giovedì 30 giugno 2011

Friends

Stanotte, con l'ausilio di belle creature a me care, ho riflettuto sui legami.
Io, suggestionata dai miei bisogni emotivi, sostenevo non si può essere liberi da ogni legame, e che in ogni caso i legami autentici e profondi non si spezzano mai. 
Oggi il diciottenne che amo di più al mondo dà una festa, organizzata e pubblicizzata dalla scorsa settimana, a cui ha invitato un po' di conoscenti (tra i quali si aspetta anche qualche defezione, ci sta, non ne farà una tragedia) e quelli che considera i suoi amici più cari, con cui divide da quattro anni la sua vita, gioie e dolori, bene e male, nonché, spesso, i posti letto della sua casa di campagna e di città e parecchie mangiate (l'ultima sabato scorso, grigliata di salsicce alla brace sul terrazzo con cooptazione della mamma  per l'approvvigionamento e del babbo per la cottura sul barbecue delle medesime).
Di tre di questi quattro amici, olandese volante a parte, non aveva notizie dalla domenica. Cellulari staccati, risposte evasive dai familiari contattati.
Poi stamane lo smartphone di uno dei tre transfughi è tornato raggiungibile, e lui ha scoperto la realtà: sono tutti e tre insieme, due di loro ospiti nella casa di campagna del terzo. Lui non è stato invitato né avvisato.
E' tempo di rivedere il mio stolido ottimismo sui legami autentici e profondi.

martedì 28 giugno 2011

Una ragazza

Tonino abitava nella seconda viuzza dopo il penitenziario: ma quel breve tratto di strada fu sufficiente perché Mara si bagnasse da capo a piedi. Lo sdrucciolo si era addirittura mutato in un torrente.
Salì di corsa gli scalini e arrivata al secondo pianerottolo spinse la porta ed entrò. Dalla cucina le venne subito incontro la moglie di Tonino:
"Misericordia Mara in che stato sei! Non potevi aspettare che spiovesse?"
"Sì, stai fresca prima che spiova. E poi è tardi, sennò non faccio in tempo alla corriera."
"Non vorrai mica andartene con questo tempo. E bagnata fradicia."
"Per forza Vilma bisogna che vada: domattina devo essere al lavoro."
"Ma appunto: che torni a fare a casa, se domattina devi essere di nuovo a Colle... E' meglio che ci vai direttamente da qui."
"Ma mamma, se non mi vede, sta in pena."
"Se non ti vede, capirà che ti sei fermata a dormire da noi. Con questa stagione, ad andare in giro, c'è da prendersi un malanno. E poi è tanto che ce lo prometti, che una volta ti fermi..."
Mara finì con l'acconsentire: Vilma le diede la sua vestaglia e un paio di ciabatte, e le mise il vestitino e le calze ad asciugare sopra la cucina a legna.
"Ora preparo il tè; così ti riscaldi lo stomaco."
"E Danilo?" domandò Mara.
"E' da questa famiglia di sopra."
"Da quei siciliani?"
"Sì, da loro. Buona gente, non dico mica: ma cosa vuoi, noi toscani non ce la diciamo troppo con quelli della Bassa. Però, meglio loro di quegli altri lassù." "Lassù", per Vilma, voleva dire Piacenza, dove s'era sempre trovata spaesata. "Credi, Mara, che anch'io contavo i giorni quando sapevo che dovevi venire. Almeno per un'ora avevo la compagnia di una delle mie parti..."
"E' stata una fortuna per me che ci foste voi a Piacenza" disse Mara. "Mamma mia! Se ripenso a quei viaggi... Ora almeno son vicina."
Vilma apparecchiò con una tovaglia di nylon e mise in tavola le tazze, lo zucchero e un piattino su cui erano già state disposte le fette di limone. Benché anche lei, come Tonino, fosse di umile famiglia, pure ci guardava a queste cose; e teneva la casa sempre in ordine, che era un piacere vederla.
"Tu Vilma la tua casina la tieni proprio come uno specchio." "Ma che dici!" Però si vedeva che era contenta. "Certo anche qui siamo un po' sacrificati... In camera a fatica ci si rigira... Ma cosa vuoi, con quello che prende Tonino non possiamo mica permetterci il lusso di pagare un affitto più alto."
Dopo aver bevuto il tè, Mara accese una sigaretta; e Vilma si affrettò a metterle davanti un portacenere.
"Te però non è mica tanto che fumi."
"No" rispose Mara sorridendo. "E' un vizio che ho preso in fabbrica." E le spiegò che alla mensa c'erano parecchie che dopo mangiato accendevano la sigaretta, e così, aveva finito con l'abituarcisi anche lei. "Ma ne fumo poche: una dopo la mensa, una dopo cena... A volte, la sera, anche due o tre: quando si va a vedere la televisione, fumo per tenermi sveglia."
"Perché? Ti ci annoi?"
"Non è che mi ci annoi; ma la sera sono stanca e mi fa fatica uscire. Preferirei andare a letto a leggere un libro. Ci vado tanto per far svagare un po' mamma... Lì nella bottega, si dà convegno tutto il paese... Perché anche a mamma, mica le faceva bene stare sempre sola."
"Tu sei proprio un angelo, Mara" disse Vilma con tono di profonda convinzione.
Mara rise, imbarazzata:
"Ma che dici? E' che, povera mamma, lo so soltanto io quello che ha sofferto. Anche per me, cosa credi? magari ne parla di rado, ma ci pensa sempre. Meno male che c'è Vinicio" aggiunse dopo un momento: "lui per lo meno le ha dato solo soddisfazioni" e si mise a ridere. Quando le veniva fatto di ridere così, all'improvviso, sembrava sempre la Mara di un tempo.
"Tua mamma non ha più avuto quei disturbi?" domandò di lì a poco Vilma.
"Per fortuna no. Perché mi ero spaventata proprio. Quella volta che la trovai svenuta... Ma ora s'è capito da che dipendeva: dal carbone. E' bastato che mettessimo anche noi la cucina a legna perché non avesse più capogiri. Ma certo, povera mammina, comincia ad avere i suoi anni."
"E tuo padre come sta?"
"Oh, lui sta bene. Sembra sempre un giovanotto, se lo vedessi! Di spirito, però, non è più lo stesso."
"Cosa intendi dire?"
"Da che non lavora più al Partito. Non credeva proprio che gli avrebbero fatto una parte simile.  E cosa vuoi, di rimettersi a fare il boscaiolo o il manovale non se la sente mica più... a parte che il lavorare di braccia non è mai stato il suo forte" e di nuovo scoppiò in una delle sue risate da monella. "Povero babbo" aggiunse tornando seria "anche lui l'ha avuta la sua parte di delusioni nella vita..."
Non ci si vedeva più nella stanza: accesero la luce. Vilma andò a chiamare il bambino, che aveva ancora da fare le lezioni; e, mentre Vilma lavorava, "zia Mara" aiutò Danilo a far le somme e a imparare a memoria una poesia.
Tonino tornò dopo le sette, anche lui bagnato. "Brava, hai fatto bene a fermarti" le disse. "Bube, come lo hai trovato?"
"Bene" rispose Mara. "Non c'è confronto com'è sollevato di spirito da quando era lassù."
"Eh, che vuoi, qui a San Gimignano, soltanto le visite che riceve... Te l'ha detto che l'altra domenica è venuto Lidori?"
"Sì, me l'ha detto." E dopo un momento aggiunse: "Sono contenta che gli sia passato il risentimento che aveva contro di lui. Perché Lidori, per Bube, è stato più che un amico: è stato come un fratello. Per questo mi dispiaceva quando Bube faceva quei discorsi..."
"Tutti i detenuti si fissano in qualche idea" disse Tonino. "E così Bube si era fissato nell'idea che erano stati gli altri a rovinarlo... Ma poi gli è passata. Ha capito che non era giusto incolpare gli altri."
"La colpa, se lo vuoi sapere, non è di nessuno" disse Mara recisa. "Io figurati quante volte ho ripensato a quel giorno maledetto. Non ho fatto altro che ripensarci, in tutti questi anni. E mi sono convinta che la colpa non è stata di nessuno..."
"Certo, se il maresciallo non avesse sparato..." cominciò Tonino; ma lei lo interruppe:
"Io invece non accuso nemmeno il maresciallo. Nessuno ebbe colpa... fu solo un male. Ma cosa credono di aver fatto mettendo in galera Bube e Ivan? Giustizia, forse? No, hanno fatto dell'altro male: a Bube, a Ivan, alle loro famiglie; e a me... Tutto quello che ci hanno fatto soffrire, che ci faranno soffrire ancora, è servito forse a rimediare qualcosa? Io glielo vorrei proprio domandare, ai giudici: facendo soffrire noi, avete forse alleviato il dolore di qualche altro? Quel povero Ivan" aggiunse dopo un momento: "io me lo ricordo al processo, era un pezzo di giovanotto con due spalle così: e ora è tisico, e pare che stia per morire".
"Bube per fortuna di salute sta bene."
"Sì" disse Mara, rasserenata. "Di salute sta bene, e anche come morale, è molto più sollevato. Oggi s'è parlato del nostro avvenire. Abbiamo deciso che avremo due figli, un maschio e una femmina..." Si rivolse a Vilma che aveva smesso di lavorare e la guardava: "Non saremo mica così vecchi da non poter avere due figlioli. Io avrò trentadue anni e Bube trentasei... tanta gente si sposa anche più anziana." Vilma volle dir qualcosa, ma si trattenne o non ne fu capace. Mara se ne accorse: "Ti sembra stupido che si faccia dei progetti quando quel tempo è ancora tanto lontano?".
Vilma scosse energicamente il capo:
"No, ti capisco Mara... solo non so come fai ad avere tanto coraggio."
"E allora Bube, che è chiuso là dentro? Eppure anche lui si fa forza e sopporta con rassegnazione... Vero?" aggiunse rivolta a Tonino. "I primi tempi sono i più terribili" disse poi. "ma, in seguito, ci si fa quasi l'abitudine... Sono passati questi sette anni, passeranno anche questi altri sette. E poi, io cerco di non pensarci. Conto solo i giorni che mi separano dal colloquio. Perché è una tale gioia quando lo rivedo..."
"E anche lui fa così" disse Tonino. "Non pensa che al momento in cui ti potrà rivedere. La mattina del colloquio è agitato, non riesce a stare un momento fermo... Perché bisogna capirli come son fatti. Una piccola cosa che per noi non sarebbe nulla, per loro diventa un avvenimento. Il colloquio, la lettera, il pacco... non c'è mica altro nella loro vita."
Per alcuni minuti rimasero in silenzio. Poi Vilma si alzò e disse:
"Su, prepariamo cena. Domattina Mara si deve alzare presto."
"Oh, ci sono abituata" fece Mara. "La mattina l'autobus mi parte alle sette meno dieci, sicché vedi bene che la differenza è poca."
Insieme prepararono cena e apparecchiarono. Dopo che ebbero mangiato, Vilma rigovernò e Mara la aiutò ad asciugare. Tonino mise il bimbo a letto, e poi tornò in cucina.
Stettero un altro po' alzati. Il discorso a un certo punto cadde sul prete Ciolfi, che era morto poco dopo il processo; e i fascisti dicevano che era stato in conseguenza delle botte che gli aveva dato Bube, ma era una calunnia; perché era morto di cancro, invece.
"E ti dico di più" fece Tonino "per Bube fu un dispiacere quando seppe della morte di Ciolfi. Vedi un po' com'è cattiva la gente a dire certe cose."
"E' cattiva la gente che non ha provato il dolore" disse Mara. "Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno."
"E' proprio così" fece Tonino. "E noi che ci si vive accanto alla gente che soffre, lo sappiamo meglio di chiunque altro."
E venne l'ora di andare a dormire. Mara li salutò; e li ringraziò, anche.
"Ma non dirlo nemmeno per scherzo!" esclamò Vilma di rimando. "Tu dovresti fermarti tutte le volte. Perché per noi è un piacere..."
Mara era stata messa a dormire sul divano del salottino: ci stava comoda, ma non le riusciva di prender sonno. Il fatto di essere in un letto nuovo, e il tic tac della sveglia, e il rumore della pioggia, e il vento che s'ingolfava nel vicolo e scuoteva l'intelaiatura della finestra, tutto contribuiva a tenerla desta. Udì dieci rintocchi: venivano dal penitenziario. E l'angoscia la prese, al pensare che Bube era là tra quelle mura, e ci sarebbe rimasto altri sette anni.
Ma non fu che un momento: perché ancora una volta quella forza che l'aveva assistita in tutte le circostanze dolorose della vita, la sorresse e le ridiede animo. Mara rimase a lungo sveglia, con gli occhi aperti, e pensava che aveva fatto la metà del cammino, e che alla fine della lunga strada ci sarebbe stata la luce...


L'autorimessa era aperta, ma non avevano ancora tirato fuori la corriera. Anche il caffeuccio di fronte era aperto ma la macchina era sotto pressione: e Mara dovette aspettare una diecina di minuti per avere il suo caffé.
Poiché il locale era sempre vuoto, ne approfittò per fumare. Ma si affrettò a spegnere la sigaretta quando entrarono i primi avventori.
Erano operai, diretti come lei a Colle. Mentre aspettavano di essere serviti, parlavano e ridevano, e ogni tanto le lanciavano un'occhiata. Ognuno che sopravveniva, era salutato da un'esclamazione e da qualche botta amichevole sulla schiena. Poi arrivarono anche il fattorino, col berretto di traverso, e l'autista, con la giubba sulle spalle. Dopo aver preso il caffè, rimasero appoggiati al banco a discorrere con gli operai: finché uno di questi disse all'autista:
"Muoviti, vai a tirar fuori il macinino."
L'autista fece l'atto di tirargli un pugno, e quello, a sua volta, abbozzò la parata. Due minuti dopo la corriera usciva lentamente dall'autorimessa e si disponeva di traverso. I viaggiatori montarono senza fretta: Mara andò a mettersi nel primo sedile.
Finalmente montò anche il fattorino, sbatté lo sportello e disse all'autista: "Andiamo". La corriera si mosse, passò sotto la porta, percorse un tratto del viale alberato lungo le mura; poi affrontò la prima discesa.
Alla prima curva, si scoprì la Valdelsa. C'era un mare di nebbia, laggiù: da cui emergevano come isole le sommità delle collinette. Ma il sole, attraversando coi suoi raggi obliqui la nebbia, accendeva di luccichii il fondovalle. Mara non distoglieva un momento gli occhi dallo spettacolo della vallata che si andava svegliando nel fulgore nebbioso della mattina.

lunedì 27 giugno 2011

Nightmare - dal profondo della notte

Il mio ex capo coniglio, vestito di un buffo pigiamino, è nella mia camera da letto e mi sta dicendo che ha già predisposto le carte per il mio trasferimento, perché senza di me non può stare. Io lo guardo nei suoi occhi chiarissimi, vitrei, affascinata ed orripilata, e lo ascolto, bloccata da un'ambivalenza di repulsione ed attrazione. Poi ci infiliamo a letto e lui mi bacia coi profondi baci della sua bocca e io per l'agitazione sento scendermi il sangue dall'origine del mondo, vado in bagno ed è un sangue che non è color sangue, ma inchiostro, nero e acquoso, che lascia cadere ovunque la sua scia inarrestabile di gocce grosse come lacrime, e io penso che dovrò andare all'ospedale.
Mi sveglio atterrita. Dal sangue, dall'inchiostro e dal pigiamino. E pure incazzata. Cribbio, che castigo esemplare  m'hanno inflitto, per uno stupido SMS, gli implacabili giudici pop-up della mia mente.

sabato 25 giugno 2011

Silly simphonies

Il mio ufficio, punta di diamante dell'amministrazione regionale, dipende dalla Direzione Agricoltura, e difatti, in linea con le sue competenze istituzionali, è popolato di animali da cortile come nella canzoncina de La Vecchia Fattoria del Quartetto Cetra buonanima.

Ci si incontrano papere iperattive starnazzanti, vecchie galline ché fan sempre buon brodo, una covata di imberbi pulcini appena usciti dall'uovo, qualche maiale, svariati asini, certi che si credono tori e invece sono tuttalpiù pii bovi, un paio di gatte costantemente occupate a leccarsi il pelo e affilarsi le unghie, due o tre topi di fogna, parecchi struzzi, conigli, pecore e capre in gran quantità; e ci sarei pur'io, che, dopo essermi a lungo creduta un'aquila - non tanto per l'acume, quanto per le grida acute e stridule emesse, anche in assenza di mia volontà, dalle mie corde vocali quando mi agito (il che capita spesse volte al giorno) -, solo di recente mi son scoperta mangusta, animaletto minuto ma tenace, capace di uccidere i serpenti.

E poi c'è pure (come poteva mancare ?) il cane da guardia. Un rozzo cubo di donna sessantenne dalle dimensioni di un metro per un metro per un metro, con quattro fili di stoppa giallastri sulla testa pelata, gli occhietti da faina e la bocca da mastino napoletano, di temperamento aggressivo e tracotante, fornita per beffa di un nome che, associato al cognome, evoca la dolcezza di giornate all'insegna del supremo sentimento che muove il cosmo, e a cagione di questa imbarazzante incongruenza familiarmente apostrofata coll'avulso e ben più idoneo appellativo di Cerbero.

Il Cerbero in questione alloggia in una cuccia di fronte alla porta d'ingresso - accanto alla postazione del vigilante pistolero che credo tenga l'arma scarica al mero scopo di evitare di esser tentato di usarla contro di lei - assicurata alla medesima da una catena di lunghezza tale da consentirle una fin troppo eccessiva libertà di movimento. Vero è che, pigra e sfatta com'è, e di scarsa fantasia, passa la più parte del tempo a vegetare nei pressi della tana: sfasciata su una sedia, lamentandosi delle correnti d'aria se è inverno e del caldo se è estate, schiavizzando il ritardato mentale dell'ufficio (funzionario apicale, essendo stato ai suoi tempi raccomandato dai buoni amici del padre generale) per imporgli ogni genere di commissioni, terrorizzando e molestando gli sventurati utenti sui quali è convinta di avere diritto di vita e di morte (come se avesse sospeso sulla testa un cartello colle terzine del padre Dante: Per me si va nella città dolente, per me si va nell'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente... lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate) e sparlando di tutto e di tutti, sarebbe arduo stabilire se con più protervia o più livore. Ma siccome, similmente a quando i raggi di sole penetrano talvolta a sorpresa in una cantina polverosa, anche nella sua mente angusta ogni tanto fa breccia un barlume di noia, o un fremito di smania, ecco dunque che, spezzando la piatta monotonia della sua esistenza, in quei frangenti prende a perseguitare qualcuno che le sta a tiro; purché sia molto vicino e molto visibile, posto che la sua accidia e la limitatezza della catena non le consentono di spingersi oltre l'orizzonte del corridoio tra la porta del piano e la stanza del dirigente, quattro passi più avanti del gabinetto. Di norma le sue torture hanno dunque come destinatari privilegiati: i già summenzionati utenti; le donne delle pulizie, verso le quali si atteggia a kapò; e in generale le persone che il suo bizzarro criterio di interpretazione del mondo le fa percepire detentrici di un potere che ostacoli il suo: fra cui colei che del dirigente è segretaria (che sarei io), verso la quale rivolge, con tipica italica codardia, anche gli strali diretti al superiore.

Già ad incattivirla, nell'ultimo anno, erano intervenuti diversi fattori destabilizzanti: in primis il fatto che, nel restringersi dei nostri spazi a seguito del forzato trasferimento dal primo al quarto piano, aveva perso l'uso dello stanzino alle spalle della sua postazione dove sbafava a pranzo vivande come fosse stata all'osteria, i piedi sotto il tavolone con la tovaglia di plastica a quadretti, i rivoli di sugo che scendevano ai lati della bocca, la TV accesa, e il fornello da campo sul quale era adusa scaldarsi le pietanze, tra le quali i broccoli del cui odore spesse volte impestava tutto l'ufficio, con disdoro del personale e sconcerto dell'utenza (anche se forse l'appartenenza alla Direzione Agricoltura dava un che di folkloristico alla circostanza, che sarebbe risultata probabilmente ancora più bizzarra in una struttura della Direzione Personale, o Cultura, o Sanità). Ma la situazione si è aggravata con l'avvicendamento dei vertici avvenuto a metà dello scorso aprile, quando al precedente dirigente coniglio che abbassava le orecchie al suo cospetto è subentrato l'attuale, più tendenza gattomammone incrociato con volpe e cane bulldog, davanti al quale ha dovuto riottosamente abbassare le orecchie lei. La situazione si è così fatta sempre più incandescente di pari passo con il montare del suo dispetto - sgarbi, musi lunghi, complotti alle spalle, risposte sfrontate, verso cui ho ostentato indifferenza e anche una certa dose di snobistico distacco -, fino ad esplodere due giorni fa.
E' quasi l'una di pomeriggio di un giovedì, il capo è fuori in missione come i tre quarti dei funzionari tecnici, siamo quattro gatti in un ufficio insolitamente tranquillo e io pregusto già l'incipiente week end (per il mio part time ad abbattimento verticale il giovedì è l'ultimo giorno lavorativo della settimana), quando mi si para davanti d'improvviso un giovanotto a me non sconosciuto, dipendente di un patronato che segue parecchi nostri utenti, con un sorriso incerto e un po' implorante sulle labbra e una pila di richieste di partecipazione al corso propedeutico all'ammissione all'esame per l'ottenimento dell'autorizzazione all'acquisto ed all'uso di presidi fitosanitari di I e II classe. Un fascio di domande, almeno una ventina, se non più.
"Scusa, Cri, se sono entrato, non sapevo delle nuove disposizioni. Domenica m'ha fatto provare, ché magari tu me le prendevi lo stesso le domande al protocollo... M'ha detto che mi faceva passare, che vedessi io, se per caso tu non ti arrabbiavi e me le accettavi lo stesso, per stavolta."
Io lì per là non connetto. Poi ricordo l'ordine di servizio, da me scritto su incarico del capo, che recita "a partire dal 1° di giugno, per motivi organizzativi, la documentazione recapitata a mano verrà accettata per la protocollazione solo nei giorni di apertura al pubblico, lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore etc alle ore etc."
Mi monta il sangue alla testa. Cerbero è una che non fa entrare manco la Vergine di Fatima fuori orario. L'ha fatto passare, questo qui, perché sua figlia lavora nella stessa organizzazione, perché il capo non c'è e perché vuol mettermi davanti al fatto compiuto, per far capire al giovanotto chi comanda.
Cerco di star calma, perché non voglio prendermela col ragazzo, con cui ho sempre avuto ottimi rapporti. Ad aggravare il mio disagio c'è il fatto che, come del resto la maggioranza della gente che si rivolge a noi, lui è venuto da fuori Roma, dalla provincia. Si sarà fatto, boh, almeno trenta o quaranta chilometri sotto al sole, e ora sono io quella che deve dirgli che se li è fatti per niente. Doveva essere respinto alla porta - l'avviso ha motivazioni molto fondate, è stato affisso da molto prima del primo giugno non solo all'entrata ma in ogni curva del corridoio e ribadito anche oralmente a chiunque si sia presentato ogni volta proprio per evitare situazioni incresciose di questo tipo, il suo patronato sicuramente ne era avvertito, e se si deroga con uno poi lo si dovrà fare con tutti. Ma lui ora è davanti a me, e io devo dirgli che dovrà tornare domani. E non doveva arrivare da me. Non doveva proprio varcare la soglia, Cerbero sta lì per quello, per quell'unico motivo piglia lo stipendio.
"Scusami, sai, non è che dipende dal fatto che io mi arrabbi o meno. E' che, se adesso ti accetto queste venti e passa domande, sarà il capo ad arrabbiarsi con me. Non posso disattendere un ordine d'ufficio, tanto più in sua assenza."
Stiamo in un penoso impasse per una decina di minuti, poi mi viene un'idea. Gli faccio portare le domande sulla scrivania del funzionario competente, che lo conosce. Poi lui domani le porterà al protocollo, e la consegna sarà stata rispettata senza che il ragazzo abbia dovuto rifarsi tutta la strada un'altra volta.
Poi però, perché questo non accada più, e chi ha orecchi per intendere intenda, citofono a Cerbero, e le dico con tranquillità ma anche con severità che lei non doveva farlo passare questo ragazzo, e che il fatto non si ripeta, altrimenti sarò costretta a dirlo al dirigente.
Lei mi chiude il telefono in faccia. Faccio per richiamarla, ma non mi risponde più. Sto per alzarmi e andarglielo a dire di persona, ma non faccio in tempo a girare intorno alla scrivania che me la trovo davanti. E' venuta lei da me, e urla e fa gestacci, attirando l'attenzione di tutti i colleghi che si precipitano dalle varie stanze in mezzo al corridoio.
E' un fiume in piena: grida che non mi devo permettere di dirle quello che deve e non deve fare, che me la tiro, che non sono nessuno, che lei fa entrare chi le pare e piace perché tanto qui s'è sempre fatto così. Io mi altero e grido anch'io, le intimo di uscire dalla mia stanza. Lei risponde: "manco per niente! Esci tu!"
Il mio collega di protocollo osserva la scena tra l'incuriosito e lo stupefatto. Il ragazzo del patronato, che nel frattempo ha depositato come d'accordo le domande sul tavolo del mio collega, è imbarazzato e mortificato. Accorrono la mia amica Louisa, una dei responsabili dell'ufficio, e Adriana, la responsabile del personale.
Cerbero è un cane, io son mangusta. E' una lotta per la supremazia che ha davvero dell'animalesco. E se io adesso mi lasciassi trasportare, come mi è successo molte volte in passato, verrebbe fuori una piazzata dove l'avrebbe vinta il più volgare, il più arrogante, il più feroce: lei. Che, nella confusione, potrebbe pure alleggerirsi di torti, ed ammantarsi di ragioni. Quando si urla in due, è come nelle constatazioni amichevoli di incidente, quando le Assicurazioni, per non sbagliare, penalizzano tutti e due i contendenti.


E allora faccio una cosa mai fatta prima: e mi accorgo di stare per farla, e di volerla fare, per un senso di luminosa consapevolezza che mi accende il cuore e mi schiarisce la vista, mostrandomi la strada per il cielo: mollo.
Tatticamente, strategicamente, mollo.
Mi avvicino a Cerbero. Le poggio teneramente una mano sulla spalla, con calore, carezzevole. Le sorrido.
"Va bene. Ci siamo dette tutto. Adesso esci, Domenica. Va', cara."
Lei impazzisce, ed esplode. E nel momento in cui esplode so di aver vinto. Lo so, e lo sento pure, perché si gira, divincolandosi, mi guarda con occhi spiritati, mi stritola il braccio destro con la mano sinistra - a distanza di due giorni lì ora c'è un livido di qualche centimetro - e con la destra molla pure lei. Mi molla un ceffone che mi scardina quasi la mandibola.
Per un millisecondo il tempo si ferma, cristallizzato nell'assurdo. Tutti, compresa lei, sembriamo statue di sale. Mi ha percosso, non per difesa, davanti al capo del personale, a parecchi altri colleghi e ad un utente.
Mi riscuoto io per prima. La sorpresa, e l'intontimento della botta, mi fanno salire alle labbra un risolino che pare imbestialirla ancora di più.
Per fortuna si rianimano pure tutti gli altri. In una sequenza tragicomica Adriana, sconvolta ma pacata, le intima di smetterla, e la minaccia di una lettera di richiamo. Louisa cerca di farla ragionare. Ma soprattutto il ragazzo, disperato per sentirsi causa del trambusto, d'istinto le afferra le braccia e la tiene ferma per quanto può, sudando come una bestia per lo sforzo, mentre lei, come impazzita, mi vomita addosso un ammasso di ingiurie e cattiverie e appare evidente che nemmeno ce l'ha più con me, ma con qualche suo fantasma interiore che deve perseguitarla senza pace, e se non fosse trattenuta mi salterebbe addosso per spaccarmi le ossa. E io, per converso, più lei alza la voce più l'abbasso, sorridendo, e ripetendole solo ossessivamente: "tu stai male, Domenica, tu stai male."
La portano via, finalmente, piangente di rabbia e di un'angoscia che le trabocca dalle viscere e si riversa fuori, squassandola, mentre io mi strofino il mento con una serenità che non ho mai provato prima, e una bizzarra simpatia per il povero Cerbero, per quel cuore di cane prigioniero del suo dolore infantile ed animalesco, che io conosco e riconosco perché è stato anche il mio, ma da cui oggi, con un colpo d'ali, mi sono innalzata.


Ed è così che scopro, con stupore e commozione, che, alla mia tenera età, forse sto cambiando davvero.







domenica 19 giugno 2011

L'Amore crea la Bellezza



A Fanny Brawne
Shanklin, Isola di Wight, giovedì 1 luglio 1819
Mia carissima signora,
Sono felice di non averti potuto spedire la Lettera che ti avevo scritto martedì notte, somigliava troppo a una lettera presa dall'Eloisa di Rousseau. Stamattina sono più ragionevole. La mattina è il momento più giusto per scrivere ad una bella Ragazza che amo così tanto: perché di notte, quando il giorno solitario si chiude, e la Camera solitaria, silenziosa, senza un suono, si apre ad accogliermi come un Sepolcro, allora credimi la mia passione prende interamente il sopravvento, allora non vorrei assolutamente che tu vedessi gli slanci a cui mai avrei creduto di potermi abbandonare, e di cui spesso ho riso vedendoli in un altro, perché temo proprio che penseresti di me che sono o troppo infelice o forse un po' folle. In questo momento sto alla finestra di un bellissimo Cottage, che dà su uno splendido paesaggio di collina, con sullo sfondo di sfuggita il mare; è una mattina molto bella. Non so quanto potrei adattarmi a questo posto, forse mi piacerebbe vivere qui e respirare quest'aria e passeggiare libero come un cervo lungo questa costa meravigliosa, se il ricordo di te non mi opprimesse tanto. Non ho mai conosciuto una Felicità che fosse pura e che durasse per tanti giorni uno dietro l'altro: la morte o la malattia di qualcuno hanno sempre guastato le mie giornate, e ora che nessun problema del genere mi opprime, è duro, devi ammettere, che un altro genere di dolore mi perseguiti. Chiediti amore mio se non sei troppo crudele ad avermi irretito così, ad aver distrutto così la mia libertà. Confessalo nella Lettera che devi immediatamente scrivermi, appena ricevi la mia; inventa tutto quello che puoi per consolarmi; fa' che la tua lettera sia inebriante come un filtro di papaveri e mi ubriachi; scrivi le parole più tenere e baciale perché io possa almeno posare le labbra dove si sono posate le tue. Per quanto mi riguarda non so come esprimere la mia devozione ad una creatura tanto bella: ci vorrebbe una parola più luminosa di luminosa, una parola più bella di bella. Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo solo tre giorni d'estate, tre giorni così con te li riempirei di tali delizie che cinquant'anni di vita normale non varrebbero a contenere.


Giovedì 8 luglio 1819
Mia dolce fanciulla,
La tua Lettera mi ha dato un piacere che niente al mondo all'infuori di te può darmi: e sono davvero sorpreso che una persona assente possa avere un potere tanto forte sui miei sensi come quello che sento. Anche quando non ti penso sento la tua influenza, una specie di natura più tenera che si insinua dentro di me. Tutti i miei pensieri, le mie notti e i miei giorni più infelici non mi hanno affatto curato, mi accorgo, dall'amore del Bello, ma l'hanno reso così intenso che sto male per il fatto che non sei con me: oppure vegeto in una sorta di pazienza passiva che non si può certo chiamare Vita. Non sapevo prima di adesso cosa fosse quell'amore che tu mi hai fatto provare; non ci credevo; la mia Fantasia ne aveva paura, che mi potesse bruciare. Ma se tu mi amerai completamente, anche se ci sarà del fuoco, non sarà così forte da non poterlo sopportare - se lo inumidiremo con la rugiada del Piacere. Parli di "gente orrenda" e mi chiedi se dipende da loro il poterti rivedere. Cerca di capirmi, amore. Ti ho così dentro il cuore che mi trasformerò in un tuo Guardiano se qualcuno dovesse farti del male. Non voglio vedere altro che Piacere nei tuoi occhi, e Felicità nei tuoi passi. Vorrei vederti tra quei divertimenti che più si addicono alle tue inclinazioni e al tuo carattere; così che il nostro amore sia una gioia in più tra tanti Piaceri, piuttosto che un rifugio dalle preoccupazioni e dagli affanni. Ma dubito che, nel caso peggiore, io sia all'altezza di quello che dico: se vedessi che la mia determinazione ti fa soffrire, vi rinuncerei subito. Perché non posso parlare della tua Bellezza, dal momento che senza di essa non ti avrei mai amato? Non riesco ad immaginare che un amore come questo avrebbe potuto cominciare senza la tua Bellezza. Ci sarà senz'altro, e non ho intenzione di ridicolizzarlo, un amore per il quale posso avere il massimo di rispetto e che posso ammirare negli altri: ma non ha certo la ricchezza, la freschezza, la pienezza, e l'incanto dell'amore che provo io. Dunque lasciami parlare della tua Bellezza, anche se a mio rischio e pericolo; perché potresti essere così crudele da provare su un altro il suo Potere. Dici che hai paura che io possa pensare che tu non mi ami, dicendo così mi fai soffrire ancora di più per il desiderio di esserti vicino. Sto cercando di usare con diligenza le mie doti, non passa giorno che non butto giù qualche verso e non affilo qualche rima. Devo confessare (visto che ne stiamo parlando) che ti amo ancora di più perché credo che ti sono piaciuto per me stesso e nient'altro. Ho incontrato donne che avrebbero voluto sposare una Poesia e si sarebbero date con tutto il cuore a un Romanzo. 
(...)
Per sempre tuo, amore, mio!
John Keats

The mean reds

"Listen...you know those days when you get the mean reds?"
"The mean reds? You mean like the blues?"
"No... the blues are because you're getting fat or because it's been raining too long. You're just sad, that's all. The mean reds are horrible. Suddenly you're afraid and you don't know what you're afraid of. Do you ever get that feeling?"
"Sure."




Tornando a bomba

La figura di Gesù contraddice tutti i principi della Pedagogia nera che la Chiesa insiste nel riaffermare: ossia l'educazione all'obbedienza e alla cecità emotiva mediante il castigo. Prima ancora di nascere, Gesù riceve dai genitori il massimo rispetto, riceve amore e protezione, e proprio in questa fondamentale esperienza primaria si sono radicati il suo ricco mondo emotivo, il suo pensiero e la sua etica. I genitori terreni si considerano al suo servizio né pensano di doverlo mai castigare. E lui, è forse per questo diventato egoista, arrogante, avido, dispotico o vanitoso? Al contrario: è diventato un uomo adulto forte, consapevole, saggio, capace di provare empatia, di esperire emozioni intense senza divenirne preda; capace di riconoscere la falsità e la menzogna e sufficientemente coraggioso da denunciarle.
Tuttavia, per quanto io sappia, fino a oggi nessun rappresentante della Chiesa ha mai riconosciuto il nesso evidente tra l'educazione ricevuta da Gesù e il suo carattere. Mentre verrebbe spontaneo di sollecitare i fedeli a seguire l'esempio di Maria e di Giuseppe non trattando più i figli come oggetti di proprietà bensì come figli di Dio. E in un certo senso, lo sono davvero.
L'immagine che un bambino amato si fa di Dio rispecchia le sue prime esperienze buone. Il suo dio sa capire, sa infondere coraggio, spiegare, trasmettere conoscenza e mostrarsi tollerante nei confronti dei difetti del bambino. Non punisce mai la sua curiosità, non ne strangola la creatività, non seduce, non impartisce ordini incomprensibili, non incute paura.
Gesù ha trovato in Giuseppe un padre terreno simile a questo, ha predicato esattamente questa stessa etica. Gli uomini di Chiesa, invece, ai quali è mancata un'esperienza del genere nell'infanzia, non sono stati capaci di vedere in quei valori se non vuote parole. Come dimostrano in modo lampante le crociate e l'Inquisizione, molti di loro hanno agito in perfetta consonanza con le esperienze infantili: annientando, esercitando intolleranza e crudeltà nel senso più profondo.
(...)
Non abbiamo bisogno di figli arrendevoli, che domani saranno capaci di uccidere per ordine di qualche terrorista o di un folle ideologo. I bambini che sono stati rispettati da piccoli andranno per il mondo tenendo occhi e orecchi ben aperti e sapranno protestare con parole e azioni costruttive contro l'ingiustizia, la stupidità e l'ignoranza. Gesù lo ha fatto già a dodici anni e sapeva, se necessario, rifiutare obbedienza ai genitori senza per questo ferirli, come dimostra ciò che accadde nel tempio (Lc 2, 41-52).
Con la migliore buona volontà non potremo mai essere come Gesù, perché dovremmo avere alle spalle una storia del tutto diversa dalla nostra. Nessuno di noi è stato in grembo ad una madre che lo pensava figlio di Dio: per contro, troppi sono stati considerati soltanto un peso dai genitori. Ma, se davvero lo vogliamo, possiamo imparare qualcosa dai genitori di Gesù, i quali non hanno mai preteso arrendevolezza da lui e non hanno mai usato violenza nei suoi confronti. Abbiamo bisogno di usare il potere soltanto quando temiamo la verità della nostra storia, alla quale ci aggrappiamo nei momenti in cui ci sentiamo troppo deboli per restare fedeli a noi stessi e ai nostri veri sentimenti. Eppure, proprio la sincerità nei confronti dei nostri figli ci dà forza. Per dire la verità non abbiamo bisogno di alcun potere, che ci serve soltanto per diffondere menzogne e parole ipocrite.
Il giorno in cui un gran numero di genitori sarà raggiunto dalle parole illuminate di molte persone esperte e bene informate (per esempio, Frédérick Leboyer, Michel Odent, Bessel van der Kolk e tanti altri ancora) e saranno sollecitati dalle autorità religiose a seguire l'esempio di Maria e Giuseppe, quel giorno il mondo diverrà per i nostri figli molto più pacifico, più sincero e meno irrazionale di quanto sia oggi.

sabato 18 giugno 2011

Anomalie genetiche

Sono nata deforme.

Non riesco a godere delle disgrazie altrui. Nemmeno di quelle del mio peggior nemico.

Sigh.

Nobody expect the spanish inquisition

Lo scarto tra la serenità e l'ansia in me è sempre minimo.

Questione di attimi. Laddove per dettagli microscopici, sfumature quasi inavvertibili, circostanze insignificanti, la gente di comune buon senso non noterebbe alcuna differenza, io invece perdo il senno.

La mattina parto in tromba: ottimista, volitiva ed energica, munita di una carica vitale esorbitante e di un senso di responsabilità ai (miei) massimi livelli, con il talento e l'abilità di un giocoliere consumato compio doveri familiari, adempio alle più eccentriche richieste lavorative, ascolto e soddisfo le più disparate esigenze altrui, non negandomi nel frattempo voli pindarici e fantasticherie unite a simpatiche imbarazzanti performance (tipo canticchiare sculettando Dancing Queen sparata dal pc mentre affranco la posta) e  riuscendo a tenere tutto simultaneamente in equilibrio, senza far cadere manco una pallina.

Poi, col passare delle ore, quando già comincia lo svuotamento e i miei entusiasmi vacillano, mi arriva la botta. Regola vuole che il precipitare degli eventi non si debba a fatti gravi, ma appunto a cazzate - una parola di troppo che per stanchezza dei miei freni inibitori mi esce di bocca, un'occhiata strana da parte di qualcuno che mi sta a cuore, una telefonata o una mail attese che tardano ad arrivare -,  perché la mia schizofrenia latente prenda il sopravvento, invadendo il campo della mia personalità, ed avvenga il singolare fenomeno per cui, mentre il mio corpo continua a rispondere con perizia e pertinenza alle sollecitazioni esterne, il mio spirito si catapulta nel vortice di una furiosa tempesta in un bicchiere colmo di due dita d'acqua.

E col pilota automatico continuo a portare avanti come se nulla fosse animate conversazioni al telefono, scrivere sensate e sintatticamente corrette lettere al pc o guidare senza danno in mezzo alla bolgia del traffico di Roma, mentre nella mia testa vengo tradotta in manette innanzi al solito Tribunale dell'Inquisizione per l'usuale processo dove non mi verranno concesse nemmeno le attenuanti generiche, e la conseguente condanna al massimo della pena, l'isolamento nel putrido sotterraneo della vergogna.

Là passo sempre dei gran brutti momenti. Chi mi sta intorno se ne accorge, perché faccio delle facce da tarantolata: arriccio il naso, stringo gli occhi, arrossisco, impallidisco. Delle volte somatizzo, soprattutto dall'occhio destro, quello più scalcinato, dove una sorta di stella pulsante ad intermittenza si dilata fino ad occultarmi del tutto la visione. Quando non sono le flotte di mosche - i cosiddetti corpi mobili vitreali - a raggrumarsi in una macchia scura che mi rende cieca per un po'. Ma se proprio sono in forma mi sciolgo in un bel pianto, ché mi fa sempre un gran bene. Ormai mi sono così specializzata che riesco a piangere a comando: non mi vede nessuno, dò la stura ai rubinetti. Entra qualcuno, mi arresto, le ghiandole lacrimali mi si seccano istantaneamente. Rimango di nuovo sola, ripiglio da dove ero rimasta.

Da lì ad un certo punto si compie l'ultimo felice stadio della paranoia:  finita sottoterra, incompresa, staccata da tutto e da tutti, io arrivo ad assaporare il paradosso della mia assoluta libertà, godendo, per un breve folgorante istante, della francescana  (ed evangelica) sensazione della perfetta letizia.

E la mattina dopo riparto in tromba.









lunedì 13 giugno 2011

Toccarsi

Tu non devi sapere

Fin da quando ero piccola, la storia della creazione si riassumeva per me nel frutto proibito: non riuscivo a capire perché ad Adamo ed Eva fosse stato impedito di avere accesso alla conoscenza. Ai miei occhi, il sapere e la consapevolezza hanno sempre rappresentato qualcosa di positivo e pertanto mi sembrava illogico che Dio avesse proibito di riconoscere la differenza fondamentale tra bene e male. 
La mia ribellione infantile non si è mai acquietata, sebbene più tardi io abbia imparato a conoscere molteplici interpretazioni della storia della creazione. Ma il mio modo di sentire ha sempre rifiutato di considerare l'obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l'ignoranza del bene e del male una condizione ideale, poiché mi sembrava che il frutto della conoscenza promettesse di spiegare che cosa è il male e, dunque, rappresentasse la redenzione, ossia il bene.
So che innumerevoli giustificazioni teologiche sono sopravvenute a interpretare i motivi delle decisioni divine, ma fin troppe volte riconosco in esse il bambino terrorizzato che si sforza di giudicare buoni e amorevoli gli ordini dei genitori anche quando non li capisce - né può capirli, poiché le motivazioni sottese a quegli ordini rimangono incomprensibili anche agli stessi genitori, nascoste nel buio della loro infanzia. Pertanto, ancora oggi non capisco perché Dio abbia voluto consentire ad Adamo ed Eva di abitare il paradiso soltanto a prezzo dell'ignoranza e perché abbia punito la loro disobbedienza condannandoli ad un'aspra sofferenza.
Non ho mai provato nostalgia di un paradiso in cui l'obbedienza e l'ignoranza fossero la condizione della beatitudine. Io credo nella forza dell'amore, che per me non equivale a mostrarsi amabili e obbedienti, bensì ha a che fare con la fedeltà a se stessi, alla propria storia, ai propri sentimenti e bisogni. E tra questi annovero anche il desiderio di sapere. Evidentemente Dio ha voluto deprivare Adamo ed Eva della fedeltà a se stessi. Il mio convincimento profondo è che possiamo amare soltanto quando ci è lecito essere ciò che siamo senza sotterfugi, senza maschere, senza schermi. Noi possiamo amare veramente solo se non ci sottraiamo al sapere a cui possiamo avere accesso - l'albero della conoscenza, per Adamo ed Eva -, soltanto se non lo fuggiamo, bensì troviamo il coraggio di gustarne il frutto.
(...)
Perché Dio ha piantato l'albero della conoscenza del bene e del male nel mezzo del giardino dell'Eden se non voleva che i due esseri umani, da lui creati, ne gustassero i frutti? Perché ha indotto in tentazione le sue creature? Perché Dio onnipotente, che ha creato il mondo, ha bisogno di questo? Perché, essendo lui onnisciente, ha bisogno di costringere all'obbedienza gli esseri da lui creati? Forse non sapeva di aver chiamato in vita un essere dotato di curiosità e di averlo poi costretto a rinnegare la propria natura? Se ha creato Adamo ed Eva maschio e femmina, dunque due esseri che si integrano sessualmente, come poteva poi aspettarsi che ignorassero la propria sessualità? E perché mai avrebbero dovuto ignorarla? E che cosa sarebbe accaduto se Eva non avesse addentato la mela? Non vi sarebbe stata unione sessuale e dunque la coppia non avrebbe avuto alcuna progenie. Il mondo sarebbe allora rimasto senza esseri umani? E Adamo ed Eva sarebbero vissuti in eterno, soli, senza figli?
Perché la procreazione dei figli è connessa con il peccato e il parto è associato al dolore? Come dobbiamo interpretare questi due fatti contraddittori: da un lato, Dio ha progettato una coppia infeconda mentre, dall'altro, si legge nella storia della creazione che gli uccelli si moltiplicano? Dunque anche Dio aveva già un'idea di progenie. Più avanti si dice che Caino ha preso moglie e ha generato figli. Ma dove ha potuto trovare una moglie se al mondo non vi erano altri che lui stesso, Adamo, Eva e Abele? E perché Dio ha respinto Caino allorché questi si è mostrato geloso? Non è forse stato lo stesso Dio a suscitare in lui quella malevolenza, prediligendo palesemente Abele?
(...) 
Si limitavano a eludere le mie domande, per esempio dicendomi che non dovevo prendere tutto alla lettera giacché si trattava di simboli. "Simboli di che cosa?" chiedevo, ma non ricevevo alcuna risposta.
(...)
Nonostante la migliore buona volontà, non riuscivo a trovare alcunché di malvagio nel comportamento di Eva. Pensavo che, se Dio avesse amato veramente le sue creature, non avrebbe voluto che restassero cieche. Ma, poi, è stato proprio il serpente a sedurre Eva inducendola a "peccare" o non è stato forse Dio? Se un qualsiasi mortale mi mostrasse un oggetto desiderabile, intimandomi di non prenderlo in considerazione, lo definirei crudele. Di Dio, invece non lo si può neppure pensare, e men che meno dire.
Rimasi dunque sola con le mie riflessioni, cercando invano una risposta nei libri. Finché non mi resi conto che l'immagine di Dio che ci è stata tramandata è opera di esseri umani educati secondo i principi della Pedagogia nera (di cui le pagine della Bibbia abbondano) e che nella loro infanzia sadismo, seduzione, punizione, abuso violento sono stati all'ordine del giorno. La Bibbia è opera di autori di sesso maschile, ed è presumibile che costoro non abbiano avuto esperienze positive con i loro padri. Evidentemente nessuno di loro ha conosciuto un padre che si compiaceva del desiderio di scoperta che alberga nel bambino, che non si aspettava l'impossibile da loro e non li castigava. Per questo, quando hanno creato quell'immagine divina, non si sono resi conto di attribuirle tratti sadici. Il loro Dio ha ideato uno scenario spietato, donando ad Adamo ed Eva l'albero della conoscenza e proibendo loro di gustarne i frutti, ossia di crescere nella consapevolezza e nell'autonomia; ha voluto che dipendessero interamente da lui. Ma io definisco sadico il modo di agire di un padre siffatto, che gode dei tormenti inflitti al bambino. Per di più, punire un bambino per le conseguenze del sadismo paterno non ha certamente a che fare con l'amore bensì, semmai, con la Pedagogia nera. E proprio in questo modo gli autori della Bibbia hanno inconsapevolmente veduto i loro padri, presunti amorevoli. Nella Lettera agli Ebrei (12, 6-8), Paolo afferma esplicitamente che proprio il castigo garantisce agli uomini di essere veri figli di Dio e non bastardi: "Perché il Signore corregge colui che egli ama, percuote di verga chiunque riceve per figlio. Sopportate di essere corretti: Dio vi tratta come figli. Qual è mai il padre che non corregge il figlio? Se siete esenti da questa correzione, di cui tutti hanno avuto la loro parte, vuol dire che siete bastardi e non veri figli".
Oggi, posso immaginare che quanti sono cresciuti nel rispetto e non hanno subìto castighi e umiliazioni, in età adulta crederanno in un altro Dio, un Dio amorevole, capace di guidarli, di illuminarli e orientarli. Oppure faranno a meno di immagini divine, seguendo modelli che incarnano ai loro occhi una forma di vero amore.

sabato 11 giugno 2011

Riflessi pavloviani

La mia terapeuta, con aria disinvolta e normalizzatrice: "Cri, non c'è niente di male nei tuoi comportamenti. Solo l'eccessiva enfasi che ci metti" (soffocando uno sbadiglio).

Io, dentro di me: "Vero. E se ora mi alzassi e ti pigliassi a sberle? Così, tanto per darti soddisfazione."

giovedì 9 giugno 2011

La candela e la falena

Io ti canto dolce candela 
che tu sia di tua luce amante
sono la fiamma e la falena
come verità ed amore

Per amore danzo nel fuoco,
per te l'amo, non ho altro amore
La mia passione si spegnerà
nella fiamma che consuma

Nella luce io danzo per il fuoco d'amore
Amo il  fuoco per te altro amore non ho 
Ora danzi nel nulla le tue nozze d'amore
in quel volo insensato brucerai le tue ali




Io ti canto bella falena 
che tu sei di mia luce amante
tu non conosci la verità
il tuo volo è un 'illusione

Amo me stessa e la mia morte
con me arde il fuoco, non io nel fuoco
Quando all'alba mi spegnerò 
di me traccia non resterà.


Afghanistan 1600
Mirza Khan Ansari
Poeta e mistico di etnia Pashtun

Stare in grazia di Dio

Alibech diviene romita, a cui Rustino monaco insegna rimettere il diavolo in inferno: poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.

Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire:Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò, senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo dì ragionato avete, io il vi vo' dire: forse ancora ne potrete guadagnare l'anima avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere più volenteri che le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta esso fra' folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire: il perché comprender si può alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano che più delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de' diserti di Tebaida andati se n'erano. La giovane, che semplicissima era e d'età forse di quattordici anni, non da ordinato disidero ma da da un cotal fanciullesco appetito, senza altro farne ad alcuna persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l'appetito, dopo alcun dì a quelle solitudini pervenne, e veduta di lontano una casetta, a quella n'andò, dove un santo uomo trovò sopra l'uscio, il quale, meravigliandosi di quivi vederla, la domandò quello che essa andasse cercando. La quale rispose che, spirata da Dio, andava cercando d'essere al suo servigio, e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli si conveniva.Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo non il dimonio, se egli la ritenesse, lo 'ngannasse, le commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri, e bere acqua, le disse: "Figliuola mia, non guari lontano di qui è un santo uomo, il quale di ciò che tu vai cercando è molto migliore maestro che io non sono: a lui te n'andrai"; e misela nella via.Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata più avanti, pervenne alla cella d'uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico, e quella domanda gli fece che agli altri aveva fatta; il quale, per volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la mandò via o più avanti, ma seco la ritenne nella sua cella: e venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le disse si riposasse.Questo fatto, non preser guari d'indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui: il quale trovandosi di gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti voltò le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall'una delle parti i pensier santi e l'orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei 'ncominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s'accorgesse lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato primieramente con certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe, e così essere semplice come parea: per che s'avvisò come, sotto spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a' suoi piaceri. E primieramente con molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio, e appresso le diede ad intendere che quello servigio che più si poteva fare grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio l'aveva dannato.La giovinetta il domandò come questo si facesse; alla quale Rustico disse: "Tu il saprai tosto, e perciò farai quello che a me far vedrai"; e cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti che aveva, e rimase tutto ignudo, e così ancora fece la fanciulla; e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e dirimpetto a sé fece star lei.E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella,venne la risurrezione della carne; la quale riguardando Alibech e maravigliatasi, disse: "Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l'ho io?""O figliuola mia" disse Rustico, "questo è il diavolo di che io t'ho parlato; e vedi tu? ora egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire."Allora disse la giovane: "Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho cotesto diavolo io."Disse Rustico: "Tu dì vero, ma tu hai un'altra cosa che non la ho io, e haila in scambio di questo."Disse Alibech: "O che?"A cui Rustico disse: "Hai il ninferno; e dicoti che io mi credo che Iddio t'abbia qui mandata per la salute della anima mia, per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu voglia aver di me tanta pietà e sofferire che io in inferno il rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in queste parti venuta sè', che tu di'."La giovane di buona fede rispose: "O padre mio, poscia che io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà." Disse allora Rustico: "Figliuola mia, benedetta sia tu! andiamo dunque e rimettiamlovi sì che egli poscia mi lasci stare."E così detto, menata la giovane sopra uno de' loro letticelli, le 'nsegnò come starsi dovesse a dovere incarcerare quel maladetto da Dio.La giovane, che mai più non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta sentì un poco di noia, per che ella disse a Rustico: "Per certo, padre mio, mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ché ancora al ninferno, non che altrui, duole quando egli v'è dentro rimesso." Disse Rustico: "Figliuola, egli non avverrà sempre così."E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel non si movessero, ve 'l rimisero, tanto che per quella volta gli trasser sì la superbia del capo, che egli si stette volentieri in pace.Ma ritornatagli poi nel seguente tempo più volte e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si disponesse, avvenne che il giuoco le cominciò a piacere, e cominciò a dire a Rustico: "Ben veggio che il ver dicevano que' valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce cosa; e per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra io ne facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimettere il diavolo in inferno; e per ciò io giudico ogn'altra persona, che ad altro che a servire a Dio attende, essere una bestia"; per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea: "Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno." La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta: "Rustico, io non so perché il diavolo si fugga del ninferno; ché, s'egli vi stesse così volentieri come il ninferno il riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai."Così adunque invitando spesso la giovane Rustico, e al servigio di Dio confortandolo, sì la bambagia del farsetto tratta gli avea che egli a tal ora sentiva freddo che un altro avrebbe sudato; e per ciò egli incominciò a dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere in inferno se non quando egli per superbia levasse il capo: "e noi per la grazia di Dio l'abbiamo sì sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace"; e così alquanto impose di silenzio alla giovane.La qual, poi che vide che Rustico più non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno: "Rustico, se il diavolo tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno non lascia stare: per che tu farai bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare la rabbia al mio ninferno, com'io col mio ninferno ho aiutato a trarre la superbia al tuo diavolo."Rustico, che di radici d'erba e d'acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe ciò che per lui si potesse. E così alcuna volta le sodisfaceva, ma era così di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al leone: di che la giovane, non parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no.Ma mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno di Alibech era, per troppo disidero e per men potere, questa quistione, avvenne che un fuoco s'apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre d'Alibech con quanti figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa Alibech d'ogni cosa sua rimase erede. Laonde un giovane chiamato Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala avanti che la corte i beni stati del padre, sì come d'uomo senza erede morto, occupasse, con gran piacere di Rustico e contra al volere di lei la rimenò in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran patrimonio divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel diserto servisse a Dio, non essendo ancora Neerbale giaciuto con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno e che Neerbale aveva fatto gran peccato d'averla tolta da così fatto servigio.Le donne domandarono: "Come si rimette il diavolo in inferno?" La giovane, tra con parole e con atti, il mostrò loro; di che esse fecero sì gran risa che ancor ridono, e dissono: "Non ti dar malinconia, figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene con essoteco Domeneddio."Poi l'una all'altra per la città ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il più piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno: il qual motto, passato di qua da mare, ancora dura. E per ciò voi, giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ciò che egli è forte a grado a Dio e piacer delle parti, e molto bene ne può nascere e seguire.

mercoledì 8 giugno 2011

Infinita letizia della mente candida

Ogni tanto, quando mi costringono ad abbandonare l'angoletto accanto al focolare, io, spaurito ed accidioso animaletto da cuccia, sono anche capace di apprezzarle, certe sporadiche sortite all'esterno.

Ieri sera è stata una di quelle circostanze. Avevo avuto una giornata emotivamente pesante, e non mi è dispiaciuto ritrovarmi, verso mezzanotte, all'aperto, ad attraversare una fettina sudorientale di Roma in compagnia di due bei autentici diciassettenni.

L'aria pulita e fredda della notte, la quiete sfatta delle strade finalmente deserte, l'evidente tripudio della mia pandina scassata lanciatasi festosa per la via come un cavallino sbizzarrito con la lingua di fuori, hanno stimolato in noi tre, e tra noi tre, un'affettiva circolazione e condivisione di meditazioni filosofiche, anche in assenza di supporto di bevute o fumate preventive.

Così non avevamo ancora coperto metà percorso che già io e uno dei due diciassettenni, l'adorabile cagacazzi amico di mio figlio, litigavamo di brutto.

Partiti dalla critica al divertimento di Pascal, si è finiti a fare a capelli sul concetto di (guarda tu) frustrazione. Io, sostenendo la bontà del pensiero pascaliano circa il fatto che gli uomini vogliono distrarsi per non pensare alla morte (pur senza condividere l'accezione negativa di tale enunciato, e la conseguente conclusione della primazia divina) son giunta a dire che la vita è un'esperienza di continue frustrazioni - biologiche, psicologiche e sociali -, ossia di costanti scostamenti tra il desiderio e l'effettiva realizzazione del desiderio, cagionati dalla finitezza dell'essere umano; e che anzi la vita medesima nasce e progredisce, psichicamente ed intellettualmente, dalla tensione tra le frustrazioni e le risposte del soggetto, in un continuo gioco di riverberi e rimandi che rende ogni individuo unico e determinato proprio dalle sue specifiche frustrazioni, e dalle sue conseguenti specifiche reazioni, le quali innescano altre frustrazioni, e così via; e per corroborare le mie affermazioni ho citato situazioni personali anche recenti in cui mi sono trovata a dover fare i conti con fattori di piacere simultaneamente rivelatisi nell'anima mia, in tutta la loro gloriosa ambivalenza, anche di frustrazione. Lui (con quella sua tenera e innocente presunzione che io conosco tanto bene e che me lo fa amare e detestare allo stesso tempo), sentendosi forte, oltre che della sua gioventù, pure, per la metà di sangue olandese che gli scorre nelle vene, di una presunta osmosi con Spinoza ed Erasmo da Rotterdam, mi ha ribattuto col dito alzato che ciò che stavo dicendo, e per estensione pure quanto diceva Pascal, era quanto mai confutabile in quanto all'umana esistenza non è affatto preclusa la possibilità di una piena e perfetta felicità perché, se c'è gente palesemente frustrata in quasi ogni frangente della sua vita, ce n'è altrettanta che non soffre frustrazioni di sorta; e che se io volevo ascrivermi alla prima categoria, ebbene, avevo sotto gli occhi in carne ed ossa un insigne rappresentante della seconda, nella persona di colui che giustappunto mi stava parlando. Io mi sono fatta una risata, e poi gli ho citato episodi di cui egli era stato protagonista che contraddicevano le sue asserzioni; lui ha replicato appassionatamente a quel mio tentativo di prendere terreno; e il battibecco via via s'è animato, le voci si sono alzate e sovrapposte, finché, per buona sorte, dopo esser arrivati a sparare nomi a caso - lui Cartesio, io Lacan -, siamo arrivati anche al civico di casa sua.

Il diciassettenne rimasto in macchina ha guardato sospirando l'amico che entrava nel portone, ancora concionante, con quel suo bel timbro di baritono che gli vale una distinta permanenza nel coro della scuola, e poi si è girato verso di me.

"Mamma, io non so come ti va di dargli corda così, ché lo sai com'è fatto. Che poi, tra te e lui, non vi si può sentire, per come argomentate alla cazzo di cane."

"Sì, scusami, lo so che poi ti fa innervosire fino al punto che ci litighi. E' che oggi sono agitata."

Silenzio fino al semaforo di Via Tuscolana. Rosso. Mi sento bene, adesso, finalmente. Poi mio figlio non pare arrabbiato, mi ha parlato pacato. Così mi viene di continuare la conversazione.

Verde. Passo. Giro a sinistra con disinvoltura.

"Vabbè, dai, non mi pare di aver detto cose assurde sulla frustrazione. Io poi ne faccio esperienza di continuo, tu sai come sono fatta, i miei problemi li conosci."

"Sì che li conosco."

"E sai che non mi godo niente delle cose divertenti della mia vita per pensare al senso di frustrazione che inevitabilmente so già che seguirà. Oltre al senso di colpa perché sottraggo tempo e pensieri alla mia famiglia... "

Lui si fa una risatina sommessa, dolce, indulgente. Non l'ho mai sentita prima.

"Senti, mamma, non preoccuparti, a me non importa di quello che fai. Ho quasi diciott'anni, la mia vita non dipende dalla tua. Stai tranquilla. Per me puoi fare tutto quello che ti fa piacere fare."

(Respiro di conforto, un po' commossa. Pure la macchinetta è sollevata, e imbocca agile e veloce il grande ponte che sale davanti a noi.)

"Però ora ti voglio dire una cosa che sembra una cattiveria, ma io non te la dico per quello."

"No, no, dì pure, lo so."

"Farsi gli amici è come imparare il latino: se non l'hai mai fatto prima dei vent'anni, dopo non ci riesci più."

domenica 5 giugno 2011

Abusare

Se nel tuo passato sei stato abusato...

Se si è abusato dei tuoi occhi, del tuo sguardo sul mondo. Se ti hanno costretto a vedere per altri cose che ti si sarebbero dovute risparmiare, che non ti avrebbero dovuto riguardare, che non ti potevano interessare.

Se si è abusato delle tue spalle. Se il peso delle esistenze altrui, noncurante della tua fragilità, ha preteso di gravare sulla tua fino a schiacciarla.

Se si è abusato delle tue gambe. Se altri le hanno obbligate ad un passo che non era il loro proprio; a camminare e correre quando volevano rallentare, o fermarsi; a stare innaturalmente inerti in spazi chiusi e limitati quando avrebbero potuto, e dovuto, muoversi, andare, portarti nel mondo, tra la gente.

Se si è abusato del tuo cuore. Se altri ne hanno sfruttato il bisogno di amore e tenerezza, negandoti il diritto ad averne se non come controparte di qualcosa che non avrebbero avuto il diritto di pretendere, e le emozioni, i sentimenti, gli slanci appassionati e innocenti, distorcendoli, deviandoli e veicolandoli nella loro esclusiva direzione, per imprigionarti in una immaginaria cella trasparente, da dove tu vedevi la vita tutto intorno a te ma non avresti mai osato neanche stendere una mano per toccarla.

Se si è abusato del tuo attaccamento, della tua devozione, della tua fiducia di bambino. Della semplicità. Dell'ingenuità. Della gioia di vivere. Dei tuoi sorrisi. Dell'allegria. Delle tue lacrime. Dei tuoi timori, dei tuoi sogni, dei tuoi incubi.

...Se sei fortunato, un giorno te ne accorgerai, e pretenderai che ti venga restituito ciò che ti è stato estorto ingiustamente.

Ma sarà tardi, comunque. Troppo tardi. I tuoi carnefici saranno ormai in disarmo, e i tuoi aneliti fuori tempo massimo. E non potrai tornare indietro a riprenderti ciò che è tuo.

Ad ogni modo, se sei particolarmente ostinato, qualcosa arrafferai. Con le unghie e coi denti. Affamato di bellezza, di calore, di languori, di dolcezze, surrettiziamente carpirai qualcosa a chiunque capiti sul tuo cammino. Come un ladro, uno sfruttatore, un vampiro.

E vivrai lo squisito struggimento di colui che da abusato è divenuto abusivo.

sabato 4 giugno 2011

Gaia scienza

Non s'era mai vista una creatura più allegra di lui. Tutto ciò che vedeva intorno lo interessava e lo animava gioiosamente. Mirava esilarato i fili della pioggia fuori della finestra, come fossero coriandoli e stelle filanti multicolori. E se, come accade, la luce solare, arrivando indiretta al soffitto, vi portava, riflesso in ombre, il movimento mattiniero della strada, lui ci si appassionava senza stancarsene: come assistesse a uno spettacolo straordinario di giocolieri cinesi che si dava apposta per lui. Si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali: ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito. Altrimenti non si spiegava come mai la scena miserabile, monotona, che la casa gli offriva ogni giorno, potesse rendergli un divertimento così cangiante, e inesauribile.
Il colore d'uno straccio, d'una cartaccia, suscitando innanzi a lui, per risonanza, i prismi e le scale delle luci, bastava a rapirlo in un riso di stupore. Una delle prime parole che imparò fu ttelle (stelle). Però chiamava ttelle anche le lampadine di casa, i derelitti fiori che Ida portava da scuola, i mazzi di cipolle appesi, perfino le maniglie delle porte, e in séguito anche le rondini. Poi quando imparò la parola dòndini (rondini) chiamava dòndini pure i suoi calzerottini stesi a asciugare su uno spago. E a riconoscere una nuova ttella (che magari era una mosca sulla parete) o una nuova dòndine, partiva ogni volta in una gloria di risatine, piene di contentezza e di accoglienza, come se incontrasse una persona della famiglia.
Le forme stesse che provocavano, generalmente, avversione o ripugnanza, in lui suscitavano solo attenzione e una trasparente meraviglia, al pari delle altre. Nelle sterminate esplorazioni che faceva, camminando a quattro zampe, intorno agli Urali, e alle Amazonie, e agli Arcipelaghi Australiani, che erano per lui i mobili di casa, a volte non si sapeva più dove fosse. E lo si trovava sotto l'acquaio in cucina, che assisteva estasiato a una ronda di scarafaggi, come fossero cavallucci in una prateria. Arrivò perfino a riconoscere una ttella in uno sputo.

Io non sono qui

giovedì 2 giugno 2011

Signs

Qualche giorno fa mi sono scoperta una nuova cicatrice sull'avambraccio sinistro, appena più su del polso (o più giù, a seconda della direzione dello sguardo, se dalla mano alla spalla, o viceversa).
Due chiare minuscole striscioline parallele, unite da un lato a formare un vertice arrotondato. Tipo il profilo della testa di un microscopico tirannosauro.

E mo' quando me la so' fatta questa?

Se rifaccio l'inventario dei miei segni: 
1) le chiazze più scure di pelle, adesso appena distinguibili, sul polso destro, ricordo delle ustioni del 25 aprile di qualche anno fa, quando per attizzare la fiamma nel camino mi feci esplodere in mano la bottiglietta dell'alcool denaturato e il braccialetto d'oro arroventato dal fuoco mi mangiucchiò la carne;
2) la mezzaluna sulla punta dell'anulare sinistro, che mi tranciai di netto una notte di giugno di quattordici anni fa nell'incauto tentativo di tagliare con un coltellaccio da cucina l'involucro di una busta di latte in polvere per la pappa di mia figlia neonata;
3) il quasi impercettibile ricamo a rilievo dei tre punti sopra il sopracciglio sinistro, retaggio di una caduta nella tenebrosa lavanderia sotto strada dove le suore ci rinchiudevano a giocare nei dopopranzi invernali (el sòtano, lo chiamavano tra di loro le molte di origine spagnola, quella sorta di locale cantina senza finestre, senza arredi, senza pavimento, con una lampadina nuda che penzolava dal soffitto);
4) l'altro, ormai inavvertibile, dei quattro punti sul mento che, in un triste sabato pomeriggio d'inverno del mio quinto anno di vita, mi fu spaccato in due come una mela  dallo scalino di marmo della portafinestra del terrazzo di casa sul quale si arrestò il volo causato da un ventaglio di lucidi e quanto mai scivolosi fascicoli di Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri Editori;
5) Il bozzetto cistoso sul mio cranio spuntatomi in seguito alla suppurazione di altri punti che mi diedero quando, a quattordici anni, alzando di slancio la testa per guardare in preda ad un impeto romantico le stelle fuori dalla finestra della camera da letto, mi conficcai la maniglia di ferro della medesima nel cuoio capelluto...

per quanto mi sforzi, a questo segnetto a forma di tirannosauro non riesco ad associare alcun ricordo.

Boh. Sarà una smagliatura.

Memo 12 e 13 giugno