proprio da coloro che avrebbero dovuto essere i custodi della mia vita, il porto sicuro della mia esistenza, la fonte primaria, essenziale, dell'amore e della considerazione per la mia piccola persona. Sono stata vessata, brutalizzata, usata, manipolata, traumatizzata, terrorizzata. E convinta, sì, sono stata convinta, da loro, che mi meritassi tutto questo, perché ero cattiva. Che la colpa di tutto questo fosse mia.

Ce ne hanno messo, per piegare la mia forza di volontà, la mia audacia infantile, la salda e incorrotta fiducia in me stessa, la mia vivacità incomprimibile, tentando con ogni mezzo di spaccarmi dentro. Nonostante i loro sforzi inesausti, la loro furibonda tenacia, sono riusciti, certo, ad incrinarmi giorno dopo giorno, in uno stillicidio atroce, incessante, ma non a rompermi. Mi hanno aperto delle crepe profonde, ma non sono riusciti a farmi a pezzi.

Oggi non mi importa più di quello che mi hanno fatto. Oggi riesco a pensare che l'hanno fatto a una bambina e io non sono più una bambina. Che perciò ora posso sopportarlo, posso assorbirlo dentro la mia carne. Che non è più grave, non fa più male. Che posso persino amarle, le violenze che ho subito, perché sono parte di me stessa, quella me stessa che ho finalmente imparato ad amare, che oggi amo, tutta intera. Che oggi persino quelle mi sono care, perché anche quelle sono me, mi appartengono, mi costituiscono, mi definiscono per quella che sono, unica, inconfondibile.

Però, se mi guardo indietro, mi dico: è stata davvero solo questione di fortuna. E' senz'altro solo per immensa buona ventura se, divenuta adulta, e cimentatami nei panni di moglie, e madre, nel vano tentativo di riavvolgere il nastro e costruirmi un'esistenza con una storia e un finale più felice, i miei cattivi spiriti, tormentandomi senza darmi requie, non sono tuttavia riusciti a farmi varcare l'infinitesimo limite, la millimetrica soglia che separa la normalità dalla tragedia, la terra ferma dal baratro. Forse è stato per grazia celeste, o per mero accidente, che quella notte in cui la giacobina di un mese e mezzo urlava per la fame io, afferrato il coltello del pane in preda al panico e all'angoscia per le sue grida, mi sia tagliata di netto la punta del dito invece di tagliare il suo tenero corpicino. Ed è senz'altro pura botta di culo se, esasperata dal pianto di ambedue i miei figli neonati che mi trivellava interiormente e rimestava nella carne viva delle mie ferite, io non ho mai procurato loro danni cerebrali permanenti nello scuotere violentemente le loro carrozzine in preda a raptus omicida. E so solo io lo sforzo terribile che in un paio di occasioni ho dovuto compiere su me stessa per non afferrarli e scaraventarli fuori dalla finestra, letteralmente.

Per tutto questo io oggi dico - di una ragazzina divenuta madre a diciassette anni; una ragazzina per cui la sua propria madre, che l'ha concepita con un uomo che non è suo marito e cresciuta indifesa e discriminata nella più completa ignoranza della questione, che di questa verità a cui le ha negato accesso per tanto tempo l'ha resa edotta vomitandogliela addosso solo durante la sua adolescenza, oggi, tramutatasi nella sua più accanita e feroce accusatrice, svelando così profondi sentimenti di odio e rancore nei suoi confronti, ipotizza scenari di efferata spietatezza, essendo capace, secondo quanto riportano i giornali, di affermare "era violenta già a sette anni" -: nessuno tocchi Veronica, Veronica è mia.



venerdì 12 dicembre 2014

Il boom


La madre di tutte le stragi.

Che in questi giorni, con la caduta del velo di Maya e la visione in piena luce di ciò che solo a chi voltava la testa dall'altra parte era occulto - il ritorno alla ribalta, anzi, la persistenza della presenza sulle scene della vita pubblica di terroristi coinvolti, per adempimento a volontà autoctone e terze, nelle vicende delle stragi di Stato assieme a servizi segreti deviati e associazioni a delinquere i quali tutti hanno continuato per tutto questo tempo a tessere le loro trame indisturbati fino ad avvilupparne completamente ogni ganglio della società e dell'amministrazione a tutti i livelli, dalla base ai vertici più elevati -, in questi giorni bisogna ancor più sforzarsi di non dimenticare.
Perché questa madre, a quanto pare, non ha ancora finito di figliare, e forse non lo farà mai.

Viva l'Italia. Del 12 dicembre.

domenica 2 novembre 2014

E la vita, la vita

A una settimana di distanza da un evento mai abbastanza celebrato e condiviso sui blog, su FaceBook, su Google + e su altre varie piattaforme dell'etere, finalmente anch'io riesco a trovare il modo di entrare qua dentro per partecipare alla gioia collettiva, e far partecipare gli altri della mia gioia personale.
La cronaca delle due gloriose giornate è stata egregiamente ed efficacemente narrata a parole da Sandra ed Ambra,  e con le grandiose immagini di Stefano  - due delle quali rubo per corredare il mio post, facendole ammirare qui sotto - ed Erika; uno splendido commento, mirabilmente contrappuntato dallo sfavillante e famoso Valzer di von Weber, è stato offerto in lauto pasto alle nostre menti e ai nostri cuori da Annamaria.
Con tanta grazia divina che mi ha preceduta, che mi resta da dire o da fare?
Solo tentare di catturare - come la versione della canzone qua sotto, cantata dal romano Baglioni e dal milanese Jannacci durante una memorabile puntata di Anima mia, programma TV che mi aiutò non poco a superare l'ansia e la fatica degli ultimi mesi della mia seconda gravidanza, quella da cui sarebbe saltata fuori, annunciandosi al mondo con una capriola, la giacobina - la scintilla scoccata tra una romana e dei milanesi: la quale, smaliziata, ironica e soavemente disincantata, ha dato luce e impulso a due giorni di vera vita, dove c'è "chi soffre soltanto d'amore", chi "continua a sbagliare il rigore", c'è "chi un giorno invece ha sofferto e allora ha detto io parto, ma dove vado se parto (sempre ammesso che parto)" ; dove "basta avere un ombrello che ti pari la testa", e tanto a noi nemmeno è servito, in una Milano agghindata di un sole fulgido come quello della più bella ottobrata romana. Dove c'è chi in fondo al suo cuore ha una pena, c'è chi invece ci ha un altro problema, e c'è sempre lì quello che parte, ma dove arriva se parte. Ciao!
(Alla prossima)







General hospital


Ciascuno ha gli amici che si merita.
Io ne ho pochi ma molto buoni, e tutti eccezionali ed originali.
Anche io, anche io, diranno tanti: l'affermeranno, son certa, pressappoco tutti quelli che passeranno di qui.

Ma un amico che se gli vai in casa tutta giuliva per raccontargli nei minimi dettagli e con molti "Ah!" e "Oh!" la cronistoria del felice incontro con un gruppo di comuni amici poi ti offre in contraccambio un triage come al Pronto Soccorso, schiaffandoti un dito dentro la macchinetta che illustra il responso sul tuo battito cardiaco e la tua ossigenazione, sfido chiunque sul punto!, scommetto che ce l'ho solo io.

venerdì 24 ottobre 2014

La piccola principessa

"Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso - la più ardua - è stata quella della libertà di assentire. Io volevo lo stato in cui ero; durante gli anni in cui dipesi dagli altri, la mia sottomissione perdeva il suo contenuto amaro, e persino indegno, se mi adattavo a considerarla un esercizio utile. Ciò che avevo, ero stato io a sceglierlo costringendomi soltanto a possederlo totalmente, e ad assaporarlo quanto più possibile. I lavori più aridi li eseguivo agevolmente, solo che mi sforzassi a prenderci gusto. Se un soggetto mi ripugnava, ne facevo argomento di studio; avevo l'accortezza di ricavarne motivo di gioia. Di fronte a un caso imprevisto, o disperato, un'imboscata, un fortunale - una volta prese tutte le misure concernenti gli altri - facevo del mio meglio per rallegrarmi del caso, per godere dell'imprevisto che mi si offriva, e l'imboscata o la tempesta s'inserivano senza fatica nei miei progetti o nei miei sogni. Persino immerso nella sciagura più tremenda, ho percepito l'istante in cui lo sfinimento le sottraeva un poco del suo orrore, in cui la facevo mia accettando di accettarla. Se mi capiterà mai di subire la tortura - e s'incaricherà la malattia, senza dubbio, d'impormela - non sono assolutamente certo di ottenere da me stesso, a lungo, l'impassibilità d'un Trasea, ma avrò almeno la risorsa di rassegnarmi ai miei lamenti. E in questo modo, con un misto di riserva e di audacia, di sottomissione e di rivolta ben concertate, di esigenze estreme e di concessioni prudenti, ho finito per accettare me stesso."

Leggo a spizzichi e bocconi - dopo una vita di scandalosa procrastinazione! - Memorie di Adriano; lo centellino, perché ad ogni incedere di pagina trovo nuove perle da serbare, altri ennesimi sunti imprescindibili sulla natura umana, la vita, le relazioni, e tutto ciò che lambisce o investe un individuo nel suo percorso terreno. Fermandomi, ogni tanto, per annotare una minima parte di quest'essenzialità che mi colpisce.
Oggi tocca a questi pensieri qua sopra, che io faccio miei in procinto di partire per Milano in vista d'un appuntamento - da me ardentemente agognato - con Ambra, Sandra e gli altri assieme a un'orticaria che si è stretta a me di tenerissima amicizia non dandomi requie da lunedì in simpatico sincrono a un doloroso reflusso gastro esofageo che dovrò tenere a bada alla stregua d'una domatrice di fiere per non farmi da esso rovinare il gusto delle prelibatezze che m'aspettano alla cena di sabato e al pranzo di domenica! Perché è solo accettando, incorporando, accogliendo gli imprevisti alla maniera degli eventi più fausti, per forgiarli, forgiando la mia propria esistenza, ch'io posso fungere, se non da imperatrice, almeno da piccola principessa di me stessa.

giovedì 16 ottobre 2014

The way we were

"!!! Pronto!!! Ma davvero sei tu??? Sei tu davvero???"
"Ciao, Cri. Ti disturbo?"
"Seeeeee! Certo che mi disturbi, e come no!"
"Sul serio, ti disturbo?"
"Ma che dici, tu disturbi? Tu? E poi come fai a disturbarmi? E' pomeriggio inoltrato e qui non c'è più nessuno, non sto facendo niente. Mica lavoro da un commercialista, io."
"Ahem. Ma è possibile che facciate tutti cinquant'anni? Vivo circondato da cinquantenni. Ma è proprio vero che hai fatto cinquant'anni anche tu?"
"Oddio, mi commuovi, te ne sei accorto solo dopo un mese. Ecco perché m'hai chiamato così all'improvviso! E com'è che ti viene in mente proprio adesso? Ah, ci so' arrivata! Ieri ha fatto cinquant'anni Fabio, tu gli hai fatto gli auguri e lui ti ha ricordato che anch'io... Oddio! Meno male che m'hai chiamata, mi sono dimenticata del compleanno di Fabio, come ho potuto!"
"Ahahah. E insomma, adesso sei una cinquantenne. Incredibile."
"Beh, tu sei un sessantenne, se è per questo. Ancora più incredibile."
"Mpf."
"Pensa, quando ci siamo conosciuti avevi trentun anni"
"Trentun anni? Cavolo."
"Sì, tu trentuno e io ventuno. Praticamente ti conosco da ben oltre metà della mia vita. E circa metà della tua."
"Era il 1985, allora?"
"No, il 1986. Aprile. Vabbé, tu ne facevi trentadue ad agosto, io ventidue a settembre. Il tempo vola, vero?"
"Accidenti. Impressionante. E quanto sei stata con noi?"
"Da aprile 1986 a febbraio 1989. Poco, no? Proprio poco, a paragone del segno indelebile che ho lasciato a studio in tutti voi."
"Eheh."
"Davvero, sai, senza scherzi, quello è stato il periodo più felice della mia vita. Della mia vita fino a quel momento, perlomeno. Non me ne dimenticherò mai, finché vivo. E quando avrai cent'anni e io novanta ti farò gli auguri per il compleanno anche allora..."
"Eh, stai fresca. Ce ne vole. Campa cavallo. Avoja!"
"Ahahahah, sì, hai ragione. Avoja!"
"Senti, quant'è che non vieni a trovarci?"
"Boh sarà un anno, più o meno."
"Perché non passi?"
"Perché avete sempre da fare! L'ho detto a Rosi: fatemi un fischio, e io arrivo con le paste, così festeggiamo assieme tutti i compleanni tondi di questo 2014."
"Con che arrivi?"
"Con un vassoio di paste! Ma tu tanto non ci sei mai, lo so. Conosco il tuo essere un po' orso, e lo rispetto."
"Ma non è vero, dai. E poi mica dev'essere un giorno che va bene solo a me. Dev'essere un giorno che va bene a tutti."
"Ah, le paste vanno bene a tutti sempre, lo sai. Non li conoscessimo, io e te! Organizziamo, allora?"

(...)

"Allora restiamo così."
"Grazie di avermi chiamato."
"Grazie a te. Un bacio."
"A te tanti. Tanti baci. Ciao, a presto!"
"Stammi bene, Cri. Mi raccomando. Dico davvero."
"Stammi bene anche tu. Tanto. Davvero davvero, caro boss."

Sono una donna di mezza età. Non ho più giovinezza, non ho la forza di un tempo, non ho più speranze né grandi sogni. Bellezza non ne ho avuta mai. Ho dispiaceri, invece. E ansie. E dolori.
Ma voglio bene da quasi trent'anni a una persona speciale che da quasi trent'anni mi vuol bene.
E se non fossero passati trent'anni non ne avrei avuta una così rotonda, esatta consapevolezza.
Perciò va benissimo così.
Non c'è nessuno al mondo più ricco di me.

About a boy

"Deliberatamente, da me non invitato, penetrasti nella mia sfera, usurpasti in essa un posto per il quale non possedevi né diritti né attitudini, ed essendo riuscito, con strana ostinazione e col rendere la tua stessa presenza parte d'ogni singolo giorno, ad assorbire l'intera mia esistenza, non sapesti far altro che ridurla a pezzi. Per quanto questo ti possa parere strano, era più che naturale un simile comportamento da parte tua. Se si dà ad un bimbo un giocattolo troppo bello per la sua piccola mente, troppo bello per i suoi occhi desti solo a metà, lui rompe il giocattolo, se è prepotente, o lo lascia cadere, se è apatico, e se ne va a cercare i compagni. Così è stato con te. Dopo esserti impadronito della mia vita non sapevi cosa farne. Non potevi saperlo. Era una cosa troppo stupenda per appartenerti. Avresti dovuto lasciarla cadere di mano e tornare ai tuoi amici, ai tuoi giochi. Ma, disgraziatamente, eri prepotente, e così l'hai fatta a pezzi. Questo, in definitiva, è l'unico segreto di tutto quanto è accaduto. Poiché i segreti son sempre più piccoli delle loro manifestazioni. Per lo spostarsi d'un atomo il mondo può crollare. E per non risparmiare me stesso più di quanto non t'abbia risparmiato, voglio aggiungere questo: per quanto fosse pericoloso per me l'incontrarti, diventò fatale per il particolare momento in cui t'incontrai. Poiché tu eri in quell'età della vita in cui tutto quel che si fa è solo gettare il seme, e io ero in quell'età della vita in cui tutto quel che si fa è raccogliere il frutto."
dal De Profundis
(Oscar Wilde, Dublino, 16 ottobre 1854 - Parigi, 30 novembre 1900)

sabato 4 ottobre 2014

Il cielo

Per uno di quei provvidenziali imprevisti che con una certa costante cadenza increspano lo stagno quieto delle mie giornate - ai quali mi assoggetto arbitrariamente a seconda dell'umore del momento, sconfortata e riottosa come dovessi affrontare un macigno piovuto dall'alto dinanzi allo stesso frangente che potrebbe suscitarmi l'entusiasmo di una bambina grata di una sorpresa inaspettata, e spesso in preda ad un'ambiguità di sentimento che ricomprende ambedue le reazioni - mi ritrovo, alle otto di sera dell'ultimo giorno di settembre, anziché nella vagheggiata pace della mia casa, errante in smagliante solitudine per lungotevere di Castello tra ponte Sant'Angelo e ponte Umberto. 

Le fatali circostanze che mi costringono a concedermi all'opportunità di occupare quel repentino spazio d'ozio non cesseranno che di lì a un paio d'ore; e così per ora io non posso far altro che passeggiare svagata e tuttavia determinata, avvolta dalla soffice dolcezza del crepuscolo, sotto un cielo di un colore incredibile tra il viola e l'azzurro cupo, che sarebbe un mero grigio virato al nero senza l'ausilio dell'oro fluorescente della tersissima falce di luna spiccata al centro esatto della volta, senza i suoi bagliori amplificati nella replica di se stessa riflessa e rifranta nelle acque del fiume scintillante di luci, senza il torreggiare cupo e maestoso del grande mausoleo di pietra contrastante al nitore marmoreo dei palazzi stagliati nel panorama oltre la riva, e dei contorni verde cupo, perfettamente distinti ed emergenti dall'ombra, delle frondose chiome degli alberi a spezzare le squadrature monumentali degli antichi edifici, dei solenni ponti.
Una tristezza squisita si bilancia perfettamente nel mio spirito alla letizia in una tranquillità sublime, pacata e intensa. Finissime, l'una e l'altra: tenui ma esatte, disgiunte, armoniose, come gli accordi di una polifonia.

Con l'animo ostaggio e custode di questa duplicità che si replica all'infinito, passo dopo passo di colore alterno, ora bianco ora nero, ora somma dei colori ora totale assenza di colore, come avanzassi su una scacchiera, cedo all'intenzione e mi abbandono al caso di attraversare il fiume, camminare fino al ponte di Ripetta, arrivare ai piedi dell'Ara Pacis, restare brevemente ferma e ritta al centro del suo biancore, sentir fiorire nella mente un'idea di cimento che sarebbe stata una tentazione fino a ieri, e forse lo è ancora oggi, non c'è che provare, e anche provare è una tentazione, la tentazione di dire "proviamo", e infine accogliere un ricordo sinora accarezzato e respinto, non tollerato e rimpianto, e infine arrendermi, sedendomi quasi al sommo della sua scala esterna, poggiando contro il muro la spalla sinistra, replicando con buona approssimazione la postura di quel pomeriggio autunnale di tante stagioni fa, sovrapponendo la me stessa di oggi a quella di allora.
Non c'è che provare, e io ci sto provando. E improvvisamente provare non è più provare.
E' essere.
La me stessa di oggi si ricongiunge a quella di allora. Scoprendo che combaciano, quasi perfettamente. Lei, che oggi è così cambiata, è identica a quella. Inespressa, aerea, dove oggi invece è densa, compatta: però lei, sempre lei. Si riconosce. Si riunisce a se stessa.
Allora accanto a lei, accovacciata, affannata a tentare di contenerla e di calmarla, c'era una persona che oggi non c'è.
Non importa. Perché quell'assenza è talmente vivida, talmente bella oggi, depurata da ogni amarezza, da esser presenza. Come se l'alone di quella persona fosse rimasto qui ad aspettarla, a testimoniare l'evidenza, l'autenticità di un evento spartiacque della sua esistenza. Perché a compensare la mancanza di quella persona, al posto di quella persona oggi c'è lei tutta intera, nei suoi contorni. I contorni di lei.
I cui riflessi lei aveva creduto di intravedere specchiandosi in un altro essere umano.
Lei, che ora accarezza la memoria fragile, lacunosa, di quel pomeriggio, con tenerezza buona, sana.
Ha nostalgia di quel pomeriggio? Sì, tanta. No, per niente.
Quel pomeriggio lei soffrì. Soffrì molto, in quei giorni e dopo quei giorni, per lungo tempo. Oggi non soffre più. Il marasma di quel periodo si è coagulato nelle sue vene, si è riassorbito nella sua pelle, è tornato dentro di lei, la costituisce, la identifica. E' un segno irreversibile nella sua carne, un terzo occhio che mai più si chiuderà al centro della sua fronte, che le dona una visione di se stessa e degli altri, una compassione per se stessa e per gli altri, che è la sua più grande risorsa di energia vitale, la sua sorgente inesauribile.
Questo lei comprende, oggi, attraversando il suo tabù, toccandolo con mano, scoprendolo caldo, buono, rigoglioso di doni.

E' mai ripassata di qui, quella persona? Quella reale, quella di carne e sangue? Si è mai riseduta, anche lei, su questi scalini? Ha mai ripensato a quel tragicomico, buffo, imbarazzante, struggente pomeriggio?
No, lei crede di no. Per le circostanze di allora, per quelle di oggi, è assai verosimile di no.
Certe cose hanno smosso solo lei. Hanno valore solo per lei.
Anche se le riesce difficile crederlo, che abbiano toccato così in profondità lei e non l'altro, sa di non sbagliare. E di non doversene avere a male. E di non aversene, in effetti, a male.
Perché è questa, solo questa, la misura che conta. Se hanno valore per lei, hanno valore per l'altro. Hanno valore per tutti.
Perché lei ha trovato i confini del suo spazio.
Perché lei ci è arrivata, ad avere il cielo.