venerdì 31 maggio 2013

Avviso ai naviganti (in vista dell'incontro di domani)


Anche se so che tutti gli interessati avranno già letto e registrato nella memoria l'informazione dal blog di Aldo il Monticiano, eseguo gli ordini del comandante e anch'io vi comunico la rettifica al punto di raduno per l'incontro di domani:
datosi che per Sabato 1° giugno p.v. si prospettano pioggia e calo della temperatura (ancora???) l'appuntamento fissato alle ore 12.00 al centro del Parco di Piazza Vittorio Emanuele II viene spostato per sicurezza al coperto.
Ci vediamo dunque direttamente al Ristorante Le Caveau di Via Conte Verde 6: il pranzo rimane fissato per l'una, ma il proprietario del ristorante ci ha generosamente garantito un tetto sulla testa anche  un'ora prima dell'inizio del banchetto!

Informiamo, per chi arriva in treno alla Stazione Centrale Termini, che, fatti pochi passi, c'è una fermata del bus 649 che ne ha anche una proprio di fronte al Ristorante.

Se qualche convenuto si smarrisse, o avesse necessità di essere trasportato, aggiungo il mio numero di cellulare: 3335031288 (e speriamo che passi di qui per sbaglio Ryan Gosling e lo componga per stalkerarmi).
Se lo formerete in men che non si dica io e la mia Agila ci materializzeremo di fronte ai vostri occhi!

A domani (se, come dice Abraracourcix, il cielo non ci cadrà sulla testa)

giovedì 30 maggio 2013

The riddle

"Non ci capisco più niente."
Questo, in ordine alle recenti vicende elettorali, il commento laconico e mortificato della mia nevrastenica collega caterpillar, che si crede comunista ed è inconsapevole del suo essere invece reazionaria, vittima delle sue ingenue e contraddittorie fantasie mentali di ex simpatizzante grillina (ora dissimula, ma io le sue continue visite al blog del guru me le ricordo), manichea fanatica di Travaglio e fedele seguace de Il fatto quotidiano al quale quotidianamente si abbevera sfogliandolo e citandolo come un musulmano citerebbe il Corano, ultima patetica giapponese nostalgica - lei, funzionaria apicale con invidiabile stipendio entrata nell'amministrazione (legittimamente e con merito, per carità) grazie al privilegio di un provvedimento che fu all'epoca una singolare ed eccezionale corsia preferenziale per una specifica categoria di personale - della dittatura del proletariato e di lotte ideologiche e non, che peraltro per motivi anagrafici (essendo mia coetanea, negli anni sessanta portava il pannolino e nei settanta giocava con le bambole o tutt'al più a campana con le amichette per strada) non ha mai combattuto, indomita rappresentante di lista alle ultime politiche per Rivoluzione Civile, visceralmente inferocita contro "la casta" secondo lo schema savonarolesco del comico bloggerista, che negli equanimi strali rivolti al pidielle e al pidimenoelle svela lo squilibrio del suo orientamento politico (perché questi e quelli pari NON sono), traducibile in un'indulgenza venata d'ammirazione per il magnate di Arcore bilanciata dalla rabbia irridente e distruttiva per gli interi apparati, dai dirigenti giù fino agli esponenti e alla base degli elettori, dei partiti di centro sinistra aspiranti al governo del Paese, ossia PD e SeL.

A me invece pare di capire molte cose. Mi astengo dall'esporne la maggioranza, data la precarietà del dato emerso dalla tornata elettorale di tre giorni fa, che potrebbe esser anche totalmente sconfessata dai ballottaggi. Ne scrivo solo tre.

Uno, evidentemente per gli italiani i buffoni non sono tutti uguali. Gli urlatori a vanvera fanno sempre simpatia, ma il Masaniello di turno, concionante e nullafacente, gode di un'apertura di credito a tempo limitato. Se non staziona (più) in tivvù, ovviamente, a condizionare le menti. E Grillo, che è figlio della stessa TV anni ottanta da cui proviene il suo Modello di vita, in questa cosa ci ha sbattuto il grugno.
Due, che aver fatto del piddì il capro espiatorio di tutti i Mali del mondo, in un paese di ipocriti beghini masochisti quale è il nostro, ha giovato al piddì medesimo. Io stessa, se non avessi con entusiasmo votato per SeL - entusiasmo ulteriormente rafforzato dalla circostanza che il capolista per la mia Circoscrizione è uomo perbene, appassionato e impegnato amministratore da anni sul territorio, da me conosciuto personalmente - sarei stata fortemente tentata dal barrare il simbolo del PD, tanto mi ha irritato questo ossessivo tiro al piccione verso un partito dipinto come covo di coglioni e complici, aut aut, assurto a simbolo delle più turpi malefatte e dello scatafascio sociale della nazione. Come se vent'anni di berlusconismo, al confronto con le nefandezze di Bersani & Co., fossero bazzecole.
Tre, che un sindaco che al termine di cinque anni di governo si ripresenti davanti alla cittadinanza per chiedere la riconferma ed ottenga al primo turno 364.337 voti, ossia meno della metà di quelli (783.225) che aveva preso al ballottaggio precedente che ne aveva decretato la vittoria, subisce una clamorosa stroncatura del suo operato, e se fosse persona seria e dignitosa dovrebbe prenderne atto e ritirarsi in buon ordine.
Se fosse persona seria e dignitosa. Ma, come abbiamo visto anche dalla cronaca di oggi, non è evidentemente questo il caso, anzi. Checché ne dicano - sconciamente - i grillini, per i quali questo e Marino pari sono.

(La canzone sottostante, altra pietra miliare degli anni ottanta, l'ho captata stamane alla radio: e mi pare ci stia a pennello qui)


I got two strong arms blessings of Babylon
time to carry on and try for sins and false alarms
so to America the brave wise men save.

Near a tree by a river there's a hole in the ground
Where an old man of Aran goes around and around
And his mind is a beacon in the veil of the night
For a strange kind of fashion there's a wrong and a right
But he'll never, never fight over you

I got plans for us
Nights in the scullery
And days instead of me
I only know what to discuss
Oh for anything but light
Wise men fighting over you

It's not me you see
Pieces of Valentine
And just a song of mine
To keep from burning history
Seasons of gasoline and gold
Wise men fold

Near a tree by a river there's a hole in the ground
Where an old man of Aran goes around and around
And his mind is a beacon in the veil of the night
For a strange kind of fashion there's a wrong and a right
But he'll never, never fight over you

I got time to kill
Sly looks in corridors without a plan of yours
A blackbird sings on bluebird hill
Thanks to the calling of the wild 
wise men child

Near a tree by a river there's a hole in the ground
Where an old man of Aran goes around and around
And his mind is a beacon in the veil of the night
For a strange kind of fashion there's a wrong and a right
But he'll never, never fight over you

Near a tree by a river there's a hole in the ground
Where an old man of Aran goes around and around
And his mind is a beacon in the veil of the night
For a strange kind of fashion there's a wrong and a right
But he'll never, never fight over you

No he'll never
never fight over you.
 
Ho braccia robuste benedizioni di Babylon
Tempo di proseguire e tentare per i peccati e falsi allarmi
Così risparmio all'America i coraggiosi uomini saggi

Vicino a un albero presso un fiume c'è un buco nel terreno
Dove un vecchio uomo di Aran gira e rigira in tondo
E la sua mente è un faro nel velo della notte
Per una strana sorta di moda c'è un giusto e uno sbagliato
Ma lui mai, mai lotterà per voi

Ho piani per noi
Notti nel retrocucina
E giorni in alternativa a me
Io so solo di cosa discutere
Oh di qualsiasi cosa purchè leggera
Uomini saggi stanno combattendo per voi

Non sono io come vedi
Pezzi di innamorati
E giusto una delle mie canzoni
Per trattenersi dal bruciare la storia
Stagioni di benzina e oro
Uomini saggi chiudono il gregge

Vicino a un albero presso un fiume c'è un buco nel terreno
Dove un vecchio uomo di Aran gira e rigira in tondo
E la sua mente è un faro nel velo della notte
Per una strana sorta di moda c'è un giusto e uno sbagliato
Ma lui mai, mai lotterà per voi

Ho tempo da perdere
Occhiate maliziose nei corridoi senza uno dei tuoi progetti
Un merlo canta su una collina di passeri
Ringrazia il richiamo della natura
Saggi bambinoni

Vicino a un albero presso un fiume c'è un buco nel terreno
Dove un vecchio uomo di Aran gira e rigira in tondo
E la sua mente è un faro nel velo della notte
Per una strana sorta di moda c'è un giusto e uno sbagliato
Ma lui mai, mai lotterà per voi

Vicino a un albero presso un fiume c'è un buco nel terreno
Dove un vecchio uomo di Aran gira e rigira in tondo
E la sua mente è un faro nel velo della notte
Per una strana sorta di moda c'è un giusto e uno sbagliato
Ma lui mai, mai lotterà per voi

No lui mai
mai lotterà per voi


sabato 25 maggio 2013

La grande bellezza

"E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza; e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile."


Ieratico non-luogo, è il Gianicolo l'Olimpo che con le eteree geometrie monumentali dei suoi marmi introduce alla visione gli spettatori extradiegetici - fra cui, in sala, ieri sera, al Barberini, me in quinta fila e Lucia Annunziata in prima - e diegetici: comitiva di turisti giapponesi con pullman, autista e guida. E con sidereo distacco assiste "dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale", all'improvvisa morte di uno di loro, fulminato da un infarto mentre fotografa il panorama sottostante, il cuore esploso per il sovraccarico di tanta oceanica, oscena, insostenibile bellezza.

Ha quest'inizio folgorante l'ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza. Che è un film su Roma, girato a Roma, nonostante Roma, grazie a Roma, millenario crocevia di arrivi e partenze, meta ambita almeno una volta nell'esistenza da tre quarti della popolazione mondiale, che un colpo d'ala del genio creativo del regista vuole assurta a naturale, simbolica e ideale galea di quel viaggio universale che è la vita.

Si presta bene a quest'interpretazione, Roma. Roma brodo primordiale, gigantesco calderone, serbatoio brulicante di prototipi di destini presenti e passati. Roma flutti sempiterni dove le cose più impensabili, nella finzione cinematografica come nella realtà, possono accadere a chi vi naviga dentro a vista: incontrare per strada di notte, emersa dalle brume di un sogno o di un mito, un'attrice che per un istante diviene incarnazione del fascino più impalpabile; assistere ai miracoli di una santa centenaria che hanno l'eccentricità e la grazia assurda di incantesimi; immedesimarsi rapiti e coinvolti nella fissità di una foto anziché nel contatto con una persona; straziarsi in modo imprevisto il cuore di pena e tenerezza per il funerale di una gioventù che non è la propria, ma la rievoca con ancora più struggente precisione, destando disperate nostalgie fuori tempo massimo, e poi scrollarsi di dosso quel patimento come niente fosse stato, incastonarlo nelle pieghe del volto, stuccarlo nell'espressione di disincanto che è assenza, e somma, di ogni sentimento. A Roma tutto può succedere perché tutto è già successo, dalla notte dei tempi - orrori e meraviglie, grottesche mostruosità e celesti armonie, intrecciate, declinate in ogni possibile sfaccettatura, in un prisma infinito di facoltà e contraddizioni. Roma ambigua e trasparente, Roma esposta e nascosta, Roma che sorprende e non è mai sorpresa, Roma che sconcerta e mai si sconcerta. Roma caotica e lucida. Roma barocca, dove ogni dettaglio non si amalgama, ma si affastella, a tutti gli altri, come gli strati che ne compongono le fondamenta, sotto i palazzi rinascimentali le case medioevali, e sotto ancora le insule romane, e sotto ancora le catacombe. Roma che non è né cinica, né "de core", ma solo indolente, indifferente e impietosa, poiché questa, e questa sola, è la sua pietas. Roma stregata, avvolgente, di fulgidezza così grandiosa da tracimare nella tenebra, di magnificenza tanto corrusca da risultare spaventosa. Roma viscere di madre amorosa e carnivora. Roma vampira, sonnacchiosa di giorno e desta di notte, l'utero dei suoi palazzi fuori dal tempo che biancheggia nel buio, nido conturbante e accogliente. Roma che è modo di essere, esperienza, arco teso tra passato e presente che annulla vertiginosamente distanze di secoli. Roma dove tutto è re-ligioso, legato da un senso, e dove niente sembra avere senso.

La grande bellezza, unico titolo possibile, ne contiene, evoca e rilegge altri, da La dolce vita a La grande abbuffata, in modo antico e nuovo, unico e originale. Sorrentino è un incantatore di serpenti, un mago che con le sue inquadrature a volo d'uccello e i suoi scorci obliqui dal taglio impossibile spiazza, stordisce, denuda lo spettatore come fa coi protagonisti del film, facendoli entrare, l'uno e gli altri, dentro quest'idea nucleare di Roma arcana, fiabesca, terrificante, mistica e misterica, eterna e mortale, brulicante di sacre meschinità e di banalità profane, ermetica sequela di porte (reali e riconoscibili) che per una felice idea di sceneggiatura si aprono su squarci (reali e riconoscibili) di altre dimensioni, e fa entrare Roma dentro di loro. 



Il film, lunghissimo, ridondante, eccessivo, cattura la verità di una gran parte dell'anima di Roma per mezzo di un caleidoscopio di suggestioni che tengono col fiato sospeso, un'infilata di inquadrature su inquadrature che saziano fino a scoppiare come un pranzo pantagruelico di cui non si riesce a dire basta. Ed è un incanto, una stregoneria, che restituisce intatta la sensazione ancestrale che spesso dà a chi ci vive la città, in bilico fra un tempo che non è più e uno che non è ancora, mai presente a se stessa, sempre stornata dal quotidiano per quell'atmosfera incongrua, volgarissima e sacra, infima e opulenta, ambivalente al massimo grado, attraversata da deserti di languore interrotti da attimi di intensità fulminante, sepolta sotto strati di vacuità, che ne fa coerente metafora della vita.

Uscire dal cinema di notte in pieno centro mi ha accresciuto, sortilegio nel sortilegio, la percezione di quell'atmosfera che io ho peraltro autonomamente avvertito sin da bambina, e così mi sono ritrovata ad ascoltare, nella prospettica fuga dei palazzi, nell'elevazione degli obelischi stagliati contro il cielo, la voce dello spirito di Roma, il sussurro del suo confuso e lineare enigma, che è l'enigma stesso della realtà.

A cui Sorrentino risponde, per bocca del suo alter ego Servillo, con la frase che ho copiato all'inizio di questo post. 

A coronamento di due ore e un quarto fatate di immersione in un film che non propone esegesi degli splendori e miserie di una città unica al mondo, ma solo la contempla come (im)perfetto paradigma dell'esistenza, colmo di tutta la (poca, tanta) umanità e tenerezza possibile e per ciò di autentica, incompiuta, mortale/immortale bellezza, metafora della grande bellezza della vita che si coglie solo nell'istante dello scarto, quando ormai è già sfuggita.

Un film davvero di rara - intollerabile, indigesta - irresistibile, grande bellezza.

mercoledì 22 maggio 2013

Highlander

E così ci siamo giocati pure Don Gallo.

Dall'inizio di quest'anno è una decimazione: illustri personaggi, protagonisti della storia e delle cronache del secolo scorso, nel bene e nel male, di terza o quarta età, che passano uno dopo l'altro a miglior vita.

Alcuni, come Videla e Thatcher, lasciandosi dietro una scia di sangue, morte e dolore.
Altri, come Don Gallo, un'eredità di vita, umanità, anarchica giovinezza e opere feconde.
Altri ancora un grosso punto interrogativo, un mistero scuro più della tomba in cui sono stati rinchiusi i loro resti mortali.

Poi c'è sempre quello di cui né l'ineleggibilità, né una condanna processuale passata in giudicato, né l'interdizione dai pubblici uffici, né la morte, né un leone, né il napalm riuscirà ad avere ragione...

sabato 18 maggio 2013

Ma il cielo è sempre più blu.


Analisi negative, ultimo spettacolo del Quirino, ieri sera, meno peggio del solito, casini familiari per oggi contenuti, piatti lavati, panni sistemati, ansia scemata, sole che fa capolino dopo l'ennesimo acquazzone: anche questa settimanaccia densa di nubi è passata, e il cielo è sempre più blu.
Perciò ora spengo e mi rimetto a leggere, e a pensare alle cose che mi piacciono. Si va ad ore, a minuti, ad istanti. E in questo istante non c'è niente che non vada, dunque godiamoci quest'effimera quiete. 
Tiriamo avanti così.
Buon fine settimana.


(Santiddio, Rino era un poeta e un profeta)




Chi vive in baracca, chi suda il salario
chi ama l'amore e i sogni di gloria
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio
chi vuole l'aumento, chi gioca a Sanremo
chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno
Chi ama la zia, chi va a Porta Pia
chi trova scontato, chi come ha trovato
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi gioca coi fili, chi ha fatto l'indiano
chi fa il contadino, chi spazza i cortili
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi è assunto alla Zecca, chi ha fatto cilecca
chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
chi legge la mano, chi regna sovrano
chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
chi gli manca la casa, chi vive da solo
chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
chi vive in Calabria, chi vive d'amore
chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta
chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu
Chi è assicurato, chi è stato multato
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
chi è morto di invidia o di gelosia
chi ha torto o ragione, chi è Napoleone
chi grida "al ladro!", chi ha l'antifurto
chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri
chi reagisce d'istinto, chi ha perso, chi ha vinto
chi mangia una volta, chi vuole l'aumento
chi cambia la barca felice e contento
chi come ha trovato, chi tutto sommato
chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo
chi è stato multato, chi odia i terroni
chi canta Prévert, chi copia Baglioni
chi fa il contadino, chi ha fatto la spia
chi è morto d'invidia o di gelosia
chi legge la mano, chi vende amuleti
chi scrive poesie, chi tira le reti
chi mangia patate, chi beve un bicchiere
chi solo ogni tanto, chi tutte le sere
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
ma il cielo è sempre più blu

venerdì 17 maggio 2013

A spasso con Daisy


Scemenzuola rubata ad un milanese contatto biondo (che non è la 17n Bionda) su FB


E' un tautogramma: usa la prima lettera del tuo nome per rispondere alle domande. Devono essere reali, non inventate!
E' più difficile di quanto non sembri!
Copia in una nuova nota, cancella le mie risposte, inserisci le tue e tagga venti persone (fate conto che l'abbia fatto), tra cui la Bionda, alla quale hai promesso pan per focaccia coi giochini di feisbucche ormai da più di una settimana.
Non puoi usare le parole due volte e non puoi usare il tuo nome per la domanda del nome maschile/femminile.

1. Il tuo nome: Cri
2. Una parola di quattro lettere: caro
3. Un nome maschile : Carlo
4. Un nome femminile : Chiara
5. Una professione : cicisbeo
6. Un colore: celeste
7. Qualcosa da indossare: casacca
8. L'incipit d'una poesia o di un testo letterario: Col mare/mi sono fatto/una bara/di freschezza
9. Un cibo: Coppa Fassi (chi non sa cos'è si documenti)
10. Qualcosa che si trova in bagno: cumuli di calzini zozzi dei maschi di casa
11. Un luogo: Collevalenza
12. Un motivo per essere in ritardo: centinaia
13. Qualcosa che urleresti: cazzo!
14. Il titolo di un film: Centochiodi
15. Qualcosa da bere: Chinotto
16. Un gruppo musicale: Cars, The
17. Un animale: civetta
18. Il nome di una via: Cristoforo Colombo (viale, a Roma, ma vabbé)
19. Un tipo di macchina: Carrera (Porsche)
20. Il titolo di una canzone: Cathedral song, Tanita Tikaram

(E grazie per la luminosa mattinata, Bionda. Alla prossima. Baci! )

martedì 14 maggio 2013

Oggetto piccolo (a)


Perché mi fate questo? Perché mi stuzzicate nel punto sensibile?
I-po-con-dria-ca, io sono ipocondriaca. Come, pare, conseguenza delle mie tendenze narcisistiche combinate con le mie ossessive pulsioni di controllo.

Solo che non sono un'ipocondriaca classica, di quelle che si acconciano con entusiasmo a fare un migliaio di esami e di ricerche, traendone un godimento di cui non si saziano mai. Io sono un'ipocondriaca che chiede solo una cosa: essere rassicurata che le sue sono solo ubbie. Senza prescriverle alcunché, perché il gesto verrebbe da lei interpretato come corroborante delle sue preoccupazioni.

Avevo un medico, da ragazza, che non mi pigliava mai sul serio. Una volta mi cacciò dallo studio urlando: finiscila! Vattene!
Era il medico perfetto per me.

Invece, se tu, specialista pure amica di famiglia, a cuor leggero mi inviti a fare ulteriori indagini mirate in maniera inquietante dicendomi "non ti preoccupare, è routine, io lo so che sono negative", scusa, ti meriteresti che ti spezzassi una ad una le ossicine delle falangi di tutte e due le mani. Perché tu non dai peso alla cosa, lo fai per pararti il culo e perché un'analisi del sangue tanto non è invasiva e non si nega a nessuno - a nessun laboratorio convenzionato, intendo - ma a me stai togliendo mesi di vita per l'ansia che mi hai provocato.
Perché, se sai che sono negative, che cazzo me le fai fare a fare?
E intanto parte la danza del mio cervello che dice "te l'ha detto per tranquillizzarti, ma se te le fa fare, e oltretutto è pure un'amica, si vede che un sospetto ce l'ha." Laddove so benissimo che, dieci volte su undici, il dottore non guarda in faccia a nessuno, e largheggia in richieste di ulteriori accertamenti, melium abundare quam deficiere, così, di default, con leggerezza e superficialità, perché così fan tutti, e poi nessuno ha voglia di pigliarsi responsabilità inutili quando si può agevolmente ottenere una controprova sostanziale della propria diagnosi, sia mai che gli si spremano troppo le meningi con un superlavoro di deduzione a questi cervelloni cuor di leone. Che ti verrebbe anche da ribattere: "ma se devo fare tutto sto po'po' di controlli per ottenere un responso, vuol dire che te non mi servi proprio a niente. La prossima volta cerco i sintomi su google e mi auto prescrivo i test da effettuare."
Poi dice come mai l'omeopatia, nonostante sia paragonabile ad un bicchiere d'acqua fresca, stia andando così forte: perché l'omeopata è uno che ti fa un sacco di domande, che ti ascolta, e alla fine ti dice con un'aria da vate lungimirante "è di sicuro questo e quest'altro, pigliati trenta di queste gocce sei volte al giorno, sciogli quattro di queste pastiglie sotto la lingua alla mattina e alla sera, e prima di dormire fai questo cataplasma e applicalo sul piede, e guarirai". Tu gli obietti: "ma se mi fa male il fegato che c'entra il piede?" e lui ti attacca in replica una pappardella di mezz'ora sulla riflessologia plantare.
Insomma, pare che tenga conto del fatto che tu non sei una macchina, sei un essere umano.
Invece questo modo cool di praticare la medicina di oggi io lo trovo di gelida, asettica violenza. Mi sento abusata. Come una bambina indifesa, si approfitta della mia paura per fare di me ciò che si vuole, frugandomi senza rispetto, senza sensibilità.
Come se fossi un oggetto.
Un oggetto piccolo e solo in mezzo ad un mondo di orchi.


Slot machine nel retro di un bar
spendi inutilmente anche l'ultimo gettone
per l'oggetto piccolo (a) che non uscirà
mangia niente e vomita anche l'ombra di se stessa
l'anoressica piccola (a) ma non basterà
succhia fino al filtro ficca il fumo nei polmoni aspira
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)
dov'è che cosa fa chissà come sta
quali nuovi abiti abitudini e in quali occhi sorriderà
piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)

guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto

guardalo nello specchio fatti guardare
chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
come e quando vuole
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove
mettilo in ginocchio legalo al letto
taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
come in un abbraccio troppo stretto
spoglialo di nascosto ma guardalo al sole
bagnalo di silenzio e asciugalo dalle lacrime
rivestilo di parole nuove

domenica 12 maggio 2013

Diamante


Oggi, giorno dedicato alla consumistica festa della mamma, il rullo compressore di FaceBook mi ha irritato più del solito.
"Auguri alle mamme!"
Auguri de che? In Italia, poi? Di questi tempi?

Che è, una presa pel culo? L'estrinsecazione ennesima dell'ipocrisia nostrana? Oppure un corroborante alla causa dell'orribile Marcia per la vita che ha sfilato anche quest'anno per le vie di Roma?
La botta decisiva è stata opera della mia amica Carmela, donna appassionata e sensibile, che ha creduto di farmi cosa grata lasciandomi in bacheca questa cosa qui:

"Essere Mamma non è un mestiere..
non è nemmeno un dovere...
E' solo un diritto fra tanti diritti. ( Oriana Fallaci..da Lettera a un bambino mai nato)"

Ora: tanto per cominciare, se c'è una che mi è sempre stata sommamente sui coglioni è proprio Oriana Fallaci. La trovo un'insopportabile spocchiosa fascista. Mi basta leggere il suo nome per andare in bestia.
Poi questo suo aforisma è di una malafede intollerabile. 
Sono stata a rodermi il fegato per un paio d'ore. Infine ho deciso di risponderle:
"Sai, Carmela, ci ho pensato e ho deciso di essere sincera con te: non sono d'accordo con Oriana Fallaci (non lo sono mai, del resto...): essere mamma non è un diritto. Dire che è un diritto è qualcosa di paurosamente vicino ad una mistificazione.
E' spalancare la porta dell'anticamera alle manifestazioni per la vita, che non hanno nulla né di cristiano né di umano.
Senza contare che, in una società come la nostra, e in Italia in special modo, affermare una cosa del genere è un'odiosa presa in giro collettiva; e quando è fatto dalle donne è un volersi alimentare illusioni le une con le altre.
Essere madri è un accidente della vita: si nasce, si cresce, si genera, si muore.
"I vostri figli non sono i figli vostri", dice Gibran, e lì mi attesto. E la sperimento ogni giorno questa verità. L'accetto, la vivo.
Se i figli non sono miei, ne consegue che essere madre non è un diritto.
Essere madre non è un diritto, né una scelta. Una scelta presuppone la conoscenza delle conseguenze di essa.
Se una madre - un genitore in generale - conoscesse le conseguenze del suo atto generativo, non lo compirebbe mai, manco a pagamento.
Si può generare solo per incoscienza. O per l'illusione di avere qualcuno da amare. Che in realtà nasconde l'illusione di avere qualcuno che ci ami.
Sbagliatissimo. Ma naturale.
Ha ragione Laura: quando ti nasce un figlio la società è convinta che tu debba perdere l'identità. E tante di noi sono disposte a cessioni di quote di se stesse in cambio dell'illusione di aver dato un senso alla propria vita diventando "madri".
Ma il senso della vita non è lì. Quello, ribadisco, è solo un accidente.
Il senso della vita è vivere. In relazione con gli altri viventi. Figli compresi, ovvio.
Credere ad una sublime concezione della maternità significa esporsi a delusioni incredibili, a tentazioni di controllo, di manipolazione (inutili, quando non perniciose) degli individui che abbiamo partorito e che, accidentalmente, ci vivono vicino.
Significa alimentare una dipendenza, e vivere dipendenti.
Significa opporsi al flusso dell'esistenza, e star male, e far star male.
Io invece voglio stare bene. Ho fatto la mia parte di arco, le frecce non sono mie.
Ora posso finalmente esplorare il mio essere freccia, e scoccarmi lontano, nell'unico ruolo di madre che davvero nessuno mi potrà togliere: di me stessa."




giovedì 9 maggio 2013

L'isola misteriosa 3/Viva, viva, viva l'Inghilterra

Concludo il mio diario di impressioni londinesi dedicando l'ultimo corposo capitolo ai musei cittadini.
(Si nota tanto che cerco, almeno con la testa, di star fuori dall'Italia?)

Nel luogo dove, a detta di tutti, dovevo aspettarmi salassi per l'alto costo della vita, ho speso molto meno che nella maggior parte degli altri posti che ho visitato. Per la mera, specifica ragione che le mie mete prioritarie - i musei -, a Londra, sono gratis.
Sono gratis per legge da dieci anni soli, ho scoperto poi, per un'iniziativa del governo laburista che Cameron non ha finora avuto il coraggio di revocare, temendo negative ricadute nel consenso popolare.

Avvezza come sono a bazzicare, a Roma, Firenze, Siena, e in qualsiasi altra città d'arte italiana, grande o piccola, mostre, musei, chiese e monumenti dove si accede solo dietro esborsi che vanno dai dieci-dodici euro in su, avevo sepolto completamente in qualche recesso occulto nel bailamme della mia memoria  la cognizione di questa informazione che pure m'era di straforo pervenuta.
Solo dopo aver varcato l'entrata del primo - il Tate British - e aver compiuto la grezza di dirigermi al prospiciente bancone delle informazioni ed assistenza ai visitatori scambiandolo per la biglietteria ha fatto cucù nella mia mente fuori tempo massimo la reminiscenza della preziosa notizia, suscitandomi il gaudio di quando metto le mani nelle tasche dei cappotti riposti per il cambio di stagione e ci trovo soldi dimenticati lì mesi prima.
La sorpresa è stata così grata da dissipare la vergogna per la figuraccia, e pure l'immane fatica fatta per decodificare la tirata con cui  il gentilissimo impiegato ha rintuzzato le mie goffe ma ostinate pretese di deporre sul bancone dei soldi e ricevere in cambio un biglietto (le difficoltà di comunicazione rese più ardue e bizzarre dal suo modo sincopato di ripetere "free, free, it is free" con l'esatta straniante cadenza della canzonetta pop di Sting che catalizzava in maniera incongrua la mia attenzione, impedendomi di concentrarmi e carpire l'elementare significato del concetto espresso). E ha poi attenuato il mio dispetto nello scoprire come, causa inagibilità di un'intera ala del museo per ristrutturazione e impossibilità di stipare tutti i quadri esposti al pubblico nelle sale rimanenti, la direzione della Galleria, col fare laico e di sostanza tipico delle genti di là, avesse pigliato i suoi due piccioni - trovare provvisoria collocazione per un certo numero di tele in momentaneo esubero e al contempo ammortizzare i costi dei lavori - mediante la fava di sacrileghi prestiti a musei sparsi ai quattro angoli del globo di decine delle (da me) più ambite opere dei preraffaelliti: su tutte, l'Ofelia di Millais, Claudio ed Isabella di Hunt, la Beata Beatrix di Rossetti!, il desiderio di ammirare le quali aveva costituito uno degli incentivi più potenti a farmi metter piede in Inghilterra.

Comunque sia, ormai avevo capito l'antifona e mi ci ero già lietamente assuefatta; perciò, non appena messo piede nella splendida magione di Somerset Hall per ammirare la Courtauld Gallery, gestita da privati, sentirmi snocciolare in perfetto italiano da un'altera addetta impietosita, o forse inorridita, dai miei penosi grugniti di troglodita che se volevo vedere Manet, Van Gogh, Gauguin & Co. dovevo sborsare sei sterline è stato un brutto colpo alle mie aspettative (resta ad ogni modo che con quella somma contenuta, ben inferiore ai costi italiani, mi sono lustrata gli occhi non solo con la prevista ricca collezione di impressionisti francesi che pregustavo anche questa prima ancora di partire da Roma, ma anche con la tanto inaspettata quanto assai pregevole esposizione temporanea di un buon numero di tele giovanili di Picasso dagli esordi fino all'inizio del periodo blu).

Tutto è tornato nella norma all'ingresso della National Gallery, dove la parola FREE campeggiava ovunque e non c'era tema di capire male.
L'impresa si prospettava impegnativa: si appressavano le quattro di pomeriggio e io dovevo ancora accingermi ad affrontare una faccenda mastodontica all'incirca come gli Uffizi. Ma era venerdì, e il venerdì la National Gallery, come la maggior parte dei musei londinesi, resta aperta fino alle dieci di sera. Forte di questa freccia al mio arco, e anche di una baldanzosa ottimista fiducia sulle previsioni della mia resistenza fisica (destinata invece a scemare miserevolmente, mi sarei accorta in seguito, ben prima dell'orario di chiusura), ho varcato pimpante l'ingresso, oltrepassando il primo dei molti contenitori trasparenti colmi di monete e banconote.

Perché questa storia dei musei gratis è frutto di un gentlemen's agreement stretto tra governanti e cittadini profondamente consono alla mentalità, al carattere e alle tradizioni nazionali, ed espressivo di un grado di civiltà persino commovente per chi viene da contesti tanto lontani culturalmente. Crea un circolo virtuoso, un sistema filantropico che vuole, in cambio della liberalità dello Stato nell'aprire, in senso metaforico e concreto, i suoi centri d'arte e di cultura al popolo, così che esso nella sua globalità, e non solo in una sua ristretta elite, sia messo in condizione di  fruirne senza ostacoli, nutrirsene, venirne educato (e non sarebbe questo il fine ultimo e naturale dell'arte e della cultura?), il popolo a sua volta impegnato a donare, come può, un contributo per il sostentamento di quei luoghi, divenendone patrono. Il tutto senza vincoli, nella reciproca fiducia delle due parti contraenti.

Da questa nobile filosofia discende una serie di felici corollari.
Il primo è, ovviamente, il significativo accrescimento dell'affluenza, e dunque della fruizione delle opere d'arte. Un pubblico assai più vasto e diverso dagli usuali frequentatori del circuito costituisce il fiume in piena che,  già gonfio della babele di  stranieri provenienti da ogni parte del globo, rimpolpato da plotoni di cittadini di ogni ceto sociale, inclusi quelli delle classi più svantaggiate che difficilmente ne varcherebbero le soglie dietro canonico pagamento di un biglietto d'ingresso, si riversa, spettacolo nello spettacolo, nella National Gallery o nel British Museum, trasformandoli - secondo corollario - da meri spazi relegati all'osservazione silenziosa ed accademica ad agorà rivitalizzate, luoghi d'incontro a tutti gli effetti vissuti al pari delle altre strade e piazze della città, ma differenti ed unici perché intrisi di cultura.
Dove, 3), frotte di adolescenti, allettati dalla prospettiva di svagarsi gratuitamente, impiegano le loro ore di libertà concedendosi un'esperienza incomparabilmente più costruttiva e feconda del vegetare davanti ai videogiochi o dello struscio per le vie del centro senza meta e senza costrutto.
Dove, 4), abolite le congestioni e le code per le soste al botteghino, non si fanno le cinque ore di fila che bisogna mettere in conto per entrare agli Uffizi o ai Musei Vaticani.
Dove, 5),  si viene accolti da un personale di vigilanza cospicuo ma discreto, più ospitale che deterrente.
Dove, 6), il transito è fluido, il va e vieni non costretto o limitato, senza metal detector da oltrepassare.
Dove, 7),  il guardaroba è un luogo a disposizione del visitatore, che vi si reca per sua comodità, e non una costrizione offensiva, allusiva di un clima di sospetto e diffidenza, come in troppi musei italiani dove si è obbligati a depositare tutto per poi girare spogliati ed inermi in ampie sale dove non ci sarebbe nulla da rubare, secondo una prassi che lancia un messaggio negativo, e provoca, esorta, invoca, quasi, l'operato di borseggiatori e malfattori generici.
Dove, 8), pullulano decine di quegli esemplari mitologici già accennati: i custodi.

Essi compongono un piccolo esercito di individui assai variegato. Alti, bassi, simil albini o color caffellatte, dall'aspetto di giovani hostess competenti o di esperti vecchi maggiordomi, esili, obesi, austeri o eccentrici. Tutti individuabili dall'unico distintivo dettaglio: la divisa; armatura di cavalieri di un Ordine particolare sotto le insegne della tutela delle arti e dei loro amanti.
Sono ovunque, uno in ognuna di quelle innumerevoli sale. Talvolta, spostandosi in quelle successive, ci si imbatte perplessi due, tre volte, sempre nella stessa faccia. Perché i custodi dei musei londinesi, tra le tante peculiarità che li rendono difformi dai loro colleghi italiani dal culo pesante, fanno, ogni tot tempo, una cosa che è una via di mezzo tra una ronda, una staffetta e il gioco dei quattro cantoni: ciascuno lascia la sua postazione per andare ad occupare quella appresso. Vedendolo sopraggiungere, quello stanziato in precedenza gli passa le consegne, smonta, e a sua volta va a rilevare la posizione di quello immediatamente successivo. In sincrono, come il meccanismo di un orologio di precisione. Date queste premesse, il loro lavoro non può certo dirsi sedentario. Alla fine della giornata avranno macinato chilometri.
Altra singolarità sbalorditiva: forse anche a causa di tutto questo movimento che li mantiene svegli non ostentano l'aria annoiata/assente/sofferente stampata sulla faccia dei nostri. Anzi, sono tonici, disinvolti, composti ma vigili, cortesi ma attenti.
Non sembrano capitati lì per caso, controvoglia. Sono a proprio agio, si muovono con sicurezza. Non si crede alle proprie percezioni, constatando la dimestichezza ch'essi hanno con tutto quello che è contenuto nello sterminato spazio dove prestano servizio, e come sappiano perciò utilmente guidare i visitatori che chiedono lumi. Devono aver seguito dei corsi di preparazione. Forse sono in possesso di titoli specifici. Magari hanno superato prove di selezione. Hanno l'aria di specialisti formati, non di generici uscieri.
La mattina dopo, al British Museum, ho fatto tanto d'occhi, quando ho persino pizzicato uno di loro - una ragazza - intento ad ammirare i pezzi esposti nella sala dove stava lavorando.

Finisce qui il mio resoconto oceanico su due giorni e due manciate di altri due giorni passati nella capitale della perfida Albione. Dove già alla fine del primo - come si vede dalla foto - mi ero fatta persuasa che Londra è la città che fa per me: e che, se non fosse per il clima - non per il cibo, a cui ho scoperto di potermi assuefare facilmente, non per la mancanza del bidet, che potrei comunque farmi installare - potrei viverci proprio come una regina.